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Bullismo: in Francia e in Italia

Maurizio Blondet    29 marzo 2007
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Il tizio che conduce una rubrica di libri e letture su RAI3 - la nostra presunta radio «culturale» - nega che il bullismo scolastico sia un problema.
I bulletti sono sempre esistiti, dice; un tempo si chiamavano «monelli».
E fa l'esempio di Gianburrasca.
Un'insegnante, poveretta, prova a interloquire: nella mia scuola abbiamo avuto un ragazzo che ha strangolato il pappagallino di un compagno; non mi sembra una monelleria.
Ragazzate, replica giulivo il «coltissimo conduttore».
Così hanno luogo i dibattiti italioti, su una emergenza nazionale.
Per lo più, gli episodi più orribili vengono relegati in cronaca.
Quando si dibatte, lo si fa nei salotti TV, dove la mente più eccelsa è rappresentata da Barbara Palombelli, la moglie di Rutelli, che ripete la solfa: «Ragazzate, le facevamo anche noi».
Sentiamo invece come ne parlano in Francia.
Cosa scrive su «Le Monde» Philippe Meirieu (1), docente all'università Lione II e capo della rete TV educativa «Cap Canal» (in Francia, incredibilmente, esiste una TV pedagogica).
«I dibattiti educativi sono troppo spesso ridotti a dibattiti sulla scuola», dice.
Invece, il degrado dell'educazione, del rendimento scolastico, dell'autorità degli insegnanti, deriva da «un fenomeno completamente inedito: il capriccio, che un tempo era solo una tappa dello sviluppo del bambino, è divenuto il principio organizzatore del nostro sviluppo collettivo».

E' noto che il bambino, nato tra noi come un barbaro, passa per una fase dello sviluppo in cui si crede onnipotente, e crede di poter comandare agli altri esseri e persino alle cose.
E' il ben noto «narcisismo o egocentrismo infantile»: il piccino, preda dei suoi desideri e impulsi che non sa nemmeno ancora esprimere, tende a «passare all'atto», ossia a soddisfare i suoi impulsi con la violenza o la prepotenza.
Ma è proprio questo stato che l'educatore si sforza di far superare al bambino: gli deve insegnare, anche con punizioni, a dominare i suoi impulsi, a riflettere, a procrastinare, a prevedere le conseguenze, a metabolizzare le sue pulsioni.
Il fatto è, dice Meireu, che non si esce dallo stadio infantile da sé.
Occorre che tutta la configurazione sociale dia significato all'attesa, e permetta di vedere, nelle frustrazioni inevitabili, le promesse delle soddisfazioni future, più esigenti e più ardue.
E l'uscita da questo stadio non è mai assicurata: «L'infantilismo ci segue anche nella maturità, e ad ogni età della vita resta la tentazione di reinstallarsi sul trono del tiranno» di cinque anni.
Il fatto è che oggi «l'intero macchinismo sociale, anziché fornire i punti d'appoggio per liberarsi dall'infantilismo, esalta proprio il principio da cui l'educazione ci deve insegnare a liberarci».

Qual è questo principio?
«Le tue pulsioni sono ordini».
E' evidente che Meirieu ha di mira la pubblicità, e specialmente quella televisiva.
Il messaggio è ripetuto anche esplicitamente: «soddisfa la tua sete», dice una pubblicità della Coca-Cola.
«Odio le rinunce», grida un cartellone che vende latte scremato.
Peggio: gli economisti liberisti ci insegnano che «favorire la pulsione all'acquisto» è un bene, è il motore stesso della crescita economica.
La pubblicità rafforza il suo messaggio («soddisfa la tua sete») con immagini sensuali, che su personalità immature sono le più imperiose.
La TV fa «zapping» sulla mente dei telespettatori, più presto di loro, per impedir loro di fare zapping e passare a un altro canale.
Il telefonino «riduce le relazioni umane alla gestione di ingiunzioni immediate».
Tutto, assolutamente tutto nella nostra società  incita alla soddisfazione dei desideri: adesso, subito, a qualunque prezzo.
Questo imparano gli scolari e i ragazzini.
Perché nulla, assolutamente nulla incoraggia alla riflessione, a metabolizzare le pulsioni primarie.
Perché dunque stupirsi della difficoltà ad educare che incontrano oggi insegnanti e i (pochi) genitori che si rendono conto del problema?

«Ogni padre sa la fatica che occorre spendere per contrastare nei figli adolescenti la tirannia delle mode, delle griffes, degli stereotipi imposti dai cosiddetti media giovanili».
Quanto ai professori, soffrono giorno per giorno «la difficoltà di costruire spazi per la concentrazione, di formare la padronanza di sé, e l'adesione ad un compito assegnato. Vedono i loro allievi arrivare in classe con un telecomando trapiantato nel cervello…lo sforzo primario degli insegnanti d'oggi, che li riduce all'esaustione, è far abbassare la tensione per favorire l'attenzione».
La resa scolastica, quindi, è miserevole.
I rimedi?
Nei dibattiti si discute a vanvera di «restaurare l'autorità e di cambiare i metodi di lettura, o accelerare l'insegnamento all'asilo, creare classi speciali, identificare precocemente le devianze e medicalizzarle».
Tutto questo è, dice Meirieu, «pensiero magico», esso stesso infantile.
Non ci sono prescrizioni tecnocratiche che possano sostituire «l'ostinato lavoro di creare situazioni pedagogiche dove il bambino scopra, nell'azione, che il godimento dell'istante è mortifero, e che il desiderio può essere soddisfatto solo nella costruzione della temporalità» e nel rapporto con gli altri.

Tutto questo pensiero magico è anche in perfetta malafede.
Le soluzioni «tecnocratiche» vengono proposte per occultare le cause reali dalla crisi educativa.
Per esempio, non si vuole ammettere che oggi il bambino è usato come un «prescrittore di acquisti», un pubblico «captive» per la pubblicità televisiva, da spingere a desiderare per indurre la mamma a comprare.
Non si vuol dire, perché l'economia ne soffrirebbe.
Non si vogliono mettere in discussione i media: perchè se no bisognerebbe costringerli a riconoscere che «la libertà d'espressione si deve accompagnare a un dovere di educazione»; che la loro irresponsabilità non deve essere permessa, dato che la loro libertà si esercita all'interno di una democrazia.
Bisognerebbe, dice Meirieu, «ripensare la gestione del tempo dell'infanzia», oggi sovraccaricata nel tempo libero di scemenze (corsi di judo, di piano, di calcio, di lingue) che tengono il bambino sotto «costante pressione valutativa».
Ma questo non si può, perché la gestione tecnica del tempo «libero» infantile è un grande business.
Bisognerebbe ripensare ad una «rilancio dell'educazione popolare», per restituire al senso comune che «la frenesia consumatrice» non è l'ultima parola nel divertimento e nella cultura.
Infine, bisogna fare del «sostegno ai genitori una priorità politica».


 



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