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>  29 gennaio 2008
Cattolico in Israele

Egregio Direttore,

sono un cittadino italiano di religione cristiana (cattolica) residente in Israele da 25 anni.
Ho avuto la fortuna di studiare la lingua ebraica all'Università di Gerusalemme e ora insegno ebraico biblico a Gerusalemme cercando di trasmettere ai miei discepoli, oltre all'amore per la grammatica, anche l'amore per il testo sacro scritto in ebraico e per il popolo che fu il primo destinatario del messaggio divino.
Nel corrente mese di gennaio 2008, forse anche sotto l'impulso delle celebrazioni legate alla giornata della memoria, ho avuto modo di vedere che in Italia molte proposte di studio/ricerca/dialogo vengono fatte in vista di un più proficuo dialogo fra cristiani e ebrei.
Mi fa piacere e dispiacere allo stesso tempo vedere tutte le iniziative sul dialogo ebraico-cristiano che si svolgono in Italia.
Da un lato mi fa piacere vedere che nel nostro Paese c'è una buona sensibilità verso questo problema.
Mi dispiace il fatto che si parli sempre a senso unico e qui mi spiego: come forse non si sa a sufficienza qui la situazione dei cristiani è ben diversa da quella italiana e europea e non c'è nessuna sensibilità da parte ebraica di fare dialogo qui in terra d'Israele; non esiste un punto di riferimento civile e/o religioso con cui si possa dialogare a tutto campo.
Le basti sapere che qui a Gerusalemme succede normalmente (cioè non di rado) che ebrei religiosi (di religione ebraica, di passaporto israeliano e con rappresentanti in parlamento) sputano addosso ai cristiani.
A noi (me compreso) è già successo più di una volta solo in questo anno, nel cuore della città vecchia...
Pensi che uno di questi, colto in flagrante e fermato dalla polizia, si difendeva dicendo: "Ma sono solo cristiani"!
Queste parole le ho sentite io con le mie orecchie.
Inoltre si continuano a organizzare conferenze sull'antisemitismo dei cristiani (magari usando fondi "cristiani" devoluti per il dialogo) mentre qui è sentire comune che gli ebrei da sempre, quando ne hanno avuto la possibilità, hanno osteggiato i cristiani...
Del resto basterebbe leggere le fonti di matrice cristiana al riguardo a partire dagli Atti, i Padri e gli storici cristiani (fonti di parte ovviamente!)? per rendersi conto di questa situazione.
E intanto i cristiani continuano a fuggire da Israele senza che nessuno ne voglia assumere la responsabilità, anche parziale.
E non ho sentito ancora nessuna condanna, da parte dei rabbini, di questo stillicidio che obbliga i cristiani a fuggire dalla Terra Santa?
Un silenzio colpevole!
Ma non sarebbe il caso di re-impostare la questione del dialogo e delle sue difficoltà chiamandola in altro modo?
Ad esempio l'intolleranza o insensibilità di una maggioranza (cristiani in Europa e ebrei in Israele) verso una minoranza (ebrei in Europa e cristiani in Israele) che tende ad emergere?
Non posso accettare il fatto che tutte le iniziative vengano impostate come se da una parte ci fossero i buoni e dall'altra i cattivi.
Le segnalo un'altra cosa a mio avviso assai grave: l'appartenenza a Israele (religione e Stato) è segnalata sul passaporto!
Chi non è ebreo non è cittadino a pieno diritto quando si tratta di cercare un lavoro o una posizione nella società civile... i cristiani sono confinati nei loro quartieri e gli israeliani (di religione ebraica e passaporto israeliano) non si mescolano ad essi.
Si immagina se per essere italiani si dovesse essere cristiani, o peggio cattolici?
E i non cattolici cosa direbbero?
Non sarebbe discriminazione?
Io sono qui da 25 anni e ho fatto i miei studi all'Università ebraica (dove mi sono trovato benissimo) ma non sono cittadino israeliano solo perché sono cristiano.
In Italia dopo 25 anni di regolare permanenza si è ottenuta la cittadinanza e questo è valido anche per un cittadino israeliano che si trovi in questa situazione.
Quando verrà il giorno nel quale anche noi, cristiani di Gerusalemme, potremo rivolgerci all'autorità politica locale (come fecero gli ebrei romani all'indomani della conquista di Roma papalina) dicendo: ora non saremo più considerati cristiani o cattolici, bensì cittadini!
Altra mancanza di sensibilità assai grossolana è riscontrabile nel testo della preghiera quotidiana del pio ebreo.
Chi voglia pregare secondo la tradizione di Israele dovrà ogni giorno, anzi più volte al giorno, recitare le 18 "benedizioni".
La dodicesima di queste è, in realtà, una maledizione rivolta anche ai cristiani, anche se non esclusivamente a loro.
Il testo risulta a dir poco offensivo, per la sua sete di "vendetta immediata", per chiunque sia cresciuto in una mentalità di dialogo e rispetto reciproco: "Sradica, spezza, abbatti e piega presto, ai nostri giorni? Benedetto sei tu Signore, che spezzi i nemici e pieghi i superbi".
Spero che venga presto il giorno nel quale sarà tolto questo testo aberrante dall'educazione religiosa del pio israelita.
Trovo spesso "aggressive" le affermazioni di dialogatori ebrei (anche rabbini) italiani che continuano a dire che l'Occidente è antisemita.
Dopo decine di anni di dialogo su questo non posso essere d'accordo: l'Occidente non è più antisemita oggi di quanto l'attuale Israele non sia anticristiano.
Basti considerare le opportunità che vengono offerte agli ebrei in Europa e quelle offerte ai cristiani in Israele.
L'Europa attuale, cresciuta su radici cristiane, offre molto di più agli ebrei di quanto l'odierno Israele, di matrice giudaica, offra ai cristiani a partire dal delicato settore delle conquiste democratiche.
Bisogna proprio essere malevoli oppure muniti di paraocchi per non vedere questo.
Provare per credere!
Dunque credo che se vogliamo essere veritieri in questa "educazione interreligiosa" dobbiamo considerare anche il dialogo interreligioso in Israele e misurarci con quello che succede in Terra Santa, in particolare a Gerusalemme.
In altre parole la situazione di Israele deve fungere da termometro del dialogo.
Se vogliamo dialogare seriamente cominciamo anche da Gerusalemme e non solo da Roma.
Nella Città Santa un piccolo gruppo di persone volonterose stanno facendo i primi passi in questo senso anche se la situazione richiede tatto e accortezza.
Ma non possiamo aspettare oltre.

La saluto nella speranza che queste mie parole non cadano nel vuoto.

A presto.

Massimo P.


La cosa che mi stupisce è che lei si sia svegliato adesso, dopo 25 anni.
Ora forse capisce perché chiamo Israele il Quarto Reich.

Maurizio Blondet


>  29 gennaio 2008
La gaffe di Bush allo yad vashem

[...]No Bush piange di fronte a una foto aerea di Auschwitz, nel memoriale dell'olocausto in Israele.
"We should have bombed it", (avremmo dovuto bombardarlo) dice il commosso Bush. Bombardare Auschwitz?
Questo lascerebbe presupporre quell' "it", che il più stupido presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto ha incautamente pronunciato.
Bombardare Auschwitz con tutti i suoi prigionieri?
E quante volte?
E bravo Bush, così non ci sarebbero stati sopravvissuti: chi poteva scampare ai tedeschi sarebbe stato massacrato dagli americani.
Scandalo tra i presenti ebrei, compreso il presidente del memoriale.
C'è voluta la servetta nera di turno, la Condoleezza , per salvare il suo padrone spiegando che egli si riferiva alle "train tracks leading to Auschwitz, not the camp itself" (le linee ferroviarie che portavano al campo, non il campo stesso).[...]

Va detto che ci mancherà.
Dubito che il prossimo servo di Sion che abiterà la Casa Bianca ci farà ridere tanto.

M. A.


Era ubriaco come al solito.
Gli alcolizzati hanno le lacrime in tasca.

Maurizio Blondet


>  29 gennaio 2008
Filosofia del fallimento

Gentile direttore,

le segnalo un articolo molto interessante sull'Europa e la "cultura del fallimento".
www.foreignpolicy.com/story/cms.php

"In France and Germany, students are being forced to undergo a dangerous indoctrination. Taught that economic principles such as capitalism, free markets, and entrepreneurship are savage, unhealthy, and immoral, these children are raised on a diet of prejudice and bias. Rooting it out may determine whether Europe's economies prosper or continue to be left behind".

Christian N.


Foreign Policy (del CFR mondialista) accusa i libri di testo europei di insegnare pregiudizi anti-liberisti al giovinetti.
Israele accusa i palestinesi di diffondere libri scolastici con pregiudizio antisemita.
Finisce che ci bombardano le scuole.

Maurizio Blondet


>  29 gennaio 2008
Che strada scegliere

Caro Direttore,

Le scrivo, innanzitutto per renderLe omaggio al gran lavoro, quello di salvaguardare una libera informazione.
Le scrivo poi, per chiederLe un umile indicazione ad uno studente-lavoratore.
Sono al terzo anno del mio percorso di studi universitario, nel campo della comunicazione e del marketing.
L'ambiente universitario non mi è mai calzato a pennello, in questi anni, però ho avuto un buon scambio culturale con i docenti.
Alcuni di loro, veri lumi in un'Italia universitaria piena di ombre.
Ho avuto il piacere di conoscere, così, un Lavarini, che della sociologia ha fatto la propria bandiera. Da questa conoscenza universitaria, ho potuto comprendere la mia passione per la "conoscenza della società".
Avrei intenzione di terminare gli studi, con la specialistica in Ambiente, Società e Territorio alla storica Sociologia di Trento.
Corso compatibile con la laurea breve che sto per completare.
A questo punto, Le chiedo: "Sarà mai possibile che, uno studente appassionato alla sociologia, o comunque ad un determinato sapere umano, venga criticato perchè in quel sapere non ci sarà lavoro? O perchè gli studenti di quelle facoltà vengono categorizzati come fannulloni?".
Nel caso mio particolare, lavoro come professionista in vari settori della comunicazione ed in futuro vorrei gestire la mia azienda (in cooperazione, magari) prima e, poi, condividere altri progetti comprendenti l'azienda di famiglia (settore commercio edile e ceramico).
Credo che, nel mondo cambiante attuale, avere conoscenze sia pratiche che teoriche per conoscere la società, sia di fondamentale importanza per gestire a lungo termine imprese famigliari o comunque, per sviluppare progetti imprenditoriali con valore per la comunità territoriale di riferimento.
Non tutti possono avere vocazione per la scienza, di questo me ne sono reso conto.
Non bisogna dimenticare, però, che gli aspetti gestionali richiedono un complesso sapere matematico, logico, o tecnico, che sia valore per una corretto funzionamento della nostra azienda.
Comunque, ho deciso di muovermi più sul campo culturale e sociale, che sul campo di un sapere tecnico (ingegneria, architettura, etc.) non perchè non ne fossi all'altezza, ma perchè sentivo più mia la padronanza di un specifico sapere umanistico, votato verso la comunicazione e la società...
Senza tediare ulteriormente, Le chiedo di esprimere un parere personale, non un consiglio, ma delle parole che illuminino qualche ombra nascosta...

Cordiali Saluti

Michele G.


Una volta il filosofo Vittorio Matheu ha consigliato: "Se lo vuoi davvero, studia il tibetano. Ci sarà sempre un posto per chi sa benissimo il tibetano".
Perfino in Italia.
Secondo me, non è utile scegliere gli studi pensando agli sbocchi invece che a ciò che interessa.
Tanto, la vita è una roulette: centinaia di ingegneri nucleari della mia generazione adesso sono all'estero, o nel "commerciale" più vario.
Eppure sembrava la scelta sicura.
Nella roulette della vita, è bene non barare con se stessi fin dall'inizio.

Maurizio Blondet


>  29 gennaio 2008
Filosofia del fallimento

Gentile direttore,

le segnalo un articolo molto interessante sull'Europa e la "cultura del fallimento".
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Christian N.


Foreign Policy (del CFR mondialista) accusa i libri di testo europei di insegnare pregiudizi anti-liberisti al giovinetti.
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Maurizio Blondet


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