Alla ricerca di un termine che possa descrivere il dramma presente delle anime come del mondo, non potevo che cercarlo nel rapporto del pensiero umano con la Parola divina, origine di ogni senso ontologico, logico e religioso, anche delle parole comuni.
In tal modo pure un termine come «alienazione», caro alle ideologie materialiste per seminare ateismo, può, nell’ottica cristiana, fare luce sull’attuale condizione umana sia religiosa che politica, sia filosofica che scientifica e perciò, sia nella storia universale che in quella delle minacce presenti.
L’articolo del 28/05/2007, «Le alienazioni alla base dell’‘Einstein pensiero’ e della ‘relatività conciliare’», tratta del miglior modo di definire il termine «alienazione» (da «alter», farsi altro), senza scartare, anzi, traendo spunti dal senso usato da Karl Marx nei suoi famosi studi sul capitale.
Rivediamo quel ragionamento sul termine «alienazione».
Per la cosiddetta filosofia moderna esso è «
termine che si usa soprattutto in riferimento a Hegel e a Marx e indica lo stato di estraniazione dello spirito da se stesso. Tale estraniazione si verifica, per Hegel, in quanto la realtà spirituale si pone come oggetto, dando origine alla natura. Tale oggettività della natura, va però superata dialetticamente dall’attività con cui lo spirito si appropria del mondo, sia praticamente (con il lavoro) sia teoricamente (con le attività spirituali come arte, religione, filosofia)».
Feuerbach e Marx hanno poi modificato l’uso hegeliano del termine.
Per Feuerbach, alienazione è l’atto con cui l’uomo si crea una divinità perfetta e le si sottomette, risolvendo così illusoriamente i conflitti e i limiti della propria condizione.
Marx a sua volta ritiene che l’alienazione non riguardi qualunque processo d’oggettivazione dello spirito in una realtà esterna e materiale, ma avviene in speciale nel quadro dei rapporti capitalistici di lavoro e produzione.
In tale situazione, il mondo degli oggetti prodotti dall’uomo tende a costituirsi come mondo di merci, che non ha più la sua ragion d’essere nel soddisfare i bisogni dei produttori, ma si sviluppa secondo leggi proprie, estranee se non contrarie a questi bisogni (il valore di scambio che si sostituisce al valore d’uso).
E non si può negare che l’uomo ha un compulsivo bisogno di cambiare la finalità delle cose per affermare se stesso. Per esempio, mentre la natura provvede la madre di mammelle per nutrire il neonato - cosa ben necessaria -, l’uomo ha inventato giocattoli più o meno complessi come il trenino elettrico, che dovrebbe servire a divertire il bimbo - cosa abbastanza superflua -, ma poiché di fatto si tratta di artifizi la cui fruizione richiede uno sviluppo da adulto; sarà piuttosto il papà a giocarci.
L’alienazione definita in funzione del lavoro
Dalla legittima reazione all’abuso di alienare l’uomo dal congruo guadagno per quel che produce col suo lavoro, trae troppo spesso vantaggio l’aggressiva dialettica rivoluzionaria che non solo non ha affatto a cuore le reali condizioni del lavoratore, ma ne alimenta ed accresce diabolicamente il risentimento per condurlo all’invidia sociale, all’odio, ad una sete di vendetta che essa intende usare come strumento di rivoluzione.
A sua volta, tale dialettica, quale che sia la misura del suo assorbimento, aliena il lavoratore dallo scopo integrale di quanto fa, proiettato nel corso della sua vita; non limitatatamente alla pensione, ma al fine della sua esistenza terrena, cioè lo aliena sempre più dal suo fine ultimo.
Infatti, concentrare comunque la preoccupazione del lavoratore sul conflitto capitale-lavoro come argomento principale, significa rendere ipertrofiche le questioni legate al lavoro in sé e al bisogno materiale immediato, a detrimento dell’essenziale nella vita umana.
Liberi di considerare che lo scopo di tale lotta sia una «liberazione», non si è liberi di invertire il senso riduttivo di tale alienazione, che comporta scambiare il più con il meno, il fine con il mezzo, la vita con l’alimento e l’uomo completo con quello materiale, con le conseguenze del caso, ossia dell’uomo spirituale ingaggiato corpo e anima (si fa per dire) nella lotta per i bisogni materiali dell’uomo sindacalizzato.
Il pensiero marxista contemporaneo ha per lo più mantenuto la sua nozione di alienazione all’opposto di questa scaletta di valori, ma alcuni pensatori marxisti, come Althusser, in quanto scorgono in essa residui del senso tradizionale, dunque un cedimento di Marx all’umanesimo e all’idealismo [sindacale] - hanno però rifiutata questa nozione. (confronta Enciclopedia Tematica di Filosofia, L’Universale, Garzantine, Milano, 2003, pagina 19).
Si può dire, quindi, che fu la filosofia hegeliana ad appropriarsi del termine «alienazione», che poi con Feuerbach ha avuto il suo significato adattato ad un pronunciamento a favore della nuova mentalità per la cancellazione dell’idea di Dio (nel ridicolo): «l’atto con cui l’uomo si crea una divinità perfetta e le si sottomette, risolvendo così illusoriamente i conflitti e i limiti della propria condizione».
Come si vede tale «sparata filosofica» non usa il senso convenzionato del termine, ma lo adatta al significato che serve alle proprie idee.
Si tratta dell’adattamento semantico che sarà utilizzato da Karl Marx per operare la «liberazione» umana di creature irretite da una visione del lavoro che le impedisce di alzare il volo prometeico della felicità nel mondo materiale, non solo lavorativo ma politico!
A questo proposito è interessante considerare il pensiero di Marx espresso nel suo epitaffio: «I filosofi, finora, hanno solo interpretato il mondo secondo vari modi; ora si tratta di trasformarlo».
Quindi, il trasformare deve superare perfino la visione della realtà: importa trasformare!
E’ il germe della rivoluzione nella rivoluzione; la mutazione strada facendo, magari tagliando un po’ di teste.
Ciò che è una delle tesi di Marx su Feuerbach, rappresenta in pieno lo spirito rivoluzionario nel senso del «superamento» dello «stato di estraniazione» insito nell’idea di un ordine creato da Dio: «l’uomo» che «si crea una divinità perfetta e le si sottomette», risolverebbe ora questa sua condizione atavica seguendo senza remore una sua interpretazione di una sua presunta auto-evoluzione culturale.
Sarà la via di Gramsci.
Ecco il punto d’incontro di tutte le rivoluzioni: il messianismo gnostico dell’autoprogresso illimitato; il «sistema» pensato «non per interpretare il mondo reale, ma per trasformarlo»... un «esistenzialismo laburista» pensato, non secondo l’ordine preesistente, ma di un nuovo ordine fondato su idee soggettive nei vari campi, che quando causano disastri, come è accaduto, si tramutano in altri utopismi: importa cambiare!
Qui si pone la domanda: tali utopie materialiste, che riducono l’uomo spirituale a servizio di quello materiale, possono farlo con la scusa di amore per l’essere umano, o sono scelte già intrinsicamente alienanti?
La risposta dipende interamente dalla definizione dei valori spirituali che danno senso alla vita della persona umana.
Il marxismo ignora la risposta.
Resta, però, che anche per Marx alienazione significa scambiare il più con il meno, il fine con il mezzo, la vita con l’alimento, la virtù con l’avidità, l’uomo completo con quello parziale; concetti piuttosto indefinibili dal «pensiero materialista».
Per non rimanere sul vago, affrontiamo ora le questioni del lavoro, della politica, dell’economia, della filosofia, della storia, della conoscenza e della religione, per considerarle nell’evolversi dell’umana alienazione.
L’alienazione nel campo dell’attività umana
Per Marx, alienazione nel campo dei rapporti dei lavoratori con il prodotto del loro lavoro e con le istituzioni, significa un rapporto umano che rende gli uomini oggetti più che soggetti.
Il termine stabilisce un rapporto gerarchico; il prodotto e le istituzioni sono per l'uomo e non il contrario.
Nello stesso modo il valore d’uso di un prodotto non va mai superato dal suo valore di scambio, lo ricorda giustamente Marx.
Il ragionamento sarebbe sano se portasse alla logica dell’uso delle cose da parte dell’uomo fino al suo termine finale: del fine della vita stessa. Insomma, non l’uomo è fatto per il lavoro, ma questo per la vita.
Il lavoro deve precedere la cosa, come la vita il denaro, il reale il virtuale e così via, ma secondo un ordine di valori ascendenti.
Se in questa equazione manca il fine della vita dell’uomo spirituale e della sua società, tale mancanza la rende più che erronea, insolubile.
Quindi, la vera alienazione consiste, non tanto nell’alienare l’uomo dal congruo guadagno di quel che produce col suo lavoro, ma dallo scopo integrale di quanto fa, proiettato nel corso della sua vita integrale.
Cioè del vero fine di ogni cosa che fa nel tempo della sua esistenza terrena, una vita non riducibile al semplice lavorare.
Sotto questa luce, ridurre l’uomo e il suo lavoro al bisogno materiale, immediato, significa alienarlo dal principale.
Liberi di considerarlo «liberazione», con tutte le conseguenze che tale riduzione comporta, ma non di invertire il senso di alienazione, del più al meno, del fine al mezzo, dalla vita completa a quella materiale.
Tutto come se all’uomo spirituale fosse imposto non solo di servire quello carnale e non il contrario, ma di canalizzare tutte le sue capacità intellettuali nella lotta per un’affermazione materialista!
Tale asservimento dello spirituale al potere del nuovo ordine sociale, non è forse un processo alienante?
L’alienazione nel mondo della politica
In questo campo la visione sul lavoro umano è essenziale e proprio per questo si applica quanto detto sopra.
Ma il contrasto è ancora più evidente quando si considera il senso dell’intera vita sociale.
Si tratta di stabilire l’ordine, di creare benessere, di espandere la vita dei popoli, di creare sicurezza per il futuro.
Ma quale cultura e quale futuro può essere definito solo dal pensiero materialista.
Si vive forse per mangiare e sopravvivere?
La ricerca del benessere materiale basta a dar senso alla vita?
La ricchezza materiale può da sé soddisfare uomini e popoli?
Scriveva Marx: «Il denaro è il legame che mi unisce alla vita umana, alla società, alla natura ed ai miei simili: non è dunque il legame dei legami?»
(1).
Aggiunge Auriti: «La moneta è per la società quello che il sangue è per il corpo umano».
Giusto, ma né la società né il corpo sono termini finali per l’anima umana.
Quindi, condizionarla alla ricchezza o ai piaceri del corpo è riduttivo: ecco l’alienazione.
La storia umana, che implica la visione di una vita che trascende quella di ognuno, rivela il contrario.
Infatti, ogni civiltà deriva da un’idea sull’uomo; su di essa e in vista di quel che si pensa e si crede nel piano trascendente il materiale, sull’idea di durata riguardo al tempo, si organizza la vita sociale.
Le piramidi e i grandi monumenti lo riflettono.
Ma è riguardo l’ordine nell’uso della libera volontà umana nelle società che si presenta la necessità delle leggi e della politica per non lasciar prevalere i moti disordinati dei più forti sui più deboli.
Ciò sarebbe l’alienazione dell’interesse generale a favore della concupiscenza personale triplice, del dominio, del possesso, della carne. Sulle due prime abbondano tanto le leggi quanto le infrazioni e gli inganni.
Ma è sull’avidità della carne, cioè del sesso, che la società moderna presenta la più anomala inversione che alla luce della logica, della morale e della legge naturale è la più subdola e devastante alienazione.
In breve: tra le funzioni del corpo, l’unica non ordinata all’individuo, come respirare, bere o nutrirsi, ma ordinata alla società, è quella della riproduzione.
Eppure, oggi essa è considerata affare personale!
Le civiltà religiose, antiche o moderne, hanno tessuto intorno ai disordini di natura sessuale delle robuste reti di protezione.
Ma oggi, proprio queste sono considerate in Occidente dei tabù, con tutte le tremende conseguenze che ne derivano.
Ecco il dilemma: se il fine prioritario del sesso umano è alienato dal bene della continuazione della specie al piano del piacere o passatempo casuale degli individui, e ciò sotto il patrocinio di leggi «sociali», siamo o no di fronte ad una grave alienazione d’ordine culturale, politica e quindi legislativa?
Ciò non determinerà un’inaudita visione culturale sulla vita umana, che può ben essere vista come la deleteria «cultura dell’aborto»?
In tal modo, nella società che mirava al valore della fertilità, passa a dominare il «bene» dell’infertilità programmata; un evidente degrado dell’ordine vitale che è un’oggettiva alienazione nell’ordine politico.
Oggi le società occidentali «avanzate» già cominciano a vederne le nefaste conseguenze di cui sono esentate in parte solo le società dette «arretrate», che avanzano chiaramente nel piano vitale.
Dunque, siamo ad un’obiettiva alienazione culturale e politica.
L’alienazione nel campo dell’economia globale
Questa parte si rifà agli acuti commenti sull’attuale economia fatti da Maurizio Blondet.
Vediamo di riassumere l’esito della fiaba fondata sulla speranza di un progresso continuo, oggi tramutato in paura.
Sì perché i prezzi, a cominciare quello del denaro stesso, e poi degli alimentari, delle merci, delle case, del trasporto salgono invece di scendere. E’ questo il progresso?
Si rischia veramente di scambiare il benessere e l’indipendenza, che i soldi potevano offrire, con una nuova forma di schiavitù ideata dalle banche col beneplacito dei governi?
E in compenso essere attirati subliminalmente da oscuri centri di potere al consumo del superfluo e anche dal lusso che condizionano i prezzi?
Ma se tale superfluo viene dunque a costare assurdamente meno del necessario, non siamo ad una alienazione delle ragioni economiche?
Chi la può volere se non poteri occulti internazionali che, in nome della libertà, a questo fine non esitano di scatenare guerre e colpi di Stato?
La stessa «cultura illuminista» che invitava all’indipendenza del pensare e all’autonomia del vivere, oggi inneggia al liberismo che condiziona, non solo i meno abbienti, ma tutti, alle decisioni di poteri invisibili, di cui il mondo occidentale è succube senza nemmeno accorgersene.
E questi poteri presentano ora i conti, che vanno nel senso contrario delle soluzioni, per la ragione che sarà la natura, sia quella del ritmo della vita umana, personale e sociale, sia quella dell’ambiente a dover pagare le bollette.
E ciò si traduce in inevitabili rotture dell’equilibrio dei prezzi dovuti alla globalizzazione, che si sente sempre più, tanto in Cina come in Europa, tanto nelle Americhe come in Africa.
E sarebbe solo l’inizio.
Perché la globalizzazione sta per presentare quei conti coperti delle crisi finanziarie e ambientali.
Tutto all’insegna di una devastazione continua della natura e di uno spreco infinito di risorse, che scatena il moto opposto: la lotta per il controllo delle aree della terra o dei mari dove si trovano le risorse essenziali e strategiche.
E dire che fino a ieri si attaccava il principio difeso dalla Chiesa della proprietà privata, finalizzato all‘autonomia e prosperità delle famiglie!
La garantita sicurezza nel benessere prospettata dalla globalizzazione si sta oggi trasmutando in acuta insicurezza personale, familiare e sociale, con la pesante aggravante del sospetto che sia crisi provocata a tavolino
dai centri segreti del potere internazionale, fautori dell’idea di alienare ogni ordine precedente a favore dell’utopico nuovo ordine mondiale.