Il professor Caleo scriverà una sorta di antologia filosofica, commentando i passi più famosi e controversi dei filosofi di ogni tempo. Ma non seguirà nessun ordine crologico. Ogni passo commentato non supererà lo spazio di un articolo. Avranno un titolo comune: Elogio della sapienza. Perché è la sapienza che Caleo intende elogiare.
Premessa
Erasmo da Rotterdam ha scritto «L’elogio della follia».
Io mi accingo a scrivere un «Elogio della sapienza», non ignorando che la sapienza non ha bisogno di nessun elogio giacché è uno spirito che proviene direttamente da Dio.
Per elogiare la follia, l’umanista si è servito della filosofia.
Io non potrò non servirmi della teologia.
E sono mezzi o, se si preferisce, pensieri generati gli uni dalla stessa follia, gli altri dalla stessa sapienza.
Sicché filosofia e follia sono la stessa cosa, come la stessa cosa sono teologia e sapienza.
La differenza - per quanto sia io che lui non siamo che scribi - è data dalla forma o dal tipo di scrittura.
Non c’è confronto.
Io sono tanto ignorante quanto lui è colto.
Di una cultura che lo ha elevato al rango di maestro.
Maestro dell’Europa.
Ma la sua penna intinta nel calamaio dell’ironia ha contribuito fortemente a sgretolare le mura delle cittadelle che custodivano la vera sapienza.
Può sembrare anacronistico il richiamo alla vita monastica.
Ma noi abbiamo bisogno di ritrovare una dimensione dello spirito che ci rende saggi.
Cominciando da oggi, analizzerò per i lettori di questo giornale online, passi celebri di opere filosofiche che formano l’humus della nostra insipienza quotidiana.
1. «
Ora il pensiero che è pensiero per sé, ha come oggetto ciò che è di per sé più eccellente, e il pensiero che è tale in massimo grado ha per oggetto ciò che è eccellente in massimo grado. L’intelligenza pensa se stessa, cogliendosi come intelligibile; infatti, essa diventa intelligibile intuendo e pensando sé, cosicché intelligenza e intelligibile coincidono. L’intelligenza è, infatti, ciò che capace di cogliere l’intelligibile e la sostanza, ed è in atto quando li possiede. Pertanto, più ancora che quella capacità, è questo possesso ciò che di divino ha l’intelligenza; e l’attività contemplativa è ciò che c’è di più piacevole e di più eccellente. Se, dunque, in questa felice condizione in cui noi ci troviamo talvolta, Dio, si trova perennemente, è meraviglioso; e se egli si trova in una condizione superiore, è ancor più meraviglioso. Ed in questa condizione Egli effettivamente si trova. Ed egli, è anche vita, perché l’attività dell’intelligenza è vita, ed Egli è appunto quell’attività. E la sua attività, che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna. Diciamo, infatti, che Dio è vivente, eterno e ottimo; cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio» (Aristotele, «Metafisica», libro dodicesimo, 1072 b 20-30 Traduzione di Giovanni Reale).
Il passo è noto.
Almeno agli studiosi di Aristotele.
Si tratta della più alta e sublime concezione di Dio cui un uomo di scienza è potuto giungere.
Però è oscuro.
Il che significa che molti non potranno mai del tutto conoscerlo.
Ma dubito che tra i pochi che lo abbiano capito ci siano i dotti, se hanno saputo spendere solo parole di meraviglioso assenso.
Lo associano a passi simili, ne fanno un confronto, optano per l’uno o per l’altro, lo traducono servendosi di altre traduzioni ecc., ma non lo capiscano.
E la dimostrazione che non lo capiscano è dovuta al fatto che non lo hanno ancora reso noto.
Accessibile a tutti.
E quelli che veramente lo hanno capito non hanno avuto il coraggio di dirlo.
Il motivo?
Tolta la meraviglia, si sarebbe scoperta la malizia del gioco, del loro stesso gioco.
Io non farò la fine di quel cane che, per il desiderio di mangiare, perse la libertà di pensare.
Lo spiegherò, irridendo la superbia di chi ha giocato come il gatto con il topo.
Partiamo dalla conclusione: «Questo, dunque, è Dio».
Ma è una conclusione di ragione o è imposta con la forza dell’autorità?
E’ imposta con la forza, perché non scaturisce dalle premesse.
Nella prima si dice: «
Il pensiero che è pensiero per sé, ha come oggetto ciò che è di per sé più eccellente, e il pensiero che è tale in massimo grado ha per oggetto ciò che è eccellente in massimo grado».
Domanda: chi può dire che il pensiero sia ciò che è eccellente in massimo grado?
Nessuno.
Se il pensiero è uno.
Ma se è uno, allora non può essere per sé, ma in sé.
Stando così le cose, l’idea di un pensiero che sia pensiero per sé, è assurda.
Nella premessa minore si dice: «L’intelligenza pensa se stessa, cogliendosi come intelligibile; infatti, essa diventa intelligibile intuendo e pensando sé, cosicché intelligenza e intelligibile coincidono.
Domanda: se l’intelligenza pensa se stessa, allora intelligenza e pensiero sono la stessa cosa.
E come fa il pensiero a conoscere se stesso se l’intelligenza non penetra in esso?
Stando così le cose, l’intelligenza è per il pensiero, non per stessa.
E l’intelligibile è per l’intelligenza lo stesso pensiero.
E aggiunge: «L’intelligenza è infatti ciò che è capace di cogliere l’intelligibile e la sostanza ed è in atto quando li possiede».
Domanda: se l’intelligenza è capace di cogliere l’intelligibile e la sostanza, non saranno la stessa cosa l’intelligibile e la sostanza, ovvero il pensiero e il corpo?
L’assurdo è evidente.
E pertanto l’intelligenza non può essere e per il pensiero e per il corpo.
L’intelligenza è per il solo pensiero.
Oltretutto se fosse contemporaneamente per il pensiero e per il corpo, non potrebbe possederli in atto.
Il corpo organico è sempre in potenza.
Mentre il solo pensiero è sempre in atto.
E non possono darsi in atto potenza e atto.
Chi pone la differenza infine tra il corpo e il pensiero è la stessa intelligenza.
E conclude: «
Più ancora che quella capacità, è questo possesso ciò che di divino ha l’intelligenza; e l’attività contemplativa è ciò che c’è di più piacevole e di più eccellente».
Domanda: se l’intelligenza possiede il pensiero e il corpo, possiede il divino o l’umano?
Possiede l’umano.
Sono forse Dio e l’uomo la stessa cosa?
Non sia detto.
Ma chi lo dice, aggiunge un’altra follia.
Perché se Dio e l’uomo fossero la stessa cosa, non ci sarebbe attività contemplativa.
Ma solo sensitiva.
Infatti la contemplazione eleva la vista oltre i sensi.
E’, in altre parole, attività teoretica, distinta da quella pratica.
E continua: «
Se, dunque, in questa felice condizione in cui noi ci troviamo talvolta, Dio si trova perennemente, è meraviglioso; e se Egli si trova in una condizione superiore, è ancora più meraviglioso. E in questa condizione Egli effettivamente si trova. Comincia con un dubbio, anzi con due dubbi. Ma se è sommerso dai dubbi, come fa a concludere: E in questa condizione Egli effettivamente si trova?»
Stando così le cose, in Dio non ci può essere attività teoretica.
Dio, insomma non ama se stesso.
E aggiunge, come a chiarire meglio il suo pensiero:
«Ed egli è anche vita, perché l’attività dell’intelligenza è anche vita,
ed egli è appunto quell’attività».
Domanda: se l’intelligenza pensa se stessa, o, se si preferisce, ama se stessa, come può essere anche vita.
Se fosse anche vita, penserebbe la vita, amerebbe la vita.
Invece ama se stessa.
E se l’intelligenza nella sua attività è spirito, allora siamo in presenza di uno spirito che non crea.
Che non genera, che non dona vita, ecc.
Non aggiungerei altro.
Ma non possiamo tacere di fronte alla nuova affermazione: «
E la sua attività, che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna».
Mi domando se non siamo di fronte alla contemplazione della morte, alla quale in molti fanno consistere la filosofia.
Ma infatti cosa può essere la morte se non il nulla eterno?
Qualcosa che sussiste perennemente di per sé?
E siamo alla conclusione: «
Diciamo, infatti, che Dio è vivente, eterno e ottimo; cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio».
Non si può non notare che l’espressione: «
Cosicché a Dio appartiene una vita», ecc. è fatta dipendere dal suo «ipse dixit: diciamo che Dio», ecc.
La sua è parola di Dio?
Ma se è parola di Dio, perché annunzia la morte di Dio?
Riflettiamo sull’espressione: «
Dio è vivente, eterno e ottimo».
I tre termini non si addicono a Dio.
Infatti, se vivente, vive come possono vivere tutte le cose che hanno vita.
Se è eterno, l’eternità non può prescindere dal tempo.
E se è ottimo, allora ci saranno altre cose che saranno buone.
E’ un caso, ora se conclude: «questo è Dio?».
Dio, per il filosofo, non è che è una cosa.
Se tanta scienza non è che follia, e la follia è figlia dell’idolatria, allora anche la scienza umana di Dio è follia e idolatria.
Marcello Caleo
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