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La metafisica è giovane - Platone dopo la modernità

Piero vassallo    17 agosto 2006
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Affacciato al balcone del palazzo intelligente, Eugenio Scalfari sostiene che, dopo il da lui presunto oscuramento della tradizione religiosa, le avanguardie avanzano al seguito dei tre maestri del sospetto, Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche.
Avanzano?
Scalfari è il notaio del trapasso illuministico ai lumicini cimiteriali; i maestri del sospetto e del pessimismo, più che il rifiuto
della metafisica, rappresentano la decostruzione - la totale disfatta della modernità e la senescenza delle avanguardie.
Rifiutare Platone per seguire gli autori proposti da Scalfari, peraltro, significa dimezzare la cultura occidentale, e riportarla all'irrazionalità del paganesimo arcaico, ossia al tragico epilogo della biografia dionisiaca di Nietzsche.

Se ai posteri spetta l'ardua sentenza sul futuro della metafisica, qualcosa dovrebbe significare l'esito del recente sondaggio, che ha accertato la preferenza dei giovani liceali per le opere di Aristotele e di Platone.
I giovani, che voltano le spalle alla cultura d'avanguardia, reagiscono al potere, a quella contorsione del pensiero, definita da Benedetto XVI «strana mancanza di voglia di futuro: i figli che sono il futuro sono visti come una minaccia per il presente».
Senza offesa alla venerata canizie dell'omelista Scalfari, forse si può finalmente dire che la passione per la metafisica è giovane e detiene le chiavi del futuro.
«Il sondaggio, commenta Lino Di Stefano, è sintomatico di uno stato d'animo - diffuso tra i nostri giovani, che trova giustificazione nelle contraddizioni che agitano la nostra comunità immersa in un'atmosfera di sfrenato consumismo».
Alle inquietudini del pubblico giovanile si rivolge, appunto, il saggio «Platone» che Lino Di Stefano, animoso filosofo della dissidenza dal pensiero unico, ha pubblicato presso le edizioni Eva in Venafro.

Frutto dell'erudizione autentica, quella che non delude la curiosità e non mortifica il piacere della lettura, l'agile e brillante saggio di Di Stefano espone la dottrina platonica ricostruendo la storia delle sue alterne fortune in Occidente.
Tutto ciò che di significativo l'Occidente e la cristianità hanno ereditato dai greci dipende, infatti, da ripensamenti e da sviluppi del pensiero di Platone, Mosé che parla attico, secondo la felice definizione di Numenio d'Apamea.
Di Stefano rammenta che l'incontro della filosofia greca con la teologia cristiana ha inizio proprio dalle intuizioni
del platonico di Apamea: «L'intellettualismo, notoriamente limite della filosofia greca per effetto della mancanza del concetto di creazione, sembra superato da Numenio…Una certa koiné fra il pensiero di Numenio e quello cristiano, a nostro giudizio, esiste».

I platonici, Numenio, Ammonio e Plotino, prestarono le ali filosofiche, che hanno fatto volare la fede di Agostino, di Tommaso e di Fabro a quel vertice della teologia razionale, cui tendeva invano il pensiero greco.
Coerentemente Di Stefano, quasi rovesciando il senso dell'accusa nietzschiana a Platone - cristiano in anticipo - afferma l'esistenza di accordi misteriosi tra il dualismo del Timeo platonico e la nozione cristiana di creazione.
Non a caso le ultime contestazioni alla filosofia platonica provengono dalle ridotte del pensiero scettico, nelle quali gli orfani dell'illuminismo e del marxismo, Karl Popper e Luciano Canfora, per citare solo i più accaniti avversari della metafisica, tentano la disperata difesa delle loro indifendibili ideologie.
Di Stefano, invece, non ha difficoltà a dimostrare che le tesi di Popper e Canfora sull'indirizzo tirannico - fascista? - del platonismo non hanno alcun serio fondamento: «testi alla mano, Platone è un inesorabile fustigatore della tirannide e di chi la incarna, tanto è vero che egli così si esprime nel VII libro della Repubblica: 'e poi viene la violenta tirannide che si distingue fra tutte le precedenti e che è il quarto e ultimo morbo dello Stato'».

Ora insieme con ridicole accuse alla metafisica di Platone, cadono gli impettiti giudizi di Scalfaro sulla «lampante incompatibilità sistematica tra il regime democratico e una religione ancorata a valori assoluti».
Sepolte le illusioni intorno al paradiso in terra, abbandonate dai giovani le malinconie dei pessimisti, smentite le livide calunnie,
ai profeti della domenica atea rimane la carta dei perdenti, il doppio di picche e di dolori.

Piero vassallo

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