Nato il 17 ottobre 1949 a Mulhouse in Alsazia,
di nazionalità francese e italiana.
Reimmigrato in Italia per gli studi universitari alla Bocconi.
Specializzato in arte italiana del XX° secolo (futurismo,
metafisica, novecento, scuola romana).
Su RAI 3 organizza e conduce la trasmissione Passpartout.
Lo spettacolo è ambientato attorno ad una tavola imbandita
dove i commensali, che partecipano al dibattito, consumano una cena
molto aristocratica nella forma.
Daverio è il dominus che intrattiene gli ospiti in piacevoli
conversari sull’arte e cose consimili. Ostentatamente
l’atmosfera vuol essere la più accattivante possibile.
Le opinioni vengono espresse in maniera raffinata e senza la minima
asprezza.
Ma esistono anche i temi controversi pur limitando il campo
all’arte.
E’ sui temi controversi che Daverio offre una inaspettata
inflessibilità.
Con una spesso noiosa insistenza Daverio propugna e vuol
dimostrare, con abbondanza di argomentazioni e di immagini,
chiamate in soccorso, l’indiscutibile supremazia del suo
pensiero e del suo giudizio su qualsivoglia argomento in genere
riguardante l’arte.
Non che le idee di Daverio in fatto di estetica siano tutte da
rifiutare, anzi, per lo più sono accettabili e
condivisibili.
Hanno tuttavia solo un difetto, molto grave in epoche di conclamata
democrazia come l’attuale: si tratta di opinioni presentate
senza alcuna possibile alternativa e senza un briciolo di vera
autoironia.
E’ strano che oggi gli atteggiamenti
dittatoriali, severamente proibiti ai politici, siano
invece concessi ai critici d’arte.
L’intolleranza di Vittorio Sgarbi verso qualsiasi critica,
anche la più ragionevole e discreta, non scandalizza il
pubblico, che anzi sembra spesso gradire le sue intemperanze
televisive.
Sembra che la cultura sia diventata il campo prediletto per dare
sfogo alla peggiore dittatura: quella delle idee.
Durante le «cene televisive», presiedute da
Daverio, si assiste all’esaltazione del suo pensiero, che
diventa quindi pensiero unico per lo spettatore che non conosce le
altre opinioni che circolano sull’argomento.
I commensali possono solo presentare qualche timida variante.
Ma se l’ospite è di alto rango, cosa che capita
raramente, allora è Daverio che abilmente si associa al suo
pensiero.
Pensiero unico sì, ma senza perdere il
«posto»!
Uno dei temi controversi è l’architettura
dell’americano Richard Meier.
Le sue due opere in Italia: una chiesa e il museo che racchiude
l’Ara Pacis, hanno suscitato un’ondata di critiche sia
tra gli esperti di architettura, sia tra la gente che nelle sue
opere deve vivere.
Ma in omaggio al principio che la televisione di Stato deve
soprattutto informare, di queste critiche non si è fatto
cenno.
Neppure i commensali presenti all’aristocratica cena hanno
profferito parola, tutti impegnati nella congiura del silenzio.
Della chiesa di Meier ho già parlato nell’articolo:
«La cipolla sacra». (1)
Mentre della sparizione dell’Ara Pacis dentro
l’edificio che avrebbe dovuto esaltarla, ho espresso critiche
nell’articolo:
«Le contraddizioni tra antico e moderno».
(2)
Per la chiesa avevo scritto: «Dovendo costruire
una chiesa a Roma per l’anno Santo, il Vaticano ha chiamato
Richard Meier, uno degli architetti più pagati al mondo, ma
totalmente estraneo ai temi ed allo spirito dell’architettura
sacra cristiana. Meier voleva rappresentare tre vele bianche,
invece è venuta fuori una gigantesca cipolla che si sta
spampinando...»
La chiesa «capolavoro» dell’ebreo
Richard Meier nel quartiere Tor Tre Teste
Avevo riportato altre opinioni che mi sembravano molto
efficaci.
Sandro Magister, il 24 marzo scorso aveva scritto:
«L’ha ideata e costruita un architetto dei
più rinomati al mondo, l’ebreo americano Richard
Meier, in occasione dell’Anno Santo del 2000. E’
intitolata a Dio Padre Misericordioso. [...] La nuova
chiesa è ritenuta un capolavoro dell’architettura
religiosa contemporanea ed è mèta di numerosi
visitatori e turisti. A questi viene detto che essa ha la forma di
una barca: la barca della Chiesa con al timone il successore di
Pietro. Viene spiegato che le tre vele di cemento levigato e
bianchissimo simboleggiano la Trinità, e che la vela
più grande indica la protezione di Dio sul suo popolo. Viene
fatto loro notare che un raggio di sole, al tramonto, illumina il
crocifisso posto sopra l’altare. Ma appunto, tutto ciò
dev’essere detto e spiegato. Perché la chiesa è
nuda e spoglia e taciturna, sia fuori che dentro.
E’ stata pensata così, in omaggio a
quell’assenza di immagini che è il dogma di tanta
architettura sacra moderna. Lo stesso crocifisso che è sopra
l’altare - un bel crocifisso del Seicento di legno e cartone
- hanno dovuto prenderlo e portarlo lì da un’altra
chiesa della periferia romana. In un altro angolo è stata
provvisoriamente collocata una Madonnina biancoazzurra su una
colonnetta di plastica. Piccoli segni - questi ultimi - della
volontà di riempire un vuoto avvertito come
insostenibile».
Di Giuseppe Romano leggiamo (3):
«Vorremmo fossero preoccupate, le gerarchie
ecclesiastiche, dei riflessi artistici e architettonici di questo
limite vistoso (guardare soltanto dalle tegole in giù),
che tutti possiamo constatare: un limite antropologico, che
esprime l’incapacità a mettersi in rapporto reale con
la trascendenza. La chiesa, come edificio, per i cattolici non
è infatti soltanto il luogo dell’assemblea o delle
relazioni: fosse così si potrebbe forse tollerare che le
chiese odierne assomiglino sempre più smaccatamente a stadi
e a teatri, quando non a garage o a stazioni del
metrò. Magari a begli stadi o a bei garage, quando va
bene (e non sempre va bene), ma non è un astratto
concetto di proporzioni estetiche che rende bella una chiesa: la
sua bellezza è in stretta connessione con ciò che una
chiesa radicalmente è. Diversamente da una moschea o da una
sinagoga o da un edificio di culto protestante, una chiesa è
anzitutto, il luogo della presenza fisica di Dio: la fede
nell’Eucaristia fa sì - o dovrebbe, per i cattolici -
che quanti entrano nello spazio sacro si trovino in un ‘cielo
aperto’, una dimensione che è diversa da quella
mondana ma non meno reale e fisica, oltre che
spirituale».
Mentre Ciro Lomonte scrive, tra l’altro
(4): «Da dove ripartire, allora? Da un
lato occorre che gli edifici per il culto siano belli,
dall’altro bisogna che assolvano adeguatamente alla funzione
per la quale sono progettati. Le due esigenze sono strettamente
collegate.
Consideriamo innanzitutto le difficoltà in ambito estetico.
Dalla sintassi dell’architettura moderna è stato
escluso per principio il decoro, componente indispensabile per
progettare le chiese cattoliche. E’ questa la ragione
essenziale per cui le chiese moderne sono spoglie, quasi fossero
sottoposte a una furia iconoclasta preventiva.
La concezione di Dio dell’architetto, di solito astratta,
viene espressa con una magniloquenza dei volumi ingiustificata. Un
edificio non è una scultura. Fare irrompere sulla scena
urbana una chiesa a forma di barca o di tenda non contribuisce a
mettere ordine in un paesaggio caotico né a organizzare
l’aula di culto. Il tempio cattolico è affatto diverso
dal tempio greco, giacché lo spazio interno è
più importante del volume esterno e va studiato con enorme
cura. Alle nude pareti vengono addossate immagini spaesate delle
Tre Persone divine, della Madonna e dei santi, che potrebbero
essere rimosse o spostate senza modificare l’effetto
dell’insieme. Si entra in ambienti anodini, senza sapere dove
dirigersi, dato che non c’è un motivo particolare
perché il crocifisso o il tabernacolo stiano in un posto
anziché in un altro. La liturgia cattolica ha bisogno
dell’ornamento simbolico perché i segni evocano e
attualizzano eventi storici. Inoltre la Rivelazione attribuisce un
grande valore al corpo e alla materia. L’arte moderna
non ha le risorse per esprimere queste verità, fra
l’altro perché si rivolge a un’élite di
intellettuali e non a una variegata comunità di fedeli
comuni.
Chi volesse imboccare nuovi percorsi di sviluppo
dell’architettura e delle arti figurative dovrebbe entrare
nel merito delle ragioni che hanno spinto le avanguardie a
rifiutare la rappresentazione del corpo. E’ questo il
problema centrale, non quello delle tecniche, considerato che il
programma iconografico dello spazio liturgico si presta a complesse
installazioni, molto attuali».
Le idee di Daverio riguardo all’opera di Richard Meier sono
riassunte nella scheda (5) del suo programma
televisivo, dove viene fatto un ridicolo accostamento tra il
termine latino còndita (fondata) e l’italiano
condìta.
La cosa vorrebbe essere simpatica mentre riesce a banalizzare le
scelte che sono state fatte dall’autorità politica,
senza che fosse possibile un vero dibattito tra le opposte
opinioni.
Daverio dice che ci sono… «monumenti
storici da rivestire seguendo le necessità
dell’estetica e delle funzionalità del
contemporaneo. Tra opzioni architettoniche,
prospettive urbanistiche e anche implicazioni sociologiche circa la
presunzione di possibili scenari cittadini futuri, si dipana il
racconto di … Passepartout…»
Peccato che Daverio abbia dimenticato di
ricordare altri celebri rivestimenti attuati per
ottemperare alle nuove necessità dell’estetica
contemporanea.
Si pensi alle tante deturpazioni barocche perpetrate nel ‘600
e ‘700 contro meravigliose chiese medioevali.
E’ evidente la mancanza di ogni più elementare
capacità di confronto storico.
Ma per il presente e per il futuro prossimo cosa raccomanda il
Daverio-pensiero?
«La metodologia dell’uso della firma del grande
architetto a Francoforte ha dimostrato una positiva ricaduta sul
gusto generale in città. Un’operazione simile si sta
tentando anche a Roma e il protagonista si chiama ancora una volta
Richard Meier.
Meier ha realizzato a Roma un capolavoro assoluto
nel quartiere di Tor Tre Teste, riscattando quei casermoni feroci
da pura periferia con un grande segno architettonico in cui emerge
la rara capacità di combinare il razionalismo e la
liricità della linea curva in un efficace gioco di equilibri
tra interno e esterno».
Per Daverio la chiesa in forma di grande cipolla diventa un
capolavoro assoluto, per di più combinato mirabilmente con
il razionalismo!
Semplicemente una chiesa costruita con uno stile razionalista
(leggi astratto e modernista) semplicemente non può essere
una chiesa a causa di una insanabile contraddizione.
Le numerose proteste dei fedeli, a dir poco sconcertati da tanta
assurdità e mancanza di senso del sacro, non hanno impedito
che quella chiesa fosse da annoverare, per Daverio, tra i
capolavori assoluti che abbelliscono Roma e dintorni.
In particolare la «liricità della linea
curva» merita particolare attenzione.
Poiché nella costruzione linee diritte quasi non ce ne sono,
se quelle curve non fossero state almeno liriche allora…
Per la gabbia attorno all’Ara Pacis Daverio dice
(5):
«Molto più controversa e problematica è
l’altra sua realizzazione per la città: il Museo
dell’Ara Pacis, il primo intervento architettonico realizzato
nel centro storico della città dalla caduta del fascismo ai
nostri giorni. La zona del nuovo museo, Largo Augusto Imperatore,
presenta una delle situazioni urbanistiche più complicate di
Roma, perché risultato di trasformazioni che coinvolgono
numerosi edifici di una certa importanza di epoche e fattezze molto
diverse. In un’area così complessa e complicata il
nuovo edificio bianco non ci sta affatto male: in sostanza sembra
generarsi un significativo colloquio fra neoclassicismo del
‘700, neoclassicismo del XX secolo e la nostra attuale
modernità che in questa parte della città sembra
funzioni benissimo».
Alla fine tuttavia per la grande gabbia qualche ammissione Daverio
la deve pur fare, poiché conclude dicendo: «Il
vero disagio si avverte però dall’interno, dove ci si
accorge che il museo non si astrae più dall’esterno ma
sia costretto a vivere con il traffico della città
attraverso le vetrate. Una sgrammaticatura
museologica probabilmente da imputare al fatto che si sperava che
l’Ara Pacis si potesse vedere da fuori, senza tener conto che
in una città come Roma il vetro serve a veder fuori e non
dentro».
L'architetto Richard Meier illustra la
sua «opera»
Si dovrebbe notare a questo punto che se chi
guida si distraesse a guardare dentro come minimo finirebbe per
tamponare la macchina che lo precede.
Infatti le oscenità dell’architettura moderna si
possono perpetuare grazie al fatto che la guida di un mezzo a
motore impedisce di guardare ciò che non attiene
direttamente al traffico, salvando così le oscenità
che vengono costruite e magnificate ostinatamente, contrabbandate
come espressioni del progresso e di uno stile moderno in
realtà già vecchio di oltre un secolo.
Non è un fatto marginale: chi guida non può vedere
l’architettura, che rimane ostaggio di un ristretto gruppo di
personaggi dotati di una grande violenza ideologica.
Ma all’interno il disagio non viene solo dal fatto che il
traffico della città appare troppo invadente. Il vero
disagio viene dal fatto che in tutti i modi si è cercato di
mascherare la vista del monumento che descrive il trionfo di
Augusto.
Daverio, presentando un video in cui lui stesso entra lodando tanta
magnificenza, cammina lungo il muro in pietra grezza, mi ha
involontariamente fatto notare che il colore di quel muro serve
egregiamente a mimetizzare il monumento, il cui colore è
simile.
Chi ha visto la trasmissione avrà notato che le pur lievi
critiche, esposte nel testo della scheda (5), non
sono state riportate nel commento verbale profferito dallo stesso
Daverio, che nella trasmissione è apparso laudante e
benedicente.
Ecco la presenza del muro in pietra grezza
all’interno del «monumento» di Meier.
Si tratta apparentemente di un elemento «finto
antico», una pericolosa trasgressione dai canoni del
puro astrattismo, ma inserita a fin di bene: contribuire a
mascherare e rendere meno visibile il monumento di Augusto.
Proprio quel monumento che fu un’importante fonte di
ispirazioni per l’arte del Rinascimento, tanto odiata dagli
architetti americani a cominciare da Wright
Professor Raffaele Giovanelli
Note
1) Raffaele Giovanelli, «La cipolla
sacra», giornale on-line Effedieffe, 30/07/2006.
2) Raffaele Giovanelli, «Le
contraddizioni tra antico e moderno», giornale on-line
Effedieffe, 26/07/2006.
3) Giuseppe Romano, «Belle
senz’anima», Il Domenicale, numero 16 del 22
aprile 2006.
4) Ciro Lomonte, «Perché le chiese
moderne sono brutte», Il Domenicale, numero 16 del 22 aprile
2006.
5)
http://www.raitre.rai.it/R3_popup_articolofoglia/0,6844,53%5E1067361,00.html.
«Passepartout 2006, un programma di e con Philippe
Daverio, regia di Mauro Raponi, una produzione di Vittoria Cappelli
srl: Ab urbe còndita, Domenica 26 novembre (2006)
alle 13.20. Lo spunto di partenza è offerto dalla
10° Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di
Venezia. Questa volta Philippe Daverio prende in esame tre diverse
modalità di azioni urbanistiche e architettoniche, due in
Italia, Milano e Roma, e l’altra in Germania, Francoforte.
Una città, dopo essere stata fondata e costruita per poter
vivere, ha necessità di essere ‘condìta’,
salata e arricchita con la qualità degli interventi
successivi. Quartieri da rottamare per passare al futuro, aree
post-industriali che si preparano al domani, monumenti storici da
rivestire seguendo le necessità dell’estetica e delle
funzionalità del contemporaneo. Tra opzioni architettoniche,
prospettive urbanistiche e anche implicazioni sociologiche circa la
presunzione di possibili scenari cittadini futuri, si dipana il
racconto di questa puntata di Passepartout, che prosegue sul filo
del discorso intorno al futuro delle città, lasciato aperto
la scorsa settimana.
Emerge subito l’idea di un’ utopia ancora
possibile, con una città nuova, Vema, pensata tra Mantova e
Verona, e presentata nel ‘Padiglione Italiano’ della
Biennale di Venezia. Con maggior urgenza si tende però a
valutare come importanti città tendano oggi ad adattare il
loro status urbanistico alle nuove esigenze cui sono e saranno
chiamate a rispondere.
Ad esempio Milano e Francoforte: due città similari per
dimensione e anche come storia recente. Due centri della finanza,
non capitali ma regno dei capitali, uscite malmenate dai
bombardamenti della seconda guerra mondiale e quindi ricostruite.
Due modi di porsi e di progettarsi profondamente diversi, con
Francoforte sul Meno che mostra un coraggio maggiore rispetto a
Milano.
Un esempio emblematico milanese è il recente riassetto del
quartiere della Bicocca, sui terreni delle ex fabbriche della
Pirelli. Chiusi gli uffici la zona sembra quasi silente, lontana da
un cuore pulsante di energie cittadine. Tutto ha una sua eleganza,
intrisa di severo lirismo milanese, una sobria bellezza senza
anima, che tende a riscattarsi solo nel ‘caotico’
imprevisto urbanistico rappresentato dal vicino centro sociale del
Leoncavallo, dove l’ovattata atmosfera delle costruzioni
circostanti tende a spezzarsi e a disperdersi nella gioiosa
attività creativa e nella qualità dei graffiti e
delle decorazioni murarie.
Francoforte non è fatta di quartieri integralmente nuovi ma
avvicina il recente all’antico affrontandolo con il coraggio
dell’intervento incisivo, usando il bombardato come
opportunità per l’edificazione. Dov’è la
curiosità del caso Francoforte? La ricostruzione post
bellica degli anni ‘50 ‘60 fu effettivamente frugale,
severa e a cubo. Poi si cominciò a porre un nuovo problema:
abbattere anche il nuovo per rifare meglio, affidarsi a grandi
firme per condire la città nella speranza di successive
contaminazioni del gusto. L’idea di mescolare passato e
presente inizia a porsi in modo prorompente negli anni ‘80
con un caso clamoroso, il Museo delle Arti Decorative, invenzione
di Richard Meier, americano, discepolo della grande tradizione
razionalista europea, quella che riesce ad essere lirica quanto la
pittura astratta alla quale si riferisce. Il secondo intervento
quasi subito dopo lo fa il tedesco Matthias Ungers, che progetta il
Museo dell’Architettura, riordinando un vecchio edificio
all’interno del quale ne costruisce uno totalmente nuovo. Un
altro importante segno successivo è il Museo d’Arte
Contemporanea opera di Hans Hollein, viennese, nato nel 1934, uno
dei padri di un certo stile postmoderno ‘alla tedesca’,
dai forti accenti visionari condito da potenti citazioni gotiche. E
a questi autorevoli moduli aggiuntivi che delineano l’attuale
profilo della città tedesca va anche aggiunto quello
realizzato per l’antico Museo Steadel, che dopo quasi due
secoli dalla sua fondazione è stato trasformato e
rivisitato. La metodologia dell’uso della firma del grande
architetto a Francoforte ha dimostrato una positiva ricaduta sul
gusto generale in città.
Un’operazione simile si sta tentando anche a Roma e il
protagonista si chiama ancora una volta Richard Meier. Meier ha
realizzato a Roma un capolavoro assoluto nel quartiere di Tor Tre
Teste, riscattando quei casermoni feroci da pura periferia con un
grande segno architettonico in cui emerge la rara capacità
di combinare il razionalismo e la liricità della linea curva
in un efficace gioco di equilibri tra interno e esterno. Molto
più controversa e problematica è l’altra sua
realizzazione per la città: il Museo dell’Ara Pacis,
il primo intervento architettonico realizzato nel centro storico
della città dalla caduta del fascismo ai nostri giorni. La
zona del nuovo museo, Largo Augusto Imperatore, presenta una delle
situazioni urbanistiche più complicate di Roma,
perché risultato di trasformazioni che coinvolgono numerosi
edifici di una certa importanza di epoche e fattezze molto diverse.
In un’area così complessa e complicata il nuovo
edificio bianco non ci sta affatto male: in sostanza sembra
generarsi un significativo colloquio fra neoclassicismo del
‘700, neoclassicismo del XX secolo e la nostra attuale
modernità che in questa parte della città sembra
funzioni benissimo. Meier infatti ben si destreggia nel contesto di
questi ondeggiamenti stilistici, delineando la sua costruzione
anche con un abile segno di citazioni, in cui guarda con attenzione
la Casa del Fascio a Como, capolavoro del più grande
interprete del razionalismo italiano, Giuseppe Terragni. Dal lato
del Tevere la questione sembra complicarsi perché
l’edificio appare innegabilmente come un inserimento
assolutamente moderno ed espressione di un linguaggio molto diverso
rispetto alla tradizionale veduta che abitualmente viene attribuita
a tutta questa parte di Roma. Anche se in fondo già nel XIX
secolo atti uguali furono compiuti, come l’inserimento nella
sponda opposta della chiesa neogotica su un fronte fiume dal sapore
decisamente umbertino. Il vero disagio si avverte però
dall’interno, dove ci si accorge che il museo non si astrae
più dall’esterno ma sia costretto a vivere con il
traffico della città attraverso le vetrate. Una
sgrammaticatura museologica probabilmente da imputare al fatto che
si sperava che l’Ara Pacis si potesse vedere da fuori, senza
tener conto che in una città come Roma il vetro serve a
veder fuori e non dentro».
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