Pecoraro Scanio è il nostro perfetto rappresentante.
E’ lui che ci meritiamo.
E’ quel che finisco per credere quando ricevo l’ennesima mail che, a proposito dell’emergenza-monnezza, mi informa di quanto siano pericolosi gli inceneritori e termovalorizzatori.
Non sono lettere sgarbate né rozze, tutt’altro; sono piene di dati tecnici, sono «ragionevoli», o almeno raziocinanti: gli inceneritori hanno un bilancio energetico negativo, emettono diossina, anch’essi producono rifiuti, chi abita vicino si ammala di cancro, tutto ciò è comprovato dal rapporto che allego e che la prego di leggere…Ragazzi, lo so.
Volete che non lo sappia?
Vi dirò di più: sono convinto, come Woody Allen, che «la vita è cancerogena».Letteralmente vero: la vita è il primo fattore predisponente al tumore.
Viene prima del fumo e dell’esposizione a sostanze chimiche.
Se non si è vivi, si è esenti dal cancro.
Si può dire ancora di peggio: la vita è il massimo fattore di rischio.
E che rischio, ragazzi: mortalità 100%.
Molto più della peste bubbonica, della guerra e di ogni altra catastrofe.Questo paradosso - a questo servono i paradossi - serve a rivelare ad absurdum cosa nasconde questa voglia di sicurezza assoluta, di assoluta sanità ecologico-medica e assicurativo-previdenziale: un’inconsapevole volontà di morte.E’ la pulsione di morte collettiva che possiede la nostra società intera, la società dell’uomo-massa. Spiace dirlo a quei lettori raziocinanti e cortesi, tutt’altro che cafoni: ma il loro è il tipico modo di essere dell’uomo-massa.
Dell’uomo per cui vivere è «essere quello che già è».
Del bambino viziato dalla storia, venuto in un mondo fatto di sicurezze duramente conquistate dai nostri padri ed avi, e che dà per scontate, credendo addirittura di averne «diritto».
E che, per questo, sta distruggendo proprio le condizioni della vita sicura, ossia della civiltà.Questi raziocinanti vivono in una sorta di irrealismo, che fa piangere.
Non capiscono che l’alternativa agli inceneritori è quella che vediamo a Napoli, e presto avremo in tutta Italia: le montagne di rumenta nelle strade e nelle discariche.
Eppure è un caso chiaro di «male minore», uno di quei casi in cui la scelta politica è abbastanza facile.
Non è sempre così, anzi non lo è quasi mai.
Quasi mai la decisione politica è fra un bene e un male - allora sarebbe facilissima - né fra un «maleminore» ed uno maggiore.
Ogni decisione presa per la collettività ha le sue contro-indicazioni.
Sia un nuovo tratto d’autostrada, una ferrovia, una qualunque infrastruttura, c’è qualcuno che ne viene danneggiato.
Che viene espropriato di terreni, che perde il silenzio in casa sua o qualche comodità.
Per vantaggi ipotetici o che non lo riguardano.Ogni decisione politica contiene un rischio e un «contro».
Il vantaggio che promette può non realizzarsi, il calcolo può rivelarsi sbagliato.
Scegliere fra armamento e disarmo, scegliere tra tassare i salari o i consumi, scegliere l’imposizione diretta o indiretta, scegliere se dare risorse più alle pensioni o alla ricerca, comporta il rischio di errore - anche nell’ipotesi dei politici più onesti e responsabili.
E’ il rischio inerente alla vita.
Ma il rischio peggiore sono i politici disonesti e irresponsabili, che l’uomo-massa vota perché lo adulano nei suoi vizi.L’uomo-massa non esisteva nel ‘300 o nel ‘500.
E perché?
Perché la vita era fatta, per il tipo d’uomo che oggi è uomo-massa, di limiti e restrizioni.
Vivere era soffrire e mancare del necessario, e soprattutto di ogni sicurezza.
Provate a mettervi nei panni di un contadino del ‘300.
Se era così fortunato da possedere una mucca, la mungeva con la coscienza assillante che quel latte era tutto il suo cibo per sé e la sua famiglia, e che se la mucca si ammalava non avrebbe avuto niente da mangiare.
Né un’assistenza sociale a cui rivolgersi, né contributi europei a compenso della perdita.Una grandinata, una ferita del capofamiglia, significava lo spettro della mendicità.
Un’appendicite era la morte nel 50% dei casi.
Un mal di denti comportava un’estrazione fatta da un cavadenti alla fiera, senza anestesia e senza asepsi, con ascesso in corso.
Una bocca sdentata verso i 30 anni era la regola, si imparava a biascicare il pane duro con le gengive, e se ne ringraziava Dio.
Il sacrificarsi per i familiari era anch’essa la norma, fino ad ingobbirsi e a deformare il corpo nella fatica, abituati al dolore e alle sciagure.
Il parto portava a morte spessissimo giovani spose sedicenni.
I bambini morivano altrettanto spesso nei primi mesi, falciati da malattie gastro-intestinali oggi scomparse, da cadute nei pozzi, avvelenamenti accidentali da granaglie infette da funghi e muffe, scrofola e rachitismo, cretinismo da carenza di iodio erano quasi la norma nell’Appennino e nelle Alpi.La vita era tutta rischio, penuria, sofferenza e sacrificio.
E non si creda che i nobili vivessero meglio: magari si circondavano di lusso, ma questo non coincideva con la comodità.
Il raso e i broccati coprivano pancacci, i velluti coprivano eczemi, pidocchi, ferite di guerra mal rimarginate e fratture scomposte, con cui si doveva comunque andare a cavallo.
Ce n’era abbastanza per chiudersi in casa e aspettare, sul giaciglio di foglie, la morte liberatrice.Ma quegli uomini non lo fecero.
Da quella durezza appresero che non potevano permettersi di essere uomini-massa, cui tutto era dovuto per «diritto».
Appresero che se non si fossero occupati loro di sopravvivere e di migliorare la natura attorno a sé, nessun ministero competente l’avrebbe fatto al loro posto.
E dissodarono pietraie, trasformarono foreste in campi, s’imbarcarono su trabiccoli, vissero fra l’afrore di cavalli e di mandrie, spesso dormendo con le bestie, si fecero strumenti di legno e di ferro, mulini a vento e ad acqua, si diedero leggi, si diedero persino chiese ed arte.
Appresero che ogni miglioramento della vita comportava contro-indicazioni, e che queste andavano affrontate e sopportate, per migliorare e crescere.Questo è durato in tempi ancora recenti.
L’ammiraglio Nelson vinse le sue battaglie in condizioni fisiche che oggi l’avrebbero reso titolare di pensione d’invalidità con diritto all’accompagnatore: senza un occhio, senza un braccio.
Le sue ciurme, scatenate alle sartie e alla sciabola, avevano spesso gambe di legno e uncini al posto delle mani e bende su occhi cavati.
Equipaggi di invalidi senza pensione.A Londra nell‘800 giravano un milione e mezzi di cavalli, si raccoglievano ogni giorno tonnellate di sterco equino, gli incidenti di traffico con le carrozze provocavano un’altissima mortalità.
Per questo furono inventate le ferrovie, e il signor McAdam escogitò la strada con ghiaia, futura strada asfaltata.
Le truppe di Napoleone andarono da Parigi a Mosca «a piedi», e a piedi tornarono, quelli che sopravvissero (uno su cinque), su piedi congelati.
La medicina militare fece enormi passi avanti sulla pelle di quei soldati, mutilati e feriti.E i primi piloti d’aereo?
Grazie a loro masse di turisti di massa partono per Los Roques in Venezuela e considerano un’improbabile sciagura il morirci.
Ma solo perché, nel primo ‘900, i piloti morirono sulle loro macchine nel 60% dei casi, e a forza di rischiare appresero un sacco di cose sul volo sicuro.
Ai tempi di Roma, 35 navi su cento naufragavano, non tornavano in porto.
Pensate che non si navigasse?
Si navigava perdutamente, accanitamente, per avidità e per guerra; «Navigare necesse est, viverenon necesse», disse Cesare.
Per raggiungere una certa sicurezza si dovettero aspettare nuove velature e nuovi armamenti, 15 secoli dopo.
Così, mi fa un po’ piangere ricevere l’ennesima lettera di un lettore che mi informa di quanto siano pericolose le centrali nucleari, di quanto sia irrisolto il «problema delle scorie» radioattive.
E ancor più fa piangere che lo scrivente sia, qualche volta, un ingegnere. Ingegneri?
Grande categoria storica, che pena vederla scesa così in basso, così tremebonda.
Cosa apprendeva l’ingegnere al Politecnico?
Formule matematiche, scienza dei materiali, resistenze, fisica avanzata?
No, questi erano solo gli strumenti, non era questo l’essenziale.
L’ingegnere non era un teorico, era un pratico.
Il suo compito e mestiere era la «gestione del rischio».
Nessuno meglio dell’ingegnere sapeva che il rischio era ineliminabile, e che tutta la scienza e tecnica dell’umanità doveva essere mobilitata per «ridurlo», per «controllarlo».
Essere ingegnere era essere responsabile - anzitutto di uomini, di operai - , ed essere coraggioso. Come i grandi medici che provarono le loro medicine su di sé, che s’infettarono volontariamente per provare vaccini.
«Vivere non necesse».Oggi, ingegnere di massa, l’uranio è un male minore.
Oggi, il fatto che l’elettricità italiana derivi al 90% da gas importato - il più pulito dei carburanti - è un delitto, perché il gas è prezioso per altri utilizzi.
E’ un gesto distruttore da bambini viziati, che presto ci verrà impedito dalle altre nazioni, o dai costi crescenti.E allora, è urgente un mix di fonti energetiche.
Lei dice: più fonti rinnovabili, fotovoltaico, energia dal vento, pannelli solari… mi meraviglio di lei, ingegnere.
Ha una minima idea dell’enorme quantità di energia che esige e consuma la società moderna?E di quante ne dà il fotovoltaico?
Quanto ai generatori a vento, non vede coi suoi occhi le «contro-indicazioni»?
Il cosiddetto impatto ambientale?
Lasci questi raziocinii a Grillo, ingegnere.
O a Pecoraro Scanio.
Sia responsabile.
In attesa della soluzione ideale, migliore, senza contro-indicazioni, si conclude nell’immobilismo.
E nella storia umana, l’immobilismo è impossibile: diventa arretramento.
Senza inceneritori non è che si vive meglio: si vive con la rumenta a monti davanti al portone.Senza rigassificatori, ci si avvicina al momento della penuria.
Si rischia di tornare a quelle epoche, finite solo ieri, in cui si rischiava la morte per molto meno, andando a cavallo a Londra, e senza assicurazione.
Ai tempi in cui Roma risentiva della malaria, i «miasmi» delle paludi pontine, la cui bonifica è tanto deplorata dagli ecologisti.
Già avanzano malattie che non sappiamo curare, in questi giorni in Inghilterra infuria un noro-virus, ha colpito il 30% della popolazione, fa vomitare…Gli inceneritori non sono l’ideale.
Le centrali atomiche sono rischiose.
Vanno evitate.
Bisogna dire no.Strana concezione dei rischi nella nostra società.
Sapete qual è la categoria di persone che muore di più, in Italia, a parte gli ultrasettantenni?
I giovani da 17 a 23 anni.
E perché?
Per comportamenti che sono tutti evitabili: droga, alcoolismo alla guida, febbri del sabato sera con relativi incidenti mortali.
Eppure, strano, nessuno scende in piazza come fanno a Pianura, per i sei mila giovani che muoiono, e per le decine di migliaia che restano tutta la vita sulla sedia a rotelle.
Qui, nessuna seria prevenzione, nessun allarme sociale.
Eppure, non è necessario andare in discoteca a ubriacarsi, come è necessario avere inceneritori.
Non necesse.
Qui, ci sono solo contro-indicazioni e nessun vantaggio.
La stupidità irresponsabile è la contro-indicazione maggiore. Un altro, contrario alle centrali nucleari, mi ha scritto: il vero problema è che una cospirazione di poteri forti sta bloccando la fusione fredda, che risolverà tutti i nostri bisogni energetici.
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