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>  05 marzo 2008
La paura e la speranza

Un lettore ci segnala l’anticipazione di Tremonti (Il Corriere della Sera, 4 marzo 2008) del suo nuovo libro di “La paura e la speranza”, Mondadori editore.
Sorprendenti le analogie con quanto già sostenuto, nel 2004, dal nostro direttore Blondet in “Schiavi delle banche”.


La paura e la speranza

Lo choc dei prezzi
Dall’Asia un miliardo di consumatori in più, ma l’offerta non cresce. E lo choc dei prezzi è globale

Insicurezza
La garantita sicurezza nel benessere si sta trasformando in insicurezza sociale
E’ finita in Europa l’ “età dell’oro”.

E finita la fiaba del progresso continuo e gratuito.
La fiaba della globalizzazione, la “cornucopia” del XXI secolo.
Una fiaba che pure ci era stata cosi ben raccontata.
II tempo che sta arrivando è un tempo di ferro.
I prezzi - il prezzo delle merci e del petrolio, il prezzo del denaro e degli alimentari - invece di scendere, salgono.
Il “low cost” può ancora essere un viaggio di piacere, ma non la spesa di tutti i giorni.
Un viaggio a Londra può ancora costare meno di 20 euro, ma una spesa media al supermercato può costare ben più di 40 euro.
Come in un mondo rovesciato, il superfluo viene dunque a costare assurdamente meno del
necessario.
Cosa è successo?
E’ successo che in un soffio di tempo, in poco più di dieci anni, sono cambiate la struttura e la velocità del mondo.
Meccanismi che normalmente avrebbero occupato una storia di lunga durata, fatta da decenni e decenni, sono stati prima concentrati e poi fatti esplodere di colpo.
Come si e gia visto in tante altre rivoluzioni, quella della globalizzazione e stata preparata da illuminati, messa in atto da fanatici, da predicatori partiti con fede teologica alla ricerca del
paradi-so terrestre.
II corso della storia non poteva certo essere fermato, ma qualcuno e qualcosa - vedremo chi e che cosa - ne ha follemente voluto e causato l’accelerazione aprendo come nel mito il “vaso di Pandora”, liberando e scatenando forze che ora sono difficili da controllare.
E’ cosi che una massa di circa un miliardo di uomini, concentrata prevalentemente in Asia, è passata di colpo dall’autoconsumo ai consumi, dal circuito chiuso dell’economia agricola ai circuiti aperti dell’economia di “mercato”.
E’ una massa che prima faceva vita a sè: coltivava i suoi campi e allevava i suoi animali per nutrirsi; raccoglieva la sua legna per scaldarsi; non aveva industrie.
Ora è una massa che non è più isolata, che comincia a vivere, a lavorare, a consumare più o meno come noi e insieme a noi, attingendo a quella che una volta era la nostra esclusiva riserva
ali-mentare, mineraria, energetica.
E’ una massa che non ha ancora il denaro necessario per comprare un’automobile, ma ha già il denaro sufficiente per comprare una moto, un litro di benzina o di latte, un chilo di carne.
I cinesi, per esempio, nel 1985 consumavano mediamente 20 chilogrammi di carne all’anno, oggi ne consumano 50.
Se il numero dei bovini da latte o da carne che ci sono nel mondo resta fisso, ma sale la domanda di latte o di carne, allora i prezzi non restano uguali, ma salgono anche loro.
E lo stesso vale per i mangimi vegetali con cui si allevano gli animali e, via via salendo nella scala della rilevanza economica, per quasi tutti i prodotti di base tipici del consumo durevole e poi per tutte le materie prime necessarie per la nascente e crescente produzione industriale: l’acciaio, il carbone, il petrolio, il gas, il cotone, le fibre, la plastica per far funzionare le industrie.
La squadratura che si sta cosi determinando, tra offerta che resta fissa e domanda che cresce, ha avuto e avrà nel mondo un effetto strutturale sostanziale: la salita globale dei prezzi.
E dunque del costo della vita.
Non solo per quelli che nel mondo sono relativamente più ricchi, negli USA o in Europa, ma anche per quelli che sono relativamente più poveri, in Africa.
Può essere che recessioni economiche o nuove scoperte minerarie o invenzioni rallentino questa salita, ma sarà solo nel breve periodo, solo per un po’ di tempo.
Poi, se il funzionamento del meccanismo non sarà rallentato, la forza crescente della domanda tornerà a prevalere sulla quantità limitata dell’offerta.
Procedendo per inevitabili linee di rottura, la globalizzazione ci ha dunque gia presentato il suo primo conto con lo shock sui prezzi e con il carovita.
Ma questo e solo l’inizio.
Perchè la globalizzazione sta cominciando a presentare anche altri conti: il conto della crisi finanziaria; il conto del disastro ambientale; il conto delle tensioni geopolitiche che, pronte a scatenarsi, si stanno accumulando nel mondo.
E infatti già cominciata la lotta per la conservazione o per il dominio delle risorse naturali e delle aree di influenza.
Nuove tensioni si sviluppano lungo linee di forza che vanno oltre i vecchi luoghi della storia, oltre i vecchi passaggi strategici.
Dalla superficie terrestre fino all’atmosfera, dal fondo del mare fino alle calotte polari, le “nuove” esplorazioni strategiche, fatte sul fondo marino o ai poli, le conseguenti pretese di riserva di proprietà “nazionale”, non sono già segni sufficienti per capirlo?
Quando la storia compie una delle sue grandi svolte, quasi sempre ci troviamo davanti l’imprevedibile, l’irrazionale, l’oscuro, il violento e non sempre il bene.
Già altre volte il mondo e stato governato anche dai demoni.
In Europa, per la massa della popolazione - non per i pochi che stanno ai vertice, ma per i tanti che stanno alla base della piramide - il pa-radiso terrestre, l’incremento di benessere portato dalla globalizzazione è comunque durato poco, soltanto un pugno di anni.
Quello che doveva essere un paradiso salariale, sociale, ambientale si sta infatti trasformando nel suo opposto.
Va a stare ancora peggio chi stāva giā peggio.
Sta me-glio solo chi stava già meglio.
E non è solo questione di soldi.
Perchè la garantita sicurezza nel benessere che sarebbe stato portato dalla globalizzazione si sta trasformando in insicurezza personale, sociale, generale, ambientale.

Giulio Tremonti





 
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