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ANSA: GOVERNO OLMERT FA STORIA, PROGETTA CITTA' ARABA di Aldo Baquis TEL AVIV - Il governo di Ehud Olmert ha scritto ieri una pagina di storia quando, per la prima volta dalla fondazione dello stato di Israele (1948), ha annunciato la progettazione di una nuova città destinata alla popolazione araba. In passato lo status di 'citta'' era stato riconosciuto dal governo a villaggi arabi (in Galilea e nel Neghev) divenuti col tempo molto popolosi. Ma in questa occasione si tratta della progettazione a tavolino di una nuova città, moderna, razionale, in grado di garantire servizi efficienti. "Questa decisione - ha detto il premier Ehud Olmert - rappresenta un punto di riferimento importante per le relazioni fra ebrei ed arabi". Il ministro degli interni Meir Shitrit (Kadima) ha notato che il prezzo delle abitazioni sarà alla portata delle giovani coppie "che potranno vivere là come in ogni altra località moderna al mondo". La zona prescelta è quella di Jdeida al-Machr, dove oggi vivono 16 mila persone. Jdeida fu fondata nel sedicesimo secolo da arabi giunti dalla Siria. Al-Machr, contemporanea, fu fondata da una popolazione giunta dal Libano. Nelle loro terre c'é una zona di interesse archeologico. Il nuovo centro urbano è concepito per altri 15 mila abitanti: in pochi minuti saranno ad Akko (S. Giovanni d'Acri), in venti minuti a Haifa. Le opportunità di svago, di studio e di lavoro saranno abbondanti. Fra la popolazione araba le prime reazioni sono positive, ma improntate a cautela. I processi di urbanizzazione della popolazione araba (oltre un milione di persone su un totale di sette milioni di abitanti) richiedono almeno due città nuove, pensa Thabet Abu Ras, dell'Università di Beer Sheva. Una dovrebbe essere nel Neghev settentrionale, l'altra nella Bassa Galilea. Per il deputato comunista Hanna Sweid, l'iniziativa non è sbagliata ma, a suo parere, sarebbe preferibile una città 'multi-culturale', cioé arabo-ebraica. Shauki Khatib, massimo esponente della popolazione araba in Israele, avverte che la priorità immediata per la sua comunità è quella di salvare decine di migliaia di case definite 'illegali' dalle autorità. "Prima si fermino le ruspe - dice - poi penseremo alla nuova città ". A suo parere, per la popolazione della Galilea sarebbe preferibile non una nuova città, ma una catena di 'villaggi omogenei' per giovani arabi, immersi nella natura, così come il governo israeliano appronta per i giovani ebrei. Alla origine dello scetticismo della minoranza araba vi sono passate promesse - rimaste spesso sulla carta - di accrescere il numero degli arabi impiegati negli enti governativi. Qualcuno sospetta poi che Shitrit, con la sua energica 'lobby' per la città araba, cerchi in realtà di rastrellare sostegni per il suo partito, Kadima. I prossimi mesi saranno determinanti. Occorrerà verificare se effettivamente fra i pianificatori della città saranno inclusi esperti arabi, così come viene richiesto. Poi, a dicembre, bisognerà vedere se i progetti saranno stati completati e approvati dal governo. Ad ogni modo, conferma il deputato Ahmed Tibi, quella di ieri è stata davvero "una decisione positiva". Tutto questo mi ricorda le “cronache dei regimi” comunisti: il lager che riceve la visita rara della Croce Rossa, i detenuti sorridenti e che sventolano bandierine rosse, che dichiarano di essere trattati benissimo; gli aguzzini che si prendono cura dei loro prigionieri come mamme amorose; nelle linde cucine, cibo abbondante e sano; nelle baracche, pulizia immacolata. Foto-ricordo in gruppo, con gli “zek” sorridenti e felici perchè ricevono la “rieducazione” e imparano la civiltà bolscevica. Poi la Croce Rossa se ne va’. Il motivo vero per cui Olmert mette in cantiere la città-modello per gli “zek” del Gulag israeliano, è presto detto. Il generale americano a riposo James Jones, incaricato mesi fa da Condy Rice di controllare l’attuazione del processo di pace di Annapolis (magari qualcuno se lo ricorda), allo scopo di delineare un piano di stabilizzazione della Cisgiordania, dopo mesi di esperienza sul campo ha preparato il suo rapporto: e questo rapportop è “estremamente critico delle azioni israeliane nei Territori”. Chi ha letto il rapporto (che già circola in poche copie al Dipartimento di Stato), lo definisce “scathing” (tagliente) e “harsh” (durissimo). La nota lobby in Usa si sta attivando perchè il rapporto di Jones non veda mai la luce, perchè “dà una cattiva immagine di Israele” (make Israel look bad); in Sion, il povero Olmert allo stesso scopo annuncia la costruzione di baracche-modello per i suoi cari palestinesi, del cui benessere tutto Israele è angosciato. La fonte: Amos Harel, “israel fears scathing US report on its West Bank policies”, Haaretz, 22 luglio 2008. Inoltre, il benemerito gruppo ebraico B’t Selem – dopo aver parlato con 73 prigionieri palestinesi nelle linde galere di Giuda - ha denunciato che la tortura vi viene praticata “regolarmente”. Durante gli interrogatori, 54 su cento hanno subito privazione del sonno, il 73 per cento hanno ricevuto cibo scarso e cattivo, il 64 per cento sono stati tenuti in stato di deprivazione sensoriale, 49 su cento sono stati picchiati, altri 64 su cento minacciati dell’arresto della loro famiglia e dell’abbattimento della loro casa. Ma anche questo lo facevano già nel Gulag sovietico. Regolarmente, tranne nei rari giorni di visite internazionali. Maurizio Blondet
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