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«Non è un Paese per vecchi»

Stefano Tevere    15 aprile 2008
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«Non è un paese per vecchi» è un film diretto dai fratelli Coen e tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy.
Nel 2008 ha vinto l’Oscar come miglior film, oltre al premio per la miglior regia, per la miglior sceneggiatura non originale e
per il miglior attore non protagonista.
Nonostante questi riconoscimenti, ho l’impressione che al film sia stata data una interpretazione superficiale.

Mi è sembrato che la trama e i personaggi, in particolare modo l’inquietante Anton Chigurh, parlino al pubblico attento con il linguaggio proprio delle fiabe.
Dietro a situazioni improbabili e a personaggi surreali, si celano messaggi che parlano al cuore in modo diretto, senza il filtro della mente.
Ho vagliato un gran numero di commenti al film scritti da persone che lo hanno apprezzato, eppure in nessuno di questi ho trovato una interpretazione che si discostasse dalla superficialità.
Forse la mia interpretazione non rispecchia quanto i fratelli Coen volevano trasmettere al pubblico ma ho pensato di trasmetterla all’associazione FdF in modo che gli attenti lettori che hanno apprezzato il film, possano confrontare il loro pensiero con il mio.

Le persone hanno abbandonato le tradizioni, intese come insegnamenti che vengono tramandati di padre in figlio, frutto dell’esperienza delle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno dovuto confrontarsi con le forze della natura, affinando le regole e le conoscenze necessarie alla creazione delle civiltà.
Lo sceriffo Bell è uno degli ultimi eredi di questa tradizione, e comprende che il meccanismo si è inceppato.
[Sceriffo Bell] «Quando la gente non è più capace di dire prego e grazie, vuol dire che siamo vicini alla fine».

Nella scena finale, reduce dalla follia che suo malgrado ha dovuto affrontare, narra di aver sognato il padre che cavalcando lo sorpassa, portando dinnanzi a se una fiaccola accesa, diretto verso un campo in cui accendere un nuovo falò per dare il via a un nuovo inizio.
La figura di Chigurh risveglia paure ancestrali perchè impersonifica le forze primordiali della natura con le quali i primi uomini si sono dovuti confrontare.
Una forza che risponde solo a se stessa e ignora le regole degli uomini.

[Cacciatore di taglie] «Chigurh è pazzo, ma segue delle sue regole».
Si fa strada con la forza primordiale del vento, allegoricamente rappresentato dall’aria compressa, e sfonda le porte con un potente soffio, come in una fiaba per bambini.
Nessuno può fermarlo.
Il suo passaggio è una tempesta che travolge tutto ciò che trova lungo il suo percorso, e la differenza fra il salvarsi o il perire di fronte alla sua furia è frutto del caso, esattamente come l’esito del lancio di una monetina.

Magistrale il dialogo fra Chigurh e il proprietario della pompa di benzina:
[...]
[Anton Chigurh] «What’s the most you ever lost on a coin toss».
[Gas Station Proprietor] «Sir?»
[Anton Chigurh] «The most. You ever lost. On a coin toss».
[Gas Station Proprietor] «I don’t know. I couldn’t say».
(Chigurh flips a quarter from the change on the counter and covers it with his hand)
[Anton Chigurh] «Call it».
[Gas Station Proprietor] «Call it?».
[Anton Chigurh] «Yes».
[Gas Station Proprietor] «For what?»
[Anton Chigurh] «Just call it».
[Gas Station Proprietor] «Well, we need to know what we’re calling it for here».
[Anton Chigurh] «You need to call it. I can’t call it for you. It wouldn’t be fair».
[Gas Station Proprietor] «I didn’t put nothin’ up».
[Anton Chigurh] «Yes, you did. You’ve been putting it up your whole life you just didn’t know it. You know what date is on this coin?».
[Gas Station Proprietor] «No».
[Anton Chigurh] «1958. It’s been traveling twenty-two years to get here. And now it’s here. And it’s either heads or tails. And you have to say. Call it».
[Gas Station Proprietor] «Look, I need to know what I stand to win».
[Anton Chigurh] «Everything».
[Gas Station Proprietor] «How’s that?».
[Anton Chigurh] «You stand to win everything. Call it».
[Gas Station Proprietor] «Alright. Heads then».
(Chigurh removes his hand, revealing the coin is indeed heads)
[Anton Chigurh] «Well done».
(The gas station proprietor nervously takes the quarter with the small pile of change he’s apparently won while Chigurh starts out).
[Anton Chigurh] «Don’t put it in your pocket, sir. Don’t put it in your pocket. It’s your lucky quarter».
[Gas Station Proprietor] «Where do you want me to put it?».
[Anton Chigurh] «Anywhere not in your pocket. Where it’ll get mixed in with the others and become just a coin. Which it is».
(Chigurh leaves and the gas station proprietor stares at him as he walks out)
[...]

La vita del proprietario della pompa della benzina è come la monetina.
E’ come tutte le altre.
Sono le sue azioni a renderlo differente.
Chigurh non è cattivo e non è buono, non ride e non piange, perchè la natura non ha sentimenti umani.
La sua follia è solo apparente, ed è tale solo per coloro che sono diventati sordi e ciechi, incapaci di riconoscere le leggi della natura che stanno al di sopra di qualsiasi ragione umana.
A salvarsi sono coloro che non hanno perso il contatto con la realtà.

Si salva l’insignificante impiegata obesa che pur di rispettare le regole nega per ben tre volte di dire all’insistente e minaccioso Chigurh dove lavori il fuggitivo.
Queste regole, che a una mente avvelenata possono sembrare insignificanti o addirittura ridicole, simboleggiano il bastione della civiltà costruita dagli antenati che ci hanno tramandato le loro tradizioni faticosamente conquistate attraverso il confronto con le forze della natura.
Ed è contro questo potente bastione che Chigurh si imbatte, e pur non fermandosi, è costretto a deviare il suo percorso.

Si salva lo sceriffo Bell, erede delle tradizioni tramandate dal padre, rispettoso della forza che cerca di contrastare per cercare di salvare un uomo della sua contea, del suo villaggio, del suo gruppo di capanne in mezzo alla furia della tempesta.

Muoiono tutti coloro che chiedono alla natura di dare delle giustificazioni, incapaci di vederla e accettarla per quello che è.
Antepongono le loro ragioni, incapaci di comprendere che per Chigurh sono parole senza valore.
A fronte di una tempesta è implicita la promessa di torrenti che spazzeranno via le capanne e i campi coltivati.
E non esistono argomentazioni umane che possano far cambiare questa promessa.

La moglie del fuggitivo Llewelyn Moss muore perchè la sua morte è una promessa di Chigurh che non può essere mutata dalla ragione.
E la donna non capisce l’inevitabilità di questa promessa e nella sua follia della modernità giudica folle il comportamento
di Chigurh.

Il rapporto distorto fra l’uomo e la natura viene ancora rimarcato quando in una delle ultime scene una macchina a tutta velocità attraversa un incrocio col semaforo rosso ignorando le regole ed andando a impattare contro Chigurh che procede per la sua strada, ferendolo.
Chigurh non si aspetta aiuto e non cerca aiuto e pur ferito si mette in cammino.
Solo dei ragazzini possono ancora offrirgli aiuto e comprensione, anche se in loro c’è già il seme della follia che viene attivato non appena capiscono che dalla natura possono trarre profitto nel momento in cui ricevono dei soldi.

Guardare Shigur negli occhi è come guardare una tempesta che si avvicina.
La tua vita è appesa all’esito del lancio di una monetina.

Stefano Tevere


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Commenti : (24)
giorgio da verona
... , aprile 15, 2008 12:27

Bellissimo articolo. Mi levi una curiosità: ha letto C. Risè? Quella ripresa dell'"uomo selvatico", archetipi e sentimenti degli uomini e donne autentici e ricchi di sapienza...


Matt
barcelona , aprile 15, 2008 12:30

Bella analisi, film terrificante,mi ha lasciato un senso di vuoto e impotenza glaciale.Va ribadita la superiorita' culturale degli ebrei come i Chen nel saper leggere il mondo di oggi, avendo chiare le ragioni.Piaccia o no.


Filippo Valmaggia
Varese , aprile 15, 2008 14:07

Matt da Barcelona scrive:
[...]
"Va ribadita la superiorita' culturale degli ebrei come i Cohen nel saper leggere il mondo di oggi, avendo chiare le ragioni. Piaccia o no."

No, non mi piace. Non riconosco alcuna superiorità culturale agli ebrei. Questa minoranza trionfante ha sempre scippato noi gentili, per usare il linguaggio neotestamentario. Gli ebrei sono ottimi interpreti, sono splendidi esecutori ma non creano nulla: rubano.
Sono ladri dello spirito.
Filippo Valmaggia
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Andrea
Verona , aprile 15, 2008 14:10

Ti sei chiesto come mai il film è ambientato alla fine degli anni 80? Io credo che la chiave stia nella frase di Bill (non ricordo esattamente, ma è quando parla dell'ondata di male sta montando).

Ottimo articolo, condivido quasi tutto (il finale rappresenta, secondo me, ciò a cui Chigurh deve rinunciare per essere ciò che è)



aldo
roma , aprile 15, 2008 15:29

Sottoscrivo in pieno l'intervento di F. Valmaggia. Guardate nella musica classica: grandi esecutori ebrei. Ma i compositori dove sono?


Mass
... , aprile 15, 2008 16:47

bel film, mi ha dato subito l'idea che fosse un'allegoria di qualche genere.
Bello anche il commento ma di primo acchito tenderei a identificare Chigurgh con la morte , che nessuna porta riesce a fermare ( credo fosse uno degli attributi del demone etrusco Tuchulcha ).Boh?!
Appropriato il cenno a Risè ( e Bly ): non è un paese per vecchi; una società di eterni adolescenti non sa che farsene della tradizione paterna.



stefano
verona , aprile 15, 2008 16:58

Per me invece ho trvato un film palloso noioso e non sono riuscito trovarci nulla di quello che dice lei,solo violenza gratuita da parte di uno psicopatico che uccide tutto cio che gli si para innanzi e da la caccia ad un altro psicopatico,che dopo aver trovato una fortuna torna indietro è compromette tutto per portare dell acqua ad una persona già morta una vera cazzata


Stefano Tevere
Torino , aprile 15, 2008 18:51

Rispondo a Giorgio da Verona:

no, non ho letto C. Risè, ma a questo punto mi ha messo la pulce nell'orecchio e intendo approfondire.
Grazie per lo spunto.



Antonio
Catania , aprile 15, 2008 20:54

Interessante l'interpretazione di Stefano Tevere, alla quale mi permetto però di integrare alcune considerazioni.
Parto chiarendo la mia totale adesione al concetto di fondo esposto da Stefano: l'abbandono definitivo e bruscamente imposto di ciò che sapientemente ci è stato tramandato non può - come è stato - passare impunito.
Esistono regole, leggi se vogliamo, tutte cose cui spesso è difficile credere per il "semplice" fatto che non sono (letteralmente) scritte. Ecco che, in mancanza, interviene quella tradizione che tanto ci ha aiutato nel corso del tempo; che ha comportato fatiche e sforzi immensi; che è stata alimentata e rinnovata (anche se questo potrà sembrare un tremendo paradosso) dall'ardore di uomini che non si sono mai accontentati delle infami "ragioni" di alcuni, passate per quelle di molti.
Ciò perché sapevano che questa sorta di "codice" invisibile era quello che gli garantiva la vita, quella vera, senza per forza toccare il fondo per rendersene conto - anche per questo erano saggi e quindi meritevoli di ascolto.
Andrea da Verona accenna giustamente alla collocazione temporale: trattasi di una scelta azzeccatissima, approssimativa magari, ma emblematica circa l'evoluzione di questa insostenibile situazione in cui versa la nostra civiltà.
Come già detto inoltre, sono proprio alcune le sequenze chiave dell'intero lavoro dei fratelli Cohen. Oltre alle già citate scene delle monetina; dello sceriffo Bell che parla di "ringraziamenti e cortesia" in un primo momento e che poi chiude con quel simbolico sogno; nonché dell'anno di ambientazione; ce ne sono altre.
Tra queste ne spiccano due a mio avviso: la prima riguarda il dialogo che Bell intrattiene con il suo sottoposto mentre è seduto in un bar dinanzi ad un piatto che non consuma per ovvi motivi. In questo frangente racconta la storia di alcune persone che per rendersi conto della “stranezza” dei propri vicini – i quali erano soliti seppellire gente nel proprio giardino – hanno avuto bisogno di una comica scena che vedeva un componente di questa famiglia uscire nudo correndo con addosso solo un collare da cane.
L’altra riguarda proprio l’incidente di Chigurh in chiusura: il primo piano del semaforo verde è indubbiamente significativo, quasi a voler dire beffardo al pluri-omicida: “vedi povero pazzo, qui eri tu ad avere ragione… il verde stava dalla tua parte e avevi quindi tutto il diritto di passare l’incrocio indisturbato. Eppure qualcuno ha pensato bene che il semaforo fosse lì per ornamento e, sbattendosene, ti è andato deliberatamente addosso senza che tu potessi fare nulla per impedirlo. Pensaci bene povero pazzo: neanche tu sei fuori pericolo… non c’è scampo alla “monetina”!”
In ultima analisi intendo dire qualcosa pure sul sogno di Bell, ricollegandomi pure alla scena precedente in cui discute con un vecchio in una simil-baracca.
Il maggior rimpianto dello sceriffo è proprio quello di dover lasciare, senza però avere altra alternativa; sa che dovrebbe portare a termine ciò che ha cominciato, ha un "codice" da rispettare lui – proprio quello che attualmente viene sistematicamente calpestato – e la sola idea di non poter tener fede a tale codice lo rende inerme, nell’accezione più triste del termine. A rafforzare queste considerazioni sopraggiungono le sue parole riguardo al fatto di avere paradossalmente più anni di quanti ne aveva suo padre quando morì: quest’ultimo però si spense portando a termine ciò che aveva cominciato, passando felicemente e senza rimpianti il testimone; il figlio però non ha avuto questa possibilità e il solo pensiero di dover passare quanto gli resta da vivere cercando di capire se fosse lui ad essere troppo debole o gli altri troppo forti per lui lo rende un mezz’uomo, quanto meno ai suoi occhi.
Eppure io mi ostino a credere che la sua scelta non sia così biasimevole, per una questione di coerenza più che altro: lo sceriffo il “codice” lo conosce, sa quale e quanta presa abbia su chi vi si adegui, e proprio per questo sa pure quanto possa essere pericoloso chi vi si ponga al di sopra… se fossi come lui e sapessi ciò che sa lui probabilmente avrei mollato pure io… il gioco non vale più la candela a quel punto.



Alessandronimo
Roma , aprile 16, 2008 09:47

Si è cosi. La natura è insensibile all'animo umano e l'istinto è un'ancestrale risposta del mondo animale al naturale procedere delle cose. Il resto è un mondo di fantasia che abbiamo creato noi. Complimenti per l'articolo che ha confermato e completato la mia interpretazione del film.


enrico
bologna , aprile 16, 2008 12:11

Signor Tevere,
ho visto il film, e l'ho trovato tristissimo e proprio per i motivi che dice lei.
Desidero aggiungere, però, una considerazione.
Mi pare che la pellicola abbia avuto più premi di un altro film (ambientato in quella medesima società) che ho trovato molto più bello, e cioè "Into the wild".
Ed e'proprio questo fatto che mi ha inquietato di più: e cioè, il consenso che è stato dato dalla critica a "Non è un paese per vecchi"...quasi come fosse un modello da imitare.
Quel film mi sembra il verdetto di un principe della Medicina, che ha fatto diagnosi, prognosi e terapia di una nazione intera !
Forse che i fratelli Cohen hanno voluto comporre un "de profundis" per gli Stati Uniti d'America, e per questo sono stati applauditi ?
Non sono mai stato oltre atlantico, e non posso dare alcun giudizio su quel mondo; però, il film mi sembra (e sottolineo mi sembra) una sottile e astuta propaganda anti-Usa.
Però, non ho capito cosa propone in alternativa !
Qual'è l'idea del mondo, della vita, dell'uomo di questi fratelli Cohen (nostri fratelli maggiori) ?

Grazie
enrico



Giuliano
Roma , aprile 16, 2008 15:59

Grazie signor Tevere, avevo apprezzato il film ma per molti versi mi rendevo conto di non averlo compreso di non aver percepito il messaggio che gli autori volevano parteciparci. Le sue considerazioni mi hanno aiutato ad interpretarlo ad andare oltre quello che consideravo un violento, tecnicamente splendido ma non altrattanto umoristico seguito di Fargo. Insomma violenza e road movie. Riflettendo sulle considerazioni del signor Enrico da Bologna mi permetto di aggiungere che tutto dipende dal punto di vista dello spettatore: il concetto di società vuota e destinata all'autodistruzione è valido in senso generale e non solo se rivolto agli stati uniti, perciò, dal mio punto di vista, il film critica la società occidentale nel suo insieme non specificamente quella americana, tuttavia condivido la considerazione finale del signor enrico , individuare problemi senza offrire soluzioni non è di grande aiuto. Magari è solo metà dell'opera.


Stefano Tevere
Torino , aprile 16, 2008 18:42

Rispondo a Enrico da Bologna e a Giuliano da Roma:

non credo che chi fa l'analisi della causa e dell'effetto debba necessariamente fornire la soluzione per annullare l'effetto.
E' un gran vantaggio prendere coscienza del male che si patisce e di ciò che lo causa, perchè quando il male nasce in sordina e cresce lentamente ma costantemente, si fa fatica a percepirlo come tale.

Un suggerimento per porre rimedio alla situazione è implicito nel momento stesso in cui viene individuata la causa.

Personalmente non credo che ci siano soluzioni rapide e indolori.
Per costruire una civiltà ci vogliono secoli e secoli. Per distruggerla bastano poche decine di anni. Per ricostruirla ci vogliono altre decine o centinaia di anni.
O un evento catalizzatore.



Marcello "Teofilatto"
provincia di Padova , aprile 18, 2008 12:02

Rispondo ad Aldo: si informi prima di scrivere sciocchezze. Mahler, Ravel, Bloch, Berg, Schoenberg, Hindemith, Gershwin, Reich chi sono? Adoro Bach e Haendel, ma non ci sono solo loro.


michele
rn , aprile 18, 2008 16:20

Compositori ebrei, chiede Aldo.
Ci sono, non molti, ma ci sono.
Partiamo da due grandissimi:
Mahler, divenuto poi cattolico, e Mendelssohn, amante della vera cultura cristiano-europea, come lo zio: fece riscoprire Bach.
Poi abbiamo Bizet, Schoenberg, Berg, Gherswin, Milhaud.
Qualcuno c'è, non estremizziamo i discorsi che non serve a niente.



michele
rn , aprile 18, 2008 16:26

A Marcello Teofilatto:
Ravel e Hindemit non sono ebrei.
Bloch non è un grande compositore.



giorgio da verona
... , aprile 18, 2008 20:58

Caro Stefano Tevere, dia una sbirciata anche sul sito dell'"uomo selvatico", associazione sempre legata a C. Risè. Ma poi ci faccia un articolo con le sue impressioni. Cordialità.


Marcello "Teofilatto"
provincia di Padova , aprile 20, 2008 13:10

Per Michele: ho controllato, e stricto sensu ha ragione. Ma Ravel ha scritto musiche su temi ebraici, e Hindemith è stato ostracizzato dai nazisti (nonostante la sua difesa da parte di Furtwaengler) non solo per motivi politici, ma perché sua moglie era di origini ebraiche. Questo mi deve aver tratto in inganno. Comunque, come lei stesso ha notato, al di là di quel che si può pensare di Bloch, i nomi non mancano. Accolgo il suo invito a non estremizzare, augurandomi che anche Aldo voglia seguirmi. Un saluto cordiale.


sergio
milano , aprile 21, 2008 15:01

Ho letto prima il libro e poi visto il film.
Credo che un artista, più o meno consapevolmente, interpreti il suo tempo e la società in cui vive. Il mondo che il libro e il film ci descrivono non solo è privo di valori morali, e quelli che ancora li hanno sono superati, sconfitti o non si ritrovano più nel mondo in cui vivono, ma rappresenta un mondo dominato dalla logica del puro potere fine a se stesso e assogettato all'interesse economico perseguito in modo spietato e al di fuori di qualsiasi logica morale.
La droga per l'appunto .......
Se questa è l'America e credo che una parte dell'America sia così, soprattutto ai piani alti del complesso militare industriale e delle multinazionali, il film produce delle metafore non solo tristissime ma molto relistiche dell'idea che quella società ha di se stessa.
E' un mondo senza speranza quello che il film, e ancor più il libro, descrivono.

Credo che noi dovremmo prendere coscienza di questo e trarne le dovute conseguenze a tutti i livelli: politico, economico, culturale, etico, etc....





Hambeday
... , aprile 22, 2008 22:23

Sorry sono in ritardo!Signor Tevere, faccia un un intimistico e tormentato resoconto anche su un mattatoio e ci trovi p.f. tutta la metafisica per spiriti superiori che aspettano messaggi demenziali anche dalla pattumiera, avrà sicuramente degli entusiasti lettori che proprio per aver capito che non c'era nulla da capire, tranne noia, disgusto e senso di vuoto, due ore perse, ma non volendolo dare a vedere, la incenseranno. Ma siamo ancora a questo punto?


york
terni , aprile 23, 2008 19:18

non ho visto il film ma ho parlato con qualcuno che lo ha visto che mi ha presentato molto male il film: violenza e trama sconclusionata sembrerebbero farne un film di seconda TACCA QUINDI SONO CONVINTO CHE L'ESsere ebrei dei fratelli coen abbia facilitato quella valanga di oscar.


Marcello
Sicilia Occ. , aprile 26, 2008 09:52

Ho visto il film ,ma è stato solo per curiosità. Poteva finire anche prima!


Pietro
... , giugno 13, 2008 22:48

ho visto il film. A me ha lasciato l'impressione che la metafora del film alluda alla mancanza di senso, di un obiettivo finale, nelle vite delle nuove generazioni.



alessia
milano , giugno 21, 2008 08:51

finalmente una bella analisi ad un film veramente complesso.
sei riuscito a fissare tutti i momenti che mi sono rimasti assolutamente impressi.
anche se, ma è una mia opinione, la moglie del fuggitivo Llewelyn Moss muore perché si rifiuta di scegliere la moneta. e Chigurh decide per lei, infatti di fronte al suo rifiuto, le dice che la moneta ha già scelto. ed è tutto perfettamente in linea con la tua analisi...




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