guardi qui sotto che cosa scrive il noto propagandista israeliano Daniel Pipes.
M. M.
Smettiamo di finanziare l'Autorità palestinese di Daniel Pipes
Tratto da liberal.it del 25 gennaio 2008
Da quando Hamas si è impossessata di Gaza nel giugno scorso, elargire denaro a Mahmoud Abbas e all'Autorità palestinese per conseguire la pace è divenuto un pilastro della politica occidentale, inclusa quella israeliana. Ma questo rubinetto aperto ha sortito dei risultati controproducenti e va chiuso con una certa sollecitudine. Alcuni antefatti: Paul Morro del Servizio Ricerche del Congresso USA riferisce che, nel 2006, l'Unione Europea e i suoi Paesi membri hanno dato 815 milioni di dollari all'Autorità palestinese, mentre gli Stati Uniti, di milioni di dollari, ne hanno inviati 468. Inclusi i finanziamenti offerti da altri donatori, l'incasso complessivo ammonta a circa un miliardo e mezzo di dollari. La manna continua a fioccare. A ottobre, il presidente George W. Bush ha chiesto di incrementare la cifra di 77 milioni di dollari per "devolverli" entro i primi mesi del 2008. Il Dipartimento di Stato ha giustificato questa munifica somma sulla base del fatto che essa "consolida un impellente e cruciale bisogno di supportare il nuovo governo dell'Autorità palestinese che tanto gli Stati Uniti quanto Israele considerano un autentico alleato per la pace". Nel corso di una recente udienza, Gary Ackerman, presidente del sottocomitato della Camera sul Medio Oriente e sull'Asia del Sud, ha approvato la proposta di donazione supplementare. Non contenta di spendere il denaro dei contribuenti americani, in dicembre, il segretario di Stato Condoleeza Rice ha lanciato una "partnership pubblico-privata tra gli Stati Uniti e i palestinesi", coinvolgendo finanzieri del calibro di Sandy Weill e di Lester Crown, per foraggiare come asserisce la Rice "progetti che riguardano direttamente i giovani palestinesi e che siano in grado di prepararli a una futura assunzione di responsabilità e leadership". Un rapporto mostra che nel 2007 l'Unione Europea ha convogliato ai palestinesi circa 2 miliardi e mezzo di dollari. Nell'ottica di una prospettiva di lungo periodo, alla Conferenza dei donatori per l'Autorità palestinese, tenutasi il mese scorso a Parigi e cui hanno partecipato una novantina di Paesi, Abbas ha annunciato di voler conseguire l'obiettivo di raccogliere la somma di 5 miliardi e 800 mila dollari in aiuti finanziari per i prossimi tre anni, dal 2008 al 2010 (utilizzando la stima più attendibile della popolazione composta da un milione e 350mila palestinesi che vivono in Cisgiordania, si raggiunge la sbalorditiva somma di oltre 1.400 dollari l'anno pro-capite, all'incirca ciò che un egiziano guadagna annualmente). Appoggiato dal governo israeliano, alla Conferenza dei donatori Abbas ha trovato quasi per intero quella somma per il 2008. Un buon accordo se funziona, non è vero? Alcuni miliardi di dollari per porre fine a un pericoloso conflitto secolare sono in realtà un'occasione da non perdere. Ma uno studio innovativo condotto da Steven Stotsky, un analista del Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America (Camera), rileva che un afflusso di denaro ai palestinesi sortisce storicamente l'effetto opposto. Basandosi sui dati forniti dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e su altre statistiche ufficiali, Stotsky compara due diagrammi, partendo dal 1999, riguardanti gli aiuti relativi al budget fornito annualmente all'Autorità palestinese e l'ammontare degli atti di violenza perpetrati ogni anno dai palestinesi (includendo tanto le attività criminose e terroristiche quanto le vittime israeliane e palestinesi). Il risultato è impressionante: per farla breve ogni 1, 25 milioni di dollari in aiuti relativi al budget si traducono in una vittima l'anno. Moltiplicando la cifra per i miliardi di aiuti la cifra è da brividi. Come osserva Stotsky "Queste statistiche non stanno a indicare che gli aiuti stranieri sono causa di violenza; ma esse sollevano degli interrogativi in merito all'efficacia di utilizzare le donazioni provenienti dall'estero per promuovere la moderazione e combattere il terrorismo". L'operato palestinese si conforma a uno schema più ampio, come osservato da Jean-Paul Azam e Alexandra Delacroix in uno studio universitario del 2006, Aid and Delegate Fight Against Terrorism. I due infatti rilevano "un ottimo risultato empirico comprovante che l'offerta di attività terroristiche da parte di qualunque Paese è del tutto correlata con la quantità di aiuti stranieri ricevuti da quel Paese" - vale a dire più aiuti stranieri, più terrorismo. Se tali studi procedono in direzione diametralmente opposta alla supposizione convenzionale che l'indigenza, la disoccupazione, la repressione, "l'occupazione" e il senso di malessere inducono i palestinesi alla violenza, essi non fanno altro che suffragare la mia argomentazione di vecchia data in merito al fatto che "l'euforia palestinese" rappresenta il problema. Maggiori finanziamenti riceveranno i palestinesi, più forti essi diventeranno, e più motivati saranno a imbracciare le armi. Un'interpretazione rovesciata dell'economia di guerra è prevalsa in Israele sin da quando presero il via i negoziati di Oslo, nel 1993. Piuttosto che privare i loro nemici palestinesi delle risorse, gli israeliani hanno seguito le riflessioni mistiche di Shimon Peres, specie il suo tomo del 1993 dal titolo "The New Middle East", per conferire loro più potere a livello economico. Come scrissi nel 2001, ciò "equivale a inviare le risorse al nemico, mentre ancora si combatte: e non è un'idea molto brillante". Piuttosto che finanziare ulteriormente la bellicosità palestinese, i Paesi occidentali, a partire da Israele, dovrebbero bloccare tutti gli aiuti finanziari destinati all'Autorità palestinese.
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