Pagina 1 di 2
MOSCA - Naturalmente, i media hanno colto la palla al balzo: Putin anti-democratico.
Mikhail Kasyanov, il capo del partito Unione democratica del Popolo, non potrà concorrere alle elezioni.
Tra i due milioni di firme raccolte per la candidatura, 80 mila sono risultate false secondo la corte competente.
Poche lacrime vanno sparse su Kasyanov, uomo cresciuto all’ombra della famiglia Eltsin, fatto primo ministro da Putin nel 2000, e che Putin ha sbattuto fuori nel 2004; noto al pubblico come «Misha 2%» (la sua tangente-tipo), nei sondaggi la sua popolarità è bassa e gli odi che ispira alti, e le sue possibilità di far davvero la parte del competitore democratico sono praticamente zero.
Proprio per questo, però, è inevitabile chiedersi se occorreva proprio sbarrare il passo con metodo discutibile ad un simile concorrente elettorale.
Inevitabilmente, più che un atto di forza, tutto questo sembra un’ammissione di debolezza.
Di fragilità del potere di Putin.
Di problemi e fratture difficili da identificare da fuori.
A dire il vero, anche nell’Unione Sovietica il problema della successione è sempre stato il tallone d’Achille del regime.
A decretare chi sarebbe andato sulla poltrona di segretario - in mancanza di una procedura «legale» e accettata - sono state sempre lotte di potere, congiure di palazzo e purghe degli sconfitti.
L’ordine di potere verticale instaurato da Putin non sembra aver rafforzato questo snodo debole. Anzi, secondo uno studio malevolo ma acuto dell’intelligence militare britannico (1), la successione di Putin può «aprire le frammentazioni che il dominio di Putin ha nascosto, e mettere in forse il più cinico successo di Putin: l’ordine senza legge».
Gli inglesi, che speravano di impadronirsi dei cespiti russi attraverso i loro «oligarchi» di fiducia da loro finanziati (Khodorkovski si comprò la Yukos con capitali dei Rotschild) non hanno mai perso la speranza di rivincita: di qui la precisione con cui identificano i punti deboli del potere a Mosca, le rivalità interne e le sue fratture «nascoste», da ampliare appena se ne presenti l’occasione.
Il recupero dei patrimoni nazionali sotto il potere del Cremlino, per esempio.
A prima vista, un successo: negli anni ‘90, sette banche «private» (degli oligarchi con finanziamenti anglo-americani) controllavano il 50% del prodotto interno lordo, e con una dozzina di grandi gruppi pseudo-indipendenti raggiungevano il 70% del controllo.
Oggi, cinque alte cariche del Cremlino presiedono a gruppi aziendali o conglomerati che controllano il 33% del PIL.
Personalità quasi ignote, vecchi agenti del KGB (siloviki), vicini al presidente e di sua fiducia.
Un sistema che, secondo gli inglesi, è «inefficiente».
Dove l’autorità è delegata il meno possibile, e l’iniziativa è raramente consentita.
Dove ciò che non è animato dalla volontà diretta del presidente è «anarchico o inerte».
Dove manca «l’integrazione orizzontale», nel senso che scarseggiano lo scambio d’informazioni e il coordinamento operativo tra uffici, ministeri e individui.
Ai subordinati non vengono fornite le informazioni di cui necessitano per applicare le decisioni, o men che meno per «prendere decisioni».
Ciò rende il sistema «privo di meccanismi correttivi in caso di errori».
Soprattutto, questa concentrazione verticale del potere politico ed insieme economico-patrimoniale «ha concentrato le rivalità» di questi pochi potenti accentratori la cui legittimità è legata a Putin.
Qualcosa di queste rivalità s’è intravista proprio quando si è cominciata a profilare la necessità di trovare un successore.
Per qualche tempo, il candidato al trono è parso essere l’ottimo vice-primo ministro Sergei Ivanov, espressione del settore militare-industriale e delle alte tecnologie.
Oggi, il designato è Dmitri Medvedev, il presunto «liberista» simpatico agli ambienti occidentali, ma soprattutto presidente di Gazprom.
«Capite che è impossibile ritrovare la condizione di superpotenza solo attraverso lo strumento petrolifero?», disse un esasperato Ivanov in un’intervista a Trud il 7 gennaio 2007: evidentemente, era cominciata la lotta dei due settori per la direzione politica nazionale.
Ed evidentemente, contro il complesso militare-industriale, ha vinto il petrolio.
Queste rivalità sono tenute a freno finchè al vertice c’è l’energico, abile e deciso Putin, ma poi?
E’ per questo che gli stessi rivali, probabilmente, vogliono che il potere supremo resti a lui.
Solo che, la Costituzione vietando un terzo mandato presidenziale, il metodo scelto è quello di far fare a Putin il primo ministro eletto dal popolo, e mandare alla presidenza un suo uomo di stretta fiducia.
Solo che la Costituzione del ‘93 accentra tutti i poteri che contano sul presidente, non sul primo ministro.
Un commentatore russo ha notato, ragionevolmente, che meglio sarebbe stato cambiare la Costituzione per dare a Putin un terzo mandato: l’accomodamento escogitato, dove il primo ministro darà di fatto gli ordini al «suo» presidente, accresce la macchinosa confusione del potere di fatto, e in ogni caso viola, almeno nello spirito, la Costituzione.
Che poi aumenti la capacità di tenere a freno le rivalità dei potentati politico-industriali, è più che dubbio.
Gli inglesi, con malcelata schadenfredue, si aspettano che «il trasferimento del potere reale sarà cattivo, prolungato e destabilizzante» e che in alcuni potentati «la tentazione di reclutare il fattore internazionale sarà forte», e che le trame potranno giungere a «trappole accuratamente tese contro lo stesso Putin»: come «l’affare Litvinenko», tranello teso (secondo Londra) dal FSB (ex KGB) per assicurarsi la «lealtà» di Putin.
E’ evidente lo scopo di seminare zizzania e suscitare sospetti di accordi occulti col «fattore internazionale», ossia con gli interessi stranieri che Putin ha energicamente debellato.
Ma le insinuazioni non sembrano senza fondamento.
Il gruppo di potere che ha prevalso ha certo suggerito le frasi programmatiche che si leggono in molte dichiarazioni ufficiali: «Il peso che il Paese ha nel mercato energetico mondiale determina in larga parte la sua influenza geopolitica», «il potente settore energetico è uno strumento per la condotta della politica interna ed estera».
Il fatto è che mentre le forze armate sono state sempre (anche durante il periodo sovietico) distanti dalla stanza dei bottoni politici, il settore energetico (ossia Gazprom) è praticamente tutt’uno con la politica.
Non è solo che i livelli dirigenziali sono affollati di persone con un passato nell’intelligence; è che non è più ben chiaro se è la politica a comandare Gazprom, o Gazprom a comandare la politica.
<< Inizio < Prec. 1 2 Pross. > Fine >>