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Razzismo ebraico

Maurizio Blondet    28 novembre 2007
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Il caso è chiaro: la comunità ebraica americana, per quanto potente, diminuisce ed invecchia a vista d’occhio.
E’ possibile che fra una trentina d’anni non avrà la forza lobbystica di oggi: e il flusso di miliardi di dollari, quelli della diaspora e quelli che Washington assegna ad Israele su pressione della lobby, senza contare gli armamenti che dona allo Stato ebraico, si assottiglierà.
Si aggiunga che, secondo i dati della Bar-Ilan University, oggi i non ebrei in Israele ammontano al 28% della popolazione.
Non si tratta solo di palestinesi con cittadinanza (che i sionisti contano un giorno o l’altro di espellere), ma di lavoratori immigrati (in crescita continua) e degli ebrei ex-sovietici: questi, quando non emigrano in Germania, decidono per Israele come seconda scelta, e soprattutto per ragioni economiche: potendo vantare un antenato ebreo, ricevono fondi per l’insediamento in Sion.
Non provano vera lealtà per la loro nuova patria, e sono estranei allo spirito del sionismo: a settembre scorso, una decina di giovani russi sono stati arrestati per attività neonaziste, inneggiavano ad Hitler.

Entro il 2020, gli israeliani «puri», super-sionisti o rabbinici saranno forse una minoranza in Israele.
Ecco perché le frenetiche attività di «convinzione» agli ebrei del mondo a stabilirsi in Israele.
Ma nel profondo, è l’ideologia del sionismo che sta perdendo la sua presa nell’ebraismo.
Quel che accade nella comunità italiana - così divorata dalla passione per Israele da continuare a vivere a Roma - accade dovunque: sì, offerte, lobbysmo di sostegno per lo Stato ebraico presso i politici locali, ma si resta dove si è.
In Israele, il dominio del rabbinato più retrivo - una minoranza, forte solo perché accaparra la maggior parte dei fondi della diaspora - soffoca la vita culturale imponendo le restrizioni di una vita da shtetl, da ghetto polacco di due secoli fa.

I giovani brillanti se la filano, tanto più che i genitori spesso hanno conservato il doppio passaporto e un’abitazione e interessi a Londra, Parigi, New York.
In questi giovani, il ricordo dell’olocausto, su cui il sionismo ha basato l’identità da vittima eterna, stinge a poco a poco.
E non c’è molto da fare.
Il conformismo ebraico vive di «mode» collettive, totalizzanti.

Nel primo ‘900 fu il marx-leninismo e il trotzkismo: la volontà di creare l’uomo nuovo sovietico fu il concorrente del sionismo, il concorrente più forte; coloro che immigrarono in Israele come «laburisti» erano soprattutto menscevichi russi, se non si contano i proto-fascisti russi di Yabotinski.
Il sionismo ha esercitato la sua presa propagandistica sulla comunità ebraica solo dopo la guerra, e anche allora non una egemonia: dei 2,5 milioni di ebrei che cercarono rifugio all’estero tra il 1935 e il 1943, solo l’8,5% scelse (o fu costretto a scegliere) la Palestina.
La stragrande maggioranza, 1,9 milioni ossia il 75%, scelse l’URSS, dove gli ebrei formavano il nerbo della nomenklatura.
Ed oggi la «moda» sionista, mai troppo forte, sta passando, e sempre più israeliani scelgono di tornare in Europa.

Lo stato sionista intensifica per questo i suoi allarmi sui pericoli dell’«antisemitismo», per questo accelera la «soluzione finale del problema palestinese», per questo impone ai goym continue celebrazioni della Memoria; per questo si arma e si prepara a guerre - bisogna mettere Israele in pericolo perché la diaspora si senta impegnata a salvarla.

Ma il pericolo per Israele non viene dalla fantomatica bomba atomica iraniana.
Viene invece dal mutamento dell’inquieta anima collettiva.
Viene da dentro (4).



1) Kate Connolly, «Israeli migration agents target German Jews», Guardian, 28 novembre.
2) Polly - Curtis, «Jewish school told to change admission rules», Guardian, 28 novembre 2007.
3) www.truthtellers.org/alerts/insearchofhomegrownterrorists.htm In Search of ‘Homegrown Terrorists’
4) Linda S. Heart, «Threat to Israel from within, not without», online Journal, 28 novembre 2007.

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