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Cultura pratica

Maurizio Blondet    02 giugno 2007
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Come prevedibile, Mario Draghi ha pronunciato una relazione incensatissima da tutti i media, compreso Il Manifesto («La sinistra fa’ sempre il gioco del grande capitale, a volte persino senza saperlo»).
Ha ripetuto le vacue giaculatorie del credo globalista: «Più mercato per abbassare le tasse», «riforma del welfare per riequilibrare i conti pubblici» eccetera.
Ha soprattutto lodato Padoa-Schioppa: «Va nella giusta direzione» e Bersani per le pseudo-liberalizzazioni dei taxi (non delle Coop e degli emolumenti pubblici) e insomma ha assolto il governo-regime di cui lui è parte super-pagata.
Ha pronunciato vacuità che sono menzogne pure e semplici: «No alla commistione tra banche e politica» (lo può dire un pensionato al bar, non il governatore dell’ente di controllo delle banche), e persino che le liberalizzazioni di Bersani (taxisti, parrucchieri) «aiutano i più deboli» (1) accentuando la concorrenza: senza prendere atto di ciò che tutti sentono, che la «concorrenza» e le «privatizzazioni» alla Draghi si sono conclusi in un aumento generale del costo della vita.
Un solo passaggio ha attratto la nostra attenzione perché in parte nuovo, anche se non eccelso: quello sulla scuola, università la conseguente ignoranza generale e massiccia che colpisce l’Italia.
Nel sud, «un quindicenne su 5 versa in condizioni di povertà di conoscenza, anticamera della povertà economica», ha detto Draghi.

Interessante l’eufemismo: povertà di conoscenza sta per ignoranza crassa, anche dei liceali.
Più forte nel Mezzogiorno di tutte le piaghe, ovviamente. Ed è giusto rilevare che questo porta quei giovani, ad un futuro di povertà economica.
Tralasciamo l’altro eufemismo, sulla nostra scuola dove «si mescolano precarietà e inamovibilità»: in chiaro, vorrebbe dire quel che tutti sanno, che la pubblica istruzione serve non agli studenti, ma a dare un posto e uno stipendietto agli insegnanti, sempre troppo numerosi, di mediocre levatura ma bisognosi di impiego.
Maestri e professori che andrebbero rimossi sono inamovibili; alle loro calcagna si affollano maestri precari, continuamente sfornati da scuole «magistrali» da terzo mondo, affannati in supplenze, che stentano per decenni nella speranza di diventare a loro volta inamovibili («di ruolo»).
Non per colpa degli insegnanti (non sempre), la scuola italiana è una delle più costose burocrazie inadempienti, da lungo tempo sopravvissuta al suo compito ottocentesco, di dare una minima base ad un popolo disunito, che parlava in dialetti e analfabeta.
Ormai sopraffatta dalle più losche ma strapotenti «agenzie educative di fatto» (la pubblicità, la tv, la maleducazione dei genitori italioti) la scuola è anche il più grosso ostacolo al rinnovamento: con che cuore mandare via poveri insegnanti che guadagnano così poco, e decisi a difendere quel poco chiamando i super-potenti sindacati di regime?
La scuola esiste per loro, ormai.

Si potrebbe chiedere a Draghi perché debba essere lui a parlarne in tre righe.
La ridefinizione del compito dell’istruzione nazionale - compito sociale e civile primario - non spetta alla politica?
Ma alla politica con la maiuscola, non ai Mastella o ai Diliberto.
Gli scopi, furono capaci di darli i De Sanctis, i Gentile; che ora mancano tragicomicamente.
Ma la cosa giusta di Draghi è l’equazione: incultura uguale povertà.
L’idea da cogliere è che la cultura «serve». Che è una cosa «pratica». Anzi, economica.
Ciò è naturalmente contrario allo spirito italiota.
L’Italiota, quando sente parlare di cultura o gli viene prospettato un qualsiasi programma «culturale», atteggia la bocca a compunzione rispettosa, dietro cui si legge il pensiero dell’asino che è stato sui banchi («Oddio, che palle!»).
Ciò, per un motivo paradossale: l’Italiota ha della cultura una idea altissima, letteraria e lussuosa.
E noiosa, ovviamente: musica classica, Annibal Caro, Tasso, e magari Manzoni che ci ha fatto tanta noia a scuola. (Anche se Manzoni ha scritto un romanzo divertente, che la scuola rende noioso).
Ecco: per «riformare» l’istruzione, bisognerà anzitutto cancellare questa visione della «cultura». Recuperare l’idea che la cultura è una avventura - la scoperta continua, che è divertente - e che è «funzionale».

Anzi, assolutamente pratica.
Ecco infatti come il Webster Dictionary definisce la cultura: «Il complesso integrato dei comportamenti umani, che comprende pensiero, parola, azione e manufatti tecnici, e dipende dalla capacità dell’uomo di imparare e trasmettere la conoscenza alle generazioni seguenti».
Un po’ troppo difficile?
Si colga almeno il fatto che, per il dizionario USA, la cultura comprende le azioni e gli artefatti, mica solo Annibal Caro e la musica di Mozart. E che serve per trasmettere la conoscenza alle generazioni future, onde non restino ignoranti e barbare e - cresciute - non facciano arretrare la civiltà perché non ne hanno imparato i princìpii.
Un modo più semplice di dirlo è: «It takes a village», ossia: ci vuole un intero villaggio per educare un figlio.
Ciò vuol dire che la trasmissione della cultura nazionale ai bambini non è un compito riservato a una casta insegnante; che tutti devono sentirsene corresponsabili, il pompiere e il salumaio all’angolo, per non parlare dei politici e dei giornalisti tv o dei pubblicitari.
Un’altra cosa americana sulla trasmissione della cultura: «Non si tratta di riempire un sacco» di nozioni, «ma di accendere un fuoco», di voglia di sapere, di curiosità.
Aumentare le curiosità nei ragazzi, queste molli amebe gelatinose che sono i nostri ragazzi.
Questo è utile e pratico.

Ma l’aveva già detto Rosmini, in una frase di cui basta rammodernare l’italiano antiquato: cultura, diceva «è quel corredo di cognizioni di pronto impiego su diverse materie che l’uomo si acquista con l’esercizio delle sue facoltà o affiancando chi sa di più. Questa molteplice cultura […] abbrevia incredibilmente il tempo e la fatica di imparare».
Rosmini aveva già colto il carattere essenzialmente pratico della cultura: serve a «accelerare il tempo e ridurre la fatica di imparare».
La cultura è ciò che serve ad imparare: cosa essenziale oggi che i mestieri cambiano rapidamente e radicalmente.
Per questo, dice Rosmini, occorre farsi «un corredo di cognizioni di pronto impiego» («alla mano», dice).
Non è poi un’idea eccelsa di cultura, apparentemente.
Le cognizioni di pronto impiego non si trovano già nelle enciclopedie Garzanti?
Già, ma bisogna imparare a leggere le enciclopedie. Non tutti lo sanno fare.
Non tutti capiscono, specie coloro il cui vocabolario è ridotto a cinquecento parole, di cui 200 termini calcistico-televisivi.
Se si cerca di capire Rosmini, si può intuire una cosa: avere studiato il greco rende meno faticoso lo studio della medicina o della biologia, la cui terminologia tecnica è di radice greca.
Diventa intuitivo capire la differenza tra «epitelio» ed «endotelio», cogliere il senso di «sarcoma» e in cosa si distingue da «melanoblastoma».

Un’altra cosa: che se si è studiata la storia, si capisce meglio il nostro presente, anche la politica.
Si diventa meno vittime inermi della pubblicità idiota.
Il tempo dell’oggi ci appare meno piatto, come appare ai nostri ragazzi ignoranti (che s’annoiano appunto perché ignoranti: tutto li annoia, perché nulla capiscono a fondo e sono appiattiti in un presente senza spessore), perché lo vediamo come l’emersione di una profondità storica antichissima.
Siamo così perché siamo eredi dei romani, del rinascimento, delle guerre di religione, delle infinite corruzioni, rinascite e vicissitudini della storia.
Sono due piccoli esempi. Esempi pratici, alla mano.

E’ stato questo il senso del liceo classico di Giovanni Gentile: insegnare ai giovani non «contenuti», bensì ad imparare, nella vita, ciò che servirà e che nessuna scuola può prevedere, nell’imprevedibile cambiamento delle tecniche, delle istituzioni, dei rapporti di forza politici.
Dare loro le «nozioni di pronto impiego», ossia l’habitus a capire culturalmente, e ciò attraverso la cultura classica e la storia antica.
Proprio perché la scuola deve dare le basi della civiltà da cui partire per andare oltre e più in alto, occorre che ciò che insegna sia «inattuale».
Non il computer (lo sanno già), ma Plutarco, il greco, il diritto romano, la geometria di Euclide, la fisica di Aristarco: tanto intensamente da diventare «alla mano», nozioni di pronto impiego.
Inevitabilmente, la fatica è tanta all’inizio: proprio perché chi comincia non ha cultura, deve imparare le parole singole, ampliare il suo vocabolario, organizzare la logica.
Ma alla fine del liceo Gentile, la «cultura» come rendeva facile apprendere, come tutto s’inquadrava armoniosamente in chi aveva studiato!
Il diplomato classico diventava ingegnere e fisico sub-atomico più facilmente e rapidamente del diplomato tecnico; o economista, meglio che il ragioniere.

Chi ha studiato il greco e latino impara non meglio, ma più a fondo l’inglese e il tedesco: ne coglie l’anima, che è l’anima di popoli e culture diverse, che è così divertente capire a fondo.
Infatti il colto si diverte di più, nella vita.
Per un ragazzino che si occupa solo di telefonini, la passeggiata in un bosco è «una palla».
Per un botanico, è una continua scoperta, perché lui sa il nome, il sesso e i caratteri di piante e di vegetali che per l’altro sono solo erba e foglie.
Il liceo di Gentile non esiste più.
Né si può dire che abbia avuto grande successo nel cambiare il carattere nazionale.
Nell’Italia italiota, la gente di «cultura» - i luminari alla Veronesi ad esempio - si comportano come gente che ha già appreso troppo: siamo troppo pieni di «cultura», non voglio più imparare altro.
Non c’è altro da imparare.
Non ci occupiamo di altre conoscenze, di altri rami.
Questo è il contrario della cultura, che è invece aumentare il proprio repertorio di curiosità, non restringerlo.

Per questo la cultura deve essere «umanistica», nel senso rinascimentale.
Per non essere specializzata, ma mantenere a chi ce l’ha uno sguardo ampio e cordiale sulla molteplice realtà, sempre sorprendente.
Non basta occuparsi professionalmente di una sola materia, quella che dà da vivere e serve per la carriera: anche per essere un bravo manager, banchiere o biologo, è bene essere curiosi di altro, di astronomia magari, di storia soprattutto.
Un economista d’oggi è un elaboratore di pseudo-formule algebriche: ma l’economia è «storia dell’economia».
Se non si vuole ripetere ogni decennio un nuovo 1929 occorre studiare cosa avvenne allora.
I grandi medici sono sempre stati degli umanisti, appassionati lettori, curiosi delle novità che potevano venire da fonti «eretiche».
Un grande medico napoleonico imparò l’auscultazione dai vinattieri, che battendo con le nocche sulle botti sapevano dire se e quanto la botte fosse piena.
Nell’Inghilterra dell’800, gli inventori di macchine a vapore erano degli artigiani molto abili, a cui si affiancavano con entusiasmo signori d’alta cultura classica, dilettanti di lusso dell’aristocrazia: insieme formavano l’uomo rinascimentale, abile nei manufatti e nel capirne la profondità e le possibilità.
Come ho spesso detto, l’etnologia e l’antropologia furono inventate per ragioni imperiali britanniche: come comandare gli indù, i confuciani e i polinesiani, senza capirne la cultura?


 



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