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La Valtellina: un’araba fenice frutto della fantasia di Pavolini?

Alberto Bertotto    05 maggio 2008
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Nelle librerie continuano a comparire con una certa puntualità riedizioni e novità letterarie che rievocano l’epilogo della controversa RSI (un sigillo crudele posto ad un’esaltante avventura) e l’agonia di molti dei suoi principali rappresentanti impegnati nell’assillante ricerca di una alternativa alla disfatta politica, militare e morale che si stava ormai delineando, una congiuntura critica che avrebbe definitivamente messo fine al regime fascista.
Tra il presentimento della morte e l’ebbrezza di un potere effimero, nella frustrante consapevolezza di una guerra ormai irrimediabilmente perduta, i seicento giorni di Salò sono stati una tragedia per alcuni ed un’esperienza elettrizzante per altri.
Ciò va puntualizzato, per non rinunciare all’opportunità di comprendere meglio il nostro passato che deve essere continuamente rivisitato, anche se l’atteggiamento sentimentale soffuso di delicatezze retrospettive di cui è patinato il carattere degli italiani ha la tendenza a minimizzare fatti, circostanze e responsabilità.
La distanza dal vissuto di ieri ne offusca i contorni, ne altera le proporzioni e ne modifica i tratti salienti.
Il tempo, tuttavia, non diventa mai polvere e non disperde il suo carico di esperienze vissute soprattutto se il loro decorso è stato costellato da sofferenze, da lutti e da rovine.
Dopo aver affollato per buona parte della giornata il palazzo prefettizio di corso Monforte, improvvisata assemblea della RSI, i vertici del partito fascista (Benito Mussolini, molti gerarchi con responsabilità di governo ed i loro fedeli collaboratori, nonchè Claretta Petacci dal fascino rugiadoso delle italiane in carne) erano partiti da Milano nella serata del 25 aprile del 1945 con passi guidati da una sensazione di paura che faceva presagire sanguinose sventure.

Una sensazione che si sarebbe acuita dopo il loro arrivo in serata alla prefettura di Como, tappa intermedia prima di raggiungere la Valtellina o base logistica per organizzare una precipitosa fuga in Svizzera (prove alla mano, questa ipotesi, ventilata da molti autori, è stata recentemente scartata). “La situazione stava precipitando e la tensione si poteva toccare con mano nel giardino, nei corridoi e nelle stanze della Prefettura milanese affollata di uomini in divisa (pochi) e da altri in borghese (molti). L’aria era densa di ansiosa incertezza e di inquietanti interrogativi. La scena e l’atmosfera avevano un che di irreale o forse di kafkiano: non c’era più niente da chiedere, nulla da riferire, pochi ordini da impartire, scarsa volontà di rimediare, tutto stava crollando sotto gli occhi degli attoniti protagonisti. L’unica cosa che rimaneva in piedi inalterata era la manifestazione di una dignitosa aderenza al proprio ruolo e alla propria funzione” (L. Longo).
Solo il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani denotava una certa concitazione: dall’alto dei suoi quasi due metri passava e ripassava nervosamente le mani tra i folti capelli bianchi.
La partenza dalla città ambrosiana quasi deserta era stata decisa dopo il fallimento delle trattative
di resa intavolate con alcuni autorevoli esponenti della resistenza convocati in Arcivescovado dal Cardinale I. Schuster, titolare della cattedra più elevata del cattolicesimo dopo il seggio di San Pietro: l’Arcidiocesi milanese.
L’eminente porporato in più di una occasione aveva dato prova di coraggio e di abnegazione, intervenendo in difesa dei deboli e dei perseguitati presso le autorità fasciste dalle quali era aspramente osteggiato per la sua comprensiva indulgenza.

Il prelato, come gli antichi Papi del medioevo, aveva accarezzato l’idea di farsi consegnare la spada del vinto per gestirla trionfalmente, ipotecando un futuro di gloria, di prestigio e di potere.
All’alba del giorno dopo (26 Aprile), nella cornice altamente simbolica di piazza San Sepolcro, culla del fascio primogenito, gli ultimi epigoni del fascismo, prima di raggiungere il Duce a Como, avevano ammainato con austera solennità la bandiera repubblicana al grido di “ritorneremo”, rinunciando così all’idea barricadiera di fare della metropoli meneghina (definita dal dittatore antesignana e condottiera) la Stalingrado d’Italia o la versione aggiornata dell’Alcazar di Toledo. Esaltando le sue aspirazioni di patrio nume tutelare, il Duce aveva precedentemente affermato con prosopopea (16 dicembre 1944): “Faremo una sola Atene di tutta la valle del Po”.
Avrebbe voluto che la città dell’ultimo osanna non fosse diversa da quella del definitivo crucifige. Tuttavia il popolo acclamante aveva costruito la lunga scala penitente dell’autoassoluzione (piazzale Loreto) con il subdolo strumento dell’applauso.
Nel pomeriggio di quel 25 aprile, l’eco rabbiosa degli spari e il vento impetuoso dell’insurrezione popolare avevano già raggiunto la caliginosa e desolata periferia milanese presidiata da sparuti drappelli di militi sul piede di partenza e da brigatisti affluiti in massa nel capoluogo lombardo dalle regioni e province limitrofe per distribuire, secondo gli anti-fascisti, le ultime razioni di manganellate e di olio di ricino.
Tale concentramento di forze era stato autorizzato dal comandante delle Brigate Nere, Alessandro Pavolini, in previsione di una loro successiva dislocazione in Valtellina, la meta finale dei più accalorati ed irriducibili scudieri del fascismo repubblicano.

Una luce di gesso sporco prossima a dissolversi per lasciare il posto alle tenebre della notte filtrava da un cielo nuvoloso simile a quello che il Masaccio ha dipinto nei policromi affreschi del Carmine. Il suo grigiore, cupo e gonfio di pioggia, faceva della miseria individuale una tristezza cosmica.
Tra poco la luna, dall’alto della sua indifferenza, avrebbe sparso bagliori sinistri sulle acque stagnanti e nere dei limacciosi navigli da cui non era infrequente ripescare il corpo di un anonimo morto crivellato di piombo, espressione dei forbenti maniluvii con sangue fraterno conseguenziali alla folle infatuazione di aspergervi le impurità, una distorsione epidemica del pensiero o l’espressione delle sue impudiche e perverse propensioni.
Nel sabba della leggenda popolare un conciliabolo di fantasmi ne evoca altri che invadono la scena con un corteo di macabre sembianze.

Così a Milano, in una notte attraversata dagli spari, il funereo richiamo dei lemuri levava dai sepolcri i graveolenti spettri che a passo di morte confluivano per danzare nefariamente le loro cupe ridde e le loro nefaste tregende sulle rovine dell’Italia del Nord precipitata nel buio delle peggiori faide medievali.
In quelle ore le chiese e le sagrestie milanesi erano zeppe di disgraziati che cercavano la salvezza all’ombra della croce.
Ma gli stessi luoghi santi erano profanati e il sangue correva a fiotti anche sui gradini degli altari.
Gli italiani, cercando di svincolare la loro vita dalle inesorabili fatalità dopo aver intriso di lacrime il pane della servitù, hanno sovente sopportato con conciliante o rassegnata obbedienza imperatori scimuniti, regine lascive, re sadici, duchi crudeli, tribuni megalomani e Papi simoniaci, ma non hanno mai tollerato i boia e le loro ire funeste.
La ragione di siffatta insuperabile repulsione verso i titolari di quel mestiere deve probabilmente ricercarsi nell’intima essenza, bacchica e cinica insieme, dell’indole ancestrale della gente Esperia. Tuttavia, l’ineffabile e raffinato italico terrazzano, dopo aver deterso il sangue, è sempre stato assalito da schifo e da esecrazione non per il tessuto ematico di per sè, ma per coloro che lo avevano fatto scorrere senza mostrare alcuna pietà di fronte alla falce della morte che in quel frangente di folle esaltazione non distingueva l’erba buona da quella cattiva.

L’unico rumore percettibile in quel lungo crepuscolo vespertino, oltre allo sferragliare
di qualche carro cingolato, era il sonoro calpestìo provocato dai passi cadenzati delle ronde militari che armate fino ai denti e con la lancia in resta pattugliavano, dopo l’oscuramento ed il coprifuoco serale, le strade del centro milanese transitate da rari veicoli civili (la benzina era ormai una cosa rara) il cui lento procedere, alla luce dei fari azzurrati, turbava una quiete apparente destinata ben presto a tingersi di sangue.
“La torrida, rauca, polverosa, babilonica Milano dell’insurrezione” (E. Ferri) era in quel momento una città con il fiato sospeso nella quale si era creato un vuoto colmo di incognite e dove,
in un clima di odio e di violenta sopraffazione, non c’era contraddizione detestabile e disonorante che non potesse sorgere, vendetta che non saziasse la sua sete e delitto che non trovasse il modo
di restare impunito.

In quei momenti di morbosa frenesia era buona norma conferire l’apoteosi ai carnefici, condannando al ludibrio le più o meno colpevoli vittime anche se queste avevano fatto in precedenza mendicati favori ai loro attuali accaniti carnefici.
Un terrore le cui responsabilità, sottaciute per anni in sede di ricostruzione storica, sono state palleggiate in sede di propaganda come se fossero delle patate bollenti che scottavano sia nelle mani dei fascisti che in quelle degli anti-fascisti.
Tra questi, i comunisti di P. Togliatti e di L. Longo, in una invivibile cacofonia di “verità” smaccatamente offese che aveva il precipuo scopo di demonizzare la persona di Mussolini e
di rimpicciolirne l’opera prestata durante il ventennio, erano quelli più intenzionati a chiudere
la partita facendo uso delle sole armi, un proposito che avrebbe fatto fallire il dilettantesco tentativo mussoliniano di riappacificare, in nome di una tolleranza reciproca ed onnicomprensiva, le parti in lotta senza far ricorso al sopruso ed all’oltraggio gratuito.

I partigiani con il fazzoletto rosso, rosi dal livore dell’invidia e dall’avidità del potere che è la più invereconda delle infamie, lasciavano tracimare le proprie pulsioni nella rabbia convulsa dovuta
alla loro smaniosa bulimia di vendetta, mentre quelle degli avversari in camicia nera che
non si erano arresi rassegnati al destino avverso lievitavano nel risentimento o, al massimo, nel fanatismo cieco, esasperato e animato da uno spirito di rivalsa che era implicito e consequenziale. Ridestati dal clamore della ritrovata libertà, i tracotanti patrioti filomoscoviti non volevano che sulla Madonnina del Duomo riscendesse l’angelo con la spada fiammeggiante ad annunciare la novella pace fra Dio e gli uomini.
I più sfegatati, risorti dall’avello sotto le mascherate insegne della democrazia, desideravano solo che le tavole dei valori inculcati dal fascismo cadessero infrante durante i sanguinosi tumulti,
una foia iconoclastica, in cui era degenerata la incivile contesa fra italiani (gli umori non creano vita e non discernono Storia: generano solo mostri delittuosi).
Talvolta ciechi, rare volte illusi, sempre passionalmente faziosi, il loro proposito era quello
di edificare sulle rovine dell’opposizione straniera il regno dell’oppressione domestica,
combattendo fianco a fianco con i gendarmi che ostacolavano il progresso, con i becchini
del pluralismo parlamentare e con i somministratori di olio santo al capezzale della rivoluzione voluta da Mussolini.
Pretendevano  addirittura che la memoria dei fascisti uccisi fosse esecrata, che alle loro donne fosse vietato il lutto e che i beni di cui erano in possesso i giustiziati in camicia nera venissero confiscati. Come tanti rigagnoli maleodoranti defluivano disordinatamente dagli argini crollati del corso maestro di un fiume in piena che si faceva strada tra i subbugli tumultuosi della scaduta età.

Per il dittatore e per i transfughi al suo seguito, coinvolti nel trescone della carneficina terminale, la mèta finale era la Valtellina e il loro progetto, una apprettatura rimasta al primitivo stadio d’incubazione, era quello di approntare un estremo baluardo difensivo, il cosidetto Ridotto Alpino Repubblicano (RAR), una fortificata enclave alpina, circondata per due terzi dalle montagne,
in collegamento con la ridotta tedesca delle prealpi bavaresi.
L’attesa in situ dell’arrivo delle truppe angloamericane ed il proposito di imbastire una difesa ad oltranza in quest’ultima Thule del regime avevano lo scopo di forzare gli alleati a concedere una resa onorevole, anche se per molti di questi intemerati legionari, ebbri per i loro sogni coronati,
il prezzo da pagare sarebbe stato quello di avere, come lastra tombale, le pietre raccolte sugli alti pinnacoli dell’imponente cerchia montana: “dulce et decorum est pro patria mori” senza neppure avere un funerale di terza classe.
Per gli anti-fascisti, questo era il premio per chi si era fatto irretire dal calappio nascosto dalla neve tinta dal sangue vermiglio stravasato da un corpo vestito di nero: un brusco trapasso dalle coturnate controscene eschilee alle esibizioni sotto i cupolini dei dozzinali teatrini di provincia.
La inevitabile sorte di chi aveva deciso di combattere dalla parte che il sintagma di G. Rimanelli ha definito essere “la parte sbagliata”.

Per risparmiare al capoluogo lombardo ulteriori dolori ed umiliazioni, nella concitazione dei momenti estremi era stato impartito l’ordine perentorio a tutte le camicie nere, un edace manipolo di agguerriti portainsegne, di convergere su Como, prima tappa dell’itinerario previsto dai piani
di ripiegamento, da cui partire per “ far quadrato” intorno al Duce e per cercare la “bella morte” nel RAR, un lembo di terra italiano su cui piantare la lacera bandiera tricolore, un serico drappo con nel mezzo un’aquila in nero ad ali spiegate che reggeva tra gli artigli un fascio romano posto in senso orizzontale.
Entro l’arco dei contrafforti alpini, essa avrebbe garrito al freddo vento del nord, sotto lo sguardo impaurito degli attoniti e disorientati valligiani sensibili all’indeclinato fascino dell’emblema nazionale, per sfidare il  nemico, per mostrare all’alleato tedesco come si salvaguarda il sacrosanto diritto di essere italiani e per testimoniare i valori imperituri dello spirito, uno schermo ideale da opporre alla nuova barbarie che aveva sconvolto l’Italia e che l’aveva trascinata in un gorgo di miserie e di sangue destinato a bulicare ancora per mesi.
Lassù, affrancati dalle armi di un esercito straniero, ritrovata nel macereto dello Stato la buona occasione per una rivincita lungamente attesa, riesumato lo smarrito entusiasmo dell’epos littorio ed ansiose di ritagliarsi un posto nella Storia, le agguerrite legioni, un esercito igneo grondante sangue che disponeva di un nerbo di alcune migliaia di uomini con la burbanza dei vindici della Patria oppressa, avrebbero spodestato gli oracoli indigeti per affidarsi ai sortilegi teurgici, avrebbero fatto risuonare la diana della Patria privilegiando la fraternità e non l’egoismo, avrebbero cantato, muovendo a stento le labbra serrate dal sottogola dell’elmetto, le loro canzoni, espressione canora di tutto ciò in cui credevano, ed avrebbero ostentato, con i denti ancora scoperti e con il gladio nel pugno sollevato, non solo i gagliardetti neri degli arditi, ma anche i labari della milizia simboli “della fede e dei vincoli della comunione squadrista, dell’unità morale dei suo vivi e dei suoi morti”.
“I popoli veramente grandi si riconoscono, ha detto qualcuno, dalla placenta del dolore” (L. Longo).

La gloria sul campo di battaglia era la forma nella quale i camerati, esasperati dall’ispessito alone di odio fratricida, esprimevano l’intensità della loro delusione, lo sconcerto del loro totale fallimento, la frustrazione delle loro aspettative segrete, il loro disprezzo per chi esaltava
il vigliacco, il disertore ed il farabutto autolesionista e la loro impotenza, collera e ribellione ad una sorte che ritenevano, con una punta di presunzione, ingiusta ed immeritata.
Di pari passo una pugnace vitalità, echeggiante il concetto platonico delle leggi che non devono essere offese, era l’espressione di una perpetuazione mistica della comunità guerriera e del tentativo estremo di nobilitare, racchiudendolo in un altero teogonico blasone, il vessillo della indomita rivoluzione fascista.
Ciò rappresentava l’immaginario di una gioventù assetata di miti e di riti che sentiva la nobiltà della disfatta gravare sulle proprie spalle e pungolare il suo onore con un fremito di profonda indignazione, una rabbia sorda che rodeva l’animo di un coagulo di anime sempre più nere la cui unica speranza era quella di un olocausto redentore che rappresentava per loro una liberazione sublimatrice.
Una reazione di orgoglio che non aveva nulla di premeditato, essendo solo un impulso umano condizionato dall’emotività.
Un irrazionalismo spiritualistico e anti-deterministico che si traduceva in un’esigenza comportamentale, una morale dell’esaltazione vitalistica della propria esistenza, un’espressione
di afflitta impotenza che ricercava nell’azione violenta l’unico valido antidoto da opporre a se stessa.
La violenza assumeva la sua legittimità etica nella lotta in quanto assurgeva a simbolo creativo di rinascita e di riscatto palingenetico.
La tradizione del sangue lanciava il suo appello al nazionalismo che rappresentava la difesa ad oltranza di quei principi che una ideologia compatta ed inossidabile aveva reso eterni, destinati cioè ad un futuro continuamente disvelato dalla premessa di un eroico presente.

Un atteggiamento spirituale che era l’espressione di un’adesione convinta ad un principio fideistico sostenuto dalla conoscenza consapevole dei rischi connaturati ad una scelta di vita che poteva anche avere delle conseguenze estreme.
Non mancavano rancore e retorica nelle decisioni prese da questi giovani come pure un’irrazionalità mitologica, fermo restando che il grande catalizzatore dell’orgoglio ferito restava il sentimento della superiorità nei confronti della sconfitta.
L’elogio della quale non prevedeva ruoli per il vincitore.
Essi erano comunque sempre piegati alla celebrazione delle virtù del vinto.
I vincenti risultavano spregevoli perché nell’epopea grigia della decadenza civile e del qualunquismo borghese le aristocrazie del coraggio e dei valori umani immortali non potevano che essere soverchiate da un nemico ultrapotente rappresentato dagli angloamericani fiancheggiati dai partigiani, un schiera di “ribelli” che si era infoltito a dismisura negli ultimi mesi di guerra.
Ritto tra le rovine del mondo occidentale ormai travolto da una modernità che ne aveva prima eroso le fondamenta e poi desertificato il tessuto sociale, annullando ogni speranza di affrancamento, il fascista repubblicano si opponeva al decadimento della civiltà contemporanea.
Pur essendo pervaso da presagi di morte, il suo spirito trasmetteva messaggi di luce e di vitalità che non avevano bisogno di essere affidati alle parole perché esaltavano da soli la funzione politica della gloria, delle acclamazioni e delle dossologie.
Egli era la sintesi estrema della resistenza da contrapporre alla tragica realtà quotidiana sconvolta dalla scomparsa del culto delle inveterate costumanze.
L’unica cosa che lasciava intravedere una certa sicurezza nell’avvenire era il retaggio dell’eroismo riscaldato dalla passione: idee senza parole nate per celebrare le dogmatiche convinzioni che avevano attraversato l’intero ventesimo secolo e che si erano concretizzate compiutamente nel periodo dominato dal fascismo repubblicano.
Si tratta di virtù che avevano la granitica compattezza dello stereotipo e che si presentavano per questo tanto immutabili quanto inattaccabili dal dubbio e dall’incertezza.

Reagire per il superamento e la restaurazione dell’ordine sacramentale e gerarchico diventava il compito millenario per coloro che credevano.
Una religiosità che sconfinava nella mistica sembrava caratterizzare il nucleo ideologico più intimo del pensiero littorio durante il crepuscolo della dittatura.
Nelle oscure pieghe del passato che ritornava continuamente covava il disagio dei fascisti repubblicani chiamati, anche contro lo stesso fluire della Storia, alla lotta per l’affermazione
di un ideale superiore: bisognava mantenere inalterato il nocciolo dottrinario sincretico ed occulto che alimentava le speranze dei combattenti con il sacro fuoco della Patria, dell’onore, del sacrificio e della razza.
 Una generazione giovanile aveva volto lo sguardo verso il futuro preconizzato da una fede che veniva mescolata al sangue e che nel sangue sarebbe cresciuta a dismisura.
Era una tensione ideale dello spirito quella che sconvolgeva i camerati di Salò, un groviglio di sentimenti che trascolorava dall’amore all’odio con elementare facilità.
Essi vivevano nella faticosa ricerca di un bandolo ragionevole che sostenesse il loro recente trascorso di giovani risoluti.
Non avevano l’ingenuità degli asserviti e non erano bertucce prive di dignità in sacrestana ed opportunistica adorazione di idoli pagani come lo erano stati i Troiani dell’Iliade che avevano spalancato le porte al fine di adottare il mastodontico quadrupede-grimaldello gravido di falsità letali.
Animati da forza viva non si accostavano a dubbi, a suggestioni imposte da altri, a stati di sofferenza, ad attimi di resipiscenza e a tormenti generati da provvisorie incertezze.
Spinti da slanci impetuosi, trascinati da circostanze deprimenti che non concedevano indulgenze erano indotti a riflettere, ascoltando i bisbilglii delle beghine e degli ottusi, per cercare vie alternative che non li avrebbero mai fatti convergere verso il ripensamento dopo averne traviato le primitive intenzioni.
Nell’Italia dilaniata dalla guerra e travolta dal conflitto civile in pochi erano corsi a combattere nell’ultimo baluardo posto a difesa della nazione.

La RSI chiamava a sé i propri figli migliori: gli idealisti, i puri, i convinti e gli eroi, al di fuori delle sigle retoriche, avevano risposto al richiamo delle istituzioni fasciste con lo spontaneo ed esaltato zelo dei giovani, dopo essersi posto, analizzandolo a fondo, un vero e proprio problema etico-politico che potesse indirizzare e sorreggere la loro non facile scelta.
Nella Storia frantumata della nazione sconvolta dalla lotta intestina, si stagliavano individui indomabili che avevano nella testa contemporaneamente la socializzazione dei mezzi di produzione e del lavoro e l’idea di Patria per cui morire.
Erano gli ultimi bagliori di eroismo del “soldato politico” pronto a dare la vita perché soltanto nel martirio e nella morte trovava appagamento il suo desiderio di essere utile alla causa comune.
“Il fascismo saloino intendeva combattere tutte le internazionali del potere: economiche, finanziarie, religiose e politiche. Per farlo si doveva partire dal centro, ovvero dalla ricerca di un uomo che fosse un vero soggetto rivoluzionario” (G. Adinolfi).
La scelta era caduta su Alessandro Pavolini che intendeva plasmare le nuove generazioni utilizzando il pungolo dell’orgoglio, temprarle con il mito del gesto eroico nel nome di un dogma, renderle coscienti delle proprie potenzialità guerriere e educarle al nobile scopo dell’interesse collettivo, cancellando tutti i difetti ereditati dall’Italia liberale e da una certa mentalità cattolica anti-nazionale, gretta, bigotta, conformista e clericale che predicava affinchè la devianza si innalzasse a norma, il disordine a ordine e la trasgressione a regola codificata da rispettare.

Per modellare la gioventù serviva un esempio storico ed un riferimento morale.
“Ed ecco che il perno intorno al quale operare veniva offerto dalla tradizione rivoluzionaria dello squadrismo. Sulla base dello stesso e sugli ideali che avevano propiziato la marcia su Roma si sarebbe effettuata la seconda rivoluzione e si sarebbe affermata la nuova Roma” (G. Adinolfi).
Chi era stato squadrista nel 1921 lo sarebbe rimasto fino alla morte.
I richiami di Pavolini allo squadrismo erano di tipo propedeutico-nostalgico: squadrista, nel senso effettivo e violento del termine, non lo era mai stato, ma voleva esserlo proprio alla fine dei suoi giorni anche se ciò significava rimanere solo in una dimensione trascendentale della quale aveva l’orgoglio di rappresentare la prassi consolidata e non l’eccezione.
Per quanto sbagliata potesse essere la sua ideologia e i mezzi che aveva adottato per metterla in pratica, Pavolini, e con lui gli ultimi epigoni di Mussolini che avevano deciso di seguirlo in Valtellina, era incontestabilmente una persona di una linearità e di una rettitudine esemplare.
Con il fascismo non si era arricchito e non aveva cercato con bramosia di occupare posizioni che gli avrebbero permesso di gestire un potere a cui aveva sempre dimostrato di non ambire.
Il ruolo che occupava era per lui il mezzo necessario per adempiere al suo dovere, la maniera per servire la Patria nel migliore dei modi, lo strumento che gli garantiva la sicurezza di non essere frainteso o considerato un uomo che alle parole non faceva mai seguire i fatti concreti.
Era un idealista convinto ancor prima di diventare qualcuno, un fedele più che un fidato, un apostolo più che un predicatore, un passionale che trovava nel fascismo non una giustificazione, ma una inscalfibile e incrollabile certezza.
Semplice nei modi, era duro nella polemica con gli uomini che non stimava e poco accondiscendente con chi non rispettava il metodo, la disciplina e la struttura gerarchica imposta dalla dittatura.
La sua intransigenza forse non era ascrivibile nel novero delle virtù teologali, ma aveva quanto meno il pregio di sgombrare il campo dagli equivoci e dalle ambiguità che coinvolgevano il mondo delle fraterie mondane.
Era il modo attraverso il quale mutare la realtà rendendo reale e tangibile l’oggetto del proprio credo, il riconoscimento della priorità del volere rispetto al conoscere e del fare nei confronti del pensiero.

Pavolini non poteva desistere dall’essere quello che era nonostante avesse rinunciato a molte cose che per i più sono motivo di soddisfazione: la quiete familiare, un appagante benessere, il calore dell’amicizia e il trastullo conviviale.
Era di un’onestà adamantina, forse feroce, probabilmente utopico, sicuramente settario, ma fondamentalmente casto anche se molti avevano visto e vedevano in lui l’antitesi dell’innocenza, la depravazione del vinto, l’arroganza dell’intransigente e la protervia del disperato. Carattere ribelle, scontroso e perfino zerbioso, il suo gusto per la polemica si spingeva fin quasi
alla provocazione.
Uomo nato per l’azione, solo di lei necessitava e solo in essa realizzava compiutamente il suo mondo interiore.
Non era solito predicare, non si mostrava per esibirsi e non assumeva pose vanagloriose.
Piuttosto faceva, si proponeva come esempio e andava diritto per la sua strada impervia senza deflettere e senza cercare facili scorciatoie che fossero praticabili da chi vuole svicolare.
Non si era mai comportato in modo tale da diventare tristemente famoso anche se voleva ostinatamente confermare condanne e non ribaltare giudizi che avrebbero fatto sicuramente piacere al Duce (graziare Galeazzo Ciano dalla morte per fucilazione).

Il taglio analitico che aveva dato alla sua vita non lo teneva lontano dall’ascetismo delle dottrine. Dopo aver posto le fondamenta di un nuovo edificio, desiderava arrivare fino al tetto, avendo una visione dell’esistenza che lo induceva a sperare in qualche cosa d’altro e, soprattutto, in qualche cosa di meglio.
Chi lo conosceva bene lo stimava, chi lo conosceva poco l’ubbidiva, chi non lo conosceva affatto lo denigrava non per malevolenza, ma per timore.
I suoi assassini non hanno ucciso un uomo, ma un idea, non un nemico, ma un simbolo, non un delinquente fascista, ma un fascista che aveva risposto alla violenza con la violenza, all’odio con l’odio, alla crudeltà con la crudeltà, al dolore con il dolore.
Era giusto con coloro che credevano nella giustizia, spietato con quelli che non avevano pietà, risoluto con chi tergiversava, indisponente e indisponibile con le persone che amavano i compromessi, le camarille, gli intrighi e i giochi di palazzo.
Sincero con gli onesti, disdegnava le menzogne dei mestatori che pescavano nel torbido, dei voltagabbana che preferivano le soluzioni di comodo e degli untuosi cortigiani che popolavano indisturbati il sottobosco del governo repubblicano.
Era paterno con la gioventù minorenne (E. Curti), generoso con gli amici (Pino Romualdi), riverente con gli anziani (Rodolfo  Graziani) e benevolo con i suoi sottoposti (la sua unica guardia del corpo) a cui chiedeva tutto in quanto sapeva di essere il primo a non tirarsi mai indietro anche se le difficoltà che incontrava sul suo cammino gli sembravano davvero insormontabili.

Proveniente da una famiglia alto-borghese è stato un uomo a due dimensioni: giornalista apprezzato, brillante conversatore, scrittore di saggi e di romanzi, amante della cultura e dell’arte, ad un certo punto della sua esistenza aveva fatto delle scelte ingiustificate per un uomo convinto della supremazia assoluta dell’erudizione.
Durante la RSI, il fanatismo e la violenza avevano coinvolto anche individui che si erano dimostrati in passato discretamente tolleranti e contrari all’uso indiscriminato e fine a se stesso della forza bruta.
“Secondo alcuni il più fidato collaboratore del Duce, moderato, letterato, illuminato e indulgente verso i critici del regime, era stato sconvolto dal tradimento del 25 luglio del 1943 tanto da cambiare carattere e divenire brutale, intransigente, selvaggio ed invasato. Non ci sono stati due Pavolini, la demonizzazione o meglio ancora le giustificazioni psicotiche atte ad esorcizzare quelle del secondo modo di essere tradiscono la precisa volontà di attribuire a passione scomposta e a ragione sconvolta la disposizione ferma e convinta ad essere se stessi senza dubitare, pronti a pagare qualsiasi costo e a rischiare perfino la vita, un rischio che conferisce allo spregio per il pericolo l’alone mitico dell’eroismo” (G. Adinolfi).

Per la cultura neofascista, Pavolini è stato un italiano che ha cercato di salvare la Patria dal disprezzo e dalla vergogna e, soprattutto, da chi soloneggiava dai banchetti della ignoranza e del banale conformismo perché povero di spirito, privo di volontà e amante dei compromessi.
Il comandante delle Brigate Nere sapeva accettare consapevolmente la sconfitta e consapevolmente si batteva per difendere il suo onore e quello inviolabile della nazione.
Alcuni lo consideravano un visionario, altri lo reputavano un criminale macchiato di sangue.
Non era un cerchiobottista, né andava soggetto ai venti del momento e ai richiami delle sirene salottiere.
Era coerente con le sue idee, idee con cui tanti si riempivano la bocca e che troppi sfruttavano a loro esclusivo vantaggio.
Aveva la forza di sostenerle contro chiunque e contro tutti gli incasellamenti dettati dall’utilitarismo qualunquista della cultura borghese.
Era uno contrario a priori, un signornò, e forse per questo veniva guardato con diffidenza da chi andava dietro alle mode passeggere perché fatuo e vanesio.
Fuori da ogni carrozzone, si opponeva al sistema dell’inquadramento e dei ruoli che venivano assegnati nella grande e barocca recita del fascismo repubblicano.
La sua morte è stata strumentalizzata, un torto troppo grande per chi strumentale non è mai stato. Come si può accettare che colui che aveva operato una vera e propria rivoluzione culturale, antropologica e sociale sia andato incontro alla morte serenamente e coscientemente?
Per nessun motivo secondo la morale comune, per un mucchio di ragioni sovrane secondo lo spirito puro, essenziale ed esaltante della millenaria civiltà romana.
Dominato da un rigore ideologico e dal diniego per gli accomodamenti, Pavolini apparteneva a quella generazione che non avendo fatto in tempo, per motivi anagrafici, a partecipare alla grande guerra aveva identificato il suo battesimo del fuoco, la propria iniziazione virile, con il periodo dello squadrismo che per lui rappresentava il fascismo tout court.

Il romanticismo del segretario del Partito Fascista Repubblicano (PFR) si sommava all’entusiasmo, alla trepidazione, all’angoscia e alla speranza di chi attraversa in circostanze straordinarie quella che i francesi chiamano la “crise du midì”: ci si accorge di avere tutt’a un tratto due volte vent’anni, constatazione che sovrappone la nostalgia della giovinezza all’ansia di un incipiente declino.
Nel fascismo pavoliniano era possibile distinguere timbri giacobini: l’idea del fascismo come fenomeno rivoluzionario, come movimento di masse destinate a diventare protagoniste della Storia al pari di quelle bolsceviche.
Ciò spiega il motivo per il quale il capo delle Brigate Nere aspirava, più o meno consciamente, a ricoprire il ruolo dello spietato Saint-Just della rivoluzione fascista.
Il gerarca che in giacca bianca e camicia nera inaugurava la mostra cinematografica di Venezia circondato dalle più belle attrici dei “telefoni bianchi” e dai più bei nomi dell’aristocrazia veneta era diventato un oscuro milite dall’eterna barba lunga o mal rasata che indossando una uniforme senza gradi partecipava in prima persona alla repressione della guerriglia partigiana.
All’estetica, naturalmente, corrispondeva un’etica che era l’etica della guerra totale, di una guerra non più solo patriottica, ma essenzialmente religiosa.
Se la guerra era una guerra di religione e se la Patria era in pericolo, il giacobino “Pavolini non poteva fare altro che invocare la leveè in masse del popolo fascista, utilizzando parole che erano prive di retorica, ma pregne di lucido pathos. Non parole al vento perché dette da colui che aveva reso usuale e quotidiano il glorioso martirio di stampo squadrista” (G. Adinolfi).

Era un oltranzista: per gli altri contava la vita, per lui aveva importanza solo l’idea.
Oltre ad essere un solitario fino al solipsismo, era anche cinico e diffidente per aver sperimentato, nella ferocia della lotta politica, la bassezza morale e l’arrivismo di alcuni pezzi grossi in camicia nera che non conoscevano le mezze misure pur di gestire profittevolmente il loro potere.
Nelle sue parole non c’era l’allarme dell’impotente che ha bisogno di un ipotetico persecutore per apparire vittima, non traspariva lo pseudoantagonismo che consente di assumere un viso feroce per intimorire un nemico fatto su misura e non si evidenziava lo spirito manicheo che fa del contraddittore un avversario da colpire impietosamente.
Dopo aver ricomposto i frammenti della sua complessa identità spirituale scompaginati dal tradimento del 25 luglio del 1943, aveva ritrovato la pace interiore, la serenità di giudizio e la voglia di continuare a lottare come prima in nome dei propri ideali.
“Era stato lui a sollecitare con animosità sincera un Mussolini stanco, riluttante e probabilmente più che cosciente della sconfitta ormai inevitabile, ad assumere la guida del nuovo regime, essendone il capo naturale” (P. Deotto).
Per il numero due di Salò, onore, fedeltà, combattimento e riscatto si mescolavano in una scelta esistenziale che era già destinata in partenza ad essere una scelta perdente.
Questi valori inebrianti si coniugavano con lo spirito del sacrificio, sublimandosi nella mistica della “bella morte” che era per lui l’unica ragione di vita.
Si faceva auspice di speranze che, nel momento stesso in cui le nutriva, sapeva già quanto fossero vane e destinate a rimanere nel novero delle cose inadempiute.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, nella repubblica di Mussolini il privato era subordinato al pubblico, i beni di produzione venivano statalizzati e la socializzazione era intesa come una misura che avrebbe garantito la prevalenza economica del lavoro sul capitale.
Il PFR aveva approvato leggi rivoluzionarie quali l’abolizione delle società anonime e azionarie, giungendo così a delegittimare giuridicamente il concetto di imprenditore-padrone.
“A. Pavolini non era un uomo da fascinazioni proletarie, ma bensì era mosso dalla consapevolezza che partecipazione e produzione erano le due condizioni necessarie per far sì che un popolo divenisse responsabile del suo destino. Per lui non si doveva prima combattere e poi mutare o riformare perché mutazioni e riforme si dovevano realizzare  parallelamente all’evoluzione della lotta armata” (G. Adinolfi).
 La politica della RSI, i cui termini fondanti erano Stato e popolo sintetizzabili nel concetto di rivoluzione popolare, aveva una connotazione irredentista, nasceva cioè dalla tradizione risorgimentale dalla quale si differenziava per perseguire un nazionalismo universalista a forte impronta europeista.
“A Salò trovavano piena espressione le idee social-rivoluzionarie di Michele Bianchi, di Georges Sorel e di Filippo Corridoni, ma anche la tradizione storico-culturale di Giuseppe Garibaldi e di Giuseppe Mazzini” (G. Adinolfi).
Il partito in guerra doveva essere un partito armato.
Venivano così istituite le Brigate Nere, una milizia senza gradi né fronzoli, alle quali non si aderiva in quanto militanti del PFR ma, da militanti del partito, per aderirvi bisognava fare domanda volontaria.
Esse erano l’esempio evidente e corporeo dello spirito e dell’anima della rivoluzione, cioè della cultura del pensiero/azione, dell’essenzialità dogmatica e dell’assialità antico-romana da inserire in un nuovo ordine europeo che avrebbe dovuto essere anti-plutocratico, poliarchico, etniarchico e anti-borghese.

“Le Brigate Nere, una scelta spartana di vigore virile, costituivano una famiglia, questa famiglia aveva un antenato: lo squadrismo, un blasone: l’offerta del sangue, una genitrice: l’idea fascista, un comandante: Pavolini, un genitore, una guida, un esempio, una dedizione assoluta ed un affetto supremo: Mussolini” (P. Deotto).
Esse non erano l’espressione del partito che andava verso il popolo, ma erano la milizia del partito che è popolo, una milizia operaia e rivoluzionaria in lotta contro le plutocrazie alleate dei bolscevichi e contro i plutocrati sovvenzionatori dei partigiani.
La venerazione per il Duce era un caposaldo insostituibile per il fascismo repubblicano.
Era quella che dava all’attività dei brigatisti la sua tonalità affettiva distinta dall’animosità del soldato comune, del militare tradizionale che risponde alla chiamata di leva per un obbligo di legge. Il comandante supremo in quanto tale era, infatti, l’emanazione di un principio che incarnava l’essenza gloriosa di una Patria innalzata al livello di religione laica la quale, superiore ad ogni altra fede professata, esigeva non solo un culto devoto, ma anche l’estasi da parte dei suoi ossequiosi catecumeni.
Il nerbo della ideologia delle camicie nere non stava di certo nel compromesso, piccolo o grande che fosse, con la propria coscienza, ma nel mai sopito richiamo alle gesta valorose del combattente che osa, del guerriero che nella RSI aveva trovato il modo di realizzare i suoi sogni più arditi.
La prospettiva (un’utopia?) di ripetere tra i picchi innevati delle Alpi la strenua resistenza di Leonida ai nuovi persiani, sarebbe stata per questi moderni opliti delle Termopili valtellinesi una Vandea repubblicana e la degna conclusione di una epopea nibelungica che avrebbe cancellato fuor di metafora il disdoro dell’8 settembre del 1943, cioè la vergogna del vile tradimento della monarchia consumato a danno della Germania della quale la RSI (una repubblica teocratica e nello stesso tempo aristocraticamente comunista) era diventata un vassallo alla catena, privo di sovranità e di autonomia, una sorta di possedimento coloniale che subiva l’indebita arroganza, la tracotanza e la spocchia tutta padronale dell’esercito nazista cobelligerante.

La presenza dell’alleato-occupante, visibilmente detentore del potere effettivo, poneva ai repubblicani il problema di acquisire autorità e prestigio per rompere ogni falsa connivenza, per non subìre un pesante servaggio e per poter governare in modo indipendente, lasciando alla potenza nazista il ruolo di una nazione a cui l’Italia era legata unicamente da vincoli di fedeltà militare.
Il predone soldato tedesco opprimeva la popolazione già smarrita per lo sconvolgimento della vita sociale che non aveva altri freni se non quelli dettati dall’innata saggezza e dall’inveterata prudenza e, per altro verso, dal timore dell’arbitrio e della rappresaglia messe in atto da coloro che potevano essere considerati a buon diritto dei veri e propri invasori (le eccezioni onorande, in verità troppo poche, nulla tolgono alla tonalità dell’insieme).
Secondo gli anti-fascisti, il carattere di fondo della RSI, eversivo e autoritario, ambiva ripetere in forme nuove l’esperienza del passato ventennio e a costruire un rinnovato ordine sul modello del totalitarismo imposto da Hitler.
Dopo aver innalzato sulle civiche torri gli stendardi delle equivoche repubbliche guelfe, le strutture dello Stato e quelle della società si dovevano appiattire l’una sull’altra fino a diventare una unità indifferenziata.
Una scelta che aveva delle implicazioni etiche ed esistenziali e che annunciava una catastrofe inevitabile viste le sconfitte a cui era andato ed andava incontro l’esercito del Reich nei confronti del quale le Brigate Nere mostravano entusiasmi artefatti, segno di una amicizia insincera e di una forzata lealtà.

Anche se nata con l’intento di sollevare il fascismo italiano e di ricondurlo alle sue presunte origini dopo il fallimento del ventennio mussoliniano, la RSI non era mai diventata una esperienza statuale e politica autonoma.
Aveva seguito, al contrario, fino in fondo le sorti della Germania nazista senza mai uscire dall’ombrello protettivo e mortifero costituito dalle truppe tedesche.
Persino la scelta della designazione della capitale, non Roma perché troppo vicina al fronte, bensì la tranquilla cittadina di Gargnano, tradiva la discrepanza tra le velleità di rigenerazione della liturgia fascista e la posizione geografica defilata, marginale e provinciale in cui era stata confinata la dirigenza della confraternita littoria.
Per la storiografia orientata a sinistra, nel buio del fascismo di Salò, ormai privo di ogni estro animativo ed adattatosi all’idea della sua fine ineluttabile, non c’era alcuno spazio per la solidarietà, alcuna luce per illuminare comprensione e fratellanza.
Vani erano stati i tentativi, fatti da Mussolini, di detergere le viscide slumacature che l’avevano imbrattato e di rimuovere le appannature che ne ricoprivano lo smalto.
Su tutto dominava il pensiero di annientare il nemico, non solo quello angloamericano ma anche quello interno (i partigiani), ed avevano prevalso quei simboli che si erano confusi indiscriminatamente in un solo tratto di morte, in un solo segno funereo compreso tra l’iperbolico e l’eccentrico, espressione di un abbaglio dottrinale, di facinorose bramosie e di scellerati disegni. Una ideologia eversiva e nichilista, una notte senza luna, l’espressione dello smarrimento e della solitudine  dei protagonisti della Storia della RSI che si erano, tuttavia, ammantati di eroismo pur di dire ciascuno la propria verità.
In quell’ombra che avvolgeva e nascondeva completamente ogni fattezza c’erano, tuttavia, più vite, più caratteri, più volti di quanto non ne abbia fatto intravedere la testimonianza dei protagonisti o quella degli avversari o la stessa ricostruzione storica che si è accollata la responsabilità di troppi silenzi.
Questi uomini erano destinati a confondersi, quali impersonali unità numeriche, in quella incerta congerie che era la repubblica di Mussolini, una repubblica, secondo certi politologhi amanti del rosso, eccitata alla superficie dagli ultimi echi dello squadrismo, scossa dalle estreme deboli convulsioni dell’agonizzante razzismo ed attossicata dallo smarrimento ormai cronico del suo fondatore.

Essi vivevano dannati in una feroce tristezza, meditando sulle pregresse esperienze cosparse dal sale della sconfitta.
Le loro facce, se fosse caduta la protezione delle elite indurite, sarebbero apparse emaciate per le terziarie penitenze, avvizzite per le inenarrabili avventure di guerra e corrugate per le dure prove sopportate nel corso della lotta contro i partigiani, considerati dai fascisti i veri traditori del Paese.
Riconoscere l’esistenza di coloro che avevano forgiato nel periodo del fascismo repubblicano la totalità delle proprie convinzioni e che vestivano idealmente la camicia nera anche quando erano a letto è doveroso anche se per alcuni ciò significa suonare offesa alla verecondia degli italiani e massacrare per la seconda volta C. Menotti, A. Scesa e C. Pisacane che, di certo, non sarebbero mai stati premiati con le bronzee lupe capitoline.
Questo aspetto saliente del problema è ancora oggi oggetto di esagitate dispute, argomento di discordanti apprezzamenti e motivo di affrettati giudizi.

Paladini dell’onore e della lealtà e decisi a consumarsi con il loro impavido condottiero (il Duce) nel gran rogo dell’olocausto finale come vittime predestinate, i militi saloini confluiti in Valtellina a ranghi ridotti, una agguerrita falange fervente di entusiasmo con il teschio e le tibie d’argento griffate come emblema sul berretto, avrebbero atteso a piè fermo l’incalzare degli avvenimenti, segnalando al mondo, per mezzo di giornali e radio trasmittenti, ogni gesto del loro ineluttabile sacrificio, un atto eroico, degno di essere tramandato di progenie in progenie, che coronava degnamente il travagliato epilogo di un regime che aveva avuto inizio nel lontano 1922 dopo l’avventurosa conclusione della funambolica e rocambolesca marcia su Roma.
Il RAR doveva essere l’ultima gloriosa sacca di una sorta di catarsi fascista della sconfitta, l’ultima barricata su cui morire “con il sole in faccia” e il lavacro sacrificale in cui venivano convogliate tutte le tensioni, le angosce e gli smarrimenti spirituali del Novecento, il secolo del futurismo, ma anche del decadentismo, di D’Annunzio, di Nietzche e del crollo di alcune certezze mai sostituite da altri punti fermi su cui fondare la propria esistenza.
Il Ridotto Alpino doveva essere il luogo in cui cadere a schiena diritta al cospetto dell’avanzare delle truppe alleate e dei militanti della resistenza.
Una trincea dove immolare, incrociando senza paura il fuoco nemico, ideali nei quali i fedelissimi della causa credevano fortemente tanto da reclamare in loro nome se non “la bella morte” almeno “una fine giusta”.
Come accennato, a capeggiare la schiera era Pavolini, figura su cui si è dilettata molta letteratura storica soprattutto per denunciare la volatilità del progetto Valtellina e l’inconsistenza dei propositi eroici dei “duri e puri” della RSI.
Pavolini, tuttavia, non era un romantico visionario che vagheggiava improbabili epiloghi della tragica avventura repubblicana.
Era, al contrario, un realistico assertore della praticabilità della soluzione delle Termopili del fascismo.
La virilità se la era ricamata addosso e se la era costruita esorcizzando il dramma e la tragedia della guerra in corso con ragionamenti limpidi e coinvolgenti che spiegavano il come ed il perché degli ultimi avvenimenti.
“Aveva il genio, il cuore e il tormento di Faust, il desiderio di conoscere, i fini reconditi e l’arte di ridurre docili gli uomini di Mefistofele” (E. Cicchino).

Era un fascista impaziente, controcorrente e ambizioso che aveva anatomizzato la Storia, togliendole ogni afflato mistico e seducente.
La solidarietà, la generosità e l’impersonalità del servizio erano le parole d’ordine dell’azione pavoliniana.
Inneggiava alla virtù marziale di un popolo la cui voglia di lottare era appannaggio di una schiera di eletti.
Per la sua preparazione intellettuale (che lo distanziava di molto dalla media dei gerarchi fascisti) e per la sua intransigenza non poteva che essere un isolato.
Egli incarnava il binomio inscindibile della retorica ventennale “libro e moschetto”, confermandosi pienamente e senza ombra di dubbio l’unico “poeta armato”.
La sua costanza era inossidabile e la sua disponibilità non conosceva limiti essendo assoluta.
“Uno zampillo d’acqua fresca irrorante l’arsa etica collettiva” (L. Longo) che impediva al grano della fede di germogliare in teneri virgulti.
Per molti era un mito, rappresentando il modello compiuto, logico e dunque razionale attraverso il quale la vita si concretizza nei fatti e con il quale la stessa può essere vissuta in un modo imperativo.
Era il custode di una visione sacra della nazione e indispensabile volano di una memoria in cui si rinchiudeva per crescere il malessere dei vecchi fascisti e dei giovani decisi a combattere per difendere i loro ideali, l’onore della Patria invitta e la socializzazione voluta da Mussolini.
Per Pavolini la guerra era un fatto positivo in se stesso a prescindere dalle reali possibilità di vittoria, dal sacrificio che essa comportava e dal numero di vite umane che avrebbe stroncato.
Per lui il valore della lotta si esauriva nella lotta medesima perché non esistevano prospettive credibili di successo: il nemico non era più un ostacolo da rimuovere, ma diventava qualcosa il cui annientamento assorbiva tutto il progetto dell’azione violenta.

Il distacco dalla realtà, unito ad un sempre più chiaro desiderio di autodistruzione, si andava palesando nelle sue scelte che denotavano, forse, alcune velleitarie pretese.
Il segretario del PFR proponeva una strada già percorsa da altri eroi risorgimentali che doveva essere seguita da tutti per rinverdire un passato fulgido, quello rappresentato dai fasti dell’antica Roma.
Bisognava assumersi in pieno la missione del popolo erede di Roma, rivendicarne l’onore e costruire sulle basi del vincolo patriottico una struttura europeista, anti-giudaica, anti-massonica, anti-borghese e anti-bolscevica.
Influenzato dal fiumanesimo e dalla retorica estetizzante del dannunzianesimo, aveva impresso al movimento fascista uno spirito violentemente attivista, ostile al moderatismo borghese, che si sposava con il carattere ribellistico e anarcoide di parte di quei ceti popolari che erano polarizzati verso il riformismo sociale voluto da Mussolini.
Idealista ma anche concreto, Pavolini non si faceva illusioni sull’esito del conflitto né sulla sorte che era riservata a chi non aveva voluto piegare umilmente la testa come bionda messe.
Sapendo che la morte era inevitabile, voleva soltanto affrontarla con una fierezza dignitosa per dimostrare agli altri e a se stesso cosa significa essere un uomo di fede.
Un binomio era la garanzia del suo concetto di rivoluzione continua.
Era il binomio composto dagli squadristi d’antan accorsi all’appello repubblicano e dai giovanissimi combattenti di Bir El Gobi, i nuovi alfieri del rinnovato squadrismo littorio.
Il loro comandante (Pavolini) aveva una personalità inconfondibile, in grado di armonizzare al meglio i valori spirituali con quelli materiali, proiettata verso un esemplare modo di vivere ancor prima che verso una radicata convinzione politica.
Si comportava secondo un modello relazionale che aveva introiettato senza sforzo nelle grandi come nelle piccole cose, consapevole che l’esempio è più dell’eroismo, che la privazione è la regola e non l’eccezione, che l’abnegazione è la continuità e non il momento fugace.
Non era un moralista, era piuttosto un uomo dotato di un gran senso morale.
Nessuno era meno gerarca di lui, nel significato più convenzionale del termine, ma nessuno era più di lui cosciente delle responsabilità, dei doveri e delle sostanziali prerogative che aveva la gerarchia intesa come una derivazione diretta ed inevitabile della fondamentale disuguaglianza dalla quale è segnato il destino umano.
“I suoi problemi interiori non erano i problemi del ‘perché’, erano i problemi del ‘come’.
Il ‘perché’ era scritto a lettere indelebili nella pagine della sua coscienza e non era un ‘perché’ fatalistico, ma un ‘perché’ di fede” (L. Longo).

Per uno uomo intelligente come Pavolini, il più irriducibile dei fascisti repubblicani, la politica non era solo un problema di organizzazione sociale ed economica, ma un problema culturale, la possibilità cioè di realizzare una certa concezione della maniera di esistere, una certa estetica comportamentale.
L’assunzione di una siffatta posizione non poteva, per un personaggio con una simile caratura intellettuale, essere altro che una presa di posizione esistenziale.
Il crollo ideologico e militare che aveva accompagnato l’iter del fascismo dopo il 25 luglio del 1943 ad altro non lo aveva indotto se non a sentirsi più certo e più sicuro del fatto suo.
Ciò gli aveva dato la forza di staccarsi dalla realtà e di commisurare le ore del tempo sul  paradigma di permanenti verità trascendentali.
Durante la RSI, l’azione pavoliniana è stata irreprensibile, severa e sorretta da una convinzione ideale.
Era l’ora dei grandi impegni personali perché la repubblica di Mussolini, sorta dalla disperazione e primo anelito di speranza sopra lo sconforto dell’angoscia, era stata innanzitutto una vicenda umana, la vicenda di individui messi irreversibilmente di fronte, più che agli altri, a loro stessi e al loro modo di sentirsi unità integrate.
Era l’ora della dedizione ad un principio, ad un prototipo di vita, a tutto ciò che nello schema mentale di ciascuno di loro aveva avuto e continuava ad avere il significato di struttura portante.
Il mondo dei repubblicani di Salò giocava tutto se stesso sul banco di un azzardo politico: l’avventura di chi, pur essendo impegnato a combattere, disegnava, percepiva e sognava una situazione storica di “superamento” che andasse al di là dello stesso fascismo e al di là della consunta distinzione tra destra e sinistra.
Tutto ciò in nome dello Stato sociale che oltre a chiedere rinunce e sacrifici prometteva un destino migliore, non essendo uno Stato di privilegiati, ma bensì lo Stato di tutti.

Il capo delle Brigate Nere rappresentava una delle figure più esemplari del vetero-fascismo, uno dei pochi uomini che ne aveva saputo interpretare ed esprimere compiutamente i presupposti teorici e le fondamenta dottrinali (“Il fascismo sempre in fervore e sempre in ardenza”).
“Le coordinate della sua esistenza costituiscono l’immagine più fedele di quello che avrebbe dovuto e potuto essere ma che non era stato, l’elaborazione in termini fattuali di un modello pragmatico proiettato verso obiettivi lontani facenti parte di un sistema assiologico, veri e propri ‘miti da conquistare’ secondo una formulazione cara a Sorel” (L. Longo).
La concezione anti-materialistica dell’universo lo portava ad esaltare una visione globale dell’esistenza e dell’agire umano, una visione che era il risultato di una continua operazione mentale d’analisi introspettiva rigorosamente approfondita.
Viveva l’idea del fascismo con il metro di una interiorità profonda continuamente alimentata dall’entusiamo, ma nel contempo sofferta perché quotidianamente posta di fronte all’altro canone interpretativo, quello dei molti per i quali il regime rappresentava solo una costruzione solida, comoda ed utile, alla quale potersi appoggiare e in cui trovare un confortevole ricetto dove poter celebrare i propri lugubri riti.

La cultura per Pavolini era azione oltre che pensiero anche se i richiami ideologici non erano per lui lettera morta.
Erano lo stimolo quotidiano che lo spingeva a compiere con rettitudine il proprio dovere, chiamandolo fuori da un mercimonio (il tradimento dell’8 settembre) che metteva in dubbio la sua dignità di uomo nonché la sua valenza etica e spirituale, una valenza che gli impediva di barare con se stesso da quando aveva deciso di sfidare il destino.
Uomo di lettere, di istruzione e di prestigiose frequentazioni è stato la prova di come l’intransigenza verso di sé e l’intelligenza costruttiva non sono tra loro contrastanti se non nella mistificazione che ci offre la mentalità borghese.
Credeva nel rigore della società dei puri e in quella delle mani pulite dove la parte degli uomini che erano senza peccato originale giudicava l’altra, quella blasfema, senza concedere attenuanti di sorta. Da qui l’odio per il suo amico/nemico Ciano e la decisione di respingere la domanda di grazia che avrebbe sottratto il genero di Mussolini alla condanna di morte per fucilazione.
Dopo Ciano anche Pavolini aveva cominciato a morire senza darlo a vedere perché lo sconforto che albergava nel suo animo in conflitto non doveva tradursi in comportamenti che reclamavano indulgenza o comprensione.
Non poteva pensare, tuttavia, ad una rinascita del fascismo senza l’epurazione drammatica dei “traditori” del 25 luglio del 1943.
Non gli importava chiudere tra memorabili pompe combattentistiche la vita sua e quella del repubblicanesimo nero, ma di dare, considerata la piega assunta dagli eventi bellici dopo quella data, una sepoltura nobile e degna ad un ideale per il quale aveva sofferto e combattuto.
Ha saputo essere logico e lineare con se stesso fino all’ultimo minuto della sua esistenza.

Dopo aver organizzato le fuga in Svizzera della sua amante Doris Duranti, la più bella attrice del cinema italiano degli anni quaranta che con i suoi occhi da maliarda aveva fatto sognare le platee del ventennio fascista, era andato incontro al destino senza frapporre ostacoli materiali né remore etico-morali.
Alla donna che amava aveva affidato una valigia che non conteneva documenti compromettenti, come aveva voluto far credere al momento dell’addio, ma solamente un vestito, l’ultimo ricordo di un amore passionale e travolgente da lui vissuto sullo sfondo di una tragedia epocale.
“Unico tra i gerarchi della repubblica di Salò ad essere catturato con le armi in pugno, Pavolini è stato fucilato dai partigiani il 28 aprile del 1945 sul lungolago di Dongo con altri quattordici camerati che con lui, prima della scarica fatale, avevano gridato un triplice ‘viva’ all’immagine di un’Italia che era già morta. Il giorno prima, mentre con altri prigionieri all’interno del Municipio si apprestava a trascorrere l’ultima notte della sua vita, con voce nitida e pura che sovrastava il vociare del becerume esterno allupato di carneficina, aveva ordinato, insieme a F. Mezzasoma, il ‘Saluto al Duce’ ” (L. Longo).
L’atto finale di un culto celebrato attraverso un rituale che in quel momento andava ben oltre la figura di colui al quale era rivolto per assumere il significato di una attestazione monumentale.

E’ stata la fine di un raffinato gerarca che si era avviato verso una metamorfosi ineluttabile (da poeta a soldato con il mitra in mano), subendo il fascino del nazismo ed esaltando lo squadrismo da lui stesso definito “la primavera della nostra vita”.
Solo i proiettili di un mitra hanno colmato la distanza che lo separava dalle sue esaltanti convinzioni (“Vita sei nostra amica. Morte sei nostra amante”). “La morte era per lui una forma di ascesi sacrificale sublimata nel rogo finale della tragedia” (L. Longo).

Pavolini, il fervido legionario di un esercito politico immortale, l’intellettuale della miglior cultura italica, mediterranea ed europea, aveva dirottato il suo avvenire verso una impresa antitetica alle sue aspirazioni giovanili e al suo aristocratico distacco dalle vicende terrene, lasciando come eredità un suicidio intellettuale ricco di spiritualità.
Era in pace con la sua coscienza perché aveva già risolto l’annoso dilemma: o vincente o caduto.
Gli tornavano alla mente le parole di Giovanni Gentile: “Per questa Italia, noi ormai vecchi siamo vissuti… per essa se occorre vogliamo morire; perché senza di essa non sapremmo che farci dei rottami del miserabile naufragio”.
Non aveva, perciò, dubbi, timori o rimpianti.
La sua personalità era stata magnificata e temuta nei momenti della gloria fittizia, per poi essere criticata, sminuita se non addirittura dimenticata dall’Italia del dopoguerra.
“Vuoi per rispetto, vuoi per timore reverenziale, vuoi per vergogna di operare dei confronti, vuoi per giustificare accomodamenti e cedimenti interiori, gli stessi sopravvissuti al dramma di Salò hanno ritenuto opportuno che era meglio non parlare o parlare poco del comandante delle Brigate Nere” (G. Adinolfi).
Hanno fatto bene perché la retorica e le esternazioni si confanno a coloro che non hanno raggiunto l’essenza nuda delle cose e non a chi sovrasta gli altri, accompagnando il suo lungo peregrinare con un burbero cipiglio, la manifestazione esteriore di un cavalleresco modo di intendere e di vedere le cose.
“La sua figura aveva una stigma di predestinazione, quella di dare l’esempio, di pagare di persona, di collocarsi all’avanguardia del rischio e del sacrificio, di tracciare la strada perché altri potessero inoltrarsi sulla medesima via” (L. Longo).
Pavolini faceva parte di un tempo che riteneva essere epico ed immortale, degno perciò di essere vissuto con un fervore sincero.
Era essenziale, conseguenziale e cosciente delle rinuncie che un certo sistema di vita richiedeva a coloro che professavano con devozione una fede in cui avevano riposto tutte le loro fiduciose speranze.

“Non sarà mai superato chi ha compiuto una rivoluzione sobria e profonda destinata a mettere in imbarazzo più gli esteti in camicia nera, i difensori dell’onore a condizione, i moralisti che vegetavano nel carrierismo e nell’opportunismo che non i suoi diretti avversari d’arme che l’odiavano forse maggiormente di quanto non odiassero Mussolini” (G. Adinolfi).
Il RAR rimase un febbricitante sogno non per la sua impalpabilità fattuale, ma per l’intervento di fattori contingenti.
Lo avevano impedito i tedeschi che si erano ben guardati dal far parte l’alleato repubblicano della trattativa di resa della Wehrmacth nel nord Italia, compiendo un gesto non altrimenti definibile se non con il termine di tradimento.
Lo aveva ostacolato il Duce in persona scettico fin dall’inizio, nonostante qualche dichiarazione di segno opposto, sull’opportunità dell’impresa.
Se non si fosse rifiutato di impersonificare il ruolo del comandante che cade onorevolmente alla testa dei suoi irriducibili seguaci, il dittatore avrebbe favorito il realizzarsi di una azione certamente temeraria ma non per questo irrealizzabile.

Difficile a tal proposito non condividere quanto scritto da F. Bandini: “Nessuno potrà mai fare un calcolo esatto delle forze che la morente repubblica riuscì, nel nome di Mussolini, a coalizzare intorno a sé: ma furono, se vogliamo vedere la realtà quale veramente fu, realmente imponenti, quando le consideriamo con lo stato d’animo che ognuno dei militi in marcia su Como dovette superare, per mettere un piedi davanti all’altro. Tra il 25 e il 26 (aprile 1945), giunsero nella capitale comasca migliaia di militari, tanto persuasi che si doveva morir bene, in un certo modo un poco eroico, un poco letterario, da portarsi dietro, la maggioranza, mogli e bambini. Arrivarono intere Brigate Nere, formazioni speciali, nuclei isolati, forze di polizia, con armi, munizioni e una notevole voglia di combattere: senza quella non sarebbero mai giunti. Arrivarono, anzi erano presenti sin dall’inizio, tutti i capi: non meno di una dozzina di prefetti, una ventina di generali, centinaia di ufficiali, tutti i ministri, meno quello della Giustizia, rimasto a Milano. I capi di Stato Maggiore delle varie armi, e poi giornalisti, questori, uomini di pensiero e di cultura, federali, segretari del fascio di sperdute provincie: insomma tutti coloro ai quali si era dato l’ordine di venire. Naturalmente defezioni ve ne furono, e sarebbe stato strano che non ce ne fossero: ma i fascisti, nella loro massa, risposero all’appello del misterioso fascino che il nome di Mussolini esercitava ancora fortemente su di loro. Ebbe intorno immensamente più di quanto gli sarebbe potuto occorrere per quella bella morte di cui aveva parlato così spesso. Ma non volle, come non aveva voluto il 25 luglio (1943), quando la Milizia, e la sua guardia personale, i Moschettieri del Duce, erano rimasti inerti nei loro alloggiamenti. Sperperò quest’ultimo e sincero nocciolo di affetto, di ammirazione e di slancio, consegnando ognuno alla sua sorte individuale e meschina. Deliberatamente rifiutò, per sè e per essi, quelle possibilità che la sorte, ed il suo stesso nome gli offrivano. Preferì essere solo, considerare chi lo seguiva come un noioso importuno: come uno sciocco ancora immerso in una situazione che egli, nel suo profondo, aveva già superato e dimenticato… Se costoro, e tutti gli altri, avessero avuto un ordine, l’avrebbero eseguito, si sarebbero difesi, certo con accanimento, e forse con valore, a Como come a Menaggio, come a Dongo, come in Valtellina. Non c’era ragione che no lo facessero. Uomini come Pavolini, come  Vezzalini, come Gatti, come Utimpergher, Casalinuovo e centinaia di altri, non avrebbero trovato normale o inaccettabile l’ordine di morire sul posto: qualunque cosa di loro possiamo pensare sul piano politico, o morale, in nessun modo possiamo figurarceli come dei vigliacchi… Se morirono così, ammucchiati davanti a un muretto, e non in combattimento, questo risale unicamente alla volontà di Mussolini: possiamo chiederci perché volle così e non altrimenti, ma non dubitare della sua inerzia in quei momenti. Abbandonò i suoi fedeli a Como, li respinse a Menaggio: da lui essi non ebbero che frasi prive di significato, vuote di un qualsiasi programma”.

Così si è espresso a tal proposito Vincenzo Costa: “Quando tra i fascisti giunse la conferma che il Duce era andato a Menaggio (invece di aspettare a Como la ‘Colonna Pavolini’ in arrivo da Milano), si sentirono i commenti più disparati e non certo benevoli verso coloro ritenuti responsabili di questa decisione. Sentii Colombo (il comandante della Legione milanese ‘E. Muti’) dire, commentando con i suoi la notizia: ‘Era proprio inutile che arrivassimo a Como. Se aveva voluto partire da Milano senza di noi è perché aveva le sue brave ragioni; se ci ha detto mentre lasciava la Prefettura che eravamo sciolti dal giuramento, lo aveva detto perché noi non servivamo più: è chiaro? Tanto valeva che restassimo a Milano chuidendoci nel Castello o in piazza San Sepolcro e cedere le armi, se era il caso, solo agli americani. Ora qui nessuno sa dire nulla e la faccenda si fa spessa’. Romualdi e Pavolini allora sopraggiunti, ascoltarono, capirono che Colombo nella sua semplicità aveva ragione e tacquero. Pavolini convocò a rapporto tutti i comandanti delle  Brigate Nere: la situazione era dominata dall’incertezza, ma se Mussolini avesse preso una decisione inderogabile, le forze fasciste, che certo non erano a Como per fare una passeggiata sul lago ma per fare quadrato intorno a lui, si sarebbero comportate in modo da assecondare la sua volontà”.
Il fascismo non ha avuto le sue Termopili non per il paradossale “afascismo” di chi ne sarebbe dovuto essere il primo e il più valoroso alfiere (Pavolini).
Un muretto sul lungo lago di Dongo è stato il testimone della fucilazione del gerarca idealista, l’ombroso e feroce numero due di Salò, e di chi come lui aveva pensato ad un diverso altare su cui sacrificare il bilancio, sia pure fallimentare, di una condotta politica ventennale.

Tra le infinite colpe è stata ad essi estranea quella di non aver saputo scegliere una morte migliore: per il peggio avevano già deciso altri a cui interessava solo fare una giustizia sommaria il prima possibile e nel più brutale dei modi.
Niente rende più lucido il pensare di un uomo quando si ha la chiara prospettiva di essere impiccati l’indomani.
“Se Pavolini era stato un fascista pavoliniano, o comunque un fascista anomalo, in tempo di pace ora, in tempo di guerra, era diventato fascistissimo. Il dittatore gli aveva dato lo strumento che ancora gli mancava: la guerra totale” (P. Deotto).
Con la guerra l’alter ego di Mussolini aveva trovato la dimensione più consona all’indole marziale che da tempo albergava nel suo spirito.
Per lui la lotta armata era un fatto estetico che trovava in se stessa la sua legittimazione.
Dopo aver combattuto fino all’ultima cartuccia, il primo brigatista nero ha comandato di fatto anche il plotone d’esecuzione che lo avrebbe ammazzato.
Agonizzante, era stato l’unico ad alzare il braccio insanguinato per l’estremo saluto romano dopo aver gridato “ritorneremo”.
La sua era una logica di morte, una morte che doveva purificare, un olocausto che doveva essere una redenzione ascetica.
Voleva scendere nel regno dei morti in una nekya di annientamento e di rigenerazione che era costitutiva del mito proposto ed accettato da coloro che facevano l’apologia e predicavano la mistica del sacrificio supremo.

Alcuni pensano che il comandante delle Brigate Nere è e sarà di esempio a quelli che sanno rinunciare ai galloni, al narcisismo, al vacuo amor proprio, alla carriera, alla riuscita sociale e ai mille e mille alibi che si trovano sempre per disertare le responsabilità onerose” (G. Adinolfi).
Il suo è stato un comportamento che testimonia lo slancio, la tenacia e la lucida consapevolezza di chi conosce il destino che lo aspetta e ne ricerca furiosamente l’attuazione.
Di chi, in altre parole, sa di essere un esempio per gli altri e, soprattutto, sa pagare il costo delle sue scelte, anche se è un costo troppo elevato.
Il 22 aprile (1945) parlando con E. Curti, la figlia naturale del Duce, Pavolini ha detto: “Andiamo in Valtellina per l’ultima resistenza. Tutto è già pronto”.
Commenta la Curti: “Si esprimeva in un italiano perfetto, vivo, dinamico e colto, senza pedanteria, con quel puro accento toscano che fa della nostra lingua una musica. Sapeva parlare e ascoltare.
Io, intanto, con le parole e il pensiero avevo aperto il mio baule dei sogni: i viaggi, le feste, le belle cose, conoscere e parlare tante lingue… come se avesse indovinato i miei pensieri, si avvicinò a me, mi prese per le spalle, afferrandomi con forza. I suoi occhi brillavano lucidi di lacrime contenute: ‘Cerca almeno tu, di avere tanti begli abiti da sera, cerca la vita…’ mi disse. Era il suo addio, l’accettazione terribile della morte, che in quel momento si era annunciata a lui nella sua ineluttabilità. La fine fatale dei sogni”.
A Como, prima di raggiungere il Duce a Menaggio, Pavolini ha tenuto l’ultimo discorso a trecento ragazzi della “Onore e Combattimento” e a un migliaio di irriducibili che ancora non avrebbero voluto mollare.
Saranno più o meno le quattro del pomeriggio del 26 aprile del 1945.
Dal balcone della Prefettura si è così espresso: “Siamo soli, disperatamente soli. Ma non ci arrendiamo. Siamo arrivati all’epilogo, ma non vogliamo mancare al nostro proposito”.

Scrive V. Podda: “Sulla ‘bella morte’ di Pavolini sono corsi fiumi d’inchiostro: è un’etichetta che gli resterà appicicata per sempre. Poi se uno va a vedere bene si accorge che l’aggettivo, quantomeno, è di troppo, che stona, che è pure irriguardoso. A lui interessa in primo luogo ‘finire bene’, come andava ripetendo un po’ a tutti quelli che lo circondavano in quelle ultime, roventi giornate dell’aprile ‘45. La Valtellina doveva essere appunto il posto dove ‘finire bene’. Non necessariamente doveva significare la morte, bella o brutta che fosse, anche se c’è da scommettere che nel calcolo ci stava e che comunque senza il fascismo la vita, per Pavolini, avrebbe avuto un altro senso, o forse nessuno. Persa la speranza di chiudere in modo onorevole la partita, capisce di essere agli sgoccioli. La pelle, stavolta, gliela fanno di sicuro. ‘In fondo a questa strada, aveva profetizzato tempo addietro, mi aspetta il plotone d’esecuzione’. Come Drieu la Rochelle, lo scrittore collaborazionista francese morto suicida una decina di giorni prima di lui, anche Pavolini avrebbe potuto dire: ‘Ho giocato e ho perso. Esigo la morte’. All’ultimo dà l’impressione di essersene reso conto benissimo. Entra allora in una specie di cono d’indifferenza e d’estraneità… Roberto Vivarelli, brigatista nero poco più che adolescente, lo vede quello stesso giorno (25 aprile) scendere lo scalone di Villa Necchi e, garbatamente, gli chiede se vuole un paio di stivali nuovi per sostituire i suoi, vecchi, impolverati e conciati da buttare via: ‘Per quel che m’importa ormai…’, ribatte con un mezzo sorriso. Tirata l’ultima raffica, più per rabbia che per fare del male, ora è lì, gomito a gomito con gli altri ‘giustiziandi’, in riva a un lago color di piombo. Sono le sei del pomeriggio del 28 aprile. La morte che arriva non è né bella né brutta. E’ morte e basta”.

Un partigiano del plotone d’esecuzione, composto da partigiani dell’Oltrepò pavese agli ordini del colonnello Valerio, ricorda: “Io ho sparato ad Alessandro Pavolini, non sapevo che era lui. Aveva girato la faccia e mi osservava fisso con lo sguardo che pareva assente. Aveva capito forse che ero io il suo uomo quando vide che lo puntavo. Poi sembrò guardare la mia mano, le dita della mano che stavano per dargli la morte. Ne rimasi impressionato” (F. Bernini)”.
A. Zanella ha scritto: “Colpisce l’atteggiamento più fermo e dignitoso degli altri del ferito Pavolini (era stato colpito mentre stava cercando di fuggire dopo essere precipitosamente uscito dal camion blindato fermo a Musso) che viene sentito gridare: ‘Viva l’Italia! Viva il fascismo’ ”.

Così Pino Romualdi ricorda Pavolini: “Povero caro Sandro! Mentre ricordo le ore amare e dolorose di quei giorni, risento il suono delle sue ultime parole e rivivo i particolari dei suoi ultimi gesti. La figura di Alessandro Pavolini mi sembra staccarsi sempre più netta dalla massa di tutti gli uomini che in vent’anni e più servirono Mussolini. Contro di lui si accanisce oggi il risentimento e l’odio dei vili e dei tiepidi di ogni colore. I nuovi duri gli muovono una infinita serie di critiche; nessuno ha però il coraggio di confessare che se avessimo avuto tutti la sua decisione e la sua indomabile fierezza, malgrado gli errori inevitabili ed evitabili, ci sarremmo trovati, come avevamo sognato, uniti intorno a Mussolini, per difendere ad oltranza la vita dei nostri uomini e la dignità della nostra bandiera. Pavolini aveva nel Duce una fede così radicata da far persino torto, in certi momenti, all’intelligenza che aveva vivacissima e nobile. Un amore filiale, che lo faceva essere di fronte a lui timido come un fanciullo; la sua parola precisa e facile pareva allora farsi incerta; il timbro, naturalmente caldo, sembrava tradire un intima commozione. E ciò in contrasto con la sua anima di lottatore inflessibile e ardito”.

E’ finito così il sogno di un uomo, bruciante di passione, che aveva a tal punto creduto nella rivoluzione permanente creata da Mussolini tanto da scegliere, dopo essere stato isolato dallo stesso regime fascista ipocrita, ingessato e borghese, la cosa più difficile per un politico, quella di essere semplicemente se stesso.
Considerato dai nemici il prototipo dell’esaltato (mentre al contrario esaltava), un essere sprovveduto, folle, posseduto e maniacale, i suoi persecutori hanno voluto lavarsi le mani con il sangue di colui che apparteneva ed appartiene a quella umanità che non teme i pericoli, che disprezza i traditori e che ripudia le mezze misure.
Per lui non era lecito chiamare fratricida la lotta contro chi attentava alla vita e all’onore della Patria.
Non è fratello chi rinnega la madre sparandole addosso.
L’unica pecca che ha incrinato la onestà del soldato Pavolini è stata quella di non aver saputo guardare con animo sereno, senza livore e senza pregiudizio, gli uomini e le idee che avevano coloro che gravitavano nello schieramento contrapposto al suo a cui, forse, avrebbe aderito, visto il suo particolare tipo di populismo, in un domani migliore.
Sembra ancora di vederlo mentre arringa i fidati brigatisti: i calzoni a sbuffo infilati negli stivali di cuoio, un maglione nero con la lampo, un cappellino a visiera, un cinturone con la pistola infilata dentro la bravaccia senza neanche una fondina” (P. Deotto).
Una tragica maschera di guerriero da rivoluzione messicana, come era descritto da quelli che lo volevano denigrare.
Questa uniforme sciatta e, forse, un po’ ridicola ricopriva il simbolo di un enigma risolto e quello di una dramma compiuto, il dramma di Pavolini, un eroe caduto anzi tempo e nel luogo meno adatto per celebrare i fasti di una nuova stirpe “rivoluzionaria” fatta di uomini che avevano condiviso la mitica aspettativa di un’epoca migliore.

Simboli destinati a rimanere immortali per l’abnegazione dimostrata quando hanno deciso di sacrificarsi per non rinunciare a una missione che la morte avrebbe glorificato conferendogli quel tocco di nobiltà in più, quel sigillo che trasforma l’uomo in eroe e l’eroe in un mito.
“Qualche giorno dopo la morte di Pavolini, il suo omologo tedesco, il dottor Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, anch’egli scrittore, anch’egli uomo di cultura raffinata divenuto grande ingannatore di tutto un popolo, si uccideva nel bunker di Berlino insieme con la moglie e sei figli. Lasciava scritto ‘... Preferendo terminare al fianco del Fuhrer una vita che non potrebbe più avere alcun valore, dal momento che non potrei spenderla al suo servizio e al suo fianco’ ” (P. Deotto).
I soldati repubblicani erano uomini stanchi ma alteri, senza illusioni, senza iattanza e con il solo conforto della bontà della causa per cui erano stati chiamati a difendere l’integrità di un giuramento al quale troppi avevano mancato senza provare il dovuto rimorso.
La loro dottrina comprendeva tra i suoi prolegomini la fascinazione della sconfitta come un segno d’elezione, l’avversione per l’anti-fascismo come maschera dell’opportunismo e il corteggiamento della morte come un’assicurazione sulla vita.
Chi perdeva aveva la possibilità di misurarsi con se stesso e di incontrare altri simili a lui.
Secondo i militi saloini la vittoria pietrificava, mentre la disfatta rendeva ebbri.
Non si faceva una guerra come quella, già perduta in partenza, se non per affermare una realtà: essere disposti a morire per una azione da compiere, una vera e propria estetica del martirio redentore.
Il loro non era spirito d’avventura, ma una consapevolezza della risoluzione di una equazione personale e collettiva per la quale i conti non potevano tornare che in un modo solo (il sacrificio). Nel loro comportamento non c’era spocchia, non c’era triofalismo muscolare, non c’era ricerca di un prestigio che ormai apparteneva ai ricordi del passato” (L. Longo).

Prima di vedere consumata in un nembo di eroica disperazione la loro onorata capitolazione, questa conchiusa e gloriosa giovinezza italica, segnata dal disincanto e dal fatalismo, voleva rivendicare in modo radicale il diritto di rappresentare l’anima vera della nazione, avendo visto sfumare la propria reputazione presso l’alleato germanico nel quale  ravvisava un esempio da emulare per coerenza, efficienza e fedeltà allo storico patto d’acciaio.
Essi venivano, viceversa, sfruttati senza scrupolo dall’esercito tedesco che non riconosceva alle milizie fasciste, considerate subalterne, alcuna indipendenza strategica se non quella che gli permetteva di attuare la esecranda rappresaglia, un obbligo scabroso e decisamente ingrato, una necessità intimamente sofferta e drammaticamente vissuta.
Svanite le ultime speranze di successo, i legionari, impermeabili alle giustificazioni in chiavepacifista e convinti del fatto che la madrepatria piange solo i figli morti combattendo, avevano messo in tacere, oltre le lusinghe, ogni diverso e contrastante incitamento ed avevano raccolto le forze residue per restare nel solco con l’intento di ricordare agli italiani in che modo e, soprattutto, chi difendeva il loro onore messo in discussione: bruciare nel fuoco della battaglia
le ultime pagine del fascismo e rischiare la vita se le circostanze lo avessero richiesto, facendola rischiare ai potenti rivali che dopo aver superato l’ultimo ostacolo naturale rappresentato dal Po dilagavano incontrastati ed inarrestabili nella pianura padana.
Nei loro confronti le truppe dell’asse opponevano una resistenza sporadica e frammentaria che non aveva alcuna capacità di contenimento per l’esiguo numero di uomini e di mezzi impiegati al fine di ostacolare l’avanzata del nemico.

Secondo i nostalgici del regime, quello delle milizie di Mussolini era un amore per la Patria, entità vivente ben oltre il destino dei singoli, disinteressato ed elementare che, tra le saettanti occhiate dei pusilli con gli occhi intinti di sonno, armava le coscienze e gli animi contro chiunque avesse osato varcare i confini nazionali come aggressore.
Essi avevano consumato tutto fuorchè il coraggio degli eletti che era ben saldo negli imi recessi del loro cuore e saldamente inalveato nel suo letto dalla tenacia di un sincero fervore.
Una tradizione bellica, enfatizzata dal sacrificio dei commilitoni defunti, che rinfocolava il senso di appartenenza alla struttura belligerante e che rinvigoriva l’orgoglio dello spirito di corpo.
Un afflato cameratesco (nobilitato dalla cultura idealista degli scrittori e degli uomini di pensiero non disposti ad arrendersi che si traduceva in infiammate allocuzioni degne di un capitano sul campo di battaglia o in eloquenti saggi dialettici consoni allo stile oratorio dei politicanti che in quegli anni arringavano la folla) che richiedeva abnegazione e la implicita necessità di ribadire ogni giorno la sua importanza onde evitare la trasformazione di un rapporto significativo e simbolico in una forma di banale mutualismo assistenziale che avrebbe fatto desistere gli interessati da ogni tentativo di conferire la necessaria dignità ad una nobile e meritoria causa comune.
L’individuo considerato in sé e per sé aveva scarsissimo o nullo valore.

Acquisiva importanza solo quando era valutato in funzione degli altri e cioè della collettività a cui esso apparteneva.
Un ideale è veramente nobile quando il morire battendosi per la sua affermazione non è la conseguenza estemporanea di un giuramento metaforico ma una pratica quotidiana consolidata, il coronamento di uno stile di vita esemplare, l’epilogo riassuntivo di un’esistenza vissuta per credere, obbedire e combattere.
Sembrava di vivere nell’antica leggenda secondo cui, discesa la notte sull’ecatombe della battaglia dei Campi Catalaunici vinta da Ezio contro Attila, continuavano a combattere anche i morti.
La morte e la vita erano diventati in quel periodo due termini tristemente ravvicinati che venivano usati con estrema disinvoltura da entrambe le fazioni in conflitto fra loro.
I fascisti, a livello antropologico e sociologico, prevedevano che i camerati caduti entrassero di diritto nell’universo mitico del loro mondo, diventassero immortali attraverso la celebrazione sacra del culto degli eroi e venissero ad assumere un ruolo dominante nella memoria collettiva, una delle tanti fissazioni croniche delle caparbie illusioni umane.
Un saldo legame univa i vivi con i morti della comunità fascista: essi erano congiunti nella vitalità perenne della fedeltà ad un’idea.
Il mito di morire in combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comportava, l’amore per i cimenti, lo sprezzo del pericolo ed un epico senso dell’eroismo erano luoghi comuni della fantasia e della coscienza dei giovani legionari, storditi dalle abbondanti libagioni di retorica sulla fine eroica che il regime offriva loro senza badare a spese.
Una serie di funeree argomentazioni che erano reiterate a scopo d’indottrinamento.
La morte era per loro il simbolo dell’ottimismo tragico, l’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri, una rigenerazione che avrebbe coinvolto l’intera nazione.
L’idea della guerra (ovvero il momento culminante in cui si arrivava a dare il proprio sangue per un ideale) rappresentava redenzione e resurrezione sia singola che collettiva.
Un indispensabile tributo all’ideologia che ritualizzava in questo modo il martirio dell’individuo e il sacrificio della intera comunità di cui il singolo faceva parte.

Con un battage propagandistico capillarmente diffuso e pubblicamente sbandierato, si diceva comunemente che un uomo valeva per come sapeva morire dopo aver valorosamente combattuto. Una traccia sinottica che doveva essere vista su piani prospettici a scale elevate, un diagramma indicativo che riassumeva le linee cardinali di un comportamento il quale non ammetteva licenze, più o meno simboliche, a nessuno.
Le deputazioni di Storia patria coniugavano, infatti, una tradizionale apologetica risorgimentale con il tributo di sangue dovuto al regime ed al Duce che pensava di aver saputo assommare e riflettere le aspirazioni dell’intera nazione.
Secondo i militi di Salò, che traevano eccitazione da molteplici incentivi e, soprattutto, dalla convinzione di essere nel giusto, l’idea della morte da eroe (legittimata a pregiudiziale dell’aggiornata percezione storica ed introdotta quale antecedente di tutta la fioritura prosillogistica dell’oratoria patriottica) era una trasudante significazione dell’avito ardimento e non un vestigio del passato ormai compiuto o un eteroclito divisamento.
Non avere questo ideale intramontabile significava essere superstiziosi, oscurantisti e amanti dell’astrologia e dei tarocchi.
Pur vivendo in un mondo disincantato, il camerata ortodosso non ne subiva il disincanto perché si sentiva prodigiosamente vincolato a quella che per lui era la fede assoluta nella istituzione.
Una fede la cui forma esteriore poteva anche perdere consistenza in quanto la pratica si ammorbidiva ed i costumi si smarrivano o si allentavano.
La capacità di nutrire l’anima con la volontà di credere non era, tuttavia, compromessa.
Il buon ossequiante di questo rito liturgico dimagriva, ma senza perdere un grammo, mentre la fideistica devozione si interiorizzava e si spiritualizzava poichè il sentimento che la incarnava era spontaneo, intatto, profondo e non alienabile.
Una profondità concentrata nell’intimo dell’anima e nella esteriorità della deferenza che, come si è detto, poteva anche non essere rigidamente adeguata ai canoni tradizionali, avendo subito l’influenza di una sorta di nichilismo che precorreva quello dei tempi moderni.
Bisognava riscattare con il sangue l’onta del tradimento commesso a discapito dell’esercito tedesco e trarre da questa metalessi corollari ed illazioni.
Un concetto che non era tribunizio e men che meno un flatus vocis, ossia un archetipo vuoto o una guarnizione epigrafica delle insegne murali del fascismo.

Solo chi è animato da una fede e combatte per una idea non misura l’entità dei sacrifici”.
Chi non combatte oggi è un uomo già moralmente morto”.
La morte cammina con noi, siede con noi e fatto con noi un lungo viaggio, ritorna insieme a noi”.
Con queste parole Mussolini imprimeva, ad uso dei suoi seguaci, il sigillo definitivo su quello che doveva essere il mito del gesto estremo, non solo quello degli altri, ma anche del suo.
Epinicio melico da divagazione letteraria che pur essendo manierato vale come saggio documentale del sentimento che in quel tempo lo animava.
Il fondale era quindi creato: l’espiazione era l’unico modo per uscire dall’ignominia della diserzione nei confronti dell’alleato tedesco.
Una dichiarazione che indicava l’unica strada percorribile se si voleva riscattare una voragine di viltà più profonda della fossa abissale delle Filippine (pacta sunt servanda).
Non restava che disperdere il lezzo cadaverico che esalava da ogni canto.
La simbologia della religione laica fascista aveva, infatti, bisogno di vittime da immolare degnamente sull’altare della Patria addobbato con un serico panno nero.
Con  C. Rosselli verrebbe da dire: “Egli vi imprigiona con la sua dialettica seducente e, quando vi ha tra le sue mani, vi percuote il cervello con sentenze degne del Dio della vendetta”.
In quei momenti il Duce non immaginava minimamente che sarebbe stato trucidato dai pugnali di una congiura di palazzo che prevedeva l’intervento dei nazisti prima e dei partigiani poi.
I primi lo avrebbero consegnato agli altri su di un piatto d’argento in base ad accordi probabilmente prestabiliti.

In un clima di sfiduciato abbandono (caratterizzato dalla constatazione che non c’era classe o categoria sociale disposta a concedere credito e appoggio al fascismo repubblicano ritenuto essere dai suoi sostenitori l’identità della nazione e l’unica forza in grado di opporsi all’ingiustizie),
gli ultimi epigoni di Mussolini, con la partecipazione euforica, vibrante e senza finzioni di chi sa di adempiere ad un apostolato, avevano addirittura previsto il trasporto nell’ultima trincea repubblicana dell’urna funebre di Dante Alighieri, emblema dell’Italia immortale, che Pavolini avrebbe fatto prelevare da Ravenna per non lasciarla in una terra oltraggiata e martoriata dalla mano blasfema del nemico multicolore e per far conoscere al colto e all’inclita il valore documentario e
il significato allegorico della loro commendevole e patriottica scelta che il passare del tempo non avrebbe potuto cancellare.
I repubblicani, avendo eretto la loro fortuna sui catafalchi, ben sapevano che, sùbito dopo i sepolcri, sono i ruderi quelli che maggiormente accendono a egregie cose l’animo dei forti.
Nessuna sventura anche la più meritata, la meno capìta e la peggio sopportata passa mai invano. Nella propaganda irregimentata ciò veniva reiterato fino alla nausea ed assumeva le vesti di un racconto edificante quasi desunto da pagine devozionali.

In un’epoca ambigua, con ambigui ideali ed ambigui obiettivi, in cui la Storia, ormai priva di priorità e di significati, veniva mistificata “Nessuna battaglia è inutile quando la causa è giusta. Anche quella più disperata non lascia inerte la Storia che, essendo femmina, ama lasciarsi conquistare”.
Così si era espresso Mussolini, rassegnato e senza speranza, rivolgendosi a Dolfin, il suo segretario personale, durante uno dei tanti colloqui che aveva avuto con lui dopo essersi trasferito a Gargnano, il luogo dove l’isolamento del regime era più sentito che altrove per la presenza di metaforiche cinta murarie che lo proteggevano, finendo per confinarlo quasi del tutto in un assordante silenzio.
La sconfitta non sempre cancella gli individui e le civiltà dalla Storia.
E’ stato con l’unico potere rimastole, quello di non dare al nemico la soddisfazione di ucciderla o di farla schiava, che Cleopatra ha trovato spazio nelle immutabili pagine della leggenda.
Così, tra i vincitori, la figura mitologica non è Giulio Cesare in trionfo, ma Giulio Cesare trafitto dai pugnali dei suoi carnefici.
Fra le angustie desolate ed i fremiti di rabbia da cui era pervasa, la ridente cittadella gardesana, splendida gemma delle risorse turistiche del lago dimenticata dai secoli, sembrava un oppido percorso da sotterranee e vibranti tensioni.
In quel paese, nel silenzio odoroso delle rose rampicanti, aveva ripreso vita la dittatura fascista uscita spuria dal suo sepolcro scoperchiato dai tedeschi per esplicita volontà di Hitler.
Ribadendo il concetto, in un’altra occasione il Duce aveva aggiunto: “Il sangue dà il movimento alla ruota sononante della Storia”.
Da ciò si comprende, come già accennato, perché le deferenza per il dittatore si accompagnava di norma al concetto sublimato della morte, un richiamo a forme paradossali di fascismo il cui culto includeva, tra i suoi rituali, anche l’atto del sacrificarsi in nome di una dottrina che non lasciava spazi ai sotterfugi ed alle pericolose controtendenze.

Fatta un po’ di tara all’enfasi, queste manifeste intenzioni stavano a dimostrare, nel loro insieme, che le insegne funebri, l’iconografia improntata al sangue ed al lutto, le lapidi, gli steli, le corone mortuarie e la scenografia tetra erano i lutulenti orpelli retorici e negromantici di una diffusa pedagogia funeraria (consustanziale a una certa oleografia del martirio che aveva avuto nell’imaginifico D’Annunzio il suo più sentito e magniloquente cantore) con cui il ventennale regime, esemplarmente definito dal suo stesso fondatore “movimento antidemocratico di masse militarmente organizzate”, intendeva imporre in modo quasi ossessivo la propria presenza alla vigilia della sua inevitabile estinzione.
Nella convulsa atmosfera dell’epilogo che aveva assunto la specie di una tumultuosa jacquerie, una religio mortis e gli epicedi erano, infatti, l’immagine corrente, la nozione dettata dal comune senso civico, uno dei tratti distintivi se non il più distintivo e la virtù cardinale, accordata sul diapason delle passate sventure, delle temprate camice nere le cui fondamenta ideologiche erano cementate dalla forza redentrice delle privazioni e del dolore, una edificante e grottesca follia che, in una esaltazione epica della guerra e sotto lo sguardo degli indulgenti penati, vibrava nei loro animi elettrizzati dalla passione.
Assieme alla purezza di un ideale che incentrava la propria legittimità sull’eliminazione fisica dell’avversario e che costituiva un segnacolo di raccolta per tutte le forze vitali animate dallo spirito di rinuncia, i repubblicani potevano sbandierare, con appassionate invocazioni di un lirismo troppo esibito, un martirologio che si era vistosamente e drammaticamente allungato nel corso degli ultimi mesi del conflitto.

Tutto ciò veniva fatto con rabbia, con indignazione, con voglia di partecipare, con spirito di servizio e con la convinzione che il sangue avrebbe fecondato una idea ed una fede di cui si facevano infervorati confessori.
E’ opportuno reiterare che il sentimento della morte, una parola che era divenuta ormai familiare a causa di una prolungata alterazione disforica del modo comune di intendere le cose, era essenziale nella concezione littoria di comunità nazionale.
Comunità per la quale ai vivi era fatto obbligo di prendere le armi in quanto i morti (gli “scomparsi presenti” che avevano consegnato in dono la loro spada ancora bagnata dal sangue dei nemici) esigevano con voce imperiosa che la battaglia doveva essere combattuta fino alla vittoria finale. Bisognava obbedire a questo ordine perché tradire i martiri, di cui il regime rivendicava l’eredità, era un delitto che né Dio né gli uomini avrebbero potuto perdonare.
La devozione e il rispetto per la nazione, la pietà verso i caduti attraverso cui autoesaltarsi, la gloria della vittoria ed il ricordo degli eroismi erano le diverse componenti che costituivano nel loro insieme la mistica fascista e che apportavano i lieviti destinati a fermentare la tragica lotta fratricida in cui si dibatteva l’Italia governata dalla RSI.
 Nell’ombra del lutto e sotto le insegne nere, un mondo variegato e complesso si agitava e soffriva, si adirava e battagliava, intrigava e congiurava o si sacrificava con ardore sincero, dovendo fare i conti con aspettative, delusioni e odi di recente e di vecchia data non più contenibili dalle fruste vacuità verbali, dalle viete formule e dagli sfatati e grossolani incantesimi.
E’ opportuno far uscire questi uomini dal buio in cui era comodo tenerli oscurati ai margini della realtà per poter riconoscere lo sforzo che hanno fatto quando sostenevano le loro ragioni e per poter comprendere  i sentimenti che avevano animato certe scelte genuine su cui è doveroso far piena luce se si vuole inquadrare un periodo cruciale del nostro passato nel suo giusto contesto storico.
Un tabù storiografico mantenuto tale per quasi mezzo secolo dalla censura culturale del partito comunista italiano la quale negava ai repubblicani la dignitosa possibilità di essere considerati dei soldati che combattevano in difesa di un ideale: salvare l’onore della Patria offeso dal vile tradimento della monarchia sabauda e da quello non meno degradante del generale Badoglio.

Indubbiamente, gli stessi, professori senza discepoli più che generali senza truppa, hanno tentato di percorrere l’unica strada possibile per restituire al fascismo un ruolo, meritato o meno, nella Storia italiana.
Un ruolo il quale, se isolato dalla sua cornice socio-politica e decontestualizzato dai fatti realmente accaduti, assume una valenza impropria, tendenziosa e mistificatrice.
Secondo gli storici di sinistra (a dispetto delle indeclinabili predisposizioni dei secoli verso i vinti e del vezzo delle distanziate riabilitazioni) il percorso della RSI, cosparso di compiacenti strumentalizzazioni e di intollerabili chiusure, non è stato altro che uno sterile ed inetto sgorbio di inconcludente pragmatismo che ha apportato solo un cumulo di ubbie e di travisamenti alla elaborazione di un giudizio largamente scontato e per nulla favorevole alle tesi che il regime aveva sostenuto a spada tratta per tutta la durata del ventennio fascista.
 A Salò il traslato della fine eroica (un connotato estetizzante creato per segnare con stimmate durevoli il mondo dei combattenti della RSI che si adornava delle metafore proprie dell’ideologia e della cultura dell’ordine più tradizionale) aveva una giustificazione dotta e cerebrale, mentre gli accenti della pietas (la riappacificazione onnicomprensiva invocata da Mussolini) erano ricoperti da quelli della vendetta non sempre legittimata e della maledizione ultraterrena scagliata dai fascisti intransigenti, una infiammata ricerca di effetti anacronistici e paradossali che veniva sfruttata malamente dalla propaganda e dalla stampa portavoce del governo repubblicano per esacerbare la violenza con cui veniva combattuta la guerra civile, un aspro contrasto armato tra italiani che uccideva il presente ed iniettava veleno tossico e degradazioni demotiche in un  futuro che per questo motivo era incerto e men che meno prevedibile.

Professor Alberto Bertotto



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