«
Quella morte doveva essere raffigurata comunque come vile, spregevole, infame e abietta: ed ecco la necessità di ricorrere, senza timori di essere smentiti, alla più smaccata e sistematica manipolazione dei fatti... Insomma i nemici del Duce avevano bisogno non della verità, ma di vincere e possibilmente di stravincere: e il fine giustificava qualsiasi mezzo» (A. Zanella, «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).
«
L’onesta sottomissione alla verità di cui parla lo storico francese March Bloch... non è mai piaciuta ai comunisti italiani. Ma essi hanno raggiunto un grado di mistificazione che sconfina nel paradosso, quando hanno raccontato come è avvenuta la morte di Benito Mussolini [...] ... (essi) difendono con assoluta testardaggine questa ricostruzione dei fatti che
è passata alla storia come la vulgata comunista. Oggi alla luce di recenti acquisizioni, è possibile smentirla, elencando una serie di punti fermi incontrovertibili», Alberto Bertotto, «Rinascita», 7 febbraio 2008.
La strabiliante e impropriamente detta Versione Ufficiale, versione non solo comunista, ma fatta propria da tutta la storiografia resistenziale, a nostro avviso non abbisognerebbe neppure di una scientifica confutazione, tanto è impasticciata, incongruente e contraddittoria che praticamente si smentisce da sola.
Questa vulgata, come ebbe a definirla Renzo De Felice ha, sostanzialmente, assolto al compito per la quale era stata, alla bene e meglio (forse per sopraggiunti imprevisti), almanaccata e propagata, più che altro ai fini di (l’ordine non conta):
legittimare, attraverso la figura di Valerio, che avrebbe agito per nome e per conto del CLNAI e su comando del CVL, una esecuzione sommaria (compreso l’eccidio di Dongo) che ha coinvolto persone (vedi la Petacci ed il fratello, il capitano Calistri, ed altri) assolutamente non passibili di pena di morte (senza contare la correlata sparizione di beni, valori e documenti di ingente valore ed estrema importanza storica);
conferire al Partito Comunista Italiano, che la rivendicava attraverso i suoi uomini (tutti attori principali di quegli eventi), un ruolo storico decisivo per la resistenza, garantendogli oltre alla mitizzazione di questo ruolo, un posto di primo piano nel panorama politico nazionale dell’immediato dopoguerra;
denigrare definitivamente e totalmente la figura di Mussolini, attraverso il resoconto di una ignobile morte, impedendo così il sorgere di un mito del Duce che nei primi anni del dopoguerra avrebbe potuto costituire un serio problema;
nascondere dietro una cortina di confuse menzogne quanto effettivamente accadde quel 28 aprile del 1945 e che certamente e per varie ragioni storiche, politiche e forse morali,
non poteva essere reso pubblico.
Ma al di là di questi scopi, più o meno reconditi, ed in pratica quasi tutti conseguiti in pieno e con la gradita condivisione di tutto lo schieramento politico e culturale dei partiti democratici italiani, la versione ufficiale resta per quello che è: una montatura neppure ben costruita!
La sua forza, quella che gli ha consentito di galleggiare per tanti anni nel maremoto e nei dubbi della critica storiografica, oltre che per il fatto di essere stata imposta e protetta dal potere costituito, è anche stata quella di rappresentare comunque una parte della verità, ma una parte stravolta in alcuni episodi determinanti, spostata negli orari, nei luoghi e nelle persone, spesso verosimile, ma non veritiera, miscelando fatti veri ed altri inventati di sana pianta, ma pur sempre e almeno in parte, attestabili qua e là, nella raccolta superficiale delle testimonianze.
Quindi, se gli avvenimenti raccontatici dal momento della partenza da Dongo, alle ore 15,10 circa del 28 aprile, del trio giustizialista più l’autista Geninazza requisito sul posto, fino alla presunta fucilazione di Mussolini e Claretta alle 16,10 davanti al cancello di Villa Belmonte, è avvolto da una mistificazione quasi totale, tutto il prologo degli avvenimenti precedenti (partenza di Audisio da Milano e arrivo a Como) e susseguenti (fucilazioni a Dongo), degli episodi che fanno da contorno a quella vicenda, sono invece un misto di verità, mezze verità e bugie.
Molti artefici e/o spettatori di quegli eventi avranno pur attestato una parte di verità, solo che questa verità, la storiografia resistenziale ha voluto incanalarla unicamente nella sua versione di comodo, che recita: incarico a Walter Audisio, alias colonnello Valerio; partenza di costui assieme ad Aldo Lampredi per Como con il plotone dell’Oltrepò; tappa in Prefettura di Como con litigi ed incomprensioni con i rappresentanti del CLN locale; arrivo quindi di Valerio a Dongo alle 14,10 senza Lampredi svicolato dalla Prefettura alcune ore prima; spiegazioni con il comando della 52a brigata Garibaldi; diversivo delle 15,10 del trio Audisio, Lampredi, Moretti e l’autista Geninazza verso Bonzanigo e fucilazione del Duce al cancello di Villa Belmonte alle 16,10; ritorno a Dongo, fucilazione pubblica dei gerarchi, e ritorno a sera a Milano, ecc.
E’ questa la verità della versione ufficiale, ma è soltanto una mezza verità!
Ferma restando la spedizione di Valerio a Como e Dongo, basta inserire in questa verità così artefatta, il diversivo di una uccisione del Duce al mattino, tramite un commando appositamente partito da Milano o trovato sul posto e quindi la messa in scena, alle 16,10, di una finta fucilazione a Villa Belmonte, perchè i pezzi del mosaico vanno a posto e si spiegano tante incongruenze, tante illogicità, tante lacune, tante testimonianze spesso inverosimili e altrimenti incomprensibili.
La vulgata, la storica versione ufficiale, è entrata nell’agiografia dell’era democratica, ma è soprattutto grazie al colpo di genio con il quale venne adattata e riversata nel 1974 nel famoso e mediocre film di Carlo Lizzani: «Mussolini ultimo atto», con Franco Nero nella parte di Valerio e Rod Steiger in quella di un meditabondo e pavido Duce, essa è stata trasformata
in una finction emotiva, in un luogo comune diffuso e inculcato nel popolo.
Neppure a distanza di molti decenni si sarebbe potuto smentirla in toto, senza creare uno sconquasso politico, un inaudito ribaltamento storico, uno screditamento generale di tutta la Resistenza ed in particolare del Partito Comunista Italiano ed un coinvolgimento di uomini, servizi segreti ed istituzioni, molti dei quali decorati con la medaglia d’oro.
Senza pensare poi al conseguente ridimensionamento di tanti importanti istituti e fondazioni sovvenzionati dallo Stato, storici paladini di questa versione.
Parafrasando quanto disse a suo tempo Giacomo de Antonellis (che si riferiva però al silenzio sulle misteriose morti di Neri e Gianna) e applicandolo alle vicende che abbiamo affrontato, possiamo anche noi dire: «
Il prolungato silenzio... si spiega con due circostanze concomitanti. La volontà dell’apparato comunista di allontanare la sia pur minima ombra all’intero capitolo delle Resistenza, confortata da una parallela indifferenza dell’apparato democristiano ad approfondire: per le sinistre il movimento partigiano doveva essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto, per i cattolici bastava dimostrare il proprio significativo apporto al rinnovamento dello Stato».
Ma se gli interessi di varia natura, politica e non, hanno sicuramente fatto da volano e da paravento a questa bufala, fino ad inculcarla nell’animo e nell’inconscio collettivo degli italiani, ci fu pur qualcuno che a suo tempo si diede da fare per imporla a tutti.
E questo qualcuno fu, a nostro avviso, il partito comunista, che lo fece a brutto muso, coadiuvato probabilmente da un discreto aiuto della Massoneria altrettanto interessata al silenzio.
Non a caso Franco Bandini accennò a certi consigli elargiti nel ‘46 a Ferruccio Lanfranchi del Corriere d’Informazione e provenienti da una «comune appartenenza ad una qualche ideologia, piuttosto segreta», consigli a non spingersi oltre con le sue inchieste sulla morte del Duce.
Qualcuno si è anche chiesto il motivo per il quale non fu possibile dire subito la verità su quanto era successo a Bonzanigo.
La risposta è facile.
L’eliminazione di Mussolini, al di fuori dei precisi accordi, imposti dall’armistizio e sottoscritti dal governo del Sud con gli Alleati anche agli inizi del 1945, relativi ad una sua consegna, non era un cosa di poco conto.
Per motivi storici, politici ed anche di ordine militare venne quindi allestita una missione ufficiale affidata al colonnello Valerio, ovvero Walter Audisio, coperta da un ordine del CVL di Milano.
E questa missione doveva compiere tutto un iter obbligato: passaggio per le autorità cielleniste di Como, fucilazione dei ministri a Dongo, ecc., al fine di coinvolgere tutte le componenti delle Resistenza nella forzata applicazione del decreto numero 5 del CLNAI del 25 aprile 1945 che recitava: «I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese, e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo».
Già si stava andando al di là di questo decreto con le fucilazioni di Dongo dove, quantomeno, doveva attuarsi uno straccio di processo, sia pure straordinario, per stabilire la qualifica, le responsabilità ed il tipo di pena (condanna a morte o meno) del condannato; Mussolini però doveva essere trattato in modo diverso.
Ma la missione di Valerio era indipendente dalla immediata eliminazione del Duce (tanto che, nonostante la fretta, Audisio finì per occuparsi di Mussolini solo dopo le 15 del 28 aprile) e questo perché, contemporaneamente era partita da Milano o venne reperita sul posto (federazione comunista di Como) un altra missione omicida, sbrigativa e segreta che doveva recarsi subito a Bonzanigo per eliminare Mussolini.
Non c’era infatti tempo da perdere, pena vedersi sfuggire di mano la possibilità di sopprimere il Duce.
Giunta a Bonzanigo, questa missione segreta, obbligatoriamente accompagnata da Michele Moretti e da Luigi Canali e altri compagni della federazione comunista di Como, salì in stanza per prelevare Mussolini.
Qui probabilmente accadde un imprevisto che determinò la reazione di Mussolini: una breve colluttazione ed il ferimento dello stesso al fianco (e forse anche al braccio).
E’ ipotizzabile che il Duce, comprendendo immediatamente le intenzioni di coloro che entrarono in camera, oppure per una reazione ad un contemporaneo maltrattamento della Petacci lì presente, reagì ingaggiando una lotta con i suoi aggressori.
E’ per questo che poco dopo dovette essere eliminato, così come si trovava in canottiera e pantaloni nel cortile, mentre la Petacci, in attesa di stabilirne il destino, venne proditoriamente uccisa alle spalle poco meno di tre ore dopo.
Tutti questi eventi non potevano ovviamente essere rivelati, sia per ragioni morali e di carattere storico, ma soprattutto perchè avrebbero generato una frattura politica tra tutte le componenti del CLN e più che altro con gli Alleati.
La finta fucilazione di Villa Belmonte, invece, affidata al colonnello del CVL Valerio, risolveva di colpo tutti questi problemi e consentiva anche di introdurre elementi, inventati di sana pianta, per una denigrazione del Duce.
Una volta che tutti furono coinvolti nella versione di comodo fu possibile far mantenere il silenzio a molti grossi calibri della resistenza e del neo governo del primo dopoguerra, pur non comunisti.
Sappiamo comunque, da varie fonti, che in diversi modi ed in diversi tempi, fu imposto il silenzio tombale su quegli avvenimenti, soprattutto ai gregari del Partito Comunista, ma anche a tanti partigiani e residenti in quei luoghi, proprio come era analogamente avvenuto per l’assassinio di Luigi Canali (capitano Neri) e Giuseppina Tuissi (Gianna).
Questa omertà è poi, di fatto, ed in molti posti divenuta una omertà ambientale, che ha avvolto in una fitta nebbia fatti, avvenimenti e personaggi dell’epoca che, comunque, incosciamente si desiderava anche rimuovere.
Essa, al tempo, è nata dalla paura e dalla prassi comune e normale di quei giorni e si è poi consolidata definitivamente negli anni, anche quando non c’era più il pericolo di essere ammazzati.
Nessuno aveva interesse a fornire particolari e testimonianze fuori dal canovaccio della versione ufficiale a cui tutti si erano uniformati perchè si avvertiva chiaramente di andare incontro a guai non solo per se stessi, ma anche per i figli e i nipoti.
Del resto, fino alla fine degli anni ‘60, come ebbe a riconoscere con una autocritica Franco Bandini, giornalisti e ricercatori storici che si aggiravano da quelle parti, più che altro per i famosi servizi sensazionali da rotocalco, uniformavano le loro domande e le loro inchieste proprio sul canovaccio della versione ufficiale.
E per la semplice gente del luogo (Azzano, Bonzanigo e Giulino di Mezzegra), testimone suo malgrado di quegli eventi, anche se in eventuali piccoli spicchi o ritagli di verità, valgano per tutti i ricordi di Dorina Mazzola di Bonzanigo, quando accenna a certi bigliettini che periodicamente venivano messi di nascosto sotto le porte degli abitanti del paese per minacciarli e ricordagli il silenzio «cinquantennale»!
Ecco ora riportati, sintetizzandoli, tutta una serie di punti che attestano, senza ombra di dubbio, l’inconsistenza della storica versione sulla morte di Mussolini.
Forse uno o qualcuno dei dubbi, delle incredulità o delle impossibilità oggettive concernenti la fattibilità di quanto viene attestato (maldestramente) dalla versione ufficiale, qui appresso evidenziati, potrebbero ingenerare solo qualche sospetto e perplessità sulla sua veridicità, ma presi tutti insieme ne costituiscono la sua definitiva tomba!
Useremo tre termini,
Non credibile,
Assurdo ed
Impossibile per qualificare, con un diverso grado di importanza e gravità, i fatti insoliti, i dubbi, le incongruenze, le assurdità e le impossibilità della versione ufficiale.
Questi termini però non sono categorici.
- In pratica, con
Non credibile, vogliamo intendere che quanto ci è stato, spesso contraddittoriamente, raccontato ha poca credibilità anche se non ci sono prove oggettive per dimostrare il contrario e rientrando l’episodio o la testimonianza in un minimo di logica non può neppure essere definito assurdo: può quindi anche essere andata, almeno in buona parte, come raccontato, ma si stenta a crederlo.
-
Assurdo, invece, è proprio ciò che viene attestato, ma che oltre a non essere credibile è anche privo di una certa logica.
Quindi è molto probabile, anche se non è oggettivamente e pienamente dimostrabile, che il fatto in questione non è come riportato.
E’ difficile che possa essersi verificato nella realtà anche se, certi avvenimenti, spesso possono anche realizzarsi dietro logiche, fatti e risvolti assurdi.
-
Impossibili sono, ovviamente, quei fatti e quelle testimonianze che ogni logica e/o un minimo di prove attestano la loro impossibilità di fatto di essersi effettivamente verificati.
Per una più completa visione di questi avvenimenti e di tanti altri fatti ad essi correlati rimandiamo al libro «L’Assassinio di Mussolini», di Marzio di Belmonte integralmente visibile nel sito: «fncrsi.altervista.com» (sezione: Notiziario).
Non è credibile, che un incarico prioritario di rintracciare il Duce prima di chiunque altro e che richiede doti decisionali e militari non indifferenti venga affidato ad un tal ragioniere Audisio che testimonianze unanimi ci dicono assolutamente non pratico di armi, ma ancor più non è credibile il fatto che Audisio venga fatto partire stranamente tardi, ovvero verso le 7 del mattino, con meta Dongo, previo passaggio alle autorità di Como, quando a Milano si doveva sapere almeno il fatto che Mussolini a Dongo non c’era.
Incredibile poi che Audisio impieghi circa sette ore per venire a sapere dove si trova Mussolini e muoversi per andarlo a prendere (cioè dalle 8 arrivo a Como, fino a circa le 15,10 partenza da Dongo per Bonzanigo) e questo in contrasto con una fretta (più apparente che sostanziale) mostrata da Audisio stesso in quelle ore nella Prefettura di Como (si immagini che il Moretti, evidentemente conscio di tutto questo spreco di tempo affermerà, anni dopo che, a Dongo Mario Ferro tardò a presentargli Lampredi!).
Ma altrettanto stride il fatto che, di fronte ad evidenti difficoltà incontrate durante la missione, Audisio non prende una qualunque iniziativa finalizzata a raggiungere prima il Duce che, a differenza dei gerarchi prigionieri a Dongo, ha una custodia certamente problematica, soprattutto a causa di svariate forze concorrenti che per motivi diversi se lo vogliono accaparrare.
Oltretutto il Partito Comunista, informato verso le 7 a Como (se non prima) da il Canali e dal Moretti sul trasferimento di Mussolini, per tutta la mattinata non informa Valerio di queste novità e lo lascia andare a Dongo dove arriverà alle 14,10.
E’ evidente allora che la missione di Valerio prescindeva dal raggiungere subito Mussolini, perchè a questo compito ci stavano già pensando altri!
E’ assurdo che, da quanto precedentemente accennato e che ora riassumiamo meglio, possa essere andata come ci è stato raccontato.
Dunque, dicesi che il 28 aprile ‘45 verso le 7 di mattina, Audisio alias Valerio è stato fatto partire dal Comando CVL di Milano (e da Longo in particolare) per recarsi a Dongo, passando per le autorità cielleniste di Como, per andare a fucilare sul posto Mussolini e gli altri gerarchi arrestati il giorno prima (c’è chi dice invece per requisire tutti i prigionieri e tradurli a Milano, ma questo non cambia le cose).
Già qui è difficile credere che non si sappia (e quindi non sia stato detto ad Audisio) che Mussolini, il più importante e super ricercato dei prigionieri, è stato trasferito nella tarda notte, da Tizio e Caio, in altra località e a Dongo non c’è! tanto che Audisio, ignaro, resterà poi invischiato per ore in litigi e richieste inconcludenti nella Prefettura di Como prima di proseguire per Dongo (dove, ripetiamo, Mussolini non c’è).
Ma facciamo finta di credere che a Milano, al primo mattino, pochissimo si sapeva del trasferimento notturno di Mussolini, anche se poi è ancor più difficile credere che i partigiani della 52a brigata Garibaldi abbiano nascosto Mussolini di loro iniziativa o comunque senza informare, almeno a grandi linee, chi di dovere.
Alle ore 11 però, ci dice la storica versione, Audisio telefona al Comando a Milano e parla con Longo (chi dice con altri dirigenti, ma anche questo non cambia le cose) per risolvere i suoi problemi in Prefettura, e qui la leggenda dice che gli sarebbe stato detto, a brutto muso, più o meno: «
O fucilate lui o sarete fucilati voi!».
Ma ancora nessuno gli dice che Mussolini, il prigioniero più importante ed in custodia più critica, a Dongo non c’è!
Nessuno gli dice, almeno, che invece dovrebbe subito recarsi lì vicino, alla Federazione Comunista di Como, perché proprio lì hanno informazioni aggiornate o addirittura dovrebbe esserci chi sa dove si trovi il Duce e ve lo può accompagnare (Moretti e il Canali).
E così Audisio resta in Prefettura a discutere e a cercare di ottenere un grosso camion per più di un altra ora ancora (partirà da Como per Dongo dopo le 12)!
Eppure, attesta sempre la storica versione, verso le 7 del mattino Moretti e Neri, reduci da Bonzanigo, sono arrivati in Federazione Comunista a Como ed hanno informato i compagni e, sia che gli abbiano fornito il preciso indirizzo o li abbiano solo (improbabile) messi al corrente dei fatti notturni, qui in federazione gli hanno risposto che bisognava informare
il partito a Milano ed attendere ordini (lo scrive attestandolo Lampredi).
Dunque, almeno al PCI a Milano dovevano per forza essere al corrente della situazione anche perchè, viceversa, non si spiegherebbe l’apparente tranquillità del partito e dello stesso Longo (e mettiamoci anche Pertini), tanto datosi da fare la sera e la notte precedente ed ora apparentemente affaccendato in altre incombenze (dove?), tanto che dopo le 14 se ne va ad incontrare Moscatelli e le sue divisioni.
Ma nonostante la fretta di raggiungere il Duce, il PCI a Milano, dalle 7 del mattino, partito Valerio, sembra che sostanzialmente non faccia più niente di niente!
Come niente fa il Comando del CVL, sembrano tutti in attesa che Valerio compia la sua missione.
Non è logico pensare che se veramente il partito non sapeva nulla di dove, come e chi ha tradotto Mussolini in un luogo segreto, non sarebbe certo rimasto con le mani in mano visto il pericolo di imprevisti, tradimenti e sorprese che avrebbero potuto sottrarlo alla morte?
Quindi al partito sanno!
E allora perchè non informano il loro uomo, Audisio, che si dice sia l’unica spedizione organizzata per andarlo a fucilare sul posto ed oltretutto si trova in difficoltà con quelli del CLN e della Prefettura di Como?
Perchè, ancor prima, non si sarebbe informata la Federazione Comunista dell’imminente arrivo di Valerio e Guido a Como?
Perchè non si è fatto attendere al Moretti e al Canali l’arrivo di questa missione?
Non c’era una maledetta fretta, data dal pericolo di farsi soffiare il Duce?
Si lascia invece Valerio a perdere tempo in Prefettura a Como e lo si lascia poi andare a Dongo dove Mussolini non c’è, anche se ci sono i gerarchi da fucilare, ma quelli di certo non li libera nessuno.
Assurdo!
In Federazione Comunista ci va invece Lampredi, ma dice lui, di sua iniziativa e unicamente per trovare un aiuto (???) ai problemi sorti a Valerio in Prefettura (anche se poi in Prefettura neppure ci tornerà).
Finisce che Audisio infatti, ignaro di tutto, partirà dopo le ore 12 proprio per Dongo, dove Mussolini non c’è e dovrà poi andarlo ad ammazzare dopo le 15!
Questo svolgersi irreale ed assurdo degli avvenimenti, così come sono stati narrati, dimostra, da solo, la falsità della versione ufficiale!
E’ assurdo, quindi tutto l’atteggiamento di Valerio e di Lampredi in quella mattina del 28 aprile con il genere di incarico che dovrebbero avere ed il pericolo che Mussolini possa essere soffiato da un momento all’altro.
Infatti, Valerio, già poco e mal giustificatosi per essere partito tardi da Milano, arriva a Como, salta l’autorità CVL del posto che è Sardagna (che potrebbe dargli informazioni) e si infila nel caos di problemi trovati in Prefettura perdendo l’intera mattinata (come se volesse, più che altro, lasciare un attestato ufficiale del suo incarico) a cercare un grosso camion ed a litigare con le autorità.
Lampredi, invece, arrivato a Como, svicola dalla Prefettura e da Valerio e a sua insaputa, portandosi dietro il capo scorta Mordini, fa un salto in Federazione Comunista alla ricerca di notizie e di aiuti (dicesi per Audisio in difficoltà in Prefettura), quindi spariscono all’improvviso per riapparire solo molte ore dopo a Dongo, dove il Duce non c’è ed infatti giustificano questo viaggio sostenendo di essere andati a incontrare Moretti e Neri il Canali a Dongo che sanno dove sia.
Come è possibile credere che in Federazione non trovarono l’indirizzo di Bonzanigo e che quindi non abbiano fatto una preliminare deviazione a mezza strada per Azzano per andare almeno a controllare i prigionieri?
Come credere che, partiti da Como prima di Valerio arrivino invece alcuni minuti dopo, o a dar retta a Lampredi, partiti invece poco dopo, ma percorrendo una lunga strada a fettuccia piena di posti di blocco, ma non certo di traffico, nessuno dei due gruppi sappia del passaggio dell’altro?
A dar credito alla versione ufficiale, seppur non avessero avuto in Federazione, subito indicazioni sull’esatta ubicazione di dove si trovava il Duce, certamente le hanno poi pur trovate a Dongo, ma anche qui si affaccenderanno in altre questioni con Pedro (il Bellini), fino alla partenza con Valerio, avvenuta dopo le 15,10 circa.
Ma, oltretutto, come è possibile credere che Canali e Moretti alle 7 del mattino, dopo aver riferito in Federazione Comunista della messa in custodia di Mussolini, siano stati lasciati andar via, proprio loro che sanno come arrivare a Bonzanigo?
Ed invece si è tutti arcisicuri che i prigionieri, i padroni di casa e gli stanchi carcerieri, ignorati da tutti, stanno buoni, tranquilli e assolutamente protetti, in casa De Maria!
Il Canali, fino all’alba vero organizzatore di tutte le vicende, sparisce di scena.
Il Bellini, pomposo e orgoglioso comandante dell’eroica impresa, se ne va a Dongo e lì resta affaccendato senza chiedere o dare ordini per Mussolini.
Eppure era lui il comandante della 52a Brigata che aveva, assieme al Canali e a Moretti, condotto Mussolini nel nascondiglio di Bonzanigo (prendendosi anche la responsabilità
di aggiungerci la Petacci), e come mai che, uscito all’alba da quella casa, si defila poi in questo modo?
E soprattutto, se non fosse arrivato, l’inaspettato Valerio alle 14, fino a quando continuava a ignorare il problema di Mussolini?
E’ assurdo, che con la prima relazione, anche se stringata e romanzata, data dall’Unità
il 30 maggio ‘45, resa quindi a sole 48 ore dagli avvenimenti e che quindi, a rigor di logica, dovrebbe essere precisa, si trovino tante incongruenze che poi si è dovuto, in qualche modo correggere e così via nelle successive versioni, aggiungendo e incappando in altre inesattezze e incongruenze.
Cosa ha impedito al PCI di emettere un comunicato più preciso e privo di inesattezze?
Perchè lo stesso CLNAI non ha ricevuto un dettagliato rapporto e di conseguenza non ha mai potuto emettere una sua pur doverosa relazione?
Non è credibile, che il PCI, oltre al biglietto di Longo che garantiva la relazione dell’Unità del novembre ‘45 e le tante rivendicazioni di quell’impresa, non abbia fatto, se non subito, almeno qualche tempo dopo, una completa ed esauriente relazione dei fatti, nascondendosi invece dietro la sola versione di Valerio.
Ed altrettanto non credibile è che si voglia far credere che nessuna relazione venne al tempo stesa al proprio partito (per non parlare delle autorità del CVL) dal forse principale partigiano inviato in missione, ovvero Aldo Lampredi.
Poi questi, nel 1972, dopo ben ventisette anni sente, improvvisamente il desiderio polemico e la necessità di farlo, in via riservata.
Scrisse giustamente De Felice: «
E’ credibile che dal ‘45 al ‘72 (relazione Lampredi, ndr) un’organizzazione come il PCI non abbia fatto uno straccio di relazione su quegli avvenimenti….? E così Valerio, Lampredi, ecc. al loro partito, fino al ‘72. Chi ci può credere!».
Se non ci fosse stato nulla da nascondere, il PCI (ed il CVL) avrebbe rivendicato la fucilazione del Duce attraverso una sua precisa e dettagliata relazione su come erano andati i fatti, accompagnata da riscontri certi quali ad esempio la consegna delle armi impiegate, magari mantenendo un provvisorio anonimato sui nomi degli esecutori, senza rifugiarsi invece sui resoconti pubblicati a pezzi e bocconi e con ridicoli impasticciamenti.
Ed è altrettanto assurdo che le stesse autorità di governo provvisorio di allora e neppure quelle successive vollero stendere una versione ufficiale come invece era doveroso per la storia, per la posizione del CLNAI rispetto agli impegni con gli Alleati e per gli stessi diritti dei parenti eredi di tutti i fucilati di Dongo, alcuni dei quali, tra l’altro, giustiziati arbitrariamente.
Non è credibile, che per una missione del genere, oltretutto da eseguirsi inspiegabilmente di nascosto, cacciando anche via (come avvenne) eventuali abitanti del luogo ivi sopraggiunti, Valerio (che ha due autisti sicuri, se non tre, nel suo plotone dell’Oltrepò giunto da Milano o può farsi indicare a Dongo sul posto qualche autista comunista) si porta dietro lo sconosciuto Geninazza.
Solo la necessità di utilizzare poi questo autista d’occasione quale teste non di parte per avallare una versione di comodo può spiegare questa stranezza.
Sono assurde e troppo imprecise le diverse indicazioni fornite da Valerio per accedere e uscire da casa De Maria (salite e discese clamorosamente invertite), nonché la stessa descrizione dello stabile: indicano una chiara non conoscenza diretta e personale dei luoghi.
Non è credibile, che la Petacci possa essersi fatta trovare senza le mutandine, tanto più che, come sembra accertato, aveva le mestruazioni.
Insinuazioni su presunte ultime arti amatorie del Duce sono ridicole, anche perchè riferite ad un uomo di quasi 62 anni, dopo tre giorni di stress incredibile, semi digiuno dalla sera prima, sotto controllo dei carcerieri e dopo una nottata assolutamente devastante.
Pertanto la mancanza di questo indumento intimo, riscontrata nel cadavere e che la De Maria non risulta lo abbia poi ritrovato in casa, ha un altra casualità o altro movente.
E’ impossibile, che venga ripetutamente descritto da Valerio, un Mussolini che «cammina sicuro e spedito» per quei viottoli, dopo aver osservato che ha uno stivale sdrucito dietro, ma specialmente oggi che sappiamo che, invece, lo stivale era totalmente impossibilitato ad essere richiuso e quindi, forse, consentiva, a mala pena, di trascinarsi saltellando per non perderlo.
E’ impossibile, che nella seconda versione fornita da Valerio o chi per lui e pubblicata sull’Unità, si sia potuto inavvertitamente confondere Bill, Urbano Lazzaro, partigiano ben conosciuto e non comunista, con quello che successivamente è stato indicato con Pietro, Moretti commissario politico, comunista di vecchia data, della 52a brigata Garibaldi.
Questo scambio di identità ha ben altre e logiche ragioni.
Non è credibile, che Lino e Sandrino, i carcerieri del Duce, dopo aver assolto con abnegazione e relativo pericolo un lungo ruolo di carcerieri, siano rimasti esclusi dalle fasi del compimento finale della fucilazione e non siano in grado di dare una testimonianza.
Ed ovviamente non è credibile tutta la storia del loro giungere in ritardo all’evento.
E neppure è credibile il fatto che l’autista, il Geninazza, che pur doveva essere lì presente, non possa aver fornito una testimonianza veramente attendibile e circostanziata, ma solo un polpettone contraddittorio neppure troppo in linea con la versione di Valerio.
E’ assurdo, che i ministri e i componenti RSI della colonna fermata a Musso siano stati rabbiosamente ed esemplarmente fucilati in piazza, davanti a donne e bambini, ed alla schiena, mentre per Mussolini si sia progettato di ucciderlo, già dalla partenza di Valerio da Dongo, oltre che in fretta e furia, anche alla chetichella, di nascosto e con fucilazione frontale.
E’ impossibile, che Lino e Sandrino, due giovani partigiani stanchissimi, che praticamente non dormono da oltre due giorni, siano lasciati tranquillamente soli nella casa con
i prigionieri, senza un cambio o un controllo, per più di 11 ore filate e se non arriva l’inaspettato (a Dongo) Valerio fino a chissà quando!:
- poteva esserci il pericolo che l’arrivo a casa De Maria fosse stato notato o fosse stato confidato a qualcuno dai due contadini propagandosi la voce nel paese;
- bisognava pur mettere in conto, anche se era molto improbabile, un tentativo di qualche gruppetto fascista sbandato ed in armi;
- c’era il pericolo dell’arrivo di qualche spedizione di servizi o emissari stranieri, scatenati sulle tracce del Duce che volevano prelevare o uccidere;
- oppure, anche se molto improbabile, non c’era neppure la garanzia che Mussolini poteva, con qualche grossa promessa, vera o falsa che fosse, corrompere i giovani carcerieri;
- o meglio ancora, che ci potesse essere stato un tentativo di ribellione o addirittura di suicidio dei prigionieri con risvolti cruenti ed incontrollabili;
e comunque tanti altri imprevisti ancora che sarebbero stati incontrollabili da Dongo e che partigiani con una certa esperienza come Pedro, Neri e Pietro non potevano non mettere in conto e temere.
Per la versione ufficiale, invece, sono trascorse undici ore, durante le quali, Mussolini e la Petacci hanno tranquillamente dormito, si erano svegliati, avevano chiesto o gli era stato offerto qualcosa da mangiare.
Undici ore quasi allegre, assurdamente tranquille, poi l’arrivo di Valerio e l’inferno.
E’ impossibile che con questo importante e super ricercato prigioniero, i partigiani che lo hanno portato a casa De Maria, possano ciecamente fidarsi tra loro!
Intanto ci sono i due autisti della notte del trasbordo Leone e Mastalli (che tutti dimenticano), che pur lasciati con l’imposizione del silenzio, non si può avere la certezza che, a lungo tempo, confidandosi con qualcuno non facciano la frittata; ci sono poi:
- Pedro (Bellini) che non è comunista ed ha, sì operato in sintonia con gli altri, ma è pur sempre in contatto e dipende da ambienti e forze non comuniste;
a chi deve dar di conto costui?
Non potrebbe rivelare la prigione e far venire a prelevare i prigionieri?
E lui stesso come può fidarsi dei comunisti che, in quel momento i più efficienti, potrebbero arrivare ed imporre le loro decisioni?
- Pietro (Moretti), che è invece un comunista ligio agli ordini di partito, come può garantire
al partito e a lui stesso che gli altri non gli soffino il Duce?
- Neri (Canali), con la sua amante la Gianna, (Tuissi) è un altro comunista, però atipico, sul quale pende addirittura una condanna a morte del Comando Lombardo delle Brigate e che nei mesi precedenti gli è stato fatto il vuoto attorno; come ci si può fidare che ora non operi da indipendente appunto o peggio per conto di qualche servizio straniero?
E tutti costoro, all’alba del 28 aprile, si lasciano ognuno per conto loro sulla reciproca e cieca fiducia?!
Assurdo, impossibile!
Neppure dei dirigenti partigiani o comunisti che siano, inesperti e da operetta, avrebbe potuto agire in questo modo!
Pedro, che conosce il luogo di prigionia di Mussolini (tra l’altro a lui fino allora sconosciuto), se ne sta affaccendato a Dongo per tutto il giorno e neppure comunica a Milano il sopraggiunto cambiamento di programma attuato nella notte precedente;
Neri e Pietro dopo essere passati e aver riferito alla Federazione Comunista di Como, non si sa bene cosa fanno, anzi Moretti è tanto tranquillo che dice di essere andato a trovare moglie e figlio a Tavernola, mentre il Canali che gironzola ancora un pò per Como e incontra il neo sindaco Marnini, ignora addirittura l’arrivo del plotone di Valerio!, ma comunque non tornano a Bonzanigo a controllare, né ci mandano qualcuno di rinforzo o di ricambio.
La Gianna, pare che non si interessa di nulla.
Gli autisti Leoni e Mastalli vengono lasciati andare per conto loro.
Che pace, che tranquillità e fiducia reciproca!
Non è credibile che Neri (Canali) e Pietro (Moretti), arrivati alle 7 di mattina (se non prima) in Federazione Comunista a Como con le importanti notizie circa l’occultamento segreto del Duce (lasciato tra l’altro con due soli guardiani e contando sul fatto che nessuno abbia visto nulla), siano stati poi fatti andar via per conto loro, specialmente se, come attesta la versione ufficiale, costoro non hanno rivelato ai dirigenti comunisti l’indirizzo esatto della improvvisata prigione e tanto più che questo indirizzo era anche a conoscenza dei due autisti e di Pedro (Bellini, che comunista non è) e nessuno può garantire l’assoluta discrezione di costoro.
O almeno, prima di lasciarli andar via, non si sarebbe dovuto tentare di mettersi in contatto con il partito a Milano?
Ma se si è sentito il partito a Milano, come si dice che si doveva pur fare, si dovrebbe anche aver saputo che, entro circa un ora, deve arrivare Valerio con il suo plotone di partigiani ed allora è ancor più logico che Neri e Pietro attendano l’arrivo di costoro per aggiornarli sulla situazione e non farsi raggiungere poi a Dongo (come poi in realtà è accaduto) molte ore dopo.
Non è credibile che Valerio, a Dongo, nello stilare la lista dei prigionieri da condannare a Morte includa subito la Petacci, tra l’altro sembra non compresa nel foglio che aveva sottomano con i famosi 31 nomi, solo perchè ha da poco saputo che si trova reclusa assieme a Mussolini.
Non dà giustificazioni la condanna irreversibilmente a morte contro tutti e tutto; eppure è una donna ed all’epoca c’era un forte rispetto nella incolumità delle donne.
Possibile che il CVL a Milano gli aveva dato questa segreta disposizione?
E’ evidente che sapeva che era già morta e quindi andava in qualche modo inclusa nella lista dei condannati.
E’ assurda, nei vari racconti «western» di Valerio, la fantasmagorica, contraddittoria e continuamente variata descrizione delle caotiche fasi della fucilazione di un Duce atterrito e demenziale al quale viene dato pure, e assurdamente, del «tu» (che nessun fascista gli avrebbe dato), oppure gli si mette in bocca un improbabile e ridicolo: «ma, ma, ma signor colonnello...».
Rivediamo le assurdità:
- prima, l’invio dell’ autista e Bill (il Lazzaro) a distanza per stare di vedetta (poi invece quest’ultimo si dirà che era il Pietro, il Moretti), ma poi addirittura è lo sconosciuto Geninazza, che si descriverà come colui che rimase vicino a Valerio;
- poi scambi d’arma, numero di colpi sparati e loro sequenza sempre variata, di relazione in relazione, contraddittoria ed illogica;
- quindi pistola (che si inceppa) ora attestata di proprietà di Valerio, poi invece di Guido e strani e mai ben precisati colpi di grazia stranamente al petto;
- infine dinamica incoerente, assurda e non giustificata della morte della Petacci, oltretutto alle spalle, di cui vengono riferite versioni strampalate e illogiche.
Ed è altrettanto assurda la versione revisionata negli anni ‘90 dagli storici della resistenza che ipotizza un caotico contendersi, quasi litigando, l’onore di uccidere il Duce, tra Audisio, Lampredi e Moretti, tanto che non si sa bene chi e quanti poi gli spararono, in quel fazzoletto di spazio davanti al cancello della Villa, ammazzando per di più anche la Petacci alle spalle.
Ma è tra l’altro estremamente improbabile che Valerio abbia avuto l’ordine del CVL di uccidere una donna (della cui presenza assieme al Duce forse non è neppure sicuro che a Milano ne erano al corrente) e quindi la sua morte va ascritta ad altri avvenimenti, mai raccontati.
E’ chiaro che dietro tutta questa confusione e incoerenza si nasconde una diversa modalità e dinamica d’esecuzione che si vuol tenere segreta.
E’ impossibile oltre che assurdo, che ci siano stati descritti tre diversi atteggiamenti di Mussolini di fronte alla morte, così come attestato da tre diretti partecipanti presenti a quella fucilazione:
a) Valerio descrive un Duce come tremante, pavido, immobile, incapace di dire e fare alcun chè (tranne, biascicare frasi improbabili e senza senso);
b) per Lampredi, invece il Duce, dopo essersi scosso da questa inanità, aprendosi il pastrano, griderebbe: «Mirate al cuore!» (e scrive Lampredi che di questo ne è al corrente anche Moretti che si impegna a tacerlo);
c) Moretti, infine, molti anni dopo, confesserà che lo vide non troppo sorpreso e quindi lo sentì gridare con foga: «viva l’Italia!»).
E’ logico e facile pensare che Valerio, o chi per lui, dovette imbastire una sequenza di frasi e particolari finalizzati a denigrare il Duce, ma lo fece pacchianamente, in malo modo, denunciando palesemente tutta la falsità di questa versione.
Lampredi, viceversa, per salvare il baraccone di una versione che stava naufragando giorno dietro giorno, cercò di puntellarla ridimensionando le fanfaronate di Valerio, ma confermandone al contempo la sostanza degli avvenimenti.
E per dar credito a tutto questo vi introdusse un certo riconoscimento morale al Duce (il mirate al cuore) il quale, provenendo da un comunista, doveva avallare tutto il resto.
Solo la tardiva confessione di Michele Moretti (il viva l’Italia), probabilmente, è quella che corrisponde al vero perchè non dovrebbe avere sotterfugi di sorta e quindi, almeno in questo unico particolare, il vecchio comunista è stato sincero.
E’ impossibile (e usiamo questo termine, non per ogni singolo elemento di impossibilità che potrebbe essere opinabile, ma per la loro somma complessiva), che la morte di Mussolini e della Petacci sia avvenuta alle ore 16,10 del 28 aprile.
Lo fanno più che sospettare questi elementi:
a) in base alla versione ufficiale e sia pure non decisivamente, per il fatto che lo stomaco del Duce, nonostante avesse mangiato polenta (forse) e un po’ di pane e salame è risultato privo di ogni residuo di cibo (anche se c’è la possibilità fisiologica di una completa digestione di un pasto, ma solo se estremamente scarno, intorno alle ore 12,30).
Quindi l’allestimento dei resti del pasto nella stanza sarebbe una messa in scena;
oppure, viceversa, non aveva affatto mangiato, ma allora ci sarebbe una contraddizione con la richiesta o l’offerta accettata di cibo del mezzogiorno e il non averlo poi consumato.
Anche in questo caso è legittimo sospettare una autentica messa in scena (con il pasto in mostra nella stanza e intatto fin dopo le 16) avallata delle bugie dei coniugi De Maria.
b) Le testimonianze, anche se poi se ne ritrovano delle altre (però chiaramente di parte) contrarie, che hanno notato il particolare del rigor mortis presente alla raccolta dei cadaveri davanti a villa Belmonte e poi al caricamento, al bivio di Azzano, dei corpi sull’autocarro che li ha portati a Milano (i due cadaveri sono stati maneggiati per caricarli, prima sull’auto e poi sul camion, nel tardo pomeriggio poco meno di 2,30/3 ore dopo le 16, ma se risultavano già rigidi, si deve concludere che la morte è avvenuta molto prima).
Inoltre è strano e sospetto, pur se il particolare non è stato ben accertato e dobbiamo considerarlo solo in via ipotetica (nè oltretutto si sa con certezza quando ha piovuto), che stando ad alcune testimonianze sul preteso luogo dell’uccisione, cioè al cancello di Villa Belmonte, ci siano poche o nulle tracce di sangue.
c) Ma, al di la di questi incerti sospetti, lo indicano un po’ più concretamente le foto dei due cadaveri, tra il pomeriggio e l’alba del 29/30 aprile (non si sa) nei corridoi dell’obitorio che mostrano i due corpi già abbastanza sciolti al collo (anche se qui, per Mussolini, occorre considerare una traumatica frattura della colonna cervicale) al tronco e alle braccia, indicando una risoluzione in stato avanzato e quindi una morte anticipata di molte ore, rispetto alla versione ufficiale (ore 16,10 del 28 aprile).
E’ impossibile, che questa fucilazione di Villa Belmonte (sia nella versione di Valerio che nelle moderne versioni revisionate), non abbia il riscontro (pur fatto con tecniche di alta definizione), dalle foto dei cadaveri, le quali non evidenziano fori o strappi su quello strano giaccone e neppure su la camicia nera di Mussolini.
Addirittura si vede un alone di sparo sul braccio dx nudo, ma nessun foro sulla manica dx del giaccone!
Foto che invece mostrano fori di proiettile sulla maglietta intima.
Si configura quindi una fucilazione di un uomo privo di indumenti, tranne la maglietta di salute e forse i pantaloni. Nessuno, infatti, ha detto o riportato che il Duce venne condotto davanti a quel cancello seminudo.
E’ evidente che Mussolini fu prelevato, in prima mattinata, quando ancora non si era rivestito, forse perchè i suoi abiti erano ancora bagnati dalla pioggia della notte precedente e quindi soppresso in quattro e quatt’otto così come si trovava.
Poi, mistificando i fatti, è stato rivestito da morto.
E’ assurdo che si riscontrino troppe anomalie nella fucilazione di Villa Belmonte.
Particolari assurdi, anche se alcuni deducibili solo in via ipotetica o rilevabili dallo studio critico dell’autopsia, nonché dall’esame di svariate foto, ma che comunque non collimano o mal si adattano alla versione di Valerio, per esempio:
- una inaudita fucilazione che si dimostra eseguita forse a meno di mezzo metro di distanza dal condannato e quindi palesemente assurda, specialmente se messa in relazione a quel piccolo tratto di strada di fronte al cancello di Villa Belmonte;
- l’azione contemporanea di sparo di ben due tiratori (e non il solo Valerio) e con armi diverse (mitra e pistola e non un solo mitra) e le traiettorie inclinate mostrate dalle ferite sotto al mento, al fianco e al braccio destro di Mussolini;
- la sventagliata di mitra alla schiena (quasi inspiegabile) alla Petacci;
- la tumefazione, sicuramente pre mortale, nella zona dello zigomo destro riscontrabile sulla Petacci stessa che attesta o una violenza da viva o un improvviso impatto mentre colpita a morte proditoriamente piombava al suolo;
- un condannato messo al muro e al quale addirittura si pronuncia una breve pseudo sentenza, il quale alzerebbe istintivamente la mano a schermo (evento questo non impossibile, ma psicologicamente estremamente improbabile in un fucilando).
Notiamo che i riscontri sulle foto eseguiti con tecniche avanzate hanno indicato che Mussolini fu ucciso con raffiche molto ravvicinate, deducibili dagli aloni sotto il mento ed al braccio e dalle tracce di sparo rimaste sulla maglietta sanitaria.
Oltre alla rosa di 4 colpi estremamente compatta fuoriuscita dalla schiena (spalla sinistra).
E tralasciamo il rilievo fatto con queste tecniche avanzate che denuncia altri due colpi all’addome non rilevati nel referto di Cattabeni!
Non è credibile, che il colpo post mortem notato sulla nuca di Mussolini, gettato a terra sul selciato ed adagiato sul petto della Petacci (foto dunque ripresa non molto tempo dopo l’arrivo dei cadaveri in piazza), sia stato sparato ad un cadavere, con arma tenuta quasi rasoterra e orizzontale, in mezzo alla gente.
Quando fu sparato quel colpo post mortem sulla nuca del Duce?
Forse durante la finta fucilazione di villa Belmonte?
E non sta chiaramente ad indicare un goffo tentativo di simulare un colpo di grazia?
Non è credibile, né giustificabile, che sia stato ritenuto (o addirittura dato un ordine) di non eseguire l’autopsia sul cadavere della Petacci se non ci fossero stati dei gravi motivi per impedirlo.
E soprattutto non è credibile neppure il fatto che il fantomatico «Guido, generale medico della direzione generale di Sanità del comando generale del CVL», firmatario del verbale ed assistente all’autopsia, sia sparito nel nulla, nè abbia mai più dato segni di vita, se non avesse avuto altrettanti gravi motivi per agire in questo modo.
Ed altrettanti buoni motivi li hanno avuti le fonti resistenziali a non indicarlo!
E’ assurdo, che non sia stata consegnata alla storia della Resistenza l’arma (il mitra) impiegato in questa decantata impresa di giustizia popolare, per la quale si richiese un alta onorificenza.
Perché far credere per anni che l’arma fosse stata smembrata ed i pezzi donati come cimeli, oppure che è stata spedita a Mosca, o ancora che la conservasse Moretti ed infine invece, come oggi si dice (e sempre che poi sia l’arma effettivamente usata per uccidere il Duce e non magari quella usata per la sceneggiata della finta fucilazione), fatta sparire nel 1957, dodici anni dopo i fatti, in Albania con l’impegno di tenerla segreta?
Eppure la consegna dell’arma alle autorità, descritta persino con l’indicazione di un nastrino rosso alla canna e numero di matricola, oltre che ad assolvere ad un dovere storico verso la resistenza, avrebbe potuto chiarire i tanti dubbi che nel frattempo si addensavano su le famose e contraddittorie versioni di Valerio.
Se questo non è stato fatto è perché c’era una grave ragione per agire così!
E’ assurdo, che all’epoca dei fatti, quindi a caldo, si siano avute molte testimonianze, anche se la maggior parte delle quali solo successivamente e malamente rese note, di chi aveva potuto vedere o sentire particolari da testimoni vari presenti quel giorno a Bonzanigo e Giulino di Mezzegra: particolari non collimanti con la versione ufficiale, ma come depositari di un qualcosa di diversamente accaduto.
Per esempio: strani via vai di partigiani al mattino, spari nel paese, arrivi di macchine, gruppetti di partigiani che bloccano l’accesso a determinate strade mezz’ora prima che arrivi Valerio, ecc., tutti eventi che non avrebbero dovuto verificarsi se, come si sostiene, nessuno sapeva che Mussolini e la Petacci erano rinchiusi in casa De Maria.
Altrettanto assurdo è il fatto che, anni dopo, ex attori di quegli eventi (vedi per esempio Piero, Orfeo Landini, Bill, Urbano Lazzaro, il Geninazza e tanti altri attori minori) hanno potuto, soprattutto grazie a queste incongruenze, sostenere le più disparate e divergenti versioni sia su quei fatti, che sul nome dei partecipanti alla fucilazione in buona parte o totalmente,
in contrasto con la versione ufficiale.
Sono assurdi, i pochi racconti che si sono ricavati dai coniugi De Maria; soprattutto il fatto che Giacomo se ne era andato tranquillamente a veder passare il Duce prigioniero, quando lo aveva in casa e comunque lasciando la moglie molte ore da sola con i prigionieri e gli uomini armati!
Pazzesco!
Addirittura poi non è neppure escluso che anche la De Maria, alle 15,30 del 28 aprile, si trovava sulla statale con il resto della gente ad aspettare che passassero i prigionieri, fatto questo che dimostrerebbe la falsità di tutta la versione ufficiale e di tutti i racconti strappati negli anni alla stessa De Maria.
Suona di artefatto, inoltre, anche l’accurata e successiva messa in scena della stanza dei prigionieri, realizzata con minuzia di particolari e foto: la tuta della Petacci appesa all’attaccapanni, il suo baschetto da pilota, la cassapanca con i panini ed il resto del cibo, la coperta sul letto, ecc.
Notò giustamente A. Zanella: «
Questo aspetto è parallelo alla sovrabbondanza di oggetti della Petacci trovati davanti al cancello di villa Belmonte».
Non è credibile, che il subdolo «invito» (sembra organizzato dagli uomini di Martino Caserotti, «Roma») per spedire la gente di Azzano, Giulino e Bonzanigo a lasciare le loro case e a recarsi sulla via Regina a veder transitare un Mussolini prigioniero, proprio quel pomeriggio del 28 aprile, sia una fatto marginale e non sia in relazione invece con la finta fucilazione a Villa Belmonte.
Sembra che lo stesso Michele Moretti si sia lasciato sfuggire un «Non volevamo essere disturbati in quello che dovevamo fare», frase che anche se è in relazione alla fucilazione delle 16,10 già lascia perplessi visto che Valerio si racconta che doveva esser giunto improvviso ed inaspettato, ma potrebbe anche essere indicativa proprio per la sceneggiata da mettere in atto con una finta fucilazione al cancello.
Ma ancor di più tutta la falsità di quegli avvenimenti è dimostrata dal fatto (ben testimoniato anche se prove certe a suo tempo non vennero cercate) che già prima delle 13 venne sparsa nel paese questa voce relativa ad un transito di Mussolini prigioniero nel primo pomeriggio. Fatto questo che praticamente svuotò le case dei circa 50 abitanti di Bonzanigo e dintorni.
Visto che a quell’ora Valerio doveva trovarsi in viaggio verso Dongo ed ancora non sapeva del luogo dove era custodito Mussolini, è praticamente impossibile per la versione ufficiale giustificare questa manovra diversiva, utile alla discrezione di Valerio, fatta con così largo anticipo.
E’ assurdo che ci siano, come già detto, varie testimonianze di persone che trovatesi quel pomeriggio del 28 aprile nei pressi del luogo dell’esecuzione che attestano inequivocabilmente che la zona di Giulino di Mezzegra era stata isolata e bloccata da nord e da sud da svariati partigiani armati già da almeno mezz’ora prima della fucilazione.
Quindi Valerio non arrivò improvviso ed inaspettato, non scelse sul momento il fatidico cancello per eseguirvi l’esecuzione, non c’era lui solo, con Guido, Pietro e l’autista, ma c’erano indaffarati molti elementi sia del luogo che venuti da fuori, c’era già da tempo un qualcosa di preordinato e di completamente diverso in atto!
Ed analogamente, altrettante testimonianze, attestano strani via vai di partigiani armati al mattino, spari sospetti e quant’altro, tutti particolari questi che non dovrebbero assolutamente sussistere visto che nessuno sapeva che in casa De Maria c’erano, tranquilli a riposare, Mussolini e la Petacci e quindi il paesino avrebbe dovuto essere relativamente immerso nell’anonimato.
Non è credibile che sia stato ufficializzato solo dopo quasi sette mesi il nome di battaglia di Valerio (già sussurrato, o fatto sussurrare, a maggio del ‘45 dal Lanfranchi) per l’esecutore di Mussolini e rabbioso giustiziere di Dongo e poi che si sia impiegato ancora oltre un anno, per attribuire il nome di Walter Audisio, un ragioniere militarmente sprovveduto, a quello
di Valerio.
Ne è credibile che questi nomi non siano saltati fuori prima solo per ragioni di sicurezza.
Chi aveva vissuto quegli avvenimenti, chi aveva dato o firmato gli ordini al comando generale del CVL di Milano, chi aveva avuto modo di vedere i documenti presentati dal famoso Valerio (ed erano in molti) a Como ed a Dongo quel 28 aprile del ‘45, come è possibile che non ricollegò mai e rese noto, nè che lo sconosciuto esecutore si chiamava Valerio, nè che poi questo irascibile e rabbioso Valerio in realtà fosse Audisio?
Sembra quasi impossibile e non ci sono elementi oggettivi per sostenere che ci potesse essere stata una sostituzione postuma di Audisio con un altra persona (come sostenuto da Bandini e dal Lazzaro) e quindi una mistificazione così generalizzata da parte di molti attori presenti a Milano, Como e Dongo.
Eppure la sequenza degli avvenimenti di questo Valerio ed i fatti narrati dalla versione ufficiale non convincono, qualcosa di strano e di assurdo c’è.
E’ probabile, quindi, che ci sia stato un diverso svolgersi degli avvenimenti; sicuramente c’era stato un Audisio che era partito da Milano verso le ore 7 del 28 aprile e vi era rientrato la notte dello stesso giorno, ma c’erano stati all’opera anche altri personaggi poi spariti e che, intanto, l’Audisio che era stato visto a Como e Dongo, non era lo stesso «Audisio» che salì la mattina presto a Bonzanigo per uccidere il Duce.
Occorreva pertanto lasciar passare del tempo e vedere quanto di quegli avvenimenti, sceneggiata a Villa Belmonte compresa, era venuto a galla prima di ufficializzare il nome di Valerio e sopratutto poi quello di Audisio.
E’ inaudito che, rispetto a molte di queste contestazioni, la storiografia resistenziale (che non vuol morire) le abbia spudoratamente ignorate o ha cercato in parte, di rivedere la versione ufficiale, addossando ad Audisio la colpa di averla alquanto ingarbugliata con le sue fanfaronate.
Ma questa difesa non regge, perchè è sempre stato evidente che Audisio o chi per lui, fin dal primo resoconto dell’Unità del 30 aprile 1945, non ha fatto altro che scrivere la sua versione su di un canovaccio che gli era stato assegnato.
Le incongruenze e le contraddizioni presenti nella «versione» non sono solo frutto delle spacconate di Valerio, ma anche di altrettante impossibilità di fatto che sia andata come è stato raccontato.
Queste contraddizioni sono implicite nel fatto stesso che tale versione è falsa, nella variante di alcuni episodi determinanti facenti parte di un quadro complessivo più o meno veritiero, e quindi si è dovuto continuamente adattarla a quanto gli veniva contestato o a quanto veniva mano a mano reso pubblico.
Professor Maurizio Barozzi
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