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La grande alienazione ecumenista

Arai Daniele    13 marzo 2008
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L’alienazione nella sfera filosofica

In vista delle questioni sopra menzionate, che sono conseguenza di un decadente modo di pensare, ovvero del filosofare moderno, la caratteristica più evidente di quest’ultimo è di esser passato dalla visione centrata sulla realtà dell’essere, a quella vagante intorno a delle idee; da quanto è oggettivo al soggettivo, dall’ontologia all’idealismo.
Si è visto altrove questa tendenza nel pensiero anglosassone, ma principalmente con Emmanuele Kant e successori.
Ora, il primo, il pensiero fondato sulla filosofia dell’essere, è per definizione universale; si referisce ad una realtà che si può comprendere bene o male, ma trascende e precede l’osservatore; è uguale per tutti in ogni tempo.
Il secondo, lo si può anche chiamare trascendentale, ma dipende dal soggetto che lo esprime: è soggettivo e cambia secondo la visione e umore dell’osservatore.
Qui, riferendoci ad alienazioni, interessa sapere che valore si da a quei pensieri che hanno un senso universale perché ordinati al vero e al bene in ogni tempo e luogo.
Sono essi superiori a quelli di ogni epoca?
Inutile dire che, anche se la realtà si conosce nel particolare, essa non muta secondo visioni immanenti del soggetto che nel tempo della sua esistenza contingente la osserva; se la realtà della vita umana si traduce nell’esistenza di un corpo animato da un’anima spirituale, tale visione reale appare
in modo uguale a tutti; è un’esistenza riproponibile sempre, trascendente ogni condizione, conoscibile in modo universale.

Lo scientismo attuale, rappresentato dall’intelligenza di Galileo, Descartes, Einstein e altri, disconosce la saggezza a favore dell’esperienza.
Così, l’archetipo di intelligentone per ogni tempo, Einstein, si permette delle trovate nel campo della religione lodando il Buddhismo come la sola religione scientifica; ammette che ci dev’essere un Dio, ma impersonale.
Ma allora dovrebbe dimostrare cosa nell’universo è superiore alla «persona»; quale forma d’energia, di massa, di vento cosmico, o quant’altro, esista superiore alla sostanza individuale di natura razionale, insomma all’essere autonomo di dimensione divina che definisce la «persona».
Quindi l’Einstein-pensiero aliena la Persona divina a favore di qualche supernova impersonale e contingente!
In tal modo trionfano le elucubrazioni contrarie alla persona a scapito della verità sulla dignità umana, indispensabile per l’armoniosa convivenza terrena.

Oggi s’insegna a filosofare complicando all’infinito la differenza tra soggettivo e oggettivo, scambiata per la distinzione immanente-trascendente.
Eppure, poche nozioni sono così alla portata di tutti, lasciando chiaro che passare dal pensiero oggettivo al soggettivo è riduttivo, comporta una perdita dell’universale nella visione del reale.
Ma chi può voler mutilare la filosofia ordinata alla conoscenza con quest’alienazione filosofica, che prende sempre più piede nella storia del filosofare?
Solo chi censura la realtà della decadenza umana originale, insegnata dalla religione.
Non è forse questo lo scopo delle divagazioni filosofiche moderne che vedono la religione como oppio dei popoli?
Per queste, indagare sull’esistenza dell’anima spirituale, del fine ultimo dell’uomo e perciò un giudizio finale delle anime, temi esclusi dal campo investigativo dello scientismo, sarebbe alienante!
In verità, proprio il contrario è stato sempre creduto e considerato razionale dai popoli di ogni tempo e luogo.
Preoccuparsi con questioni che implicano a fondo le responsabilità personali, è l’esatto contrario dell’estraniarsi dalla vita pratica; è il fulcro d’ogni convivenza civile.
E perciò, la sana filosofia aveva in vista la conoscenza della natura dell’uomo, che è a un tempo materiale e spirituale, per ispirare una politica ordinata al bene sociale secondo questa natura «responsabile».
Infatti, solo la certezza di un giudizio finale divino può ristabilire la giustizia, tanto precaria e cieca in questo mondo; solo allora il rapporto misterioso tra talenti dati e fatti fruttare; tra il ricevere e il rispondere avrà senso in eterno, ma a partire del decorso della precaria vita terrena.
Può il filosofare determinante di politiche che sovrappongono l’ordine materiale a quello spirituale nella vita dell’uomo, falsando nelle coscienze il senso di responsabilità e di perfetto rendiconto finale, non essere l’emblema di una demenziale alienazione?

L’alienazione nella visione della storia

La questione di fondo per la visione moderna della storia era ed è il tentativo di sostituire la «presenza divina» con il progresso umano, anche se ciò comporta proiettare «il Cristo verso un punto omega della storia», come voleva quello strano prete che fu Teilhard de Chardin.
Comunque, fu la concezione agostiniana della storia a rispecchiare meglio la visione cattolica e quando essa fu attaccata dai liberi pensatori del deismo e dell’illuminismo, il vescovo Bossuet elaborò il suo «Discours sur l’histoire universelle», in forma di lezioni di storia al Delfino di Francia, per dimostrare il dominio della Divina Provvidenza sulle alterne vicende degli eventi umani.
Ma, da buon francese e a differenza di Sant’Agostino, Bossuet mette in rilievo le concatenazioni concrete dei fatti secondo cause ed effetti in una sequenza ascendente della storia centrata nel regno di Francia.
Contro tale visione della storia si è rivolta l’opera disgregatrice dell’illuminismo e filosofismo francese, da Voltaire fino a Comte, per restituire l’uomo alla sua libertà!
Ma il cristiano sa che: «Se la storia non avesse alcun significato, l’intera umanità, la presenza dell’uomo nel mondo, si ridurrebbe a un assurdo e vano agitarsi di larve; ma se la storia, come crediamo, ha un senso, allora è essa medesima linguaggio, è parola; e il suo significato non può identificarsi con lo stesso accadere e susseguirsi degli eventi» («Il Tempio del Cristianesimo», Attilio Mordini, Settecolori, 1979, pagina 9).
Il senso della storia è oggettivo e non dipende dal soggettivismo umano, tutto il resto è da riferirsi all’inesistente progresso filosofico moderno.
Esso serve in sostanza a dimostrare che, scartata la nozione cristiana della storia, gli autori girano e rigirano per arrivare solo alla negazione stessa di un senso della storia umana, con lo storicismo!
Secondo l’Enciclopedia Cattolica (pagine 1382 e seguenti) la concezione moderna della filosofia della storia «è una conquista del pensiero moderno in quanto ha rivendicato lo sviluppo della storia all’espansione della libertà dell’uomo, svincolato da ogni dipendenza esteriore (fisica o teologica).
L’avvento della filodofia della storia coincide quindi con la laicizzazione della cultura occidentale e ne segna le tappe con l’illuminismo, il romanticismo idealista e lo storicismo.
Da questa concezione moderna della storia è sorto un illuminismo teologico il cui contributo è dato specialmente da una critica alla storia biblica spogliata d’ogni carattere soprannaturale, la negazione del carattere storico della Risurrezione
di Cristo, e ogni potere taumaturgico e profetico del cristianesimo, nonché l’incommensurabilità assoluta fra storia e dogma, fra tempo ed eternità, che rientra nel problema umano di libertà di una ‘scelta’ di portata eterna... finisce per auspicare un cristianesimo etico, ma senza dogmi» (insomma un alienato modernismo).

Storia e storicismo

Così come nulla differisce di più dal pensiero cristiano che tale «lavorìo filosofico», intendendo per filosofico quello spirito che sussistendo in seno alla società cristiana, sistematicamente prescinde, quando non avversa, dall’ordine soprannaturale cristiano, parimenti nulla differisce più dal senso cristiano della storia che quello razionalista dello storicismo.
A questo proposito ci sono le ragioni del filosofo Karl Popper autore di «The Poverty of Historicism» (Harper, New York, 1964).
Senza confutare totalmente lo storicismo questo autore aveva in vista la nefasta influenza di quest’idea nella vita dei popoli attraverso il naturalismo e l’utopismo, matrici dell’inquinamento del dire:
«Ho dimostrato che, per ragioni strettamente logiche, ci è impossibile predire il corso futuro della storia».
Infatti la previsione di questo corso dipende da una conoscenza umana, il cui sviluppo a sua volta è incerto.
Popper pensiero operato dal marxismo e dal nazismo.
Como si vede, anche per via razionale si comprende che l’uomo non essendo l’autore di se stesso non può essere l’autore della storia universale. Se aliena l’idea dell’Autore, aliena la vera visione storica.
Allora la storia rimane solo come alibi per alcuni atei consolati della loro «eternità nella storia»!
      
L’alienazione nell’orizzonte della conoscenza

L’enigma appena esposto è legato alla ricerca della conoscenza.
Ora, è evidente che non vi è chi non cerchi di conoscere di più e meglio.
In questo senso, in rapporto alla conoscenza, sembrerebbe che tutti la pensino in modo uguale: tutti la cercano.
Ma ciò è vero soltanto quanto all’oggetto; falso quanto al modo.
In ogni tempo l’uomo fu cosciente che la scienza umana non può risolvere da sé le questioni sull’origine, stato attuale e fine ultimo dell’essere umano, che dovrebbe essere l’aspirazione massima della conoscenza per l’uomo.
Eppure, mai come oggi si diffonde l’idea che l’uomo possa farne a meno, o giungere alla conoscenza riguardante la sua vita, la sua società e il futuro con una sua scienza empirica.
Per rendere credibile tale idea di conoscenza di natura autonoma, tale metodo scientifico offre niente altro che ipotesi personali, svelando la sua estraneità al reale, ovvero una alienazione nell’ambito universale.
Adesso, nella scia dei sommi filosofi cristiani, vogliamo evocare, per rispondere alla triplice domanda sull’origine, stato terreno e fine ultimo dell’essere umano, l’analogia con la Trinità divina.
Il cristiano lo può fare, certo che alienare questa visione della Trascendenza, del Vero, del Buono e del Bello, significa alienare la Conoscenza stessa.
Infatti s‘è visto che, all’impossibilità di risposta del filosofare ateo o agnostico moderno a queste domande fondamentali sulla vita umana, il tutto si è risolto in un modo che dire miserabile è poco.
Eccolo: poiché non si può rispondere alla questione dell’origine e fine della vita umana, vuol dire che esso non si pone, anzi, nemmeno la questione sulla finalità o fine delle cose si pone e tanto meno come principi di causa sufficiente o di finalità.

Quindi le quattro cause aristoteliche e ogni teleologia va buttata a mare; all’uomo moderno deve bastare la conoscenza diretta che ha di ogni microbo, virus o larva che può trovare e vedere.
Il resto, l’origine, il senso e il fine della vita umana, dato che sono questioni che vanno oltre la ragione empirica, le si lascia alla curiosità morbosa di creduloni o ignoranti o superstiziosi.
Non riguarda la vita sociale!
Quanto a quello che trascende il pensiero, la questione andrebbe risolta attraverso lo studio delle funzioni sconosciute del cervello!
L’origine e fine di tali funzioni?
Niente, saranno prodotti di miliardi di anni di una continua evoluzione!
Ecco come è spesso liquidata la questione delle cause e degli effetti, vero metro per le intelligenze: non si pone!
A questo punto lasciamo questa «scienza» supina di fronte all’idea del «caso» e del «caos», per fare un salto verso un’armonia del conoscere che coinvolge sia l’anima che la mente.

Veniamo alla questione precisa che può sembrare oggi astratta ma riguarda in pieno il raggiungimento della conoscenza secondo la filosofia cristiana: i trascendentali Vero, Buono e Bello (verum, bonum, pulchrum).
Dato che l’obiettivo della conoscenza è la verità, quale può essere il principio dell’apprendimento se non l’amorevole sottomissione alla Verità?
Un rapporto stabilito in una dimensione «personale»: di attrazione e amore verso la conoscenza.
Nel De Trinitate della Summa, San Tommaso illustra la dottrina sulla bellezza, il cui splendore attira alla perfezione d’integrità e proporzione che appaga.
Che c’entra ciò con la conoscenza, chiederà lo scienziato moderno?
Ebbene, c’entra con la saggezza, da cui la conoscenza e la scienza umana sono ancille.
Ciò presenta una somiglianza analogica con la proprietà personale del Figlio, Verbo che ha in sé la natura del Padre in modo integrale e perfetto e suscita la caritas del Paraclito, lo Spirito Santo rivelato dal Padre e inviato in terra dal Figlio (Giovanni 24, 49), di modo che procede dal Padre e dal Figlio (a Patre Filioque procedit).
E’ la luce in cui sia Sant’Agostino che San Tommaso videro la conoscenza del Vero, del Buono e del Bello: riflesso nell’Amore della Santissima Trinità, origine d’ogni conoscenza.
Sarebbe astratto o, al contrario, vitale tale aspetto della questione umana?
Ebbene, poiché la conoscenza della verità non deriva da creative ipotesi personali, ma dalla partecipazione dell’uomo all’Essere, alla Causa, secondo gli elementi determinanti per ogni visione del reale, soggetta a sua volta agli altri trascendentali del verum, del bonum e del pulchrum, descritti dal res, unum, aliquid, basta prendere la nozione di verità una, da cui si ha anche l’unica, l’unio e la communio, per capire che senza unità e comunione nell’Essere non vi è alcuna valida conoscenza.
Gesù si è dichiarato Via, Verità e Vita; la Luce che dissipa le tenebre dell’ignoranza (2).
Al contrario, un processo di conoscenza, come quello del filosofo moderno, che intende prescindere dalle nozioni di verità integrale unica, che trascende il tempo e la volontà umana, è fallito in partenza, perché le cose create sono per forza idee del Creatore.
Quando la creatura Lo ignora, aliena non solo il vero delle cose, ma il bello che trascende i gusti a favore di una bellezza divenuta deperibile ritrovato umano!
E’ così che la conoscenza fondata sull’elevazione verso lo splendore della Verità passa, armi e bagagli, all’orrore della didattica ideata per sollecitare impulsi e istinti di ribellione.

Un esempio si può trovare nella pedagogia rivoluzionaria del brasiliano Paulo Freire che, a partire della campagna per alfabetizzare gli adulti in Brasile, ha fatto scuola nel mondo attuale.
In cosa consiste tale metodo?
Nell’attirare le menti alle questioni della vita sociale immediata in modo da stimolare reazioni finalizzate all’adesione ad una nuova politica.
Per evitare che qualcuno si «perda» nell’attesa di sublimi paradisi lontani, si suscitano aspetti crudi della dannata vita corrente che attirano perché toccano problematiche immediate, come sono le reazioni armate a governi e a padroni locali.
Allora sì, la parola «fucile» s’impara in un baleno e il «verbo sparare» assume un significato vivo, come sono indimenticabili le parolacce «proibite» imparate subito e per sempre dai vivaci ragazzini di ogni tempo.
Ma dal «volgare» che aiuta a conoscere l’alfabeto nel piano inferiore, non si passa senza sforzo al grande volo della conoscenza di se stessi e del mondo nel piano superiore.
Tale «sforzo virtuoso», tale elevazione dello spirito, va nel senso opposto a questo metodo, come la Liturgia tradizionale edifica l’anima nel senso opposto a quella nuova.
Questa banalizza il sacro con l’introduzione di una parola come «lavoro umano».
Quasi si volesse valorizzare la fatica dell’uomo nell’offerta del Sacrificio divino (confronta Malachia 1,10-13).
Roba da protesta, da rivendicazione delle trimurti sindacali!


 



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