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Cultura pratica

Maurizio Blondet    02 giugno 2007
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La scuola deve dunque anzitutto accendere curiosità.
Non sforzarsi di essere «facile», perché questo uccide la curiosità intellettuale.
Il difficile va’ presentato come una scoperta esaltante, per sprazzi.
Un ragazzo portato per la musica sarà più incitato da Bach che dalla ripetizione delle scale.
Ma naturalmente, bisogna sapere che non tutti sono adatti ad una cultura scolastica, libresca o teorica.
La maggior parte delle persone impara «per affiancamento»: i ragazzi  d’oggi dovrebbero imparare la cultura di un agricoltore esperto, di un operaio, come apprendisti.
Imparare vedendo fare.
Nelle cose tecniche c’è una quantità di cultura di «pronto impiego» che non si può imparare sui libri o sul computer.
C’è anche il lavoro, la vita comune di un’officina o di un ufficio, che sono altrettante culture.
Uno di sinistra dirà che questa è divisione di classe.
Lo è.
Ma se preferite giovani diplomati che non sanno leggere, futuri fancazzisti statali, o disoccupati cronici la cui unica prospettiva di arricchirsi è spacciare coca, ad operai e agricoltori coscienti della loro capacità tecnica, e orgogliosi della loro dignità e del loro rigore di fabbricatori, sappiatemi dire se è questa la sinistra…

Se mi legge un ignorante tipico, lo so, gli cascheranno le braccia: troppe cose da imparare, non vale la pena nemmeno di cominciare.
Non ha tutti i torti.
La cultura è un cumulo di tremila anni e più.
Perché la cultura diventi piacevole, occorre che i docenti sfrondino molto, che sappiano additare l’indispensabile e distinguerlo dall’accessorio, dal «di più» che sarà oggetto di studi superiori, universitari, specialistici.
Ma occorre ancor più che in famiglia ci sia - se non cultura - il rispetto e la stima per la cultura.
Il contrario di ciò che vige nel familismo italiota, dove la cultura è per «i professori», che sono per lo più ritenuti «morti di fame» a meno che non siano palesemente ricchi come Veronesi.
Meglio se il repertorio delle curiosità è già ampio in mamma e papà, meglio se ci sono già libri in casa, che il ragazzo magari legga di nascosto perché «proibiti» (Apuleio, Petronio, Ovidio, «L’Amante di Lady Chatterley», tutto può aiutare….).

Ma come minimo, mettete in libreria una enciclopedia.
No, non una enciclopedia per adulti specialisti.
Non una Treccani. E nemmeno una delle enciclopedie sperimentali avanzatissime (e stupidissime) che vengono sfornate oggi, multimediali e che sbriciolano il sapere in banalità da quiz.
Comprate da un rigattiere una «Enciclopedia dei ragazzi» Mondadori degli anni ’50: non erano libri solo da consultare, ma intere storie da leggere.
Non si limitavano a rispondere immediatamente a domande immediate; davano il gusto della lettura e della scoperta progressiva, in profondità storica, con la curiosità di imparare come andava a finire. Non avranno, le vecchie enciclopedie, le ultimissime scoperte scientifiche (ciò che è «attuale» è sempre recuperabile da chi è colto); ma davano il modo di interessarsi alla scienza come avventura, rigorosa ma eroica.
La lotta di grandi scienziati contro l’incomprensione e gli ostacoli.
Dei grandi navigatori contro gli scettici e gli increduli.
S’imparava che il coraggio valeva quanto e più del valore puramente intellettuale.
Si imparava che i grandi erano, anzitutto, degli anticonformisti: e per questo sputacchiati, perseguitati e soli, mica onorati e incensati come Veronesi o Draghi.
Si imparava il coraggio dell’anticonformismo, dell’»eresia».
I ragazzi hanno bisogno di eroi, di modelli incitanti e - soprattutto - di uscire da quel loro conformismo becero che li rende «branco».
Devono imparare ad onorare gli anticonformisti, invece di lapidarli.
Le vecchie enciclopedie non insegnavano a rispondere a domande con risposte da quiz americano (scegliete le risposte prefabbricate A, B, C): insegnavano a leggere in modo articolato, e a leggere  la complessità del reale.

Non si smetterebbe mai di fare l’elogio delle vecchie, antiquate (inattuali) enciclopedie per ragazzi.
Ma siccome bisogna smettere, concluderò con un fatto che è avvenuto in Italia anni fa, come mi è stato raccontato: un ministro dell’industria si indignò moralisticamente perché i fiori rincaravano il 2 novembre, giorno dei morti.
»Proprio quando tutti vogliono comprare fior, i fiorai aumentano i prezzi! E’ uno scandalo! Fanno cartello! Bisogna mandare la polizia a multarli!».
Ora, un ministro dell’industria dovrebbe pur sapere - o intuire - qualcosa di come funziona l’economia.
La legge della domanda e dell’offerta era del tutto sconosciuta al signor ministro.
Ignorava il fatto che una merce rincara quando è scarsa; come quando ci sono più denari disposti a comprare fiori che fiori in commercio, il che accade appunto nel giorno dei morti.
Il fatto - deplorevolmente oggettivo, comprensibile a chi abbia studiato l’analisi logica al liceo - è aggravato nel caso dei fiori, merce deperibile, che non si può accumulare in magazzino a luglio per soddisfare la domanda enorme di novembre.
Per questo, il 2 novembre, l’offerta di fiori è scarsa rispetto alla domanda, e quindi rincara.
Il ministro (dell’industria!) era un incolto ignorante democristiano, ovviamente di sinistra.

Sospetto che ignoranti ministeriali, che hanno pagato la laurea, siano anche oggi in grandissimo numero.
E che per questo, in un certo senso persino innocentemente - l’innocenza colpevole degli ignoranti - abbia sgangherato le istituzioni e il sistema giuridico, aumentato la spesa pubblica a livelli astronomici, ridotto il sistema pubblico ad un sistema di corruzione e di privilegi.
E’ l’ignoranza di chi fa’ le leggi italiote, l’ignoranza dei Diliberto come dei Mastella o dei Visco: leggi per ordinare ai fiori di costare meno.
Leggi, se dipendesse da questa sinistra «estrema» (estrema nell’ignoranza) per sbattere in galera i fiorai e i mercanti in genere.
E farebbe leggi ad personam: «Chi si chiama Previti va’ condannato, chi si chiama Visco è assolto» (o il contrario) ignari che le leggi sono norme generali ed hanno effetti generali, lo si voglia o no, spesso imprevisti e non desiderati dai loro estensori.
L’ignoranza è pericolosa, come si vede, e produce il controllo asfissiante, il sospetto dei pubblici poteri sui cittadini che o fanno cartello, o sono tutti evasori, e dunque vanno controllati in ogni passo della vita: per ignoranza, può essere instaurato il totalitarismo burocratico, che uccide la libertà.

Studiassero non dico le basi dell’economia, ma anche solo l’analisi logica, non oscillerebbero fra impulsi sovietizzanti polizieschi di controllo dell’economia e le lodi sperticate al globalismo liberista di Draghi.
Invece di perseguire un improbabile cartello di fiorai o dei taxisti, starebbero attenti al cartello delle banche o della assicurazioni.
Starebbero nel giusto mezzo delle leggi oggettive dell’economia, che sono come quelle della fisica, senza confonderle col capitalismo di rapina in corso.
Né si farebbe infinocchiare da quel dipendente Goldman Sachs che chi gli dice che per abbassare le tasse occorre più mercato, che non c’entra nulla.
La cultura «disponibile alla mano» serve eccome.
E’ pratica, è funzionale.



1) Va riportato per la sua sfacciataggine l’incredibile ragionamento di Draghi: «Nel 2005 il 20 per cento più povero della popolazione italiana spendeva in quei servizi e beni oggi coinvolti nelle liberalizzazioni [di Bersani] oltre il 15% del totale dei suoi consumi mensili, 140 euro su 940». Ora i giovani precari o i pensionati con 940 euro mensili potranno andare di più in taxi o dal parrucchiere o dal farmacista. Risparmiando pure un, diciamo, 10 per cento su quel 15% di consumi. Facciamo 14 euro? Una pacchia.  Non un cenno, ovviamente, agli stipendi miliardari della cricca funzionariale di Bankitalia, almeno cento volte superiori ai 940 mensili dei poveri. Lì, nessun risparmio. Nessuna concorrenza. Nessuna liberalizzazione.

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Commenti : (1)
luigi
brescia , maggio 06, 2008 20:34

Grandissimo e lucido articolo. Condivido in toto; grazie Direttore



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