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La conversione dell’ebreo rivoluzionario (parte II)
Michael E. Jones
Il Talmud ha portato alla rivoluzione. Non c’è bisogno di esser religiosi per essere dei talmudisti. Karl Marx era ateo ma secondo Barnard Lazare era anche «un chiaro e lucido talmudista» e perciò «gonfio del vecchio materialismo ebraico che da sempre sogna il paradiso sulla terra e che rifiuta la speranza troppo distante e problematica di un Eden dopo la morte». Marx era la quintessenza del talmudista e il rivoluzionario ebreo per eccellenza, e in questa veste propose uno dei più influenti falsi messia della storia ebraica: il comunismo mondiale

Baruch Levy, uno dei corrispondenti di Marx, propose un altro falso messia, egualmente potente, il popolo ebraico. «Il popolo ebraico preso collettivamente sarà il proprio messia… nel nuovo ordine dell’umanità i figli di Israele ora dispersi sulla faccia della terra… diverranno in ogni luogo gli elementi dominanti senza incontrare opposizione… I governi delle singole nazioni,  formando la Repubblica Univerale o Mondiale passeranno così tutti, senza alcuno sforzo, nelle mani degli ebrei, grazie alla vittoria del proletariato… Così verrà adempiuta quella promessa del Talmud, secondo la quale, quando arriverà l’epoca messianica, gli ebrei controlleranno la ricchezza di tutte le nazioni della terra».

Nella storia ebraica esistono dunque dei riscontri per ciò che ha detto Mahatir Mohammed e anche abbondanza di prove - per esempio la creazione dello Stato di Israele - del fatto che l’ebraismo mondiale sia riuscito ad avanzare notevolmente nei suoi progetti di dominio nel secolo e mezzo che ci separa dal giorno in cui Levy scrisse a Karl Marx. Gli ebrei, molto semplicemente, non si sono mai liberati dell’idea di essere il popolo scelto da Dio, neppure dopo che hanno smesso di credere in Dio. Rifiutando Cristo si sono condannati ad adorare un falso messia dopo l’altro, sino ai più recenti, il comunismo e il sionismo. Nel loro libro «La Question du Messie», i fratelli Lemann, entrambi convertitisi al cattolicesimo dal giudaismo, ed entrambi diventati preti, paragonano gli ebrei del nostro tempo agli israeliti ai piedi del Monte Sinai: «Ormai stanchi di aspettare il ritorno di Mosé… si diedero a festeggiare e a danzare attorno al vitello d’oro».

Sionismo e comunismo sono due dei più recenti falsi messia che gli ebrei si sono prostrati ad adorare. Rifiutato il Messia soprannaturale che morì sulla croce, gli ebrei si sono condannati ad adorare, uno dopo l’altro, dei messia naturali e a ripetere il ciclo dell’entusiasmo e della disillusione più volte nel corso della loro storia. Queste illusioni hanno trovato appagamento e li hanno condotti alla creazione dello Stato ebraico. Il 6 gennaio del 1984 il rabbino capo della Palestina annunciò che «alla fine [Israele] condurrà alla nascita di un’autentica unione fra le nazioni, grazie alla quale verrà adempiuto il messaggio eterno che i nostri immortali profeti indirizzarono all’umanità».

Nella storia del messianismo ebraico, fantasie di superiorità razziale si alternano contradditoriamente con fantasie di fratellanza univerale. Il periodico «The Jewish World» annunciava il 9 febbraio del 1883 che «il grande ideale del giudaismo è che… il mondo intero dovrà essere permeato di insegnamenti ebraici e che all’interno di un’Universale Fratellanza delle Nazioni - di fatto un giudaismo più ampio - tutte le razze e le religioni saranno destinate a scomparire». Gli ebrei sono stati condannati a cercare il paradiso in terra per mezzo di falsi messia nel momento stesso in cui scelsero Barabba al posto di Cristo, e ciò li ha condotti al ciclo di illusione e disillusione di cui abbiamo parlato. Quando rifiutarono di essere «gli araldi di un regno soprannaturale», si condannarono allo sforzo senza fine di imporre al mondo la loro visione di un paradiso naturale in terra «impegnando tutta la loro intensa energia e tenacia nello sforzo di organizzare la futura Era Messianica». Ogni qual volta una nazione si allontana dal Messia Soprannaturale, come è successo durante le rivoluzioni francese e russa, quella nazione «si condannerà a soggiacere a falsi messia, e finirà per essere dominata dagli ebrei».

Ciò significa che ogni ebreo è una persona da biasimare? Assolutamente no. I leader ebraici hanno controllo sulla «sinagoga di Satana» e quindi sul loro popolo. Ma ovviamente nessuno può controllare le circostanze della proprio nascita, ed è per questo motivo che l’antisemitismo - se con questa parola intendiamo l’odio verso gli ebrei per loro presunte caratteristiche «razziali», immutabili e ineliminabili - è sbagliato. Nel corso della loro vita, gli ebrei comprendono di far parte di un gruppo etnico del tutto unico. Nonostante la propaganda sulla loro superiorità razziale che il Talmud cerca di inculcare in loro, molti ebrei arrivano a comprendere che uno spirito particolarmente maligno si è insediato nel cuore del loro «ethnos». Quando si devono confrontare con l’enormità di quel male, si sentono spinti a fare una scelta. A seconda della disposizione del loro cuore, che solo Dio può giudicare, scelgono se mettersi al servizio di quel male o se abiurarlo.

Possono abiurarlo completamente come nel caso di San Paolo, Nicholas Donin, Joseph Pfefferkorn, o possono iniziare a prendere le distanze da esso, come fanno quegli ebrei di coscienza che si rifiutano di continuare a fare qualcosa che considerano moralmente sbagliato, sia esso l’aborto o lo sradicamento dei palestinesi dalle terre di loro padri.

Anche se i comportamenti ispirati al Talmud portano ad un naturale risentimento da parte dei non ebrei, i leader degli ebrei li favoriscono pur sapendo che causeranno reazioni, perché i pogrom di cui soffre la nazione ebraica sono utili al proposito di renderla totalmente dipendente ai suoi leader.

E' un altro modo per dire che i Trotsky promuovono le rivoluzioni e i Braunstein ne devono pagare le conseguenze. I leader ebraici promuovono i pogrom per diffondere paura, e lo fanno con molta abilità come provano il caso del pogrom Gomelet del 1905 o le uccisioni di ebrei iracheni da parte di agenti del Mossad. I pogrom diffondono paura e la paura è il sistema usato dal Kahal per tenere al loro posto gli ebrei ordinari. Alice Ollstein, una studentessa liceale ebrea di Santa Monica, California, se ne è accorta quando ha assistito ad un recente seminario dell’«American Israel Public Affairs Committee Conference» (AIPAC) a Washington DC nel 2006. La signorina Ollstein ci si è recata come una entusiasta militante sionista ma ne è tornata sentendosi «manipolata, turbata e disgustata» per ciò a cui ha dovuto assistere in quell’occasione.

Un’occasione durante la quale la paura era stata fomentata in modo incessante. Infatti, la «prima cosa» che notò del convegno era una sorta di paura e di emergenza «abilmente fabbricata». Nella hall dove si riunivano gli incontri plenari, per esempio: «… venivano diffusi senza un momento di pausa, brani di musica classica, molto drammatica; c’erano luci rosse lampeggianti e cartelli giganti che riportavano la frase ‘Il momento è adesso’. Questo, unito al montaggio di immagini di repertorio di atti di terrorismo, proiettati su sei schermi giganti, eccitarono i partecipanti fino a portarli in uno stato di fervore da ‘Salvate Israele’ che molti di loro trovarono pieno di ispirazione. Quando finimmo di mangiare, il pubblico sembrava disposto ad accettare qualunque cosa per proteggere Israele, anche la guerra… Ogni speaker giocava con le più profonde paure del suo pubblico…». L’incarico di fomentare la paura era stato conferito a gente che appartiene al movimento dei neoconservatori, a John Podhoretz, in particolare, figlio di Norman ed editorialista del «The New York Post», il quale «ebbe la prima e l’ultima parola su ogni argomento discusso». Ollstein trovò particolarmente fuorviante il paragone fatto dall’AIPAC fra il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e Hitler.

«Al suono di brani di musica classica di estrema drammaticità, sei enormi schermi video mostravano incessantemente le immagini di Hitler che pronunciava discorsi contro gli ebrei e di Ahmadinejad che parlava contro Israele. Il famoso mantra post-olocausto ‘Mai più’ appariva spesso. Ogni particolare aveva lo scopo di persuadere il pubblico che sarebbe stato imminente un altro olocausto… a meno che quella gente non fosse stata  fermata». Alice Ollstein ha provato irritazione «per essere stata indotta con la forza a pensare» con l’ausilio di «suoni e immagini a colori abilmente montati», che il primo ministro dell’Iran fosse il male assoluto. Se ne è andata dalla conferenza sentendosi manipolata da quello che Walt e Marsheimer hanno indicato come il principale agente della lobby ebraica in America (l’AIPAC). Non è l’unica persona del suo popolo a nutrire questi sentimenti. Il sionismo ha raggiunto ormai quello stato di spaventoso eccesso che fa sospettare sia vicina una reazione. Se la delusione ebraica nei confronti di quel dio che ha fallito, che era il comunismo, è stata conosciuta come neoconservatorismo, l’attuale reazione ebraica nei confronti del sionismo può essere osservata nella moltiplicazione di figure di «ebrei che con orgoglio odiano se stessi» (1).

In risposta alla pubblicazione, su un periodico danese, di una serie di vignette antimusulmane nel marzo del 2006, un gruppo di israeliani ha organizzato un concorso di vignette antisemite. Gilad Atzmon, che ha descritto questo concorso sul suo sito web, trova naturale che «alcuni ebrei che si sentono eticamente motivati e che hanno abbastanza talento per esprimersi con efficacia abbiano deciso di alzare la voce» per  protestare contro quell’operazione coperta che aveva lo scopo di disgustare le opinioni pubbliche europee per la reazione musulmana alle vignette, e di renderle così disposte ad appoggiare persino un attacco nucleare agli impianti nucleari iraniani.

Atzmon afferma che «la condotta moralmente deteriorata dello Stato ebraico e delle lobby ebraiche che lo appoggiano in tutto il mondo» ha generato «un trionfo di ciò che chiamo l’orgoglioso odio di se stessi degli ebrei». Atzmon sta scherzando ma solo in parte.

Il nocciolo del suo discorso scherzoso è il lento diffondersi della disillusione nei confronti del sionismo da parte di molti israeliani. Proprio nel momento in cui Israele, attraverso chi agisce per sua procura, come l’AIPAC, ha un grande potere sul mondo gli ebrei, per i quali queste organizzazioni affermano di parlare, stanno andando incontro ad un periodo di profonda disillusione. Gilad Atzmon, il musicista israeliano che si è nominato come il portavoce per «l’ebreo-che-con orgoglio-odia-se-stesso», pensa sia proprio questa la figura «che condurrà alla sconfitta del sionismo israeliano e del sionismo globale». Originario di Israele, Atzmon è stato sottoposto alla propaganda sionista per tutta la sua vita, ha combattuto nell’esercito e infine un certo giorno si è scoperto disilluso. «Quel programma che aveva agito in modo tanto efficiente e che ancora funziona su gran parte dei miei ex connazionali, ha fallito nel mio caso. Non soltanto io avevo smesso di amarmi, ma avevo anche smesso di odiare i goym. Questo è successo quando per la prima volta mi sono accorto che in realtà non esiste alcun antisemitismo in giro. E in qualche modo, quando ho smesso di amarmi, ho anche iniziato a nutrire sospetti per l’intera versione ebraica della storia, sia quella sionista sia quella biblica. E non ho impiegato molto a iniziare a porre in questione anche il racconto ufficiale sionista dell’Olocausto».

La fede nel sionismo, come quella nel comunismo, è una proposta da prendere o lasciare in blocco. Quando il primo dubbio ha messo radici nella mente di Atzmon, l’intero edificio di credenze era destinato a crollare. La prima cosa che Atzmon mise in dubbio era il dogma che «l’odio nei confronti degli ebrei è un atto irrazionale di follia o è prodotto da qualche inconscio retaggio cristiano». A differenza di Ruth Wisse, che ha definito uno dei dogmi del giudaismo contemporaneo affermando che «l’antisemitismo non è diretto contro il comportamento degli ebrei ma contro la loro esistenza», Atzmon, iniziò a concepire «la possibilità che sentimenti antiebraici possano prodursi come risposta o rappresaglia nei confronti di atti commessi da ebrei». Infatti, continua, «il sionismo è mantenuto in vita dall’antisemitismo. Tolto l’antisemitismo non c’è alcuna necessità perché esista uno Stato ebraico che senza l’Olocausto non esisterebbe nemmeno». Secondo Atzmon, le organizzazioni ebraiche come l’AIPAC o l’ADL, «sono tutte abilissime nel fomentare l’odio contro gli ebrei». Quell’odio genera a sua volta paura ed è esattamente la paura a tenere l’ebreo medio schiavo della sinagoga di Satana.

Durante il suo ragionamento, Atzmon arriva alla conclusione che in quanto ebreo che «con orgoglio odia se stesso», lui non nutre odio né per gli ebrei né per il giudaismo, (che definisce in termini etnici). La sua polemica, piuttosto, è rivolta a ciò che chiama «Ebraicità… (Jewishness) la tendenza suprematista alimentata da un’errata interpretazione del codice giudaico, un’interpretazione materialista e secolarizzata. E’ l’ebraicità a dare forza al sionismo con uno zelo assassino, non il giudaismo». Atzmon chiama «ebraicità» ciò che Nicholas Donin e Joseph Pfefferkork o i padri Lemann avrebbero preferito chiamare Talmud, cioé l’ideologia razzista e messianica che è stata la principale guida per gli ebrei rivoluzionari lungo il corso della Storia. Capita a molti ebrei che hanno vissuto quest’esperienza di comprendere, un certo giorno, che il loro popolo è caduto sotto il controllo di una specie di oscura forza del male, per secoli. La forza di questo male è il Talmud. Il Talmud è il documento costitutivo della «sinagoga di Satana», l’organizzazione oscura che domina gli ebrei con la paura da duemila anni. Atzmon non è il solo deluso del sionismo.

Anche Yuri Sletkine afferma che «la Rivoluzione Sionista è finita. L’ethos originario di atletismo giovanile, belligeranza e risolutezza è ormai portata avanti soltanto da un’élite di vecchi e stanchi generali. Mezzo secolo dopo la sua fondazione, Israele ha una specie di lontana somiglianza con l’Unione Sovietica com’era mezzo secolo dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Gli ultimi rappresentati della generazione originaria di sabra sono ancora al potere. Ma i loro giorni sono contati».

Questa retorica della superiorità razziale è terribilmente fuori moda, anche quando è accompagnata dall’allestimento delle mostre sulle vittime dell’olocausto. La cultura dell’olocausto ha ritardato il conto finale ma oggi, all’inizio del 21 secolo, è ormai del tutto evidente che la retorica dell’omogeneità razziale e delle deportazioni etniche, che sono un tabù in ogni altra parte dell’Occidente, costituiscono invece un elemento di routine nella vita politica di Israele.

La rivelazione di questo fatto arriva a metà del film «Munich» di Steven Spielberg, quando il fabbricante di giocattoli ebreo che si è messo a costruire ordigni esplosivi si rivolge ad Avner Kauffman e gli dice: «Gli ebrei non devono comportarsi male perché i loro nemici lo fanno… Noi dovremmo essere giusti». Nel corso del film, anche Avner Kauffman arriva a realizzare la stessa cosa, la stessa che ha trasformato Gilad Atzmon in un «ebreo che con orgoglio odia se stesso».

A questo punto non è neppure chiaro se l’ebreo-che-odia-se-stesso possa sfruttare la sua disillusione nei confronti del sionismo per fuggire dalla dialettica della storia ebraica e al suo ciclo di illusioni e disillusioni messianiche. E’ necessario comprendere meglio che ciò che Atzmon chiama «ebraicità», non va considerata un’altra versione di appartenenza etnica, come l’appartenenza al popolo irlandese o polacco, ma è piuttosto un’ideologia, una deformazione talmudica del Logos, causa di grandi sofferenze lungo gli ultimi duemila anni di storia, soprattutto nella forma di fermenti rivoluzionari. La Chiesa cattolica ha sempre condannato l’antisemitismo, cioè l’odio rivolto al popolo ebraico, perché questo sentimento è intrinsecamente sbagliato. Si può aggiungere che l’antisemitismo è anche una risposta inadatta a ciò che Atzmon chiama «ebraicità». L’antisemitismo è in molti sensi, una forma di competizione all’ebraicità, e nulla può contro l’ebraicità perché l’ebreo non è una persona che possiede del DNA di Abramo nel suo sangue.

Anzi, la gran parte degli ebrei non sono neppure semiti. L’ebreo, nella misura in cui si appropria della propria ebraicità, è una costruzione teologica, è colui che ha rifiutato Cristo. Il Talmud è stato creato per tenere gli ebrei sottomessi ad una leadership che è esistita in varie forme nella storia (il Sinedrio, il Kahal, il Politburo, l’ADL, l’AIPAC). Ognuno di questi gruppi ha proposto un falso messia come antidoto e alternativa al vero Messia, e ognuno di essi ha provocato, nel corso della Storia, una reazione violenta o una violenta delusione. Nei venti anni che sono seguiti al 1648 si è visto svolgersi l’intero ciclo: i pogrom di Chmielnichi e Sabbetai Zevi sono stati la reazione (dei goym), la venuta del messia e la successiva disillusione.

Ci sono segnali che indicano che oggi stia per accadere nuovamente la stessa cosa. Sessant’anni fa, mentre l’impero comunista si espandeva sulla terra, gli ebrei che avevano dato un appoggio tanto fedele a Stalin cominciarono a sentirsi delusi dall’ideologia comunista. La stessa cosa accade oggi, con il sionismo, proprio nel momento in cui la lobby israeliana ha raggiunto il culmine del suo potere. Se è questo il caso, quali sono le scelte possibili? In uno dei suoi passi più criptici, Atzmon afferma che «la salvezza è la Masada dell’ebreo che con orgoglio odia se stesso».

Atzmon si riferisce al suicidio di massa che seguì l’insurrezione del 70 dopo Cristo contro Roma e che si concluse con la distruzione del Tempio. La versione di Masada del ventunesimo secolo potrebbe essere molto più drammatica, perché i sionisti disperati di oggi avranno a loro disposizione ordigni nucleari, e sarà perciò assolutamente necessario dissuadere questa gente dal trascinare con sé il mondo nel momento in cui precipiteranno in uno dei loro inevitabili periodi di delusione.

L’altra opzione che si offre loro è la conversione, un’opzione che è stata presente sin dal principio: conversione al Logos in tutte le sue forme, dal realismo filosofico sino ai principi dell’onto-teologia e all’accettazione di Gesù Cristo come il solo e unico Messia. Senza escludere un’altrettanto salda rinunzia a tutte le forme dell’inganno talmudico, compresa la liberazione sessuale, il razzismo, la politica messianica e la decostruzione filosofica.

(Continua…)

Michael E. Jones

(Su licenza esclusiva per EFFEDIEFFE del professor Michael E. Jones, tratto da «Culture wars», ottobre 2006 | traduzione EFFEDIEFFE.com)





1) Questo sembra il modo migliore di tradurre l’espressione «proud, self-hating jew», che alla lettera suona «orgogliosi ebrei che odiano se stessi». (Nota del traduttore)



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