Prendiamo spunto da quanto il lettore Michele scrive nella sezione commenti il 21/08/07 a proposito del bene e del bello, per svolgere alcune considerazioni (in due puntate), che possano chiarificare una
tematica filosofica di tale importanza.
La dottrina dei trascendentali dell’essere, come vedremo, implica infatti il riferimento a diversi punti
cruciali della speculazione filosofica, aventi fondamentali ripercussioni sulla vita quotidiana (la vera
filosofia, per quanto complessa, non è mai una pura astrazione separata dalla vita pratica).
Ci scusiamo in anticipo con i lettori a digiuno di filosofia, poiché sarà inevitabile utilizzare una
terminologia e un periodare piuttosto tecnici; tuttavia speriamo che le definizioni terminologiche, poste in
nota, e gli esempi pratici possano risultare sufficienti alla comprensione di quanto scriveremo.
Quando nella filosofia tomistica si parla di «trascendentali dell’essere (o dell’ente)», si intende indicare una serie di proprietà che appartengono ad ogni ente in quanto tale, cioè ad ogni ente in quanto esistente (= non-nulla).
Tali proprietà sono dunque comuni a tutti gli enti, sebbene secondo le distinte modalità e i gradi di
perfezione caratterizzanti le varie categorie di enti (i trascendentali si predicano cioè in maniera
«analogica») (1); e proprio in questo senso esse si dicono proprietà o predicati «trascendentali», poiché non rimangono confinati solo a certe categorie di enti, ma ne trascendono i confini, valendo
universalmente per ogni categoria.
Questo l’elenco che può essere tratto da una considerazione ampia dei testi di San Tommaso d’Aquino: si può dire che l’ente è cosa (res), uno (unum), qualcosa (aliquid), vero (verum), buono (bonum).
Il bello (pulchrum), pur essendo essenzialmente connesso al vero e al buono, non è incluso nei
trascendentali e ne vedremo la ragione.
Faremo solo un cenno ai primi tre trascendentali, soffermandomi invece sugli ultimi due e sul bello.
Il primo termine dell’elenco esprime il fatto che ogni ente, oltre ad essere (l’ente è ciò che ha l’atto di
essere), è un certo tipo di ente, un esistente cioè con una particolare essenza o natura.
Ogni cosa, pur essendo composta di parti, è poi unitaria, pena la disgregazione in enti d’altro genere. L’ente può venire indicato inoltre come un qualcosa nel momento in cui si intende distinguerlo da altri enti.
Dalla relazione tra le due facoltà principali dell’anima umana (intelligenza e volontà) e l’ente nasce il
significato degli ultimi due predicati trascendentali: il vero e il bene, dai quali dipende anche il bello.
Ecco la celeberrima definizione che San Tommaso dà della verità: «La prima comparazione dell’ente all’intelletto è dunque che l’ente concordi con l’intelletto, la quale concordanza è detta ‘adeguazione
della cosa e dell’intelletto’ (adaequatio intellectus et rei), e in ciò formalmente si compie la definizione di ‘vero’. Questo è dunque ciò che il vero aggiunge all’ente: la conformità, cioè l’adeguazione, della cosa e dell’intelletto, alla quale conformità, come si è detto, segue la conoscenza della cosa» (2).
Il bene ha invece relazione primaria alla volontà: «La convenienza dell’ente con l’appetito [= volontà, ndr] è espressa dalla parola ‘buono’, per cui al principio dell’Etica [di Aristotele, ndr] è detto che ‘il bene è ciò che tutte le cose appetiscono’ [= desiderano, ndr]» (3).
San Tommaso definisce poi il bello in paragone con il bene: «Il bene riguarda la facoltà appetitiva,
essendo il bene ciò che ogni ente appetisce, e quindi ha il carattere di fine, poiché l’appetire è come un muoversi verso una cosa. Il bello invece riguarda la facoltà conoscitiva; belle infatti sono dette quelle
cose che viste destano piacere. Per cui il bello consiste nella debita proporzione; poiché i nostri sensi si di-lettano nelle cose ben proporzionate, come in qualche cosa di simile a loro; il senso infatti come ogni altra facoltà conoscitiva, è una specie di proporzione» (vedremo in seguito in che cosa consista la
relazione del bello alla volontà) (4).
Per non rimanere alla superficie di queste definizioni, bisogna però precisare alcuni punti di fondamentale importanza.
In primo luogo va notato che i trascendentali costituiscono una pluralità in quanto nozioni, mentre nella realtà essi si identificano con l’ente, cosicché, parlando rigorosamente, essi, più che proprietà dell’ente, dovrebbero dirsi i diversi «aspetti» sotto i quali le nostre diverse facoltà colgono quella medesima realtà che è l’ente (una realtà la cui ricchezza non è esaurita dal significato del solo concetto di «ente»).
Tuttavia volontà e intelligenza non sono facoltà che in noi operino indipendentemente l’una dall’altra, poiché, se ciò che è buono, è tale per riferimento primario alla volontà, rimane pur vero che per poter divenire oggetto di desiderio, quanto è buono deve previamente venire conosciuto come tale; il che implica sia un’interazione tra volontà e intelligenza, sia una relazione di ciò che è buono non solo con la volontà, ma anche con l’intelligenza e di conseguenza con la verità.
Questo è un punto fondamentale, perché ciò che è falso non potrà nemmeno essere buono
(desiderabile), né bello (apprezzabile per la propria struttura estetica o logico-ideale), se non per un difetto dell’atto conoscitivo o di quello volitivo.
In secondo luogo, poiché i trascendentali sono ovunque vi sia un ente, ciò significa che tali proprietà sono coestensive rispetto all’essere, cioè significa che esse sono presenti «non appena» vi sia un qualsiasi tipo di ente.
Il che implica a sua volta non solo che tali proprietà vadano predicate in modo analogico rispetto alle
differenti categorie di enti, ma che si predichino analogicamente anche rispetto alle varie componenti che costituiscono ciascun ente.
E la struttura interna di ogni ente è innanzitutto costituita da una «sostanza» e da vari «accidenti» (5).
Vi sarà dunque una bontà (e una bellezza) relativa alla sostanza e una bontà (e una bellezza) relativa agli accidenti.
Queste due nozioni di bontà (e di bellezza) non vanno confuse, poiché la bontà (e la bellezza) in senso proprio è quella accidentale.
San Tommaso spiega che di un ente si predica la bontà in senso proprio, cioè in senso pieno e assoluto, per riferimento ai suoi accidenti, in quanto è desiderabile ciò che è perfetto e un ente è tale quando abbia raggiunto la piena attuazione (il pieno sviluppo) delle proprie qualità accidentali (la sapienza, ad esempio, può essere ammirata e considerata un bene da imitare, solo in riferimento a chi l’abbia effettivamente
sviluppata e raggiunta come perfezione delle proprie facoltà conoscitive).
Invece, prosegue San Tommaso, di una cosa si dice che essa è ente in senso proprio, cioè in senso pieno e assoluto, per riferimento al suo essere sostanziale, proprio perché dalla sostanza deriva l’esistenza stessa della cosa e non dagli accidenti, che viceversa dipendono dalla sostanza (6).
Dunque la bontà che si attribuisce agli enti in riferimento alla loro sostanza è la bontà «ontologica o
trascendentale», la bontà cioè che è presente per il solo fatto che essi hanno l’essere (che sono enti, che esistono), indipendentemente da quale sia lo stadio di sviluppo delle loro qualità accidentali.
La bontà ontologica non è perfettibile (soggetta a perfezionamento), come quella accidentale, poiché non ci può essere una via di mezzo tra l’esistere e il non esistere (mentre si può essere più o meno sapienti).
Questa, per quanto possa apparire una sottile distinzione, è una precisazione importante, perché quando si dice che tutto ciò che esiste (che è stato creato) è buono e bello, si afferma una verità assoluta se ci si
riferisce all’essere sostanziale (e dunque alla bontà o alla bellezza ontologica) degli enti, ma non se ci si riferisce al loro essere accidentale (e dunque alla loro bontà o bellezza perfettibile).
Nella realtà infatti non esistono solo enti perfetti (enti cioè che abbiano sviluppato pienamente le proprie qualità accidentali), ma anche enti il cui sviluppo è, almeno sotto certi aspetti, difettoso e dunque privo di bontà e bellezza (relativamente alle qualità difettose).
Ad esempio un assassino potrà dirsi buono e bello per riferimento alle sue proprietà sostanziali (cioè in quanto ente dotato di un’anima razionale e di un corpo, entrambi elementi che nel proprio ordine costituiscono un mirabile capolavoro del Creatore) e magari potrà anche essere giudicato bello dal punto di vista delle qualità estetiche (accidentali), ma certamente non sarà né buono né bello dal punto di vista delle qualità morali (accidentali), cioè dal lato del proprio perfezionamento interiore, che risulta invece perverso (per mancanza di virtù morale).
In terzo luogo è fondamentale sottolineare che San Tommaso non ha incluso il bello nell’elenco dei
trascendentali dell’essere e questo si spiega con il fatto che la bellezza non fa riferimento ad una facoltà umana diversa e distinta dall’intelletto e dalla volontà.
La capacità di cogliere la bellezza (sia quella ontologica, che quella accidentale) non corrisponde infatti al possesso di una facoltà conoscitiva specifica, poiché il bello è legato da un lato all’intelletto (e dunque
alla verità), che riconosce l’armonia delle parti e delle proporzioni (sia per riferimento alla materia, come nel caso della bellezza estetica, sia in senso morale o logico, come nel caso della bellezza delle virtù o della bellezza logico-razionale di una dottrina filosofica), e dall’altro alla volontà (e dunque al bene), che nella contemplazione del bello, come si esprime San Tommaso, «si acquieta» (7).
In questo senso il bello rimane per sua natura subordinato al vero e al buono.
La differenza tra il bene e il bello rispetto alla volontà sta nel fatto che, mentre nel primo caso la volontà si acquieta in seguito al possesso (di ciò che è buono), nel secondo caso essa si acquieta in seguito alla semplice contemplazione conoscitiva (di ciò che è bello) (8).
Da tutto ciò possiamo desumere gli elementi per una risposta al lettore Michele, che nelle sue
affermazioni mi pare cadere in alcune confusioni (per altro piuttosto comuni e dunque degne di una
considerazione ad hoc).
Egli affermava: «Non è secondo me solo un problema di buono, ma di bello, soprattutto. Mi attira il bello, prima che il buono. Beethoven non era cattolico quanto Giovanni Bosco, Bach era protestante, Leopardi non credente, così come Chopin, Schubert, Brahms (religiosi non credenti). Mi dispiace, ma non li
cambierei con nessun cattolico buono al 99% [in riferimento a Don Bosco considererò però il 100% di bontà, ndr], a meno che non siano più bravi. Per questo in realtà la bontà che vi si trova sarà anche 5%, ma la bellezza in alcuni casi è 100%. E la bellezza è lo splendore del vero».
E’ ovvio che il sublime rigore dottrinale e la celestiale bontà morale di Don Bosco, non implicano le somme capacità musicali o poetiche di questi illustri artisti, ma che la bellezza estetica delle opere da essi prodotte possa in qualche modo valere a colmare l’inferiorità del 95% rispetto alla verità dottrinale e alla bontà morale possedute da Don Bosco, questo è totalmente falso.
Infatti va notato che la bellezza estetica di tali opere corrisponde alla loro perfezione di enti «artistici»
accidentali, alla loro desiderabilità (= bontà) da parte di altri artisti (impegnati anch’essi nel
perfezionamento delle proprie qualità artistiche) e, direttamente, non è quindi in relazione a verità
dottrinali intorno ai fini ultimi dell’esistenza umana o alla bontà morale che a tali fini è ordinata.
La verità di cui la bellezza estetica costituisce lo splendore, non può essere qualsiasi verità, ma la verità che corrisponde alla conoscenza di come un’opera artistica sia composta in modo perfetto.
Nel seguito di questo articolo, affronteremo la questione della relazione e della dipendenza necessaria del bello estetico da principi morali d’ordine superiore, limitandoci per ora a concludere sperando che quanto detto possa mettere in guardia dal facile inganno in cui cade chi rimane abbagliato dalla bellezza estetica, finendo per confonderla con la presenza necessaria di qualità morali (una donna esteticamente bellissima, non è detto che possieda altrettanta bellezza di virtù interiori).
Alessandro Sanmarchi
1) L’analogia esprime una relazione in parte di uguaglianza e in parte di differenza tra due caratteristiche o tra due cose. Ad esempio la capacità di mangiare è una proprietà comune alla mucca e al leone, ma la mucca si nutre di erba, mentre il leone di carne; tale capacità si attribuirà dunque in modo analogico alla mucca e al leone (cioè in modo in parte uguale e in parte diverso).
2) San Tommaso d’Aquino, «Questioni disputate sulla verità», I, a. 1.
3) Ibidem.
4) San Tommaso d’Aquino, «Somma teologica», I, q. 5, a. 4, ad 1.
5) «[La sostanza] costituisce l’elemento più importante di ogni cosa, e presenta due aspetti fondamentali: a) E’ il soggetto o sostrato, sul quale si appoggiano gli accidenti; da ciò deriva il nome stesso di
‘sostanza’, poiché in latino substantia è ciò che sub-stat, ciò che sta sotto.
b) Questa funzione si basa sul fatto che la sostanza è il sussistente; ciò significa che essa non sta in altro, ma in se stessa, al contrario degli accidenti, che per essere devono appoggiarsi sul soggetto, cioè sulla
sostanza. Un uomo, una trota, un abete, sono sostanze perché sussistono, hanno un essere proprio distinto dall’essere di tutto il resto; invece il colore, la dimensione o l’aspetto sono realtà accidentali, che esigono un soggetto già esistente» (T. Alvira, L. Clavell, T. Melendo, Metafisica, Le Monnier, Firenze, 1987,
pagina 40).
6) San Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I, q. 5, a. 4, respondeo.
7) San Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I-II, q. 27, a. 1, ad 3.
8) Ibidem.
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