Una storia tutta africana quella
dello Zimbabwe e del suo presidente Robert Mugabe. 26 anni di
dittatura che ha visto la cacciata dei bianchi coltivatori e la conseguente colata
a picco dell’intera economia e «Il regime di Mugabe si accanisce
sull’indifeso popolo dello Zimbabwe per punirlo di aver votato per cambiare».
Almeno settemila morti ammazzati, case e capanne incendiate, migliaia di persone in fuga: «un’orgia di violenza attuata dalle forze di sicurezza di Stato, cui si sono uniti veterani di guerra, miliziani giovanili e fanatici dello Zanu-Patriotic Front», il partito del presidente Mugabe.
«Il regime di Mugabe si accanisce sull’indifeso popolo dello Zimbabwe per punirlo di aver votato per cambiare», dice Winfred Mhanda. «Eppure questo Mhanda non è uno impressionabile: è stato uno dei comandanti della ‘guerra della savana’ negli anni ‘70, a fianco di Mugabe stesso, quando - con il nome di guerra di Dzinashe Machingura - ammazzava i coloni bianchi» (1).
Uomini in uniforme compiono gli eccidi per smantellare le sedi rurali del partito d’opposizione, il Movimento per il Cambiamento Democratico, colpevole di aver vinto il primo( L'articolo completo e' disponibile solo per gli abbonati )
Francesi: che ci facciamo a Kabul? Maurizio Blondet
«L’atteggiamento brutale dei
militari americani è ormai l’ostacolo numero 1 alla pacificazione. I militari
americani fanno detestare gli occidentali ogni giorno di più. La loro brutalità
e mancanza di discernimento nelle operazioni è permanente». E' questa
l'opinione francofona sull'operato americano in Afghanistan. I francesi, le ONG
e anche personalità pubbliche non nascono più il loro profondo malumore su una
situazione in continuo peggioramento. Anche a seguito della morte dei dieci
soldati francesi, caduti in un’imboscata il 18 agosto scorso. L’Afghanistan non soffre più di siccità ma di
desertificazione, ma da parte dei media c’è una specie di denegazione sulle
condizioni della gente afghana.
Pakistan: October surprise? Maurizio Blondet
La logica neocon vuole un
Pakistan sempre più «instabile» e incline a finire sotto il controllo dei
«militanti islamici». Estendere la guerra dall'Afghanistan al Pakistan,
attaccando i santuari di cui godono i talebani nelle aree tribali, è il metodo
del Pentagoni già sperimentato in Vietnam. Il periodo che si apre davanti a noi
è potrebbe essere decisivo: con un Pakistan nucleare con «limited capacity» di combattere
il terrorismo da solo e il Congresso USA che «recederà» in vista delle elezioni
presidenziali dal primo ottobre.
Dopo il Caro Leader, il buio Maurizio Blondet
In questo momento della Corea
del Nord si temono soprattutto le possibilità di destabilizzazione, siano esse
deliberate o volontarie. Un paese afflitto da collettivizzazione agricola da
stalinismo tragicomico flagellato da carestie ricorrenti, che richiedono il
periodico invio di aiuti internazionali. Un regime basato sul terrore e su una
psico-propaganda da far sembrare un ingenuo George Orwell, con venature
razziste. Un paese guidato da un uomo discutibile e anche un po' ridicolo, ora
in stato di salute pessima, un esercito di 1,1 milioni di uomini, un paio di
testate atomiche, e che è pur sempre teoricamente in stato di guerra col Sud.
Insomma: il passaggio dei poteri se dovesse avvenire, può essere traumatico, ed
anche imprevedibile.
Pakistan: USA ammazzano i talebani «buoni» Maurizio Blondet
C’è un metodo nella follia del
Pentagono che agisce nel sud-Waziristan con mosse avventate che pochi giorni fa
hanno provocato la morte di 25 persone. Il tentativo è quello di liquidare le
componenti guerrigliere «amiche», in ottimi rapporti con le forze armate e
politici del Pakistan. Queste operazioni d'invasione fulminee difatti stanno
creando una frattura fra questi potenti gruppi di talebani «buoni», manovrati
dal Pakistan. La strategia della tensione applicata al Pakistan continua a
tappe forzate come una sfida deliberata. Ma una voce chiara e durissima si erge
a difesa dei confini del Paese; quella del generale Ashfaq Parvez Kayani, il capo
supremo delle forze armate pakistane.
Pakistan blocca le linee di rifornimento alla NATO in Afghanistan Maurizio Blondet
A seguito di un’incursione compiuta giovedì scorso sul territorio pakistano da forze speciali americane alla ricerca di fantomatici elementi di Al Qaeda, dove si contano 20 uccisi, il governo del Pakistan ha chiuso d’improvviso il posto di confine di Torkham, nell’area del Khyber, da cui passa il 70% cento dei rifornimenti alle truppe occidentali impegnate in Afghanistan. Il passaggio è bloccato esclusivamente per i materiali NATO. Manifestazioni anti-americane nel Sud-Waziristan. La geniale strategia USA pare esser quella di occludere anche l’unica via terrestre rimasta per le truppe mandate in Afghanistan.
Piano USA per smembrare il Pakistan Maurizio Blondet
Come già avvenne per
l'Afghanistan nel 2001, con l'eliminazione del generale Massud, prosegue
l'agenda USA in Pakistan, simile a quella applicata in tutto il Medio Oriente.
Con la deposizione di Musharraf e i litigi interni, è prevedibile un un destino
‘jugoslavo’ per il Paese. E' la classica strategia delle tensione che consiste
nel fomentare divisioni sociali, etniche e settarie e la frammentazione
politica. Ma passa anche attraverso risanamento e privatizzazioni forzate
imposte dal FMI, sempre perfettamente sincronizzate con certe operazioni
"nascoste".
Ho incontrato un padre vero Maurizio Blondet
L'incontro con un pastore di
pecorelle africane, ripieno di spontanea limpidezza di giudizio in una
situazione tanto difficile come quella keniana che si batte per mantenere la
famiglia-Paese unita e non cedere al divorzio. Un Padre cosciente e caritatevole
nella giustizia e nel fermo giudizio. Un padre che non dispera dei suoi figli,
ma continua come Pietro e Paolo fino all'ultima fine.
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