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«Corporate socialism» il nuovo grido che si leva dagli Stati Uniti e Obama è il nuovo portavoce dello scontento popolare americano.

USA: l’antiglobalismo torna di moda

Maurizio Blondet    26 febbraio 2008
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YOUNGSTOWN, Ohio: Lo ha detto Barak Obama il 19 febbraio scorso: «E’ mia intenzione abolire le facilitazioni fiscali a quelle imprese che portano i posti di lavoro all’estero delocalizzando. Le daremo alle aziende che investono qui in America».
E ancora: «Taglieremo queste riduzioni tributarie fatte da Bush tutte a favore dei ricchi, e daremo agi fiscali alle famiglie ordinarie, alla gente che guadagna meno di 75 mila dollari l’anno. Compenseremo il vostro carico tributario col loro».

D’accordo, quel 19 febbraio John McCain ha promesso l’esatto contrario: «Ora è di moda prendersela con la Cina… ma il libero commercio globale è stato il motore della nostra economia.
Il free trade dev’essere il principio costante che guida l’economia di questa nazione».
Ma il repubblicano ripete il vecchio dogma.
Non è nemmeno il caso di sottolineare che la novità vera l’ha detta il nero democratico: ciò che spiega i suoi successi alle primarie.

Fino a un anno fa, nessun candidato avrebbe potuto dire quello che ha detto Obama - sfidare il dogma del super-liberismo globale - mantenendo la speranza di essere eletto.
E’ chiaro che il vento ha girato, e molto velocemente.
Il discorso anti-mondialista sta prendendo posto nel dibattito pubblico americano, il che significa che presto se ne potrà discutere in Europa, dove - dato il consueto ritardo culturale - è ancora tabù e squalifica un politico che osa parlarne (vedi le derisioni a Tremonti «colbertista», venute dalla sinistra che ha adottato in ritardo il tatcherismo, e se lo tiene caro).

La sinistra italiota dovrà recuperare in fretta le terminologie della nuova moda, perché in USA essa viene già posta nei termini socialmente esatti: di lotta di classe (magari a sinistra questo ricorderà qualcosa?).
La pone così l’economista David Cay Jonhston nel suo ultimo saggio, «Free  Lunch - How the wealtiest americans enrich themselves at government expenses» (and stick you with the bill).
Il sottotitolo si traduce: «Come i più sfondati americani si arricchiscono a spese dello Stato, e fanno pagare il conto a voi».
Ma a chi conosce le formule dogmatiche del liberismo, già il titolo - Free Lunch - dice tutto (1).

«No free lunch», nessun pasto gratis, è uno degli atti di fede cruciali del credo iper-liberista.
E’ la risposta ai lavoratori che si lamentano di non essere pagati abbastanza per vivere, ai poveri e ai malati senza assistenza: il sistema dove regna il mercato perfetto non dà «nessun pasto gratis», ciascuno è pagato nella misura in cui la legge di domanda-offerta giudica valga il suo lavoro, e non di più.
Il che significa anche: il liberismo totale sarà anche spietato, ma è «morale».
Ha una sua immanente, rigorosa giustizia: lì, niente corruzione, niente trucchi per aver pasti gratis. Lì il gioco è feroce ma leale, almeno; non come nelle economie sociali europee, dove conviene percepire sussidi di disoccupazione grassi anziché sgobbare…

Jonhston dimostra invece che nel liberismo ci sono pasti gratis.
Eccome.
Anzi sono luculliani, a base di caviale e champagne.
E a divorarli sono i ricchi, i signori del mercato.

«La forza-lavoro americana è molto produttiva ed ha grandemente contribuito all’immensa accumulazione di ricchezza nazionale», scrive Jonhston: «Per un dollaro di salario a persona nel 1980, l’economia ha generato 1,68 dollari».
Ma il lavoratore americano non è stato compensato per la sua produttività eccezionale.
Anzi, ha perso salario.
Nel 1973, la paga media dell’operaio USA era di 33 mila dollari l’anno; nel 2005, è stata - in dollari del 1973 - di 29.143 dollari.
E’ il 90% della popolazione ad avere perso potere d’acquisto in questa misura.
Se si guarda poi al 50 % che sta più in basso, si vede che il suo reddito medio a testa, che nel 1980 era di già miserevoli 15.464 dollari annui, nel 2004 era sceso ancora a 14.149 dollari.
Hanno perso una media di 15 dollari a settimana.

La domanda è: «Perché il popolo ha perso reddito mentre la ricchezza del Paese (espressa dalla crescita del PIL) è aumentata a balzi grandiosi?».
Vuol dire che qualcuno ha rubato.
Ha derubato i lavoratori più sgobboni e capaci del mondo.
E chi è stato?
Il padronato e i ricchi speculatori finanziari.
Loro si sono fatti un sacco di «pasti gratis» a spese dei poveri onesti.

Per chi ci legge da tempo, non sarà una gran novità.
Dopotutto, è noto che tutto il «successo» del capitalismo terminale consiste nel retribuire troppo il capitale a spese del lavoro, sempre meno retribuito.
Ma che lo si dica apertamente è una novità assoluta in America.
Tanto più quando lo si dice, come fa Johnston, con precise spiegazioni sul come il furto è stato perpetrato.

«Appena il presidente Nixon visitò la Cina nel 1972, le imprese petrolifere americane si buttarono a fare prospezioni. Immediatamente, chiesero al governo cinese di mettere in vigore una tassa sui profitti d’impresa».
«Con questa tassa pagata in Cina, le imposte che le imprese USA dovevano agli Stati Uniti furono pagate sempre meno».
Anzitutto perché «i profitti delle aziende USA prodotti all’estero non sono tassati, finchè restano fuori dagli USA».
Poi, perché «le leggi tributarie USA consentono alle imprese americane di detrarre dal prelievo fiscale sui propri profitti i tributi che pagano a governi esteri. Una deduzione non del solito 35%, ma del 100%».
In più, ovviamente, le tasse sui profitti d’impresa pagate in Cina non sono che una frazione delle imposte vigenti in USA.
E non basta ancora.

«Un’azienda con sede in USA e filiali o fabbriche in un altro paese può prendere a prestito capitali in patria, deducendo gli interessi e così alleviando il suo carico fiscale in America. Contemporaneamente, può lucrare interessi sulla liquidità – non tassata – che mantiene all’estero. Sicchè un’ìmpresa che chiude una fabbrica in USA per aprirla in Cina può dedurre gli interessi dai suoi profitti tassati in USA, mentre allo stesso tempo produce profitti all’estero che non saranno mai tassati».

Conclusione: nel liberismo terminale, «distruggere posti di lavoro in America e crearne in Cina è il modo più efficiente di accrescere i profitti, per le aziende industriali. Dal punto di vista degli azionisti e dei manager, ogni altra strategia diversa dal trasferire macchine e posti di lavoro all’estero [per esempio investendo di più in macchinari più efficienti, creando mansioni a più alta intensità di capitale] non è altro che uno spreco del capitale aziendale».
Per questo sono scomparsi, dal ‘93 ad oggi, 3,4 milioni di posti di lavoro in USA.

E attenzione: questo non è l’effetto, spietato ma «giusto», del libero mercato e della sua mano invisibile, né della deregulation selvaggia.
E’ effetto delle leggi tributarie.
Ad arricchire i ricchi impoverendo i lavoratori non è il liberismo, ma un dirigismo o statalismo a rovescio, che di fatto elargisce sussidi alle alte classi, ai banchieri e ai padroni di multinazionali. Sussidi di Stato, precisamente, dovuti alla fiscalità sopra spiegata: di fatto, lo Stato USA applica un dirigismo che dà l’introito delle tasse pagate dal 90% inferiore degli americani che lavorano, al 10% superiore.
Questo non è liberismo ma socialismo, dice Johnston: solo, è «corporate socialism», socialismo per i detentori di capitale e padroni del vapore.

Per esempio Sam Walton, il miliardario padrone di Wal Mart, il colosso dei grandi magazzini a poco prezzo, è un perfetto «corporate socialist».
Attentissimo ad avvantaggiarsi di ogni beneficio che lo Stato concede ai ricchi: dall’uso di terreni gratuiti - che i comuni e gli Stati gli concedono perché si degni di impiantare un suo grande magazzino nella loro zona, agli affitti di spazi a lunghissimo termine e a costi inferiori a quelli di mercato, fino all’assunzione di lavoratori «addestrati a spese dello Stato».
Da lì viene ogni dollaro di profitto che Walton intasca.
Non viene da sue invenzioni, da brevetti, da genialità e rischi imprenditoriali: viene dal ciò che ruba agli altri cittadini-contribuenti.

Il presidente Bush e il Congresso (non solo i repubblicani) hanno perfezionato il «corporate socialism» con gli ultimi tagli fiscali: grazie ai quali il 10% dei percettori di massimo reddito in USA hanno una detrazione del 53%, e perfino i 300 mila individui al vertice della scala sociale - il decimo superiore dell’uno per cento dei massimi percettori - pagano oggi il 15% meno imposte di prima.
E si parla di individui con un reddito medio annuale di 26 milioni di dollari a testa.
Capito?

Quando in USA si comincia a chiamare il liberismo del mercato globale «Corporate socialism», non c’è dubbio: dato il senso spregevole che ha in America la parola «socialism», sta nascendo la volontà di cambiare lo stato di cose presenti in quanto spregevole.
E per cambiare le cose non occorre imporre dazi, né altre misure di protezionismo o di «populismo».

La soluzione la indica Johnston nella sua analisi sulle norme fiscali che favoriscono, anzi rendono conveniente, la delocalizzazione di lavori in Cina.
Basta abolire quelle norme che «truccano la gara» e sono sleali a vantaggio di pochi non-bisognosi. Non a caso Johnston dice che la sola risposta a questo parassitismo dei miliardari è «una rivolta dei contribuenti»: la rivolta fiscale è la base della democrazia anglo-americana, della «rivoluzione» come la si intende là.

Il successo di Obama mostra, se non altro, che lo spirito di rivolta dei contribuenti monta; per questo gli elettori hanno liquidato Hillary Clinton, espressione dell’Establishment che deve essere rovesciato in blocco.
Vedremo quanti voteranno, alla fine, McCain il liberista in ritardo.
Ma noi italiani dobbiamo preoccuparci d’altro.
E precisamente di come sarà adottata la nuova linea economica che partirà da Washington e che conquisterà anche i nostri politicanti, appena sarà una «moda» stabilita.
E di chi la adotterà.

Perché da noi in Italia, i «corporate socialist» non sono gli imprenditori, essi stessi alle corde; sono i parassiti della Casta.
In USA le leggi fiscali avvantaggiano i miliardari privati, qui il peso sulla nostra società è esercitato dai miliardari pubblici.
Ora, il mio timore - come ho già avuto occasione di dire - è che della nuova moda s’impadronirà la Casta.
Quella stessa che ci ha «privatizzato» (come taxisti) e «liberalizzato» (come barbieri), che ha svenduto il patrimonio industriale IRI agli stranieri in nome del liberismo, che ha ridotto le paghe operaie italiane a livelli da terzo mondo e portato l’esazione fiscale alle stelle, ci darà presto lezioni di anti-globalismo, e di dirigismo statalista.

Presto?
Già lo fanno.
Già predicano che bisogna »«aumentare i salari» usando «il tesoretto».
Già piangono sugli operai morti della Thyssen (per aiutare i quali i deputati, fatta una colletta, non hanno sborsato nemmeno 35 euro a testa).
Già sentono che è arrivato il momento di sfoderare le vecchie parole d’ordine della loro fallita ideologia di un secolo fa, «lotta di classe», «sfruttamento», «capitale contro lavoro».
Ho già sentito Bertinotti, una sera di queste, tenere questo genere di discorsi.
Ricordava che lui era stato sindacalista.
Parlava di grandi fabbriche che sfruttano i lavoratori… ma le grandi fabbriche non esistono più, e Bertinotti è abbastanza informato e intelligente da non poter non saperlo.

Resta l’altra sola conclusione: che sia in malafede.
Che parli di «grandi fabbriche» fantasma e di «lavoratori» alla Cipputi, sporchi di morchia, per non parlare del vero oppressore: la Casta.
Quella di cui questo miliardario fa parte.
Già, perché più istruttive delle sue parole, era il suo look.
La sua giacca di sopraffina fattura, probabilmente Handmade in London, la sua cravatta di soffice mohair scozzese, l’eleganza suprema ed agiata, da cliente esclusivo delle vere multinazionali del lusso.
Mica sto parlando di Dolce & Gabbana, che vestono i macrò e gangster russi arricchiti, no: sto parlando di certe bottegucce di Bond Street coperte di antiche boiseries, dove il sarto tiene in un registro manoscritto le misure del cliente accanto a quelle di Filippo d’Edimburgo, o il calzolaio conserva le forme in legno delle scarpe che gli farà su misura.

Sto pensando alla profumeria Penhaligon, che ti prepara l’acqua di colonia su tua ricetta esclusiva, al negozio Dunhill  che conosce la tua miscela di tabacchi preferita e te la fa avere nella tua residenza di Montecitorio.
Dove chi ha il numero può telefonare e sentirsi risponder dal maggiordomo: «No, l’onorevole non c’è. E’ dal suo guantaio di Amsterdam».
Sì, più guardo Bertinotti mentre parla di operai e grandi fabbriche, più capisco che si sente al sicuro: a lui, nessuna moda sottrarrà il pasto gratis.

Perché la Casta era di sinistra quando era liberista, sarà di sinistra quando tornerà statalista.
Magari gli americani, dopo dure battaglie e rivolte fiscali, faranno sputare ai loro capitalisti privati
i «pasti gratis» di cui si sono ingozzati.
Noi, alla Casta, glieli manterremo sotto qualunque ideologia: noi la votiamo, metà di italioti la vota perché resti lì, perché continui a ingozzarsi e a tassare.





1) Walter Uhler, «Obama’s populism versus McCain’s free trade», Walter C. Uhler.com, 20 febbraio 2008.



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Commenti : (18)
MS
lontano oriente , febbraio 26, 2008 19:20

e' sicuramente una moda globale oramai usare la Cina come capro espiatorio, ho giusto letto pochi minuti fa un velenoso articolo in merito su Repubblica dove si blatera di "lager" cinesi con fotografie che poi dimostrano l'esatto contrario
ma tanto nessuno protestera'.

l'occidente d'altronde il capitalismo lo difendono solo quando gli fa comodo, non quando si viene ripagati con la stessa moneta dalla concorrenza asiatica.

oggi stavo leggendo un libro di Dave Packard (co-fondatore di Hewlett-Packard), "the HP way", una sorta di inno al social-capitalismo con fotografie dei fondatori che cucinano hamburghers ai picnic aziendali e i dipendenti felici che lavorano indefessi, se non altro nell'introduzione del libro il figlio di Packard non lascia dubbi sul fatto che suo padre si rivolterebbe nella tomba a vedere come la sua azienda e' stata ridotta a pallini negli ultimi anni dopo che l'innominabile CEO Fiorina (una donna) ha stravolto tutto con le sue teorie alla Adam Smithe e outsource selvaggio. (parlo per esperienza diretta)

non ci sarebbe da stupirsi se i pochi HPers rimasti votassero Obama, ne' i tartassati dai mutui subprime e chi ha perso la pensione con i giochi d'azzardo di Enron e MCI Worldcom.

ma c'e' un ma : saranno gli ameriKani pronti a gettare alle ortiche l'american dream e la loro semi-religione capitalista ?

ironicamente il libro di Packard inizia proprio negli anni '30 dove descrive in dettaglio la terribile poverta' e penuria di lavoro causata dalla crisi del '29...

altro capitolo inquietante : da un garage con pochi dipendenti HP fece i milioni durante la guerra vendendo strumentazione all'esercito.

se per gli americani non ci fossero guerre imminenti se le
dovrebbero quasi inventare, o magari ci stanno gia' provando ?



Charles
Varese , febbraio 26, 2008 19:24

Ma possibile che non esista un Braveheart che abbia voglia di ribellarsi con la forza necessaria a spazzare via questi parassiti? Allora siamo condannati ad essere sempre governati da sfruttatori, barbari esterni o interni. Rovesciare un sistema marcio e corrotto, anche con la violenza, uno dei pochi e sacrosanti diritti di ciascuno di noi, ed ora.


Giuliano
... , febbraio 26, 2008 19:49

Blondet io la leggo sempre e da una parte devo ammettere che il parassitismo della Casta(che non conosce distinzioni ideologiche) e che è insopportabile il finto radicalismo di Bertinotti(chiunque sia di sinistra sa che il suo partitino è ancora più annacquato di prima) ma d'altra parte non capisco questa sua cecità non tanto involontaria(lei non è certo uno stupido), quanto credo piuttosto in malafede.
Perchè pensa che sia di sinistra voti per la Casta mentre invece chi è di destra non voti per l'altra Casta degli aennini siciliani che si comportano come notabili ottocenteschi,di democristiani falliti ma ancora potenti e leghistoidi da strapazzo ,per non parlare di forzaitalioti che credono che Berlusconi intenda davvero fare una cura dimagrante agli enti inutili,alle società pubbliche parassitarie e alle paghe di lorsignori.
Lei lo sa benissimo che la Casta va da Bertinotti a BOssi,lo sa benissimo.
Eppure continua con questa solfa,che ci ripete sempre un delirante Gianfranco la Grassa, del "parassitismo" della Casta,ma solo di una Casta.

SO già che potrebbe rispondere sgarbatamente dicendo che io non l'ho mai con attenzione e che non ho capito niente.Sbagliatissimo.
Sono un lettore fedele,fanatico,che non si perde un articolo.E se non crede a me può credere al database degli ip che si connettono al suo sito.
Questa frase, non lascia dubbi,Blondet:"noi la votiamo, metà di italioti la vota perché resti lì, perché continui a ingozzarsi e a tassare."

Dica semplicemente che la Casta è incolore.
Certo risulta tanto più odiosa se parla di "grandi fabbriche" e si comporta come se la classe operaia italiota fosse come quella del 1960....

Lo so che lei lo sa,in fondo,che quando si tratta di "mangiare" non esiste nè "destra" nè "sinistra".
Lo ammetta,semplicemente.
Anzichè dare a intendere che una Casta è più Casta delle altre.



umbynet
vicinoaTO , febbraio 26, 2008 20:02

Charlie, ma guarda la storia: i pi furbi e spietati hanno sempre avuto la meglio sulle popolazioni. Era cos, E' cos鬬 e sar cos.


Alex
Firenze , febbraio 26, 2008 20:41

Io la penso così: non é il "sistema", l' istituzione, la forma, il diritto o la legalità che producono i guasti per cui si tratta di trovare le giuste riforme o le tattiche politiche. Con un sistema od un altro, una costituzione od un' altra se gli uomini sono delle teste di melone non otterremo mai nulla. Il problema non é la forma (istituzioni e leggi) ma la sostanza (la qualità umana dei capi).


massimo
avai , febbraio 26, 2008 21:33

ogni volta che ne parlo con qualcuno di noi cittadini lo trovo d'accordo : lavoratore dipendente o libero professionista, sembrano tutti d'accordo e favorevoli ad un regime fiscale che includa la detraibilit di qualunque cosa possa prevedere uno scontrino, una ricevuta od una fattura... sono anche tutti d'accordo sul pagare le tasse senza evadere una lira, pardon, un centesimo di euro su quello che ti rimane effettivamente in mano... perch non succede ? non credo sia per una questione di aliquote o di gettito, credo invece sia per un preciso, unico ma giganetsco "difetto" : cosਬ facendo saremmo tutti tranquillamente in regola, non ricattabili, non suscettibili di minacce, pressioni, ritorsioni, in una parola saremmo : liberi... ecco, appunto, liberi... pensate che le associazioni a delinquere mafioso/partitiche siano per la libert... o saranno per il controllo del territorio e la vessazione della marmaglia che lo abita... aloha...


Andrea Ventura
Bologna , febbraio 26, 2008 22:23

In questo nostro disgraziatissimo Paese, sempre più ridotto a "contrada", ci manca sapere quanto sia nefasta o meno la "casta" di Francia, Germania e Spagna. E' un problema euristico importante in quanto, seppure possibile una rivolta italiana, che omaggerebbe i sostenitori della "diversità" italica, del "laboratorio politico" che comunque saremmo rimasti in Italia, senza conoscere quanto i non pulitissimi socialisti spagnoli o postgollisti francesi o democristiani bavaresi sono "ladri", è arduo sperare che prevalga un "primato" italiano di rivolta basato su un orgoglio morale che non abbiamo mai posseduto in sommo grado nel corso dei secoli. Le divisioni le creiamo continuamente nel nostro stesso seno per i motivi più disparati e solo il "cemento" ideologico ci ha tenuti uniti, sia pur divisi per tifoserie, come in uno stadio. Giuliano è capace di definire delirante La Grassa, pur comprendendo ciò di cui si parla (vedi sopra ) e si rifiuta di comprendere che è più perniciosa la casta di origine "comunista" e "di sinistra", in quanto armata della "persuasione" e della "rettorica" giusta per l'egemonia culturale nella società odierna: Luca Cordero di Montezemolo ci mette la Ferrari, la grande finanza e Paolo Mieli ci mettono il "Corriere della Sera", i girotondini "l'Unità", i poteri massonici e la finanza di un "certo tipo" ci mettono "Repubblica", Bertinotti ci mette gli abiti e l'erre moscia e i temi del Psiup anni sessanta ... mescolare e quindi centrifugare accuratamente ... ecco Veltroni ! La destra ci mette quel suo nulla culturale e morale normalmente laido, da Berlusconi a Storace, facilmente intercettabile da una magistratura come la nostra, quella di oggi, nata dalla convergenza delle varie correnti "giustizialiste": è la cialtroneria italiota classica, tenuta sotto tiro costante dalla "meravigliosa macchina" Corsera-Repubblica-Stampa-Rai3-La7, oltre che dalla "parti sociali" ovvero Confindustia e sindacati. Insomma, la destra, anche con il 60% dei consensi partirebbe svantaggiata ... è per questo che accarezzo la vittoria della sinistra ! Perché, a cinquant'anni, non voglio più "casino" e solo la sinistra garantisce l'ordine sociale e "porta avanti il discorso" come una ninna nanna, cullandoci dolcemente e mettendo a riposo tutti i neuroni!


S.masetti
bologna , febbraio 26, 2008 22:44

Come idea è splendida,come moda altrettanto,ma la questione fiscale negli USA,già dal vietnam,è legata alle infinite guerre che hanno fatto fin'ora.Avrebbe dovuto assicurare che entro un mese,qualora fosse eletto,potrà chiudere tutto e negoziare con i paesi petroliferi senza spese militari.All'antiglobalismo penso ci arrivino tutti per forza,ma la morte non presenta soluzioni di sorta.


Alessandro Giorgiutti
Milano , febbraio 27, 2008 01:28

In un certo senso il più "obamiano" dei politici italiani è Giulio Tremonti. In un intervento pubblicato sulla Padania lo scorso 20 febbraio (http://www.giuliotremonti.it/public/articoli/Padania%20Bossi-Tremonti.pdf), Tremonti ha duramente criticato la globalizzazione e i suoi "illuminati" cantori, proponendo - per ripararne i guasti - da un lato l'introduzione di dazi e quote "per guadagnare tempo, per difendere le nostre industrie"; dall'altro lato, "l'applicazione anche in Asia delle nostre stesse regole sociali e ambientali". Quindi, ha attaccato i fondi sovrani d'Oriente, che vogliono colonizzarci, ma anche la "tecnofinanza" d'Occidente, una "piramide di carta" che ha oscurato la "viva realtà dei laboratori artigianali e dei capannoni industriali".
Qualche giorno dopo, in un'intervista a Repubblica (http://www.giuliotremonti.it/interviste/visualizza.asp?id=181), ha aggiunto: "Veltroni pensa a "chiamare il mercato" per risolvere i problemi sociali. Io penso che, in tempi di ferro, questo lo debba e lo possa fare molto di più lo Stato".
Che ne pensate?
(http://apota.blogspot.com)



Marcello
siena , febbraio 27, 2008 07:15

Per fortuna, almeno gli uccelli e i pesci, non hanno di questi problemi.


Alberto B.
Genova , febbraio 27, 2008 09:13

Concordo su tutto, meno che su una cosa, le colpe le hanno anche in nostri "piccoli" e "medi" imprenditori,
ho parlato con uno di loro ieri, mi ha detto che
ha dovuto comprare un nuovo SUV al figlio, perhce'
nel fine settimana ne ha distrutti 2 !
Purtroppo lavorando in un ufficio fornitori ne sono
a contatto con tanti di questi, e sono la maggiornza,
chi lavora onestamente sono pochissimi, e fino a pochi
anni fa non lo varei creduto.



Phitio
bologna , febbraio 27, 2008 10:04

Tremonti? Chi? Quello che propose di spingere i consumi con i rifinanziamenti dei mutui sulla casa, allo stesso modo che in America? La stessa corda su cui ora si sta' impiccando quel paese?
Oppure quello che ha svenduto buona perte di asset nazionali?
Oppure quello che ha fatto ben undici condoni tombali?

Ma non scherziamo per favore.

Questo panorama politico/tecnico e' una aghiacciante visione di incompetenza punteggiata qua e la da fulgidi esempi di delinquenza. Dall'estrema destra a ll'estrema sinistra, passando per il centro ( o centri).

Se bombardassero camera e senato, il "collateral damage", come lo chiamano simpaticamente gli americani, sarebbe circa un decimo di quello che essi producono normalmente nei loro allegri bombardamenti in Afghanistan e Iraq



ermete
... , febbraio 27, 2008 10:06

Ma il Tremonti "colbertista" è la stessa persona della finanza creativa , appartenente alla destra italiota (più pilù per tutti)?
Per la serie un Uomo ... una bandiera al vento .
Da svendere non è rimasto niente .
L'unica cosa dà fare è liberarci dall'euro e creare monete locali in stile Auriti , tornando a produrre i prodotti di prima necessità in loco e non importarli e pagare le "plus valenze" hai trasportatori , invece che agli agricoltori .



s.masetti
bologna , febbraio 27, 2008 13:36

Dottor Blondet,oltre al vestito su misura,il cappello(borsalino),i guanti in morbidissima gazzella,le scarpe in capretto quasi un calzino,manca il gioiello fatto dall'orefice di fiducia,per l'uomo i gemelli,per la dama anello,collana,bracciale,tutto in oro e pietre preziose.Obama dovrebbe sapere a quanto ammonta l'oncia d'oro oggi,sostituito da enormi negozi solo di bigioux,marrocchineria,chincaglieria,anche di marca,ma mai come il gioiello degli anni 80' inizio 90'.Strafogarsi di ostriche e champagne fa invecchiare ,ossidare,"became rancid".Dopo hai voglia a vestirti all'inglese!.


Faurio
Nerviano , febbraio 27, 2008 13:48

Ma io mi domando xchè i politici non leggono questi articoli? Avrebbero solo da imparare.
Qualcuno sa come si fonda un partito? (non per mangiare anche io a sbafo, ma per candidarci persone oneste e che agiscano per il bene comune)
Saluti
Faurio



nicola
FORLI\' , febbraio 27, 2008 15:14

Mi rivolgo a tutti i lettori degli articoli.
Premesso che non sono un membro dello staff di effedieffe ne
l'avvocato difensore di Blondet, ma solo un suo lettore ed estimatore da lunga data,mi piacerebbe che qui si potessero leggere dei brevi commenti all'articolo e non dei mini trattatelli(lo so che la tentazione grande per noi logorroici italiani).
Per quelli che che vogliono chiarimenti,precisazioni o fare un appunto all'autore ricordo che c' la sezione "Lettere al Direttore",dove quest'ultimo,se avr訠 tempo e voglia potr rispondere beneficiando tutti noi.
Comunque fate voi, una cosa che mi premeva dire.



Gsx
Varese , febbraio 27, 2008 21:39

Iniziamo ad essere stanchi delle chiacchiere, forse non sono il solo.


Xenia
... , febbraio 28, 2008 13:32

Un articolo cesellato benissimo nello stile e nel pensiero.
La delocalizzazione molto pi pericolosa di quello che pu蹲 sembrare - corrode le capacit e l'abitudine di creare nelle generazione future.




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