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Elogio della sapienza

Marcello Caleo    25 aprile 2008
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Il professor Caleo scriverà una sorta di antologia filosofica, commentando i passi più famosi e controversi dei filosofi di ogni tempo. Ma non seguirà nessun ordine crologico. Ogni passo commentato non supererà lo spazio di un articolo. Avranno un titolo comune: Elogio della sapienza. Perché è la sapienza che Caleo intende elogiare.

Premessa

Erasmo da Rotterdam ha scritto «L’elogio della follia».
Io mi accingo a scrivere un «Elogio della sapienza», non ignorando che la sapienza non ha bisogno di nessun elogio giacché è uno spirito che proviene direttamente da Dio.
Per elogiare la follia, l’umanista si è servito della filosofia.
Io non potrò non servirmi della teologia.
E sono mezzi o, se si preferisce, pensieri generati gli uni dalla stessa follia, gli altri dalla stessa sapienza.
Sicché filosofia e follia sono la stessa cosa, come la stessa cosa sono teologia e sapienza.
La differenza - per quanto sia io che lui non siamo che scribi - è data dalla forma o dal tipo di scrittura.
Non c’è confronto.

Io sono tanto ignorante quanto lui è colto.
Di una cultura che lo ha elevato al rango di maestro.
Maestro dell’Europa.
Ma la sua penna intinta nel calamaio dell’ironia ha contribuito fortemente a sgretolare le mura delle cittadelle che custodivano la vera sapienza.
Può sembrare anacronistico il richiamo alla vita monastica.
Ma noi abbiamo bisogno di ritrovare una dimensione dello spirito che ci rende saggi.
Cominciando da oggi, analizzerò per i lettori di questo giornale online, passi celebri di opere filosofiche che formano l’humus della nostra insipienza quotidiana.          

1. «Ora il pensiero che è pensiero per sé, ha come oggetto ciò che è di per sé più eccellente, e il pensiero che è tale in massimo grado ha per oggetto ciò che è eccellente in massimo grado. L’intelligenza pensa se stessa, cogliendosi come intelligibile; infatti, essa diventa intelligibile intuendo e pensando sé, cosicché intelligenza e intelligibile coincidono. L’intelligenza è, infatti, ciò che capace di cogliere l’intelligibile e la sostanza, ed è in atto quando li possiede. Pertanto, più ancora che quella capacità, è questo possesso ciò che di divino ha l’intelligenza; e l’attività contemplativa è ciò che c’è di più piacevole e di più eccellente. Se, dunque, in questa felice condizione in cui noi ci troviamo talvolta, Dio, si trova perennemente, è meraviglioso; e se egli si trova in una condizione superiore, è ancor più meraviglioso. Ed in questa condizione Egli effettivamente si trova. Ed egli, è anche vita, perché l’attività dell’intelligenza è vita, ed Egli è appunto quell’attività. E la sua attività, che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna. Diciamo, infatti, che Dio è vivente, eterno e ottimo; cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio» (Aristotele, «Metafisica», libro dodicesimo, 1072 b 20-30 Traduzione di Giovanni Reale).

Il passo è noto.
Almeno agli studiosi di Aristotele.
Si tratta della più alta e sublime concezione di Dio cui un uomo di scienza è potuto giungere.
Però è oscuro.
Il che significa che molti non potranno mai del tutto conoscerlo.
Ma dubito che tra i pochi che lo abbiano capito ci siano i dotti, se hanno saputo spendere solo parole di meraviglioso assenso.
Lo associano a passi simili, ne fanno un confronto, optano per l’uno o per l’altro, lo traducono servendosi di altre traduzioni ecc., ma non lo capiscano.
E la dimostrazione che non lo capiscano è dovuta al fatto che non lo hanno ancora reso noto.
Accessibile a tutti.
E quelli che veramente lo hanno capito non hanno avuto il coraggio di dirlo.
Il motivo?

Tolta la meraviglia, si sarebbe scoperta la malizia del gioco, del loro stesso gioco.
Io non farò la fine di quel cane che, per il desiderio di mangiare, perse la libertà di pensare.
Lo spiegherò, irridendo la superbia di chi ha giocato come il gatto con il topo.

Partiamo dalla conclusione: «Questo, dunque, è Dio».
Ma è una conclusione di ragione o è imposta con la forza dell’autorità?
E’ imposta con la forza, perché non scaturisce dalle premesse.
Nella prima si dice: «Il pensiero che è pensiero per sé, ha come oggetto ciò che è di per sé più eccellente, e il pensiero che è tale in massimo grado ha per oggetto ciò che è eccellente in massimo grado».

Domanda: chi può dire che il pensiero sia ciò che è eccellente in massimo grado?
Nessuno.
Se il pensiero è uno.
Ma se è uno, allora non può essere per sé, ma in sé.

Stando così le cose, l’idea di un pensiero che sia pensiero per sé, è assurda.
Nella premessa minore si dice: «L’intelligenza pensa se stessa, cogliendosi come intelligibile; infatti, essa diventa intelligibile intuendo e pensando sé, cosicché intelligenza e intelligibile coincidono.
Domanda: se l’intelligenza pensa se stessa, allora intelligenza e pensiero sono la stessa cosa.
E come fa il pensiero a conoscere se stesso se l’intelligenza non penetra in esso?
Stando così le cose, l’intelligenza è per il pensiero, non per stessa.
E l’intelligibile è per l’intelligenza lo stesso pensiero.
E aggiunge: «L’intelligenza è infatti ciò che è capace di cogliere l’intelligibile e la sostanza ed è in atto quando li possiede».

Domanda: se l’intelligenza è capace di cogliere l’intelligibile e la sostanza, non saranno la stessa cosa l’intelligibile e la sostanza, ovvero il pensiero e il corpo?
L’assurdo è evidente.
E pertanto l’intelligenza non può essere e per il pensiero e per il corpo.
L’intelligenza è per il solo pensiero.
Oltretutto se fosse contemporaneamente per il pensiero e per il corpo, non potrebbe possederli in atto.
Il corpo organico è sempre in potenza.
Mentre il solo pensiero è sempre in atto.
E non possono darsi in atto potenza e atto.
Chi pone la differenza infine tra  il corpo e il pensiero è la stessa intelligenza.

E conclude: «Più ancora che quella capacità, è questo possesso ciò che di divino ha l’intelligenza; e l’attività contemplativa è ciò che c’è  di più piacevole e di più eccellente».
Domanda: se l’intelligenza possiede il pensiero e il corpo, possiede il divino o l’umano?
Possiede l’umano.
Sono forse Dio e l’uomo la stessa cosa?
Non sia detto.
Ma chi lo dice, aggiunge un’altra follia.
Perché se Dio e l’uomo fossero la stessa cosa, non ci sarebbe attività contemplativa.
Ma solo sensitiva.
Infatti la contemplazione eleva la vista oltre i sensi.
E’, in altre parole, attività teoretica, distinta da quella pratica.

E continua: «Se, dunque, in questa felice condizione in cui noi ci troviamo talvolta, Dio si trova perennemente, è meraviglioso; e se Egli si trova in una condizione superiore, è ancora più meraviglioso. E in questa condizione Egli effettivamente si trova. Comincia con un dubbio, anzi con due dubbi. Ma se è sommerso dai dubbi, come fa a concludere: E in questa condizione Egli effettivamente si trova?»

Stando così le cose, in Dio non ci può essere attività teoretica.
Dio, insomma non ama se stesso.
E aggiunge, come a chiarire meglio il suo pensiero: «Ed egli è anche vita, perché l’attività dell’intelligenza è anche vita,
ed egli è appunto quell’attività
».

Domanda: se l’intelligenza pensa se stessa, o, se si preferisce, ama se stessa, come può essere anche vita.
Se fosse anche vita, penserebbe la vita, amerebbe la vita.
Invece ama se stessa.
E se l’intelligenza nella sua attività è spirito, allora siamo in presenza di uno spirito che non crea.
Che non genera, che non dona vita, ecc.
Non aggiungerei altro.
Ma non possiamo tacere di fronte alla nuova affermazione: «E la sua attività, che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna».

Mi domando se non siamo di fronte alla contemplazione della morte, alla quale in molti fanno consistere la filosofia.
Ma infatti cosa può essere la morte se non  il nulla eterno?
Qualcosa che sussiste perennemente di per sé?

E siamo alla conclusione: «Diciamo, infatti, che Dio è vivente, eterno e ottimo; cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio».
Non si può non notare che l’espressione: «Cosicché a Dio appartiene una vita», ecc. è fatta dipendere dal suo «ipse dixit: diciamo che Dio», ecc.
La sua è parola di Dio?
Ma se è parola di Dio, perché annunzia la morte di Dio?

Riflettiamo sull’espressione: «Dio è vivente, eterno e ottimo».
I tre termini non si addicono a Dio.
Infatti, se vivente, vive come possono vivere tutte le cose che hanno vita.
Se è eterno, l’eternità non può prescindere dal tempo.
E se è ottimo, allora ci saranno altre cose che saranno buone.

E’ un caso, ora se conclude: «questo è Dio?».
Dio, per il filosofo, non è che è una cosa.
Se tanta scienza non è che follia, e la follia è figlia dell’idolatria, allora anche la scienza  umana di Dio è follia e idolatria.

Marcello Caleo


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Commenti (5)add comment
Emilio
Perugia , aprile 25, 2008 23:18

"Filosofia e follia sono la stessa cosa"!

Erasmo non condanna la Filosofia, ma la "demenza mondana".

Piuttosto critica la religione, ridotta a puro e arido formalismo devozionale.

Per Erasmo la vera Filosofia consiste nella "imitazione" di Cristo, nella Fede vissuta, salva la libertà dell'uomo.

"Spirito mondano e follia sono la stessa cosa", per Erasmo.

Quanto al pensiero di Aristotele, citato, mi pare che l'equivoco sia nel modo di intendere la "sostanza".

Aristotele la intende, qui, come "essenza universale", e l'universale non è "corporeo"!

Certo, l'uomo non è Dio!

Ma ha, come essere pensante, una
"somiglianza" con il Creatore, e la attività intellettiva è sempre "spirito", sia nell'uomo che in Dio.

Accettiamo pure la "vita" come "amore" (non sempre pacifico in Filosofia!).

Dio ama sé stesso con una eterna
"circolazione" di Vita trinitaria che, per la sua "pienezza" si "dona" nella Creazione.

E Dio vide che tutto ciò che aveva creato
"era buono" (Genesi, 1).

E continua ad essere la Sorgente di ogni forma di "vita", come presenza di "immensità" e come Provvidenza.

Infine, "la scienza umana di Dio è follia e idolatria"?!

Ammetto che la Filosofia incontra uno dei suoi "limiti" nella necessità della Rivelazione, per le verità che eccedono la ragione.

Significa, questo, che la ragione umana non può affrontare il "problema" della "vita" e, di conseguenza, il rapporto dell'uomo con un Creatore?!

Indico il riferimento a san Tommaso, Contra Gent. I, capitolo 6 e l'insegnamento della Chiesa Cattolica, Catechismo della C.C., n° 31-35.

Ma poi, perché i filosofi si sono sempre
"avventurati" in questo problema?

Forse perché erano, e rimangono, dei pazzi?!

Aspetto il "seguito".

Emilio



Piero Beltrami
Milano , aprile 26, 2008 10:13

Molto interessante quello che dice anche se, mi permetto, credo che sia il Timeo di Platone la "più alta e sublime concezione di Dio cui un uomo di scienza è potuto giungere"
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Giovanni
Novara , aprile 26, 2008 12:44

Dolosa mistificazione in un testo che , oltre ad essere composto da illazioni contrarie alla logica (non diciamo alla filosofia), non è neppure cristiano né tanto meno cattolico.

Infatti, limitandosi solo al commento del penultimo capoverso, tre tra le migliaia di citazioni possibili :
-- “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).
-- Il Concilio Vaticano I insegna: “La santa Chiesa crede e confessa che esiste un solo Dio vivo e vero, creatore e signore del cielo e della terra, onnipotente, eterno, immenso, incomprensibile, infinito per intelletto, volontà e ogni perfezione; il quale, essendo unica sostanza spirituale, del tutto semplice e immutabile, deve essere predicato realmente ed essenzialmente distinto dal mondo, in sé e da sé beatissimo e ineffabilmente eccelso sopra tutte le cose che sono fuori di lui e possono essere concepite” (Conc. Vat. I, Dei Filius, can. 1-4: Denz.-S. 3001).
-- DOM Deo Optimo Maximo, che sta sui frontoni delle Chiese
E, dato che quanto sopra non mi risulta essere stato abolito, il sostenere che “I tre termini non si addicono a Dio.” equivale a negare le affermazioni della Chiesa Cattolica per sostituirle con non si capisce quale altra “filosofia”.

E questo dovrebbe essere sufficiente misura di valutazione; andando, poi, ad analizzare spassionatamente il resto del testo non può che sorgere il giudizio di dolosità.



Caleo Marcello
... , aprile 27, 2008 03:39

Caro Giovanni,
lei fa molte citazioni - non ultimo il Concilio Vaticano I - per accusarmi pesantemente. Non tremo. Nell'Apocalisse di San Giovanni, che, come sa, è un libro che non è lecito manomettere, il Risorto dice di essere il Primo e l'Ultimo, l'Alfa e l'Omega,il Vivente, l'Immortale, l'Onnipotente. Dunque, non posso negare che vivente, immortale, onnipotente siano caratteri di Dio. Senonché il Risorto " è simile al Figlio dell'uomo ". Dunque sono i caratteri di Colui che volle assumere natura umana. Ora, il Dio di Aristotele - per un accostamento plausibile - doveva somigliare a Dio, Padre di nostro Signore Gesù Cristo. Durante la loro preghiera gli Israeliti dicevano: " Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è uno. Eterno è il suo nome ". Come vede, il Dio di Israele non si può confondere con il Dio di Aristotele. Il problema è un altro. Come mai Aristotele conosce anzi tempo i caratteri di Colui che doveva venire? C'erano forse già dei " cristiani " prima della venuta di Gesù Cristo?



Noè
Pavia , aprile 30, 2008 09:17

Gesù nel vangelo ha rivelato la nostra insolenza nelle seguenti parole:"Se vi parlo delle cose della terra e voi non comprendete, come potete allora comprendere le cose del cielo?" Per non diventare un folle, è meglio contemplare ciò che si è reso intelligibile, anzicché cercare di comprendere le cose che superano l'intelligenza sia umana che angelica. Talvolta l'uomo viene innalzato nella dimensione angelica con l'estasi, ma quando ritorna sulla terra non è in grado di ripetere ciò che ha visto. Che fare allora? Accettare di essere un essere limitato ed inginocchiarsi davanti alla Maestà divina.



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