2. Epicuro e la felicità (1)
2.1 Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.
Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felici, o che ormai è passata l’età.
Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità.
Per sentirsi sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire.
Il genere usato da Epicuro in questa lettera è quello del mito.
Fabula in lingua latina.
A una massima fa seguito il discorso.
Ma la massima potrebbe anche concludere il discorso.
L’uno è l’altro concorrano alla persuasione.
Un’arte finissima messa in pratica, più e meglio di tutti, da Esopo.
Ci proponiamo di mostrare come sia la massima che il discorso siano falsi.
E, trattandosi di morale, indice di corruzione.
Comincerei dal discorso: Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, ecc., ecc.
Domanda: chi lo può sostenere se non lui stesso?
Infatti lega la felicità al tempo.
Ora, rispetto al tempo, la giovinezza rappresenta il passato.
La vecchiaia il futuro.
O, per esprimerci nei termini di Sant’ Agostino, il non ancora e il già stato.
Il presente poi, perché fugge in ogni istante, è come il non essere.
Chi, dunque, lega la felicità al tempo, non può non pensare che la felicità non esista.
Aggiunge: Ecco che da giovani quando saremo avanti, ecc.
Allora, ci si deve dedicare alla conoscenza della felicità per sentirsi sempre giovani, ecc.
Stando così le cose, la felicità diventa mezzo, vecchiaia e giovinezza fine.
Ma sentirsi sempre giovani o sempre vecchi non equivale a essere infelici?
Avrebbe senso la felicità se togliesse le più instabili dimensioni del nostro esistere.
E siamo alla massima: Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.
Domanda: se non si è mai troppo giovani o troppo vecchi in che età presumibilmente ci troviamo? In nessuna età.
Perché il tempo di cui si parla non ha un inizio e non ha un termine.
E come ci si può occupare del proprio animo o del proprio spirito se l’occupazione presuppone
il tempo?
L’ozio porta al vizio, non alla felicità.
2.2 Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla.
Fermiamoci a riflettere.
La contraddizione è evidente.
Perché se è vero che avendo la felicità, abbiamo tutto, allora non ha senso conoscere le cose che fanno la felicità.
Infatti tutte le cose non potranno mai formare il tutto.
Perché il tutto non è diverso dall’uno.
E l’uno e i molti non si possono ridurre l’uno all’altro.
2.3 Pratica e medita - aggiunge - le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
Domanda: come possono essere fondamentali alla vita cose che si possono contemporaneamente praticare e meditare?
Non sono cose di cui ci si serve frequentemente?
Se sono cose di cui ci serviamo frequentemente non sono fondamentali.
Si possono, viceversa dire, fondamentali quelle che valgono una volta per tutte.
2.4 Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ti è innata.
Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità.
Riflettiamo: prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, ecc.
E sia.
Però non si comprende, come la nozione di divinità possa esserci innata.
Perché ci sia nozione, ci deve essere la materia.
Altrimenti il nome non corrisponde alla cosa.
Ma dunque se nozione e materia non si possono scindere, non ne viene che la divinità non è diversa dal suo stesso io, o dall’io del suo amico?
E se si considerano divini, perché mai cercano la felicità?
Non doveva essere la felicità identica alla divinità?
2.5 Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ha.
Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.
Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false.
A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come
i beni più splendidi.
Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo.
Partiamo dalla prima espressione: gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede
la gente comune ecc.
Domanda: come possono essere se non come loro due?
E se sono come loro due, è evidente che la gente comune non può saperlo.
E siamo al colmo dell’ironia: perciò non è irreligioso ecc.
Allora, sarebbe irreligioso colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.
Domanda: non avrebbe voluto che il popolo lo annoverasse insieme all’amico tra gli dei?
E c’è dell’altro.
Perché arriva a dire: Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali innate, sono opinioni errate.
Domanda: le nozioni ancestrali innate, non sono l’equivalente dei pregiudizi?
Se non sono che pregiudizi, allora le opinioni che superano i pregiudizi, non possono non essere vere.
E infine: A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze, ecc.
Stando così le cose, si direbbe che ciascuno sia faber fortunae suae.
Ma che senso attribuire all’espressione:
Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, ecc.?
Ora, se essere simile significa che non sono uguali, allora gli dei non dovrebbero infierire più su quelli che si considerano uguali a loro che su gli estranei?
2.6 Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua essenza.
Riflettiamo sull’affermazione: Abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi. Domanda: se la morte non costituisce nulla, perché ci si pensa sempre?
E aggiunge: dal momento che il godere e soffrire, ecc.
Domanda: se la morte rappresenta il godere e il soffrire, allora la morte per lui non è diversa dalla vita.
E aggiunge:
2.7 L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.
Allora, l’esatta coscienza, ecc.
Domanda: la mortalità della vita è una cosa diversa dalla morte?
Non si direbbe.
Stando così le cose, il godimento non si tramuta subito in sofferenza?
Non si muta in sofferenza, viceversa, il godimento con l’inganno del tempo infinito.
2.8 Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più.
Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa.
Ciò che una volta presente non ci turba, solamente atteso ci fa impazzire.
Evidenziamo l’espressione: Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più.
Domanda: c’è chi nella vita sappia davvero che nella morte nulla c’è da temere?
Non ci può essere se predica che se c’è la morte noi non ci siamo.
Stando così le cose, lo sciocco è presso di lui.
Non metterebbe conto aggiungere il resto.
Ma non possiamo ignorare l’espressione: non tanto perché il suo arrivo (della morte) lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa.
Domanda: ci può essere un arrivo senza attesa?
Se non ci può essere, allora l’attesa della morte o il suo arrivo non può essere privo di sofferenza.
E conclude con la massima: Ciò che una volta presente non ci turba, solamente atteso ci fa impazzire.
Domanda: non parla della morte solo nei termini di attesa?
Ora, se solo l’attesa fa impazzire, la presenza dovrebbe essere angosciante.
2.9 La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi.
Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi.
Non è nulla né per i vivi né per i morti.
Per i vivi non c’è, i morti non sono più.
Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.
Evidenziamo l’affermazione: La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi.
Ora, l’espressione: «Per noic, indica un’opinione.
Ma se si tratta di opinione, ogni opinione si fonda sull’esistenza.
Allora, soprattutto per lui e la sua scuola, la morte esiste.
E aggiunge: quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei noi non ci siamo.
Non significa che la morte ha preso il nostro posto?
E se la morte può prendere il nostro posto, allora essa è qualcosa sia per i vivi che per i morti.
Per i vivi perché essi possono morire; per i morti perché non possono più tornare in vita.
E prosegue: Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.
Domanda: se la gente la invoca come requie ai mali che vive, come può la morte non essere
il peggiore dei mali?
Il riposo - o requie che sia ai mali - equivale al male eterno.
O alla morte eterna.
Perché infatti il riposo è senza tempo.
O, se più piace, interrompe la continuità della veglia.
Dunque, chi invoca la morte come requie ai mali, non sa in realtà cosa dice.
E dunque è come pazzo.
2.10 Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più.
La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere.
Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.
Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per
la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione
di una vita bella e di una bella morte.
Allora, il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più.
Domanda: può dirsi saggio chi desidera cose opposte?
Non può dirsi.
E aggiunge: La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere.
Accettiamo per un istante la follia.
Però non possiamo non domandarci: ciò che non è male, è bene?
Il non essere non è diverso dal nulla.
E neppure la morte è diversa dal nulla.
E aggiunge: Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo, si gode, ma il più dolce.
Domanda: il meglio per il cibo non è rappresentato dal dolce e il meglio per il tempo non è rappresentato dal lungo?
Quando il tempo scorre velocemente, neppure ci accorgiamo di esso.
E quindi, non si può apprezzare.
E per la bocca amara, il miglior cibo resta il dolce.
E siamo alla massima: Chi ammonisce poi il giovane a vivere, ecc. sarebbe uno stolto.
E la spiegazione: perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte?
Domanda: chi riflette allo stesso modo sulla vita e sulla morte, non è stolto?
2.11 Ancor peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcar la soglia della morte.
Non saprei se c’è un peggio alla stoltezza.
Di sicuro al di là della stoltezza c’è la saggezza.
Marcello Caleo
1) Il passo della «Lettera sulla felicità» di Epicuro di cui mi sono servito è stato tradotto da Angelo Maria Pellegrino, stampa alternativa.
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