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Elogio della sapienza

Marcello Caleo    02 maggio 2008
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2. Epicuro e la felicità (1)

2.1 Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.
Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felici, o che ormai è passata l’età.
Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità.
Per sentirsi sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire.

Il genere usato da Epicuro in questa lettera è quello  del mito.
Fabula in lingua latina.
A una massima fa seguito il discorso.
Ma la massima potrebbe anche concludere il discorso.
L’uno è l’altro concorrano alla persuasione.
Un’arte finissima messa in pratica, più e meglio di tutti, da Esopo.
Ci proponiamo di mostrare come sia la massima che il discorso siano falsi.
E, trattandosi di morale, indice di  corruzione.
Comincerei dal discorso: Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, ecc., ecc.
Domanda: chi lo può sostenere se non lui stesso?
Infatti lega la felicità al tempo.
Ora, rispetto al tempo, la giovinezza rappresenta il passato.
La vecchiaia il futuro.
O, per esprimerci nei termini di Sant’ Agostino, il non ancora e il già stato.
Il presente poi, perché fugge in ogni istante, è come il non essere.
Chi, dunque, lega la felicità al tempo, non può non pensare che la felicità non esista.
Aggiunge: Ecco che da giovani quando saremo avanti, ecc.
Allora, ci si deve dedicare alla conoscenza della felicità per sentirsi sempre giovani, ecc.
Stando così le cose, la felicità diventa mezzo, vecchiaia e giovinezza fine.
Ma sentirsi sempre giovani o sempre vecchi non equivale a essere infelici?
Avrebbe senso la felicità se togliesse le più instabili dimensioni del nostro esistere.
E siamo alla massima: Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.
Domanda: se non si è mai troppo giovani o troppo vecchi in che età presumibilmente ci troviamo? In nessuna età.
Perché il tempo di cui si parla non ha un inizio e non ha un termine.
E come ci si può occupare del proprio animo o del proprio spirito se l’occupazione presuppone
il tempo?
L’ozio porta al vizio, non alla felicità.

2.2 Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla.
Fermiamoci a riflettere.
La contraddizione è evidente.
Perché se è vero che avendo la felicità, abbiamo tutto, allora non ha senso conoscere le cose che fanno la felicità.
Infatti tutte le cose non potranno mai formare il tutto.
Perché il tutto non è diverso dall’uno.
E l’uno e i molti non si possono ridurre l’uno all’altro.

2.3 Pratica e medita - aggiunge - le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
Domanda: come possono essere fondamentali alla vita cose che si possono contemporaneamente praticare e meditare?
Non sono cose di cui ci si serve frequentemente?
Se sono cose di cui ci serviamo frequentemente non sono fondamentali.
Si possono, viceversa dire, fondamentali quelle che valgono una volta per tutte.

2.4 Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ti è innata.
Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità.
Riflettiamo: prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, ecc.
E sia.
Però non si comprende, come la nozione di divinità possa esserci innata.
Perché ci sia nozione, ci deve essere la materia.
Altrimenti il nome non corrisponde alla cosa.
Ma dunque se nozione e materia non si possono scindere, non ne viene che la divinità non è diversa dal suo stesso io, o dall’io del suo amico?
E se si considerano divini, perché mai cercano la felicità?
Non doveva essere la felicità identica alla divinità?

2.5 Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ha.
Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.
Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false.
A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come
i beni più splendidi.
Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo.
Partiamo dalla prima espressione: gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede
la gente comune ecc.
Domanda: come possono essere se non come loro due?
E se sono come loro due, è evidente che la gente comune non può saperlo.
E siamo al colmo dell’ironia: perciò non è irreligioso ecc.
Allora, sarebbe irreligioso colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.
Domanda: non avrebbe voluto che il popolo lo annoverasse insieme all’amico tra gli dei?
E c’è dell’altro.
Perché arriva a dire: Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali innate, sono opinioni errate.
Domanda: le nozioni ancestrali innate, non sono l’equivalente dei pregiudizi?
Se non sono che pregiudizi, allora le opinioni che superano i pregiudizi, non possono non essere vere.
E infine: A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze, ecc.
Stando così le cose, si direbbe che ciascuno sia faber fortunae suae.
Ma che senso attribuire all’espressione:
Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, ecc.?
Ora, se essere simile significa che non sono uguali, allora gli dei non dovrebbero infierire più su quelli che si considerano uguali a loro che su gli estranei?

2.6 Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua essenza.
Riflettiamo sull’affermazione: Abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi. Domanda: se la morte non costituisce nulla, perché ci si pensa sempre?
E aggiunge: dal momento che il godere e soffrire, ecc.
Domanda: se la morte rappresenta il godere e il soffrire, allora la morte per lui non è diversa dalla vita.
E aggiunge:

2.7 L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.
Allora, l’esatta coscienza, ecc.
Domanda: la mortalità della vita è una cosa diversa dalla morte?
Non si direbbe.
Stando così le cose, il godimento non si tramuta subito in sofferenza?
Non si muta in sofferenza, viceversa, il godimento con l’inganno del tempo infinito.
 
2.8  Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più.
Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa.
Ciò che una volta presente non ci turba, solamente atteso ci fa impazzire.
Evidenziamo l’espressione: Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più.
Domanda: c’è chi nella vita sappia davvero che nella morte nulla c’è da temere?
Non ci può essere se predica che se c’è la  morte noi non ci siamo.
Stando così le cose, lo sciocco è presso di lui.
Non metterebbe conto aggiungere il resto.
Ma non possiamo ignorare l’espressione: non tanto perché il suo arrivo (della morte) lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa.
Domanda: ci può essere un arrivo senza attesa?
Se non ci può essere, allora l’attesa della morte o il suo arrivo non può essere privo di sofferenza.
E conclude con la massima: Ciò che una volta presente non ci turba, solamente atteso ci fa impazzire.
Domanda: non parla della morte solo nei termini di attesa?
Ora, se solo l’attesa fa impazzire, la presenza dovrebbe essere angosciante.

2.9  La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi.
Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi.
Non è nulla né per i vivi né per i morti.
Per i vivi non c’è, i morti non sono più.
Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.
Evidenziamo l’affermazione: La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi.
Ora, l’espressione: «Per noic, indica un’opinione.
Ma se si tratta di opinione, ogni opinione si fonda sull’esistenza.
Allora, soprattutto per lui e la sua scuola, la morte esiste.
E aggiunge: quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei noi non ci siamo.
Non significa che la morte ha preso il nostro posto?
E se la morte può prendere il nostro posto, allora essa è qualcosa sia per i vivi che per i morti.
Per i vivi perché essi possono morire; per i morti perché non possono più tornare in vita.
E prosegue: Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.
Domanda: se la gente la invoca come requie ai mali che vive, come può la morte non essere
il peggiore dei mali?
Il riposo - o requie che sia ai mali - equivale al male eterno.
O alla morte eterna.
Perché infatti il riposo è senza tempo.
O, se più piace, interrompe la continuità della veglia.
Dunque, chi invoca la morte come requie ai mali, non sa in realtà cosa dice.
E dunque è come pazzo.

2.10  Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più.
La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere.
Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.
Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per
la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione
di una vita bella e di una bella morte.
Allora, il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più.
Domanda: può dirsi saggio chi desidera cose opposte?
Non può dirsi.
E aggiunge: La vita per lui non è un male, né è un  male il non vivere.
Accettiamo per un istante la follia.
Però non possiamo non domandarci: ciò che non è male, è bene?
Il non essere non è diverso dal nulla.
E neppure la morte è diversa dal nulla.
E aggiunge: Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo, si gode, ma il più dolce.
Domanda: il meglio per il cibo non è rappresentato dal dolce e il meglio per il tempo non è rappresentato dal lungo?
Quando il tempo scorre velocemente, neppure ci accorgiamo di esso.
E quindi, non si può apprezzare.
E per la bocca amara, il miglior cibo resta  il dolce.
E siamo alla massima: Chi ammonisce poi il giovane a vivere, ecc. sarebbe uno stolto.
E la spiegazione: perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte?
Domanda: chi riflette allo stesso modo sulla vita e sulla morte, non è stolto?

2.11  Ancor peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcar la soglia della morte.
Non saprei se c’è un peggio alla stoltezza.
Di sicuro al di là della stoltezza c’è la saggezza.

Marcello Caleo


                                                                                                              
1) Il passo della «Lettera sulla felicità» di Epicuro di cui mi sono servito è stato tradotto da Angelo Maria Pellegrino, stampa alternativa.


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Commenti (14)add comment
Emilio
Perugia , maggio 02, 2008 23:57

Ho letto e riletto la seconda parte di
"elogio della Sapienza" del prof.Caleo.

Sinceramente non riesco a credere che per "elogiare" la Sapienza, che è "ispirata" direttamente da Dio nell'uomo, dobbiamo
"identificare" la Filosofia con la "follia", a tal punto che i pensieri del "filosofo", di qualunque filosofo, pare,sarebbero "generati" dalla stessa follia.

Non riesco neppure a credere che i pensieri
"generati" dalla Teologia siano frutto, sempre, della stessa divina Sapienza.

Me ne sono convinto, recentemente, leggendo l'ultimo libro del prof. Vito Mancuso.

Del resto, anche la Teologia è prodotta dall'uso della razionalità umana, alla luce dei principi di una determinata "fede" di carattere religioso.

Dunque, se la speculazione filosofica è generata dalla "follia",anche la speculazione teologica lo è!

Venendo alla "tecnica" impiegata per dimostrare l'asserto del prof. Caleo.

Il metodo mi appare del tutto inadeguato.

Sarebbe necessario riesaminare l'intero pensiero filosofico, dagli inizi ai nostri giorni, prima di concludere.

Inoltre, ogni pensatore dovrebbe venire
"inquadrato" storicamente nel tempo in cui visse e tenendo presente il suo pensiero nella globalità.

Ad esempio, la frase citata, da Epicuro:

"Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità",

dovrebbe essere preceduta dalla spiegazione (o interpretazione) del suo pensiero sulla "felicità".

Secondo l'Etica epicurea il "fine ultimo" dell'uomo, la "felicità", appunto, coincide con il "piacere".

Si tratta di una morale "edonistica", sia pure molto "raffinata", nella quale il "piacere" consiste nella assenza del "dolore", conseguita nella serena imperturbabilità di una costante
"uguaglianza" di sé stessi.

Solo partendo da questa concezione e cercando di "capire", e non di "criticare" ad ogni costo, e, fra l'altro, con l'impiego di una discutibile "dialettica", quanto Epicureo ha scritto un bel poco di secoli prima di noi, saremmo situati nell'ottica giusta per un giudizio sereno ed equo.

Sarò presuntuoso, ma rimango della convinzione che, con lo stesso metodo dialettico, riuscirei a "falsificare" quasi tutte le affermazioni del prof. Caleo.

Ne vale la pena?! Non credo.

Emilio





Caleo Marcello
... , maggio 03, 2008 11:03

Caro Emilio,
mi aspettavo un'obiezione come la sua. Mi accusa di essere antistoricista. E lo sono. Però non capisco come si possa essere storicista con espressioni che attengono - per usare il linguaggio di Cartesio - al senso comune. Queste espressioni non sono nel tempo. O, se preferisce, non mutano di senso nel tempo. L'epicureismo come non è nato con Epicuro così non morto con Epicuro. La sua dimensione è spirituale. La lotta pertanto non può non essere spirituale.



Emilio
Perugia , maggio 03, 2008 17:33

Egregio professore, ora dubito di avere
"centrato" il Suo pensiero ("filosofia e follia sono la stessa cosa"), l'intento (la filosofia genera pensieri "folli", la teologia genera pensieri di saggezza), e il metodo (meramente "dialettico").

Aristotele, presumendo di "attingere", con la umana razionalità, una concezione "sublime" di Dio, ha fatto sfoggio di "tanta scienza (la quale) non è che follia, e la follia è figlia dell'idolatria, allora anche la scienza umana di Dio è follia e idolatria".

Ho già spiegato, nel commento al primo saggio, perché dissento, basandomi sul Genesi, sulla filosofia di san Tommaso e sul Catechismo della Chiesa Cattolica, nel presupposto che la concezione cristiana e cattolica della Antropologia sia condivisa da entrambi.

Venendo al testo di Epicuro, tratto dalla
"lettera sulla felicità".

Lei, cortesemente, precisa:

"Mi accusa di essere antistoricista. E lo sono. Però non capisco come si possa essere storicista con espressioni che attengono - per usare il linguaggio di Cartesio - al senso comune."

Anche spiegato così il pensiero e l'intento rimangono "oscuri".

Vogliamo combattere la concezione morale che identifica la "felicità" con il "piacere" come "fine" ultimo dell'uomo? Bene!

Lei scrive:

"Queste espressioni non sono nel tempo. O, se preferisce, non mutano di senso nel tempo. L'epicureismo come non è nato con Epicuro così non morto con Epicuro. La sua dimensione è spirituale. La lotta pertanto non può non essere spirituale".

Perfettamente d'accordo!

Perché, allora non iniziare dalla concezione socratica del carattere "dilettevole" del bene, continuando con la teoria di Aristippo di Cirene, per arrivare ad Epicuro e ai nostri giorni?.

Del resto l'edonismo è stato ampiamente criticato in Filosofia, in particolare proprio da Kant.

E' verissimo, però, che ritroviamo questa
"deviazione", sia "teorica" che "pratica", nella Storia umana di tutti tempi e, attualmente, proprio nella nostra Società.

Ci deve ben essere un "motivo"!

Quale?!

Tuttavia, almeno per me, il dissenso non è in questa impostazione, quanto, piuttosto, per un'ottica antropologica, filosofica e teologica insieme, che ritengo dovrebbe essere fra noi condivisa.

Mi spiego, appellandomi, di nuovo, al Catechismo della Chiesa Cattolica.

Se è vero che "il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo" (CCC 27), come accusare la speculazione aristotelica (e genericamente "umana"!) su Dio di "follia e idolatria", anche se erronea o imperfetta?!

"L'uomo, con la sua apertura alla verità e alla bellezza, con il suo senso del bene morale, con la sua libertà e la voce della coscienza, con la sua aspirazione all'infinito e alla felicità...si interroga..." (CCC 33).

Che Socrate, Aristippo ed Epicuro abbiano posto i loro "interrogativi" sull'argomento della "felicità" è, dunque, censurabile e indice di umana "follia"?

Sbagliarono, secondo la antropologia cristiana che, spero, entrambi condividiamo, ma noi "occidentali" facciamo forse meglio?!

Caro professore, andiamo pure "avanti", ma, La prego, non rimaniamo nel vago e nel generico degli intenti e, soprattutto, non contribuiamo alla confusione delle idee.

Con stima,

Emilio



Dr. Girolli Matteo
Roma , maggio 09, 2008 23:21

Vorrebbe essere logico ma non ci riesce, e detto "papale papale" non è che si esprima in maniera chiarissima. Entrando nel merito dell'argomento, lei dice: "Perché arriva a dire: Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali innate, sono opinioni errate.
Domanda: le nozioni ancestrali innate, non sono l’equivalente dei pregiudizi?
Se non sono che pregiudizi, allora le opinioni che superano i pregiudizi, non possono non essere vere.", più illogico
di questo non c'è nulla. Lei può non sapere o non credere che esistano "nozioni ancestrali innate", ma da questo a ritenerle d’emblée dei pregiudizi ci passa un salto triplo nel vuoto dell'irrazionalità. Ancestrale è ciò che si perpetua in quanto vero, l'originario sapere, connaturato all'essere. Lo spirito. Chi conosce per reale contatto Dio, capisce che ogni opinione è sbagliata, perchè la Realtà spirituale sta al mondo della ragione come la più lucida veglia sta al più torbido dei sogni. Il pregiudizio invece è una credenza superstiziosa coscientemente non dimostrata a noi stessi, prova ne è il fatto che si può facilmente cambiare pregiudizio. Come si possono cambiare facilmente le opinioni, le quali, già solo per questo, non possono essere "vere"!



Caleo Marcello
... , maggio 10, 2008 07:56

Caro dott. Girolli,
mi insegna che " ancestrale è ciò che si perpetua in quanto vero ecc. ". E sia. Però non dice che si tratta di una credenza platonica. Che Platone non spiega perché egli stesso aveva appreso dai pitagorici. Ora, come chiamare dei luoghi comuni che si trasmettano da tempo immemorabile? Non si dovebbero chiamare pregiudizi?



Dr. Girolli
Roma , maggio 10, 2008 11:21

Lei ritiene si tratti di una credenza. I pitagorici e Platone di una esperienza di realtà interiore. Chi ha ragione? Ma non si rende conto che, messa la questione su questo piano, si finisce nel peggiore dei relativismi? Anche il Cristianesimo lo potrei considerare un pregiudizio, in fondo io ho ricevuto la dottrina di esso per tradizione, facendo il suo stesso gioco potrei dire: chi mi dice se è vero quello che mi è stato "detto"? Chi mi impone di credere all'esistenza di Cristo, se anche la sua presunta realtà storica ci è tramandata? Vede da solo che il suo gioco finisce nel vuoto. Un secondo appunto: mai mettere in bocca a qualcuno quello che non dice. Specie se è di un Platone che si parla. Saluti.


Caleo Marcello
... , maggio 10, 2008 16:52

Caro dott. Girolli,
vorrei cercare di spiegare la differenza tra le dottrine filosofiche e il Cristianesimo. Mentre, nel caso del Cristianesimo, la fede mi impone di sperimentare quanto sia buono Il Signore, le dottrine filosofiche non si fondano che sulla ragione. Nel primo caso - nel caso del Cristianesimo - c'è " adaequatio intellectus et rei " e dunque siamo sul piano della verità; nel secondo - nel caso delle dottrine filosofiche - manca l'adeguazione tra la cosa e l'intelletto. E, dunque, non siamo nella verità. Si deve anche aggiungere che è " relativismo " ciò che manca di un elemento essenziale della realtà?



Dr. Girolli
roma , maggio 10, 2008 20:27

Mi trovo in perfetto accordo con quello che dice. E credo di aver colto la differente visuale che ci separa. Molto semplicemente ritengo che l'interpretazione della filosofia oggi in voga, secondo cui un Platone e un Kant sarebbero "colleghi", è inaccettabile. Soltanto uno studio superficiale come è quello accademico può aver portato ad una così palese confusione, ritenendo Platone un "teorico". Chi, per proprio conto, si avventuri in uno studio serio ed approfondito della filosofia greca e dei sistemi che ne sono stati i prodromi, si rende conto immediatamente di trovarsi di fronte ad "impianti" del Sacro, in cui la teoria è figlia di un metodo spirituale, esattamente come nel Cristianesimo. Ciò in maniera ancora più evidente se si passa ai pitagorici. Se questi hanno trasmesso qualcosa, non hanno trasmesso una diceria, ma un metodo per vivere nel proprio "midollo" una verità.Ben diverso il caso di un qualunque filosofo razionalista moderno per il quale calzano a pennello le parole del suo commento. Non siamo d'accordo, ma per lo meno mi pare che ora il tema della discussione sia più chiaro.


Emilio
Perugia , maggio 11, 2008 00:25

Il prof. Caleo affronta veramente l'argomento delle "nozioni ancestrali innate"?

Ha cortesemente precisato che si tratta di "espressioni che attengono - per usare il linguaggio di Cartesio - al senso comune".

Cioè di "espressioni che non sono nel tempo, o non mutano di senso nel tempo".

Sono, dunque, precisa l'Autore, espressioni la cui "dimensione è spirituale.

E conclude:

"La lotta pertanto non può non essere spirituale".

Credo di aver capito che dobbiamo "lottare" contro quelle espressioni del pensiero che attengono al senso comune, ma, esaminate alla luce della umana razionalità, sono "false", non vere.

Tornando alla citazione di Aristoele, dire che l'intelligenza ha per oggetto l'intelliggibile, cioè ciò che è massimamente eccellente nelle nature spirituali, quel qualche cosa di "divino", l'attività contemplativa, nel quale consiste il massimo piacere per l'uomo, sarebbe contrario alla "verità", dunque da combattere.

E ancora più contraria alla "verità" sarebbe l'affermazione che Dio, Intelligenza infinita, contemplando sé stesso, è Vita e Felicità eternamente infinite.

Due espressioni collegate per analogia da Aristotele.

Secondo il prof. Caleo sono "false" e appartengono entrambe al "senso comune".

Epicuro, infatti, concepisce il "fine ultimo" dell'uomo in modo diametralmente opposto:

la "felicità" non consiste nella contemplazione intellettiva ma nel "piacere".

Una forma raffinata di "edonismo", ricorrente nella Storia dell'Umanità, combattuta da molti pensatori e moralisti, fino ai nostri giorni.

Anche l'edonismo epicureo una dimensione spirituale del "senso comune" falsa, da combattere.

A questo punto si pongono alcuni interrogativi inderogabili:

Cosa è la "verità"?

La mente umana può cercare almeno di
"avvicinarla" in una "dimensione spirituale" condivisibile da ogni uomo che usi rettamente la sua ragione?

Ci può essere una "collaborazione" e un "progredire" nel nostro cammino verso la "verità" razionale?

Se poi ho capito la puntualizzazione del Dr. Girolli, riguardo a Dio possiamo avere solo "pregiudizi", perché:

"Chi conosce per reale contatto Dio, capisce che ogni opinione è sbagliata, ... la Realtà spirituale sta al mondo della ragione come la più lucida veglia sta al più torbido dei sogni".

Dio si conoscerebbe solo "per reale contatto",
il resto sarebbe "opinione sbagliata"

Il Dr Girolli, mi pare, non si ferma a questa affermazione, quando scrive:

"Il pregiudizio ...è una credenza superstiziosa coscientemente non dimostrata a noi stessi, prova ne è il fatto che si può facilmente cambiare pregiudizio.

Come si possono cambiare facilmente le opinioni, le quali, già solo per questo, non possono essere "vere"!

Ed io mi chiedo se, a giudizio del Dr Girolli, i pensieri dell'uomo sono tutti e sempre "pregiudizi", credenze superstiziose, opinioni che si possono cambiare facilmente,
"falsità".

Mi pare di no, dal momento che egli afferma anche:

"Ancestrale è ciò che si perpetua in quanto vero, l'originario sapere, connaturato all'essere. Lo spirito".

Leggo in questo istante lo scambio di messaggi fra il prof Caleo e il Dr Girolli.

Il Cristianesimo è una Fede, ma, e già lo ho sottolineato, si fonda su di una Antropologia che riconosce all'uomo facoltà tali da consentirgli di conoscere l'esistenza di un Dio personale, anche se Dio, nella sua Misericordia, ha voluto facilitare la ricerca umana rivelandosi.

Naturalmente non condivido la eventuale conclusione (se tale dovesse essere quella dell'Autore) che :

"Chi, per proprio conto, si avventuri in uno studio serio ed approfondito della filosofia greca e dei sistemi che ne sono stati i prodromi, si rende conto immediatamente di trovarsi di fronte ad "impianti" del Sacro, in cui la teoria è figlia di un metodo spirituale, esattamente come nel Cristianesimo".

E la Rivelazione?!

L' "esattamente", no!

Su questo gradirei un chiarimento del prof Caleo.

Emilio




Dr. Girolli
... , maggio 11, 2008 13:14

Gentile sig. Emilio,
credo che in parte lei si risponda da solo. Io scrivo che le nozioni ancestrali innate coincidono con lo Spirito, ossia con l'esperienza reale del Sacro: dunque non le ritengo delle supposizioni razionali (su questo possiamo essere in disaccordo, ci mancherebbe). Partendo da ciò è ovvio che non possono considerarsi opinioni. I giudizi di un uomo sono sempre e comunque delle falsità, certo; salvo il caso che egli non abbia conosciuto la Verità. Cosa è la Verità? L'esperienza effettiva di Dio. Sapere razionalmente della Rivelazione ci aiuta in questo? credo di no, anzi rischia di ingannarci. Credendo di sapere quando in realtà non sappiamo. Per quanto riguarda la "follia" che il Dr. Caleo distribuisce a piene mani per mezzo del suo metodo logico-deduttivo molto discutibile, vorrei ricordare le parole di Meister Eckhart :"Dio può esser visto solo con la cecità, conosciuto solo con l'ignoranza, capito solo dai folli". Vale a dire che coloro che lo vedono non ragionano, poichè la ragione è di ostacolo alla Luce.



Emilio
Perugia , maggio 11, 2008 23:10

Ringrazio il Dr. Girolli per il gentile chiarimento.

Dunque, l'esperienza effettiva di Dio situa l'uomo nella Verità, sicché i suoi giudizi sono "veri", in quanto coincidono con lo Spirito, che è la vera Sapienza.

Anche il prof. Caleo si propone di "scrivere un "Elogio della sapienza"", che identifica con la Teologia.

E' ancora possibile una Teologia, partendo da una concezione "apofatica"?!

L'Autore degli articoli pensa di sì: "Io non potrò non servirmi della teologia".

Sarebbe opportuno chiarire cosa intende per Teologia.

Seguendo il principio di "identificazione", il significato della parola è dato dall' "uso" linguistico che ne facciamo.

Per me Teologia significa "attività della Fede" e, come tale, presuppone il
"credente", "posseduto dalla Fede".

La Fede, come atteggiamento del "teologo" implica la accettazione di determinati
"asserti" (che per il teologo hanno carattere
"oggettivo"), preliminari alla "esperienza" teologica.

Cercando di tenersi equidistante dalla adesione intellettuale al messaggio della Fede fondato sulla sola evidenza degli argomenti, e da una adesione razionalmente non fondata, la Teologia, mossa dalla Fede, di cui percepisce la razionalità, consiste nella libera adesione a Dio che si rivela nella Parola mediante lo Spirito.

La Fede, così concepita, ha per sua peculiare caratteristica la "oscurità".

Pensare di risolvere con la Teologia tutti i dubbi ed eliminare le difficoltà della vita, è una illusione!

In questo, mi pare, non siamo completamente d'accordo!

Infatti Lei scrive "che le nozioni ancestrali innate coincidono con lo Spirito, ossia con l'esperienza reale del Sacro:

dunque non le ritengo delle supposizioni razionali. ...Sapere razionalmente della Rivelazione (non) ci aiuta, ...anzi rischia di ingannarci. Credendo di sapere quando in realtà non sappiamo".

Mi ha stupito la frase di Meister Eckhart, da Lei citata:

"Dio può esser visto solo con la cecità, conosciuto solo con l'ignoranza, capito solo dai folli".

Leggendo le Opere di Mastro Eckart mi ero convinto che per questo grande teologo l'essenza del Cristianesimo consiste nella "esperienza" dello Spirito, cioè nella Mistica.

Se fosse così, Hegel potrebbe essere concepito come il più grande teologo cristiano che sia esistito, fino ad oggi.

La conseguenza ulteriore, mi pare, sarebbe l'affermazione del primato della Filosofia, perché solo la Filosofia consente all'uomo di superare la Alterità di Dio:

lo Spirito, infatti, è dato solo a quanti vivono nel Figlio, che è lo Spirito.

L'auspicio è, ora, che il prof. Caleo ci chiarisca su questi argomenti, "cruciali" per la comprensione e il dialogo.

Emilio




Dr. Girolli
roma , maggio 12, 2008 10:53

Sinceramente non vedo la difficoltà: Meister Eckhart, che è riduttivo considerare un teologo, ritiene possibile l'esperienza del Sacro, non c'è dubbio, ma a ciò bisognando che la creatura si annulli e una delle facoltà principali che ci fanno creatura è la razionalità. Quello che ci indica è un nucleo interiore al di sopra della ragione, che si raggiunge per annullamento. Coloro che giungono a questo nucleo hanno il diritto di parlare, gli altri dovrebbero seguire il buon proverbio: di non parlare di ciò che non si Conosce. Il miglior teologo, che conosce per erudizione (conoscenza razionale e teorica) non vale un soldo bucato rispetto all'ultimo dei contadini, che colpito in testa da una vanga, si venisse a ritrovare in Dio. Per dirla ancora con l' Eckhart: "Se si considera una mosca in Dio, essa è assai più nobile in Dio di quanto l'angelo più alto non lo sia in se stesso."


Emilio
Perugia , maggio 12, 2008 16:51

Egregio dottore, Eckart ha insegnato alle Facoltà teologiche di Parigi e di Colonia, dunque la qualifica di "teologo" gli compete per "professione.

Di fatto concordo con Lei che è stato anche un filosofo, un predicatore, un mistico.

A parte ciò, come Lei sicuramente ha capito, non condivido, come credente in Gesù Cristo, l'idea che una persona umana si "annulli" nella Fede, annullando le sue "facoltà principali" (intelletto, volontà, sentimento).

In oltre 76 anni di vita, sento di dover testimoniare che, sia pure fra difficoltà e alterne vicende, ho personalmente
"sperimentato" che la Fede è un atto autenticamente umano, dono della Grazia divina e reso concreto dalle mozioni interiori dello Spirito, ma non in contrasto con la intelligenza, la volontà e il "cuore" del credente.

Credo, infatti, per l'Autorità di Dio che si rivela, il quale non può ingannarsi né ci vuole ingannare.

Comunque, alle mozioni interiori dello Spirito si aggiungono "prove" esteriori della Rivelazione (miracoli, profezie, santità ecc.).

L'assenso di Fede non è un moto "cieco" dello Spirito, perché la Fede è più certa di qualunque altra umana "conoscenza", anche se la supera infinitamente.

L'insegnamento di Mastro Eckhart, cioè che "l'esperienza del Sacro... è un nucleo interiore al di sopra della ragione, che si raggiunge per annullamento", con tutto il rispetto e la ammirazione per l'acuto intelletto del Maestro, è un errore, come ho sperimentato ed esperimento ogni giorno personalmente.

Del resto, come facciamo per sapere chi sono "Coloro che giungono a questo nucleo (e, di conseguenza) hanno il diritto di parlare, (mentre) gli altri dovrebbero seguire il buon proverbio: di non parlare di ciò che non si Conosce?

E sottolineo, ora, opportunamente, l'aspetto
"comunitario" della nostra Fede.

Avrà letto, come me, nella sezione Filosofia di Effedieffe, l'articolo di Alessandro Sammarchi:

"necessità razionale di un Magistero infallibile",

perciò non mi dilungo sull'argomento.

Nonostante la "limitatezza concettuale di verità" del commentatore Sig. Bruno di Torino all'articolo di Sammarchi, condivido il pensiero di M.A., milanese, cioè che "La nozione di verità è assai più estesa di quella di conoscenza, e tale nozione non è riducibile a quella di verifica".

Né è trascurabile il commento del brasiliano Eliseo Malorgio:

"io penso che la verità come la giustizia siano valori assoluti e non idee che possano essere create o inventate dall'uomo. Mi sembra che l'uomo possa scoprirle, questo si. Per me la verità esiste, è sempre esistita come un faro di luce nella notte. Alcuni la vedono ed altri no".

Purtroppo il Sig. Eliseo rimane poi vittima di quello che, dal mio punto di vista, è un "pregiudizio":

"Più difficile per me è accettare e intendere con la ragione l'idea che una congregazione di uomini o il suo capo sia l'"infallibile" interprete delle Scritture".

Non è, precisamente, lo stesso il rischio che corriamo seguendo Mastro Eckhart?

La inconoscibilità e ineffabilità di Dio, per l'umana ragione, trascendendo ogni determinazione della creatura, esigono la "rinascita" dell'uomo (il puro "nulla") in Dio (il Tutto), uno "sprofondare" dell'anima nel suo "punto centrale" che la "india", implicando la più assoluta "autonomia" della Fede.

Crisi evidentissima della Teologia di san Tommaso, e della Scolastica in generale, che mina alle radici la "funzione" della Chiesa, preannunciando il Protestantesimo, con la "interiorizzazione" della Fede, la attenuazione della funzione carismatica e mediatrice della Chiesa, la svalutazione delle "opere" e delle manifestazioni esteriori del "Culto".

E Lei, caro dottore, non ci sente un sottile
"aroma" di "bruciato"?

Io sì!

E, infine, quale è, esattamente, il pensiero del prof. Caleo?

Cordialità vivissime,

Emilio




Dr. Girolli
... , maggio 12, 2008 18:41

Gentile Emilio,
innanzi tutto le faccio i miei complimenti per l'intelligenza, l'acume e l'apertura mentale che dimostra: non sono qualità che tutti possiedono, specie alla sua età e al giorno d'oggi. Mi permetta allora di stuzzicare queste sue facoltà ancora un po oltre. Lei scrive: "L'insegnamento di Mastro Eckhart, cioè che "l'esperienza del Sacro... è un nucleo interiore al di sopra della ragione, che si raggiunge per annullamento", con tutto il rispetto e la ammirazione per l'acuto intelletto del Maestro, è un errore, come ho sperimentato ed esperimento ogni giorno personalmente." E' corretto dire di una cosa che non è sperimentabile per non averla sperimentata? Faccio un esempio sciocco tanto per capirci. Il metodo scientifico moderno dichiara "Ciò che non è provato è falso", non sarebbe più corretto dire "Ciò che non è provato non possiamo sapere se sia vero o falso"? Senza porre limiti alla provvidenza, e se domani le "capitasse"? Vede poi che l'Eckhart dichiara d'aver raggiunto questo stato (ma nessuno ci vieta di considerarlo uno "spostato"), come si fa a sapere se è vero? E qui vengo alla sua puntualizzazione riguardante l'interiorizzazione della Fede. Sul primo punto: il metodo. L'Eckhart proprio perchè parla di annullamento ci indica una via, per così dire, scevra da risvolti luciferini, poichè esente dal pericolo costituito dal volgersi a Dio senza aver abbandonato noi stessi, nè ritiene questo nucleo 'sovrarazionale' contrario alla ragione la quale anzi ne diviene lo strumento una volta di là dal "guado". Secondo punto: l'infallibilità della Chiesa. Credo che l'infallibilità sia vera per ciò che concerne le "funzioni" sacerdotali della Chiesa e non per la dottrina. E veniamo secondo me al punto fondamentale: se, come lei ritiene, non esiste uno stato assoluto e definitivo in cui l'uomo conosce per immedesimazione Dio, come può esserci coscienza della Verità?, non si finisce nel vicolo cieco di una speranza mutila ad infinito dell'oggetto sperato?, ovvero nell'illusione?, quale autorità possiederebbe la Chiesa senza il contatto effettivo di Dio? Non ha importanza, poi, sapere chi è giunto a quel nucleo, visto che le sue parole, le azioni ecc. sono in spontaneità col Sacro, e non possono ridursi a "sistemi di pensiero". Chi sta di qua può cercare di andare di là, accettare razionalmente quelle parole, invece, è mistificarle. Vivissimi saluti.




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