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Il libro «Antiarchitettura e demolizione» è al termine di molti anni di studi e dibattiti, ed è all’inizio di nuove riflessioni sul tema dell’Architettura attuale (chiamarla moderna, dopo un secolo, sarebbe un controsenso).
Quindi una riflessione su questo testo necessariamente contiene anche le idee che sono nate come naturale sviluppo dei temi in esso trattati.
Nikos Salingaros ha avuto il coraggio e la pazienza di mettere insieme le opinioni di molti che sono nemici del modernismo.
L’immensa difficoltà deriva dal fatto che ciascuno è nemico a suo personalissimo modo e non
accetta di condividere quasi nulla con le motivazioni dei compagni di inimicizia.
Se esistesse una condivisione anche minima questa avrebbe già fatto nascere una nuova architettura, un nuovo stile.
Salingaros è nato a Perth, Australia da genitori greci.
E’ diventato un matematico-fisico ma, dopo aver raggiunto un ottimo livello come scienziato
(attualmente è professore di matematica all’Università del Texas), ben presto si è orientato allo
studio scientifico dell’Architettura e dell’Urbanistica, cercando di farne delle teorie scientifiche.
Questa sua provenienza ha imbarazzato gli architetti delle grandi conventicole internazionali.
Infatti sino ad ora era implicito il legame tra il modernismo nelle sue varie forme con la Scienza e con la Tecnica.
Il gruppo, di cui Salingaros è uno dei promotori, rivelava a tutti che questo legame non esisteva più e che forse non era mai esistito.
Sul piano letterario e giornalistico c’erano state negli anni alcune critiche all’architettura
modernista, come il celebre libretto di Tom Wolfe («From Bauhaus to Our House», 1981) (1) uscito in Italia con il titolo: «Maledetti Architetti».
Ma il mondo dell’Architettura non ne fu neppure scalfito perché non si era arrivati a mettere in crisi il suo rapporto privilegiato con i progressi della Scienza e della Tecnica.
L’alone di prestigio mistico che si era creato attorno ai nuovi architetti ed alle loro costruzioni era ri-masto intatto.
L’Architettura si era appropriata del ruolo di rappresentare la modernità tutta intera, dai costumi
sociali sino alla Tecnica ed alla Scienza.
Tuttavia ora la critica parte dal cuore del mondo della Scienza.
Infatti il curriculum scientifico di Salingaros e di molti dei suoi amici è inattaccabile, al punto che le loro critiche sono in realtà una autentica rivolta del mondo della Scienza contro le degenerazioni dell’Architettura moderna, alla quale vengono così messe in dubbio le basi stesse della sua
legittimità.
Infatti ci si deve ricordare che la lunga ondata del modernismo internazionale era nata con la
giustificazione di razionalizzare l’edilizia in antitesi agli ornamenti ed alle stravaganze degli ultimi stili architettonici, ornamenti che erano diventati simboli sociali (della borghesia) da demolire sull’onda dei grandi movimenti politici del XX secolo.
Anche se in forme diverse, la bandiera comune di questi movimenti era: tutto il potere alle masse lavoratrici, o meglio a chi pretendeva di rappresentarle.
Paradossalmente proprio questi regimi ben presto espulsero le tendenze della nuova architettura perché considerate estremiste.
Invece per pura stupidità la nuova architettura, nata totalitaria, poté mettere radici nelle democrazie.
Quindi si tratta di una critica che non solo nega all’Architettura una base scientifica ma viene dimostrato che anzi essa è contro la Scienza e richiede costi e sforzi inutili alla Tecnica per
soddisfare le visioni incoerenti e negative della vita dei suoi architetti (si pensi alle strutture estreme di Calatrava).
In definitiva il vero significato di questo testo è nel togliere ogni appoggio della Scienza all’Architettura moderna.
La reazione delle grandi conventicole è stata sino ad ora uno sdegnoso assoluto silenzio.
Il libro si ripropone un compito quasi impossibile nel panorama culturale italiano, dove il coraggio e l’originalità sono visti quantomeno con sospetto.
L’inizio infatti risente del peso di questo compito certamente arduo ed il primo autore sembra
rifugiarsi in un frasario prudentemente classico, che vorrebbe mascherare i contenuti rivoluzionari dietro un pizzico di noia.
«Non si verifica di rado il caso in cui i nodi problematici di una disciplina vengano còlti con più chiarezza dallo sguardo di osservatori esterni piuttosto che dallo studio degli specialisti .
Conformismo culturale, paradigmi accettati acriticamente, inerzia intellettuale, spesso impediscono di mettere in evidenza le radici di fenomeni che pure, per la loro rilevanza, dovrebbero costituire un problema cui dedicare non poca attenzione indagativi».
Così Daniele Vannetiello, aprendo il libro, inizia il suo articolo introduttivo: «Architettura e realtà», con una prosa che sembra prendere le mosse dal ‘600 e che il Manzoni ha ben rappresentato nell’inizio dei «Promessi Sposi», dove finge di aver trovato quella storia in un antico manoscritto proprio del ‘600.
« ‘L’Historia si può deffinire una guerra illustre contro il tempo, perché togliendoli di mano gli
anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, …’ Ma
quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia … si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?»
Così il Manzoni che poi fa seguire il resto del romanzo.
Come si vede dall’indice dei capitoli il libro è incentrato sull’influenza che il decostruttivismo,
come pensiero filosofico, ha esercitato sugli sviluppi recenti dell’Architettura moderna.
Analizziamo i capitoli del testo.
I pericoli del Decostruttivismo
Il capitolo è tratto da un precedente saggio dell’autore scritto in collaborazione con Michael
Mehaffy: «Fondamentalismo Geometrico».
Questo saggio aveva sollecitato Carlo Poggiali ad esprimere il parere che la possibilità di formulare un giudizio corretto in tema di Architettura dipende essenzialmente dal tempo che dedichiamo ad osservare.
Per Poggiali si starebbe compiendo un frettoloso utilizzo improprio di suggestioni emozionali
contrarie al modernismo.
A questo punto faccio notare che durante la vita di tutti i giorni è proprio il poco tempo a
disposizione per osservare il principale elemento che favorisce invece l’Architettura modernista,
realizzata per dare una falsa impressione suggestiva limitatamene al primo impatto.
Dietro la prima impressione a volte suggestiva, si evidenzia poi la sua pochezza ed il suo vuoto
appena si dedica un po’ di tempo ad osservare e a riflettere.
Dice l’autore: «… Ci troviamo di fronte al misticismo di un culto che utilizza la terminologia
scientifica come coacervo di parole magiche, il cui effetto è attribuibile soltanto al loro suono.
Il culto ignora intenzionalmente il significato (vero) della scienza. Funziona perché la gente
comune non ha una formazione scientifica … (ma percepisce la Scienza come una fonte di verità e di‘miracoli’ inoppugnabili - aggiunta del redattore)… E’ una ironia del nostro tempo che tale culto, fondato sull’ignoranza, sopravviva e fiorisca ed abbia preso il controllo dei mezzi di
comunicazione e delle Scuole d’Architettura. … L’Architettura contemporanea proclama a voce
alta di essere fondata sulle filosofia decostruttivista ma, come tutte le sue dichiarazioni, anche
questa ha un valore solo propagandistico. … Il celebre filosofo britannico Roger Scruton li ha
criticati, e di conseguenza ha perso il suo posto di professore … Adesso vive in una fattoria … E’ in atto una deliberata aggressione ai nostri sensi che usa il meccanismo percettivo per generare
ansietà fisica e angoscia».
Infatti nel panorama urbano si sviluppano per reazione i graffiti ad opera dei giovani.
Sono immagini che, senza uscire dal tunnel, riflettono ed esasperano questa angoscia indotta
proprio dal linguaggio dell’architettura moderna. «… Tutte le città più belle del mondo, Roma
Eterna compresa, stanno per essere distrutte dalle immagini aliene di un’Architettura
autoproclamatasi ‘contemporanea’. La distruzione intenzionale, che sembra una componente
necessaria del Culto della contemporaneità, sta facendo più guasti di tutte le invasioni barbariche».
Charles Jencks e il nuovo paradigma in Architettura
Si ripropone qui il tema del paradigma dell’Architettura moderna.
Già Bruno Zevi ha dovuto riconoscere che il modernismo non ha un suo paradigma.
Nel suo: «Il Linguaggio Moderno dell’Architettura» (1975), involontariamente diventa critico verso l’Architettura moderna.
Avrebbe voluto mostrare che la modernità ha radici negli stili del passato ma poi deve constatare che la modernità, per sua necessità, è senza regole se i eccettua quella di negare il passato ed ogni forma di ornato.
Nel testo di Salingaros si esamina il pensiero di Charles Jencks che proclama «Il Nuovo Paradigma in Architettura» (2002).
«… Jencks basa la proposta di nuovo paradigma su quello che egli pensa siano i fondamenti teorici degli edifici che difende. Sostiene che essi nascono, e possono essere compresi, in relazione con le applicazioni delle nuove scienze; in particolare: teoria della complessità, sistemi auto-organizzanti, frattali, dinamiche non lineari, emersione e auto-similarità».
Si tratta di principi validi nell’ambito in cui sono stati studiati, ma difficilmente potranno essere
applicati da chi ignora quali concetti stiano dietro quelle parole e per di più si tratterebbe di
applicarli fuori dai contesti in cui sono nati.
Dice giustamente Salingaros: «Nel mio lavoro ho utilizzato i risultati della Scienza e della
Matematica per mostrare che le architetture vernacolari e classiche soddisfano regole strutturali che coincidono con la nuova scienza. L’Architettura di Christopher Alexander fa affidamento
proprio sulla nuova scienza, e, non per caso, Alexander è anche uno scienziato. … Ha utilizzato costantemente il metodo scientifico in Architettura; … ‘The nature of order’, … deriva
direttamente dalla formazione scientifica. …».
Egli è considerato un precursore della scienza informatica per i concetti sviluppati in «A Pattern Language».
Eppure ben pochi architetti si interessano ai suoi lavori e Jencks non lo ha neppure citato.
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