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Mi spiace non aver preso appunti, in altre faccende affaccendato mentre su RAI3 veniva intervistato Enzo Bianchi, il sedicente «abate» della comunità di Bose.
La trasmissione si chiama credo «uomini e profeti», e l'intervistatrice in ginocchio trattava Bianchi come fosse il vero Papa.
E' noto infatti che il laicismo corrente chiama Bianchi quando c'è da dar sulla voce a Benedetto XVI.
E lui si presta.
Esprime «disagio e sofferenza all'interno della Chiesa di Dio che è in Italia nei rapporti fra cristiani e società civile».
Si è lamentato che il Pontefice abbia parlato (in «Sacramentum Caritatis», e sortazione apostolica) di «valori non negoziabili» per i cristiani (1).
«Quante durezze in nome di 'valori non negoziabili' che fanno trasparire nello stesso linguaggio usato un approccio 'mercantile' ai fondamenti etici del bene comune!».
Per Bianchi, «Il fatto stesso che ci siano dei non credenti è una grazia che ricorda che la fede cristiana non è totalitaria, non è impositiva. La fede si colloca nel registro della libertà, non della necessità».
Com'è aperto, com'è tollerante e moderno, sospirano le signore, mica come il Papa che se la prende col relativismo.
Aperto, ma non verso tutti.
Bianchi.
Anzi, esige che «una parola ferma di contrasto venga rivolta non tanto a chi non crede o a chi crede a un altro Dio ma ai neospiritualismi, gli irrazionalismi e i sincretismi vari che testimoniano il rinato bisogno del sacro che si manifesta anche nella Chiesa», nella «sete di prodigioso, di miracolistico, di taumaturgico, di esperienze visionarie».
Insomma è aperto verso i laicisti, ma non verso i tradizionalisti cattolici, e anche verso i fedeli di padre Pio, i «miracolisti».
Lì, nessuna tolleranza.
La loro è una falsa religione.
Ma non è tutto.
In un suo testo cita un noto costituzionalista ebreo, Zagrebelsky, che ha detto a proposito di questo Papa conservatore: «Questo è un tempo triste per chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà».
Bianchi va oltre: «Io aggiungerei che è un tempo triste anche per molti cattolici che certo non pensano di possedere la verità ma, pur mettendo la loro fede in Dio e in Gesù Cristo che lo ha narrato, sanno che la verità eccede sempre i credenti: questi la ricercano con una conoscenza sempre limitata, relativa, provvisoria, in attesa che si manifesti pienamente con la Venuta del Signore».
Peccato non aver preso appunti.
Perché a Rai3 Bianchi, trattando con sufficienza una Chiesa per lui troppo legalista, prescrittiva e imperativa, adombrava una Chiesa ulteriore, perfetta e tutta spirituale.
Per ora appunto i cattolici vivono in una conoscenza «limitata, relativa e provvisoria», ma altra sarà la verità che «si manifesterà pienamente alla venuta del Signore».
Nel futuro di cui «l'abate» è il profeta.
Niente più leggi, niente più costrizioni, niente più dogmi; solo l'Amore regnerà nella libertà.
Secondo me, queste frasi contengono una convinzione che non si dichiara apertamente, ma che rode all'interno: l'idea che la rivelazione di Gesù sia imperfetta e che debba essere perfezionata da un nuovo Inviato.
E' un'idea non nuova, che si situa nella linea di Giachino da Fiore.
Costui parlava di tre età.
All'Età del Padre, l'imperfetta religione ebraica, è succeduta l'età del Figlio.
Ma anch'essa è insufficiente: si attende l'età della Spirito Santo, quello che ci darà la legge perfetta dell'Amore.
La chiesa del Figlio (o di Pietro) sarà allora abolita, come Cristo abolì la fede in YHVH.
Non ci sarà più Chiesa.
E nemmeno leggi.
Le leggi, le norme e i comandamenti obbliganti valgono per i servi, non per i figli; e Cristo ci ha reso servi, non ancora figli.
Non so quanto consapevolmente Bianchi si situa nella linea della «posterità spirituale di Giachino da Fiore»; so che questa linea attrae vescovi e teologi.
E molti cattolici «aperti» e «adulti».
L'esposizione più esplicita di questa gnosi si trova in Massimo Cacciari, tanto spesso invitato a convegni ecclesiali.
Lo ritrovo en raccourci nell'intervista di Cacciari alla Stampa del 31 dicembre.
La Binetti «è la riduzione legalistico-eticista del cristianesimo».
La Chiesa si occupa troppo di «preservativi, omosessuali, anziché del dramma del nostro tempo: la morte di dio (minuscolo).
La Chiesa «copre il suo vero dramma. Dovrebbe spiegare che in termini teologici è venuto meno l'ordo amoris, e questo riguarda anche i laici, perché è venuta meno ogni gerarchia dei valori e degli amori. E' rimasto solo l'amore per l'equivalente di tutto: il denaro».
Non sembra il grido di un vero, spirituale credente, più credente della Binetti e dei miracolisti di Padre Pio?
Eppure qui è l'insidia: l'idea che la Chiesa va «superata», che sta per giungere il nuovo Salvatore, definitivo.
Quest'idea, Cacciari l'ha svolta compiutamente nel suo più importante saggio teologico, «Dell'Inizio», Adelphi 1990.
E' un tomo di quasi settecento pagine, e i cardinali sono sempre molto occupati.
E' un peccato: perché in quest'opera alta e complessa, sottile e a tratti oscura, troverebbero esposta - proprio come pistis cacciariana, l'insieme delle sue convinzioni teologiche - non solo un sapere esoterico interno al potente gruppo di cui Cacciari fa parte e perciò del massimo interesse politico- culturale, ma dottrine ricorrenti nei secoli, da cui la Chiesa deve averli messi in guardia fin da quando erano seminaristi.
Io ne ho parlato in alcuni articoli usciti nel 1996 su una mia rivista, «Il silenzio di Sparta», anno II, n. 2.
Ne riporto qui a puntate una parte.
Il mondo come caduta
Ecco dunque la dottrina cui Cacciari sembra aderire appassionatamente: «Essere creato è simultaneamente peccare […] ed è perciò che nell'uomo appena creato Dio punisce il peccare, ab initio» (pagina 515). E non solo: «La caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt'uno con la katabolé-ktisis [«caduta-separazione»] per cui qualcosa ex-siste» (516).
Forse i cardinali non lo sanno, ma Cacciari è troppo avvertito per non sapere, che questa asserzione costituisce quella che Samek Ludovici ha chiamato la tesi «prima e fondamentale» del pensiero gnostico: che «il mondo, e l'uomo nel mondo, sono frutto di una caduta, di una frattura; l'intera realtà in cui ci troviamo è una realtà d'esilio». (2)
Giovanni Paolo II ha ritenuto doveroso ricordare che questa tesi è contraria alla dottrina cattolica: «Per il cristianesimo non ha senso parlare del mondo come di un male 'radicale', perché all'inizio del suo cammino si trova Dio Creatore che ama la propria creatura» (3).
Così avvertiti, i cardinali che invitano e frequentano Cacciari potranno ammirarne il rigore con cui abbraccia l'altra grande tesi gnostica, intimamente connessa con quella: Dio ha creato il mondo e l'uomo (o più precisamente lo ha emanato) non per amore, ma per ignoranza. Il Dio di Cacciari è radicalmente inconscio.
Pagina 517: «La 'regio umbrae mortis' che abitiamo è immagine soltanto […] di quella tenebra in cui è Dio nei confronti di sé […]. Dio riflette la propria incatturabilità: non può vedersi. Ma nell'istante in cui così si 'riflette', egli crea l'immagine stessa della creatura, la sua immagine. Il sapersi come tenebra da parte di Dio (cioè: l'attingere al fondo della propria ignoranza) è l'uomo».
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