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>  28 gennaio 2008
Camorra e Potesta'
Caro Blondet,

innanzitutto le chiedo scusa se ultimamente mi permetto di scriverle un po' troppo spesso.
D'altra parte gli argomenti che lei tratta offrono infiniti spunti di riflessione, anche per la particolare angolazione dalla quale li affronta.
E poi a me non interessa la pubblicazione o meno del mio contributo, quanto la discussione e il dialogo con lei.
Noto che più di un suo lettore suggerisce di annettere al Maghreb i territori nominalmente "italiani" posti sotto il 44° parallelo, onde liberarsi una volta per sempre dalla corruttela terronica. Padronissimo di pensarlo.
Mi si permetta, tuttavia, qualche doverosa precisazione.
Ogni potere, perfino un potere criminale come quello camorristico, ha la possibilità di trarre una sua "legittimità di esercizio" per il semplice fatto che continua a esistere, tanto più se la pratica di questa "potestas" non conosce seri ostacoli.
Un paragone calzante potrebbe essere quello con l'erba infestante che invade un giardino: se essa non viene estirpata subito, e radicalmente, finisce per occupare tutto il terreno disponibile, sottraendo luce e nutrimento alle piante non nocive, o addirittura utili e benefiche, non dotate della stessa forza invasiva.
In altre parole, dubito che la soluzione contro la camorra o le altre forme del crimine organizzato possa essere di tipo "moralistico": l'appello ai cittadini meridionali perché "si ribellino" alle mafie mi sembra, nel migliore dei casi, un'arma spuntata, se non un artificio retorico assai comodo per chi non vuole affrontare seriamente il problema.
Questo approccio, inoltre, permette l'insorgere dei facili razzismi di cui sopra.
Infatti il crimine non si sconfigge, ovviamente, con paternalistiche esortazioni; sicché è fin troppo agevole, poi, deprecare gli sporchi terroni che non si liberano dei boss e dei loro affiliati.
Invece, come lei ha giustamente osservato più volte, pregi e difetti umani non derivano dalla "razza" o dalla "natura", ma dalla "cultura"; e la cultura è un habitus delicato e fragile, che va continuamente riaffermato e rinsaldato.
La mafia, dunque, è un problema innanzitutto militare, e deve essere estirpato manu militari: con stati d'assedio e fucilazioni, a partire dal "capo dei capi" scendendo fino agli esecutori materiali degli agguati mortali.
Diversamente non accadrà mai nulla di veramente significativo: chi nascerà in certi contesti, pesantemente condizionati da abitudini e mentalità camorristiche, continuerà a crescere nella convinzione che i modelli "culturali" di riferimento - quelli giusti, vincenti - siano rappresentati dall'arroganza assassina del don di turno, dalla tracotanza teppistica dei comparielli, dal pietismo ambiguo e grondante sangue dei neomelodici, che nelle loro nenie piangono i figli 'e mamma ospiti di Poggioreale o dell'Ucciardone.
Però non vorrei essere frainteso, caro direttore.
Il mio non è un discorso "giustificazionista": chi delinque, anche se lo fa in un contesto ad alta densità criminale, è e resta un delinquente che va punito.
Nessuna riserva, nessuna ambiguità è possibile su questo punto.
Desidero piuttosto porre unproblema "antropologico" o, se preferisce, politico: la "tolleranza zero" verso la criminalità organizzata - ripeto, manu militari, se necessario - è l'unico modo per evitare che il coraggio e l'intelligenza di molti giovani nati in terra di mafia si perdano e degenerino in un coraggio da cani omicidi e in intelligenza dedita alla sapiente organizzazione del male.
Ritengo si tratti di un'osservazione di elementare buon senso.
Ma so già, come sa anche lei, che la politically correctness renderà assai remota la possibilità di un simile sussulto morale.
Inoltre anche la storia ci rema contro.
Lo Stato italiano da sempre - al di là delle affermazioni di principio, per l'appunto vuote e retoriche - ha "appaltato" la gestione di ampie zone dell'Italia meridionale alle Piovre, da Garibaldi in poi.
In questo atteggiamento, credo, c'è stato anche un cinico calcolo politico: tanto, finché resta "Cosa Nostra", la mafia è "Cosa Loro", dei terroni.
Ma si è trattato di un cinismo stupido, miope, assai poco lungimirante: le varie "onorate società", non essendo state realmente combattute, a furia di lassez faire lassez passer sono diventate sempre più potenti e hanno esteso sempre di più il loro raggio di azione, fino ad aggredire anche le regioni abitate da uomini alti, biondi e di gruppo A, per usare le parole di un suo lettore colpito da repentini accessi di imbecillità.
Quando gli "ariani" si sono trovati il mostro in casa, naturalmente, e giustamente, ne hanno provato orrore.
Ritengo sia questo uno dei motivi del rapido successo conosciuto dalle Leghe due decenni or sono.
Un'ultima domanda è d'obbligo.
Ammesso pure che, sconfiggendo il pensiero politicamente corretto, si riuscisse ad affermare la legittimità di un'azione di forza contro la criminalità organizzata, avremmo poi veramente interesse a metterla in atto?
Mi spiego meglio: siamo, noi abitanti dello Stivale, una "comunità di destino", o no?
Desideriamo realmente risolvere il problema delle mafie, oppure riteniamo più opportuno star lì a rinfacciarci i reciproci torti, veri o presunti?
Preferiamo dividerci in due fazioni, di accusatori e di difensori, oppure comprendere per poi saper agire?
La dolorosissima questione della spazzatura è stata la cartina di tornasole della pochezza mentale italiota: essa, infatti, ha finito con il riproporre la contrapposizione terroni-polentoni, i dibattiti su solidarietà e pietismo, laddove sarebbe stato assai meglio assumerla come questione nazionale.
Le criminali responsabilità di camorristi e amministratori locali nello sfascio campano sono evidenti e gravissime: possono e devono essere denunciate, senza sconti e attenuanti.
Tuttavia la storia dei rifiuti in Campania non riguarda soltanto coloro che abitano fra Gaeta e Sapri.
E' noto, infatti, l'intreccio di interessi loschi fra molte imprese del Centro-Nord e la camorra. Roberto Saviano parla addirittura di trattative abitualmente intavolate dagli imprenditori con intermediari contigui alla criminalità organizzata per lo smaltimento illegale, a basso costo, di rifiuti ad altissima tossicità.
Ora, se noi siamo veramente una "comunità di destino", certe cose dobbiamo avere il coraggio di raccontarcele: non per giustificarci o per accusare, non per scaricarci reciprocamente addosso le responsabilità, ma per capire.
Ma lo siamo veramente?

Lorenzo T.
Napoli


Ho detto e ripetuto che la mia stima per la classe dirigente del Nord è molto bassa: spero che lei ne prenda atto; altri lettori del sud sono sordi da quell'orecchio, quasi io fossi un laudatore di Bossi e Calderoli.
Ripeto, non lo sono, ma c'è pure qualche differenza nella gestione della spazzatura al Nord e in Campania.
Certo, condivido alcune delle sue dolorose riflessioni: ovviamente non sarà mai usata la forza necessaria per portare la legalità in Campania.
E i napoletani onesti sono ostaggio della malavita e dei loro politici, e dovrebbero invocare la liberazione attraverso l'esercito.
Però, scusi, eccepisco sul fatto, ancorchè gravissimo, dei rifiuti ad alta tossicità smaltiti in Campania da aziende nordiche.
Non mi pare che le montagne di monnezza che coprono Napoli siano rifiuti industriali altamente tossici, ma rifiuti domestici che non vengono spazzati.
Sono due problemi diversi, ed in questo momento il più urgente è il secondo.
Cerchiamo di mantenere le distinzioni.
E perché non vengono smaltiti nell'emergenza?
Perché a Pianura non voglio la riapertura della discarica.
Avranno anche le loro ragioni, ma anche questo è particolarismo secessionista, e del tutto interno alla Campania.
Prima di chiedere a me se l'Italia è o no una comunità di destino, lo chieda ai suoi concittadini.
Mi spiace, ma devo aggiungere che la Lombardia sta dando molto alla comunità di destino.
Ogni cittadino lombardo subisce un passivo di 6 mila euro l'anno, nel calcolo tra le tasse che paga e i trasferimenti che riceve da Roma; ogni napoletano invece, in questo calcolo, gode di un notevole attivo.
Ciò vuol dire che il Nord paga molte delle sue tasse per vederle trasferire al Sud.
E che ogni lombardo ha 6 mila euro l'anno in meno di quel che avrebbe se non dovesse contribuire alla "comunità di destino": e ci sono poveri anche in Lombardia.
I mancati pagamenti di tributi sono il quintuplo a Napoli che a Milano.
La cittadina di Inverigo, 70 mila abitanti, paga più tasse di Napoli, e così via.
Si vorrebbe almeno vedere la coscienza di questo, e non bruciare autopompe.
E magari, non sentir proclamare la propria "autonomia" regionale.

Maurizio Blondet

 
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