Qual è il criterio che vi indurrà a scegliere per quale candidato votare?
Questa domanda, se rivolta ad ebrei americani, parrebbe ammettere una sola risposta: Voterò il candidato che ha promesso di fare di più per la «sicurezza di Israele».
E invece, un sondaggio condotto nella comunità più ricca e potente d’America ha rivelato che la risposta è: Voterò il presidente che s’impegna di più per l’economia e la disoccupazione, risponde il 23 per cento.
Quello che ha promesso di darci un sistema sanitario migliore, il 19 per cento.
La «sicurezza di Israele» è la prima preoccupazione solo per il 6 per cento degli ebrei americani, a pari merito con la crisi energetica e l’immigrazione incontrollata (1).
Che gli ebrei USA siano meno fanatici dei loro neocon, non è una novità: anche nelle ultime elezioni hanno votato democratico più che repubblicano.
La novità è che la comunità prende sempre più le distanze dalla Lobby israeliana che distorce la politica estera USA in nome del bene supremo di Israele, e che l’AIPAC (American-Israeli Political Action Committee), che intimidisce il Congresso e manovra la Casa Bianca facendo credere di poter mobilitare il voto e i finanziamenti ebraici a suo piacere, ha dalla sua solo il 6 per cento degli ebrei.
L’altra novità, infine, è più generale: come ogni altro gruppo sociale nel mondo occidentale, non si sente rappresentato dai suoi rappresentanti, o da quelli che si autodichiarano tali: ad ognuno la sua Casta.
Ormai sono due terzi, e in aumento, gli ebrei che dicono che l’America non doveva andare a fare la guerra in Iraq, quella guerra in cui gli USA sono stati trascinati dagli ebrei Wolfowitz, Perle, Douglas Feith e il rabbino Dov Zakheim, che diressero il Pentagono nel 2001.
Il 76 per cento degli ebrei dichiara che quella guerra sta andando male o malissimo.
L’Iran, si capisce, continua ad essere in cima alle preoccupazioni degli ebrei americani, contagiati dalla paranoia dei parenti israeliani.
Per il 59 per cento di loro resta il pericolo maggiore, perché «si fa l’atomica» (ma il sondaggio è stato condotto prima dell’uscita del rapporto NIE, che ha smentito l’esistenza del programma nucleare militare iraniano).
Ma anche qui, ecco una novità.
Alla domanda: «Siete dell’idea che gli USA debbano compiere un attacco preventivo per impedire all’Iran di farsi l’atomica?», solo il 35 per cento rispondono sì.
Il 56 per cento dicono esplicitamente che sono contrari.
Due anni prima, quelli che premevano per l’attacco all’Iran erano il 49 per cento, e i contrari il 46.
In contrasto con questa tendenza a rispondere da «colombe» più che da falchi è l’odio per i palestinesi, che è addirittura cresciuto.
Non solo il 55 per cento degli ebrei americani sostiene che i colloqui tra Olmert e Mahmoud Abbas (OLP) «non porteranno alla pace», e tre su quattro che assolutamente non può esserci pace con Hamas, che controlla la striscia di Gaza.
Essi sono contrari ad un patto palestinese autonomo, più di ieri: nel 2004, ad essere favorevoli all’idea erano 57 su cento, oggi solo 46 su cento.
E’ un «odium theologicum», si può dire.
Difatti ha al suo centro la paura che un accordo con la nazione palestinese comporterebbe la condivisione di Gerusalemme come capitale: oggi sono 58 su cento a dichiararsi per Gerusalemme solo ebraica, contro il 52 per cento dell’anno scorso.
E questo irrigidimento non riguarda solo quel 25 per cento di loro che votano repubblicano, il che non sorprende, ma gran parte del 43 per cento che si autodefinisce «liberal», cioè piuttosto di sinistra.
E certo poco osservanti.
Ma anche loro, sono soggiogati dal messianismo che comporta la ricostruzione del Tempio come «coronamento» indispensabile dello stato sionista.