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Le ultime ore di vita di Mussolini

Alberto Bertotto    15 maggio 2008
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Un enigma indecifrabile o il segreto di Pulcinella?

Fallite le trattative di resa intavolate con esponenti della resistenza convocati in Arcivescovado dal Cardinale Schuster (A. Fortuna. «Incontri all’Arcivescovado», Sansoni, 1971; I. Schuster,
«Gli ultimi tempi di un regime», NED, 1995), Benito Mussolini e un coacervo di figure minori, inclusa Claretta Petacci (l’amante del Duce stregata dall’orpello che aveva il fascino rugiadoso delle italiane in carne), hanno lasciato la Prefettura di Milano, la sera di un uggioso sabato 25 aprile del 1945, per trasferirsi a Como nel palazzo prefettizio allora abitato dall’inquilino fascista, il prefetto R. Celio (A. Bertotto, «Como. L’ultima Prefettura fascista», Arte & Storia, numero 33, aprile-giugno, 2007).
Alle 4 del 26 aprile il Duce ed il suo entourage hanno abbandonato la città lariana per raggiungere prima Menaggio e poi Grandola da cui sono ridiscesi in serata per far ritorno al paese rivierasco che avevano disertato alle 10 di quello stesso mattino (F. Bandini, «Le ultime 95 ore di Mussolini», Mondadori, 1968; A. Zanella. «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).
Alle 6 del 27 aprile, in compagnia di una poco baldanzosa colonna di soldati della contraerea tedesca, il capo fascista si è messo in cammino per raggiungere l’alto lago e più precisamente
la Valtellina dove si voleva arroccare per consumare il disperato olocausto redentore che il segretario del Partito Fascista Repubblicano e comandante delle Brigate Nere, Alessandro Pavolini, aveva più volte iconizzato a parole (V. Podda, «Morire col sole in faccia», Ritter, 2005).

Giunta a Musso, la «Colonna Mussolini» veniva fermata da uno sparuto gruppo di partigiani mal in arnese appartenenti alla 52° Brigata Garibaldi operante sui monti della Tremezzina.
Alle 3 del pomeriggio del 27 aprile il Duce è stato arrestato sulla piazza di Dongo tra gli avieri del Furher sotto le mentite spoglie di un sottoufficiale della Luftwaffe (U. Lazzaro. «Il compagno Bill», SEI, 1989).
Il tergiversare sulla sponda occidentale del lago di Como per ben 24 ore ha permesso alle forze della resistenza di organizzarsi e di creare le premesse che hanno portato all’arresto del capo del fascismo (P. L. Bellini delle Stelle, U. Lazzaro, «Mussolini. Ultimo atto», Mondadori, 1962). L’apparentemente immotivato andirivieni su e giù per paesi situati in prossimità del confine svizzero ha indotto gli agiografi di Mussolini, e non solo, ad ipotizzare che il comportamento del leader fascista era condizionato dalla necessità di incontrare emissari del governo inglese a cui affidare importanti documenti, tra cui il fantomatico e scottante carteggio Churchill-Mussolini
(F. Andriola, «Mussolini-Churchill. Carteggio segreto», Piemme, 1996; F. Andriola. «Carteggio segreto. Churchill-Mussolini», Sugarco, 2007).
        
In cambio del maneggio cartaceo Mussolini avrebbe ottenuto dagli alleati le formali garanzie per una pace onorevole.
Ha scritto F. Andriola («Appuntamento sul lago», Sugarco, 1990): «Il dittatore non era un militare, era un politico di razza e come un politico si voleva comportare: utilizzare le armi della diplomazia, del compromesso e, perché no, anche quelle del… ricatto se la situazione lo richiedeva».
Continua l’Andriola: «Ipotizzare un possibile rendez-vous sul lago di Como (incentrato sullo scambio di documenti contro garanzie di un trattamento equo al tavolo della pace) porta necessariamente con sé un ulteriore corollario: passare dallo studio del Mussolini ‘oggetto’ della storia allo studio di Mussolini ‘soggetto’ di storia… Bisogna concentrarsi sugli atti compiuti da un uomo ancora padrone dei propri movimenti, libero di decidere e di seguire la propria strategia».
In realtà questa tesi, che va per la maggiore in certi ambienti che amano il nero, è un volo pindarico inzaffardato di ipocrisia, anche se d’ipocrisia epica, di cui è utopistica la finalità e fievole l’echeggio.
I fiori di queste serre retoriche sono destinati a disseccarsi ancor prima di essere cosparsi sui supposti sentieri della Storia o, per meglio dire, della sua fantasiosa parodia.
Vediamo in dettaglio per quali motivi.

L’improvvisato abbandono di Como alla volta di Menaggio è stato imposto Mussolini più che da lui voluto.
Ha affermato P. Caporilli («Crepuscolo di sangue», Edizioni Ardita, 1963): «Ricordo che Mussolini fu letteralmente bombardato dall’allarmismo che, alleato della paura, non poteva generare niente di buono in una situazione già di per se stessa drammatica. La psicosi dei partigiani che stavano calando su Como a battaglioni affiancati ingigantiva sempre più l’aspettazione di tragedia e, ad avvalorarla come ineluttabile, il questore Pozzoli venne in prefettura per mettere Mussolini dinnanzi a questo pericolo; il comandante militare della Piazza avvertì che la città, noto centro ospedaliero, non era militarmente tenibile; Celio dal canto suo, interpretando con aria apocalittica le insistenze del CLN per il trapasso dei poteri, ventilò anche la probabilità di una notte di San Bartolomeo. Balle. Tutte balle che ebbero purtroppo il loro funesto effetto su uomini i cui nervi, sottoposti all’incalzare degli eventi ad uno sforzo sovrumano, non reggevano più. Il resto venne da se».
Così chiosa di rincalzo M. Viganò («Mussolini, i gerarchi e la ‘fuga’ in Svizzera 1944-‘45», Nuova Storia Contemporanea, numero 3, 2001): «In effetti, la sosta a Como anziché prolungata diventa in poche ore momentanea. Le massime autorità, dal capo della provincia al questore, dal comandante provinciale della GNR a quello del distretto, concorrono nel rappresentare la città come luogo indifendibile perchè esposto all’attacco aereo dei nemici e all’assalto dei partigiani. E’ così il commissario federale di Como suggerisce una località di sfollamento, Menaggio, dove fermarsi ed è il locale comandante della Confinaria a consigliare Grandola quale ulteriore posto di tappa».

P. E. Castelli, vicefederale di Menaggio, ha detto: «Il trasferimento di Mussolini e dei ministri a Grandola nella giornata del 26 fu escogitato solo ed esclusivamente da me e dal Maggiore Comandante del Battaglione Confinaria dislocato a Menaggio (Maggiore Guido Fiaccarini) ad evitare eventuali disturbi o danni alla Colonna ed al paese (Menaggio), specie dagli aerei del nemico, data la necessità della sosta (in attesa del ritorno di Pavolini con il grosso) per un periodo allora non stabilito».
Il Maggiore G. Fiaccarini, comandante del II battaglione della GNR di Nobiallo, ha precisato ulteriormente: «Mentre ero a casa Castelli venni avvicinato da Nicola Bombacci che mi disse: ‘Maggiore bisogna cercare di mettere in salvo il Duce, per guadagnare tempo in attesa che si chiarisca la situazione. Risposi che una buona soluzione poteva essere quella di isolare Mussolini dal suo seguito, alloggiandolo nella caserma della Confinaria a  Grandola… Protetto dai miei confinari e dagli squadristi della brigata nera locale, Mussolini avrebbe potuto attendere con una certa sicurezza gli sviluppi della situazione. Ma il Duce, in un primo momento, non fu del parere di separarsi dal suo seguito. Fu Bombacci a convincerlo, dicendo, tra l’altro, che alcuni dei suoi ministri volevano tentare di raggiungere la Svizzera. Il Duce, allora, che non voleva saperne di espatriare, decise di trasferirsi altrove per lasciare i suoi collaboratori liberi di scegliere il proprio destino’ » (A. Bertotto, «Le ultime ore del fascismo. La cattura di Mussolini», Rinascita,
14 Gennaio, 2007).

L’attendente di Mussolini, Pietro Carradori, ha affermato (Luciano Garibaldi, «Vita col Duce» , EFFEDIEFFE, 2001): «Debbo smentire alcuni storici che hannno ipotizzato un rendez-vous mancato, a Grandola, tra il Duce ed emissari di Churchill. Non era in programma alcun incontro del genere, quella mattina. Incontri con agenti britannici, Mussolini ne aveva avuti più d’uno, negli ultimi suoi mesi di vita, ma non ne ebbe in quel frangente».
Anche E. Curti, la figlia naturale del Duce presente a Grandola, ha negato il presunto appuntamento del capo del fascismo con messaggeri inglesi che avrebbero dovuto raggiungerlo, varcando il vicino confine svizzero.
Dice la gentile E. Curti (comunicazione personale; E. Curti, «Il chiodo a tre punte», Gianni Iuculano Editore, 2003): «Buffarini è uscito dall’albergo (di Grandola) e mi ha detto che il Duce era molto preoccupato perché non potevano contattare Pavolini che era a Como (dove si era radunata una rilevante compagine di fascisti in armi). Io gli ho detto che sarei andata ben volentieri a Como per avvisare il Capo delle Camicie Nere e lui mi ha procurato una bicicletta per farlo, facendomi promettere tre volte che sarei tornata indietro per riferire le decisioni del Segretario del Partito (Pavolini). Le sembra questo l’atteggiamento di un governo che aspetta degli emissari inglesi?».
L’esempio paradigmatico di Grandola (si pensi alla bicicletta, la massima preoccupazione per un Governo in crisi «intento» a trescare con gli inglesi) vale anche per le due soste cadenzate a Menaggio.

Ricorda F. Feliciani: «Siamo in 19, nella caserma di Grandola, 10 chilometri dalla frontiera svizzera, quel 26 aprile 1945: Mussolini a capotavola, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare della Repubblica Sociale e mio amico, altri ministri, e poi Bombacci, Daquanno direttore dell’agenzia Stefani... Militi ne sono rimasti quattro, sono le ausiliarie a preparare il pranzo. ‘Duce, entriamo in Svizzera con un colpo di mano’, insistono i ministri Liverani e Romano. Al che Mussolini risponde: ‘Non vorrei che un giorno, nell’inedia di un campo di concentramento, provassimo pentimento e disperazione per una scelta del genere. Non capite che è tutto finito? Ognuno pensi ai fatti suoi. E anch’io bisogna che pensi ai miei’ » (M. Viganò. opera citata).
Così si è espresso il Ministro A. Tarchi («Teste dure», S. E. L. C., 1967): «Appena partito Vezzalini (da Grandola) e rendendomi conto che occorreva una radicale decisione, investii Porta davanti a Mussolini, dicendogli che era inutile ingannare ancora il Duce; l’unica soluzione era affrontare la Svizzera e passare la frontiera, per finire prigionieri in un campo d’internamento. Liverani e Romano appoggiarono la mia tesi… Il Duce rispose: ‘Può essere che abbiate ragione, ma prima di tutto, Tarchi, chi è che va a vedere se la strada è libera? Come avrete notato, anche il nostro gruppo si assottiglia: il mio autista è scomparso, siamo soli, isolati, e tutto è ormai nelle mani del destino’ ». Se il Duce fosse stato in attesa di qualcuno con cui poter patteggiare una resa condizionata e non umiliante (funzionari britannici) non si sarebbe espresso in questi termini, parlando con alcuni dei suoi fidati subalterni. In realtà si era arreso ormai imbelle alle fatalità contingenti. Stando così le cose, direbbe Dante: ‘Il romagnolo spirito bizzarro in se medesimo si volgea coi denti’».

Partendo da Grandola, il Tarchi e G. Buffarini Guidi (ex Ministro degli Interni) avevano tentato invano di varcare il confine elvetico di Oria (Porlezza).
Una mossa azzardata (gli costerà l’arresto) che non avrebbero sicuramente fatto se c’erano in ballo trattative segrete con gli alleati destinate a concretizzarsi nel breve volgere di poche ore (A. Zanella, opera citata).
A Menaggio Mussolini, con mussulmana indifferenza, ha accondisceso affinchè il Generale Rodolfo Graziani ritornasse nella sede del comando della sua armata Liguria dislocato a Mandello tra Como e Lecco (Rodolfo Graziani, «Una vita per l’Italia», Mursia, 1986).
Cosa che non gli avrebbe mai concesso di fare se ci fossero state le premesse per imminenti e vantaggiose decisioni armistiziali che coinvolgevano le residue forze fasciste.
Ha asserito l’attendente del Duce, Pietro Carradori (Luciano Garibaldi, opera citata): «Dopo il tramonto venne su il Castelli e ci consigliò di ridiscendere a Menaggio perché lassù, a Grandola, non si potevano escludere, specie di notte, colpi di mano da parte dei partigiani».
Un buon motivo per fare marcia indietro e ritornare alla sede di partenza (Menaggio) dove trascorrere la notte in attesa dei bellicosi fascisti guidati da Pavolini.
Le milizie si erano radunate a Como, sede di un precampo, una tappa intermedia prima di raggiungere congiunti la agognata Valtellina, l’ultima Thule del regime littorio in cui «cercar la bella morte», combattendo «con il sole in faccia» (A. Petacco, «Il Superfascista», Mondadori, 1999).

Mussolini nei giorni dell’epilogo più che un abile statista pronto ad intavolare una proficua mercatura surrettizia dei carteggi era un uomo in balia di un destino ineluttabile.
Il modo in cui si è comportato non aveva niente di premeditato e non era l’espressione del tentativo di porre in atto un astuto piano politico che aveva architettato, con oculato tatticismo, prima di partire da Milano.
I precedenti tentativi da lui fatti per contattare i fiduciari degli inglesi in Svizzera, utilizzando il tenente delle SS F. Spoegler ed il console spagnolo F. Canthal y Giron, erano, infatti, falliti il 24 aprile del 1945 (F. Andriola, opera citata).
Anche se ciò che sto per dire non farà piacere ad alcuni, dal 25 aprile fino al giorno in cui è morto (il 28), il Duce non è stato un artefice del suo «prometeico» destino, ma un semplice segnavento esposto sia al freddo vento d’Aquilone che a quello tiepido di Ostro (A. Bertotto, «L’attonito Mussolini di Gargnano. Storia del Novecento», in corso di stampa).
Un comportamento già prospettato nel 1985 da F. Bandini («Appuntamento al lago», Il Tempo,
26, 27 Aprile) da sempre poco tenero nei confronti del capo del fascismo perché dedito al suo vetrioleggiamento caricaturale.

Anche sulla morte del capo fascista si è passati dai cupolini dei teatrini di provincia (la fucilazione davanti al cancello di villa Belmonte ad opera di W. Audisio) («In nome del poplo italiano», Edizioni Teti, 1975; P. L. Baima Bollone, «Le ultime ore di Mussolini», Mondadori, 2005) alle coturnate controscene eschilee (il Duce che muore lottando eroicamente per difendere la Petacci vittima di uno stupro) (R. Putignani, «Caccia ai vinti», Iniziative Editoriali, 2004).
In altri casi, impavidi agenti segreti inglesi avrebbero fatto la parte del leone, lasciando alle iene rosse il privilegio di divorare una preda uccisa dai giustizieri di W. Churchill (B. G. Lonati, «Quel 28 aprile: la verità», Mursia, 1994; L. Garibaldi, «La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?», Ares, 2002).
In altri ancora, L. Longo, numero due del Partito Comunista Italiano dopo Togliatti, sarebbe stato il vindice encomiastico della Patria oppressa dalla tirannide nazifascista (F. Bandini, «Vita e morte segreta di Mussolini», Mondadori, 1987; U. Lazzaro, «Dongo. Mezzo secolo di vergogne», Mondadori, 1997; G. Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, 2004; P. Tompkins, «Dalle carte segrete del Duce», Il Saggiatore, 2004).
A questi inaspettati accostamenti di senso, a cotanto sbalorditivo trasporto di significati e a tropi così audaci non si erano cimentati nemmeno i più tronfi dei secentisti, cioè gli autori de «La pulce» e de «Le lettere alle bestie» (E. Ardissino, «Storia della letteratura italiana. Il Seicento», Il Mulino, 2005).

In realtà non è ancora dato di sapere come effettivamente sia morto il Duce.
Una testimone oculare a lungo reticente (G. Pisanò, opera citata) ha dato una intrigante versione dei fatti che non è stata confermata da controlli incrociati, non ha cioè avuto corali e tenorili consensi.
E non mi si venga a dire che anche San Giovanni pontificava da solo nel deserto.
«Il crimine è comune, la logica è rara. E’ dunque sulla logica più che sul crimine che bisogna soffermarsi» (H. C. Doyle).

Professor Alberto Bertotto


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Commenti : (26)
Ivan
Prato , maggio 15, 2008 14:20

Ci sono due cose che non quadrano: se Mussolini aveva in mente di andare a cercare la "bella morte" in Valtellina, con chi ci andava? I gerarchi erano stati bloccati dai partigiani, il grosso dei fascisti era a Como e lui con chi andava in Valtellina? Con gli avieri della Flack? Ma quelli non vedeva l'ora di tornare a casa.
E poi, in Valtellina chi c'era? Quale sistema di fortificazioni era stato preparato? C'erano bunkers, depositi di cibo, munizioni? A quanto mi consta, non c'era niente.



IL PATRIOTA
... , maggio 15, 2008 14:22

impavidi agenti segreti inglesi avrebbero fatto la parte del leone, lasciando alle iene rosse il privilegio di divorare una preda uccisa dai giustizieri di W. Churchill (B. G. Lonati, «Quel 28 aprile: la verità»,


Maurizio Barozzi
Roma , maggio 15, 2008 14:58

Ancora un eccellente saggio del prof. A. Bertotto, tra l’altro esposto con un alto livello culturale.
Da quanto da lui ricostruito, e che si aggiunge all’importate ricerca storica di Marino Viganò (Mussolini, i gerarchi e la "fuga" in Svizzera 1944-‘45, "Nuova Storia Contemporanea" N. 3-2001 - visibile nel sito: http://www.italia-rsi.org/misc...ddetta.htm ), mi preme sottolineare alcuni particolari:
1. l’inconsistenza di tutte quelle spy story, tanto fumose quanto remunerative sotto il profilo editoriale, che fantasticano di improbabili appuntamenti sulle sponde del lago di Como tra Mussolini ed emissari svizzeri;
2. la irresoluta volontà del Duce di restare sul suolo italiano accantonando, come dimostra il Viganò con un articolo (“Quell’aereo per la Spagna”) allegato alla sua opera appena citata, ogni proposta di espatrio. Questa decisione di Mussolini, mentre a Como le sopraggiunte forze fasciste, mal comandate da chi, più che altro, voleva trovare il modo di conseguire una resa, magari con la scusa di includervi anche il Duce che si trovava a Menaggio, si squagliavano come neve al sole ed il solo Pavolini, con Vezzalini, accorsero da Mussolini trovandovi la morte, lo condusse dritto a Piazzale Loreto;
3. la strategia di Mussolini, sia pure nei limiti del possibile data la situazione, di isolarsi prima a Menaggio e poi con le forze fasciste che dovevano arrivare da Como, di raggiungere la Valtellina, mantenendo in piedi un simulacro di governo ed un minimo di armati per affrontare la fine della guerra, forte della documentazione in suo possesso e quindi con un potere contrattuale da spendere negli interessi della nazione. Non fu possibile;
4. Infine una nota su quel passaggio di A. Tarchi, riportato dall’autore e ripreso dal libro “Teste dure” (S.E.L.C 1967). Quanto affermò il Tarchi costituì purtroppo una pesante “pezza di appoggio” per alimentare la favoletta di un Mussolini desideroso di squagliarsela in Svizzera. Come opportunamente dimostrò, a suo tempo, il vice federale di Menaggio Emilio Castelli, diretto partecipe a quegli eventi, quanto affermato dal Tarchi non corrispondeva a verità e probabilmente era stato riportato per giustificare il suo tentativo di espatrio. Anche questa vicenda è riportata con precisione nel saggio di Marino Viganò già citato.
Maurizio Barozzi



PIERO61
valleregia(ge) , maggio 15, 2008 15:01

In qualunque modo sia andata (comunque male per Mussolini)ciò non scalfisce minimamente il personaggio, la sua integrità morale, il suo amore per l'Italia e gli italiani.
Non lo sto incensando, ma con tutti gli errori da lui commessi(e sono stati tanti), è stato anche l'unico uomo politico che abbia dotato l'Italia di un sistema sociale esemplare confrontandolo
con l'Italia pre fascista e post fascista.
Ma soprattutto è stato uno dei pochissimi uomini politici al mondo che ha pagato con la vita per le proprie idee, rendendo reale il detto di E.Pound:
se un uomo non è disposto a lottare e morire per le sue idee, o, non vale niente lui, o ,non valgono niente le sue idee.
E ora potete anche dirmene di tutti i colori ma io la penso così.
saluti a tutti
Piero61



alberto bertotto
perugia , maggio 15, 2008 15:49

Per Ivan.
Mussolini, quando è partito da Menaggio con Pavolini e gli avieri della FLAK voleva andare in Valtellina da cui stavano scendendo le milizie del generale Onori che aveva raggruppato a Sondrio circa 3000 uomini. Per quanto riguarda gli approntamenti vedasi il libro Morire con il sole in faccia di V. Podda (Ritter 2005). Anche F. Andriola nel suo Appuntamento sul lago (Sugarco, 1990) parla di ciò che era stato fatto in Valtellina. Alcuni Autori sostengono che come piano vicariante il Duce avrebbe avuto l'intenzione di andare a Merano per riunirsi alle truppe tedesche in ripiegamento verso i confini del Reich.
Proprio l'inconcludente tergiversare sulla sponda occidentale lariana ha reso vano il suo tentativo di risalire verso l'alto lago indisturbato. A Menaggio era ancora convinto di poter essere raggiunto dai fascisti raggruppatisi a Como. Per disfattismo (resa al CNL) la maggior parte dei militi si è squagliata. Solo Pavolini con Vezzalini ha fatto rientro a Menaggio nella notte del 26 aprile.
Saluti Alberto.



alberto bertotto
perugia , maggio 15, 2008 15:56

Per Piero. Non hai tutti i torti, anzi. Buona parte delle sventure del Duce sono state condizionate da situazioni contingenti imputabili all'inettitudine di persone che dovevano aiutarlo ed invece hanno fatto di tutto per mettergli il bastone tra le ruote.
Saluti.
Alberto Bertotto.



alberto bertotto
perugia , maggio 15, 2008 16:01

Per Maurizio. Hai perfettamente ragione. Se Mussolini avesse voluto scappare in Svizzera non avrebbe aspettato a farlo da Grandola o da Menaggio. A Milano (aeroporto di Ghedi) c'era un aereo pronto per espatriare. A Gargnano inoltre aveva idrovolanti a sua disposizione per assolvere quell'incombenza.
La storia della fuga in Svizzere è ormai definitivamente tramontata.
Saluti.
Alberto Bertotto.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 15, 2008 16:55

Per Ivan,
giusta la tua osservazione, ma devi dividere quelle drammatiche ore in due momenti: prima, il progetto di Mussolini per andare in Valtellina, presente fin da Milano e precipitato, dal 20 aprile, quando apparve evidente, presa Bologna dagli Alleati, che i tedeschi non combattevano più mettendo in crisi la RSI. Mussolini, che non voleva arrendersi, ma contrattare un passaggio dei poteri e quindi defluire al nord, volle evitare a Milano e poi a Como, morti e distruzioni, per questo rifiutò di arroccarsi nel Castello Sforzesco a Milano (si sarebbe salvato, come tanti gli suggerivano) e poi andò via precipitosamente anche da Como perchè si ripeteva la stessa situazione, anzi drammatizzata dalle notizie locali, di mai esistiti partigiani alle porte o bombardamenti alleati, profferite da infingardi che avevano già contrattato sottobanco con il CLN ll passaggio delle cariche. Considera che nel frattempo, tranne i fascisti, quasi tutte le strutture della RSI, con la Guardia di Finanza in testa, stavano per saltare il fosso e passare dalla parte del CLN (un secondo 25 luglio!). Quindi logica e giusta la decisione di isolarsi, in attesa dei fascisti, nella tranquilla e protetta Menaggio.
In una seconda fase, con il mancato arrivo dei fasisti da Como (leggere il pregevole libro del prof. Giuseppe Parlato "Fascisti senza Mussolini" Ed. Il Mulino 2006, che dimostra le collusioni di svariati fascisti con l'Oss americano, per alcuni fin da prima del 25 aprile!!, e la conseguente e pilotata nascita del destrismo filoatlantico) saltò praticamente tutto e Mussolini, che lasciò tutti liberi, di mettersi in salvo, aveva un solo dovere, una sola preoccupazione: attraversare in qualche modo le zone occupate dai partiginai dell'ultm'ora (Dongo, Chiavenna, ecc.) e mettere in salvo, in Valtellina o se il caso altrove, il suo (e per l'Italia) prezioso incartamento. Per questo, pur riluttante e avvilito per le tante defezioni, accettò di salire sul camion tedesco. Ed i fascisti dell'autoblinda, alcuni feriti, che lo ritrovarono nel Municipio di Dongo, anche lui prigioniero, lo salutarono con affetto. Nella notte del 27 poi, Pavolini e Mezzasoma, in precarie condizioni, ma fieri, invitarono tutti i fascisti prigionieri a fare l'ultimo "saluto al Duce" (era a Germasino. Sapevano bene come erano andate le cose ed i motivi per cui il Duce era salito sul camion tedesco.
Maurizio Barozzi



alberto bertotto
Perugia , maggio 15, 2008 18:34

Vorrei aggiungere un commento a quello che ha detto Maurizio. Il Duce, dopo aver parlato con il tenente della FLAK Fallmayer, ha detto al suo attendente Carradori: "Vorrà dire che andremo con loro a Merano perchè per arrivarci bisogna passare per Sondrio". Sondrio è in Valtellina. Elena Curti mi ha ripetutamente affermato che l'intenzione di Mussolini, dopo essere salito sulla blindo, era quello di raggiungere il generale Onori che si trovava a Sondrio, per l'appunto.
Alberto Bertotto.



Ivan
Prato , maggio 15, 2008 22:55

Dunque, secondo la ricostruzione di Giorgio Pisanò (che mi pare quella più attendibile), Mussolini parte da Menaggio e va a Grandola dove trascorre quasi tutta la giornata del 26 non si sa a fare cosa. Parte da Menaggio, seminando la scorta delle SS di Birzer, insieme a Bombacci e mi pare Porta con la scorta di due militi (di Elena Curti nessuna traccia) e arriva a Grandola.
Praticamente una giornata persa nelle vicinanze del confine svizzero a guardare il panorama. 10 ore dense di ombre.
Se poi risulta vera la lettera che fu pubblicata su Epoca nel 1956, riportata su Storia della Guerra Civile, vol.III, pag.1527, a Wiston Churchill negli ultimi giorni della RSI, allora appare chiaro che Mussolini, lungi dal voler passare in Svizzera, a Grandola, attese un emissario inglese che non si fece vedere.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 16, 2008 00:26

Vorrei apportare al pregevole articolo di Alberto Bertotto una precisazione.
L’articolo si apre con quella che è una comune affermazione riportata dalla letteratura resistenziale (ma non solo), a cui forse l’autore non ha prestato attenzione, si dice infatti: >.
Ora bisogna ben specificare invece che Mussolini non andò in Arcivescovado per “offrire una resa” al CLNAI e magari consegnarsi al cardinale, come afferma la letteratura resistenziale.
Non nè aveva alcuna intenzione, non rientrava nella sua strategia di quelle ultime ore e non era assolutamente necessario. Ci spieghiamo e poi diremo cosa veramente voleva contrattare Mussolini con i capi del CLN, mediatore la Curia.
1. Mussolini il 25 aprile aveva ancora, in Milano, una discreta forza militare, ovviamente rispetto a quelle irrilevanti delle sola Resistenza e non gli sarebbe di certo passato per la mente, a lui ed ai capi fascisti e della RSI, di consegnarsi ad un pugno di cosiddetti “capi” ciellenisti che poco contavano rintanati come erano nei loro nascondigli. L’agiografia resistenziale ci ha descritto questi famosi capi della resistenza in un certo modo, ma tutti sappiamo che a Milano misero il naso fuori dai nascondigli solo il 26 a mattina dopo l’evacuazione dei fascisti. E non avrebbero potuto fare diversamente.
2. Non c’era alcuna necessità, nè convenienza, per Mussolini, a trattare una resa con il CLN che oltretutto per la sua composizione spuria, dove militarmente contavano soprattutto i comunisti, non dava alcuna garanzia per la sicurezza di chi si sarebbe arreso. Se proprio Mussolini voleva arrendersi, si sarebbe trincerato in Milano ed avrebbe aspettato gli americani. Non ci sono dubbi. Nè lui, nè gli altri gerarchi erano dei pazzi o degli ingenui.
3. Mussolini non avrebbe mai trattato una resa senza la presenza dei tedeschi, per non ripetere il tradimento dell’8 settembre. E ne abbiamo avuto svariate prove. Tanto è vero che durante i colloqui all’Arcivescovado, agli esponenti ciellenisti che chiedevano la resa, proprio questa impossibilità di poterla trattare, tra l’altro, fu fatta presente e mise fine ad ulteriori e oramai vuoti discorsi.
4. La controprova di tutto questo è attestata inoltre dal violento scatto di ira che ebbe, subito dopo, contro l’industriale Cella che si era fatto mediatore di quella trattativa e dalla sua sfuriata in serata sul fatto che in Arcivescovado lo si voleva far arrendere per consegnarlo al nemico. Ed anche contro i tedeschi, di cui aveva appena appreso che stavano, loro si, trattando una resa. Se era andato a trattare una resa, seppur fallita nelle trattative, non avrebbe avuto quella reazione contro il Cella e contro Schuster, e neppure così accalorata contro i tedeschi visto che anche lui voleva fare la stessa cosa. E’ talmente evidente e logico che solo la malafede della letteratura resistenziale poteva partorire quest’altra favoletta di un Mussolini che voleva arrendersi al CLN.
Ed allora cosa voleva fare Mussolini? Lo sanno tutti. Egli erano giorni che aveva incaricato vari elementi del suo entourage (Tarchi, Zerbino, Bassi, il figlio Vittorio, ecc.) di trattare con la resistenza un trapasso indolore dei poteri. Aveva anche cullato l’illusione di lasciare le riforme socializzatrici e repubblicane ai socialisti ed altre forze moderate di sinistra nel CLN. Alla fine optò per l’invito di Schuster in Arcivescovado. Lì avrebbe proposto un passaggio dei poteri indolore per evitare lutti e distruzioni alla città ed alle opposte fazioni. Le forze armate della RSI ed i fascisti avrebbero evacuato Milano e si sarebbero ritirate con tutto il governo verso la Valtellina in attesa di concludere la guerra quando fossero arrivati gli Alleati. Avrebbe anche messo a disposizione una forza militare della RSI per il mantenimento dell’ordine. Questo voleva fare Mussolini, un trapasso indolore dei poteri, NON UNA RESA ad un inconsistente CLN e che non avrebbe neppure potuto trattare senza squalificarsi agli occhi dei tedeschi che non aspettavano altro! E questo fece, pur senza aver contrattato il desiderato passaggio dei poteri, perchè la trattativa in Arcivescovado falli. Si ritirò infatti, con tutto il governo, verso Como, poi Menaggio ecc. ecc.
Maurizio Barozzi



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 16, 2008 00:58

Per Ivan, anche se penso che ti risponderà il prof. Bertotto.
Mussolini era arrivato nella tranquilla Menaggio per non restare incastrato in Como, dove aveva capito che vento tirava. Ma da Menaggio non poteva più muoversi senza che fossero arrivati un minimo di fascisti armati da Como. Per questo si persero tutte quelle ore, nell’attesa dei fascisti di Pavolini da Como. Si spostò a Grandola e tornò a Menaggio perchè lo aveva consigliato il federale Castelli (ed altri) al fine di non creare assembramenti e per maggiore tranquillità e sicurezza. Marino Viganò (ma in parte lo fece anche Spampanato) ha dettagliato con grande precisione, ora per ora, quei tragici momenti a Menaggio. Guarda che Elena Curti c’era, eccome, e fu anche artefice di un eroico gesto rischiosissimo, quando fu incaricata di tornare verso Como per vedere che fine aveva fatto Pavolini.
La lettera a W. Churchill di Epoca era un falso, è stato dimostrato. E neppure troppo ben fatto, figurati infatti se Mussolini affidava una lettera del genere ad un ufficiale tedesco del controspionaggio di Wolff e poi non vedi che il contenuto fa intuire come se Mussolini e Churchill non si fossero mai contattati tra loro? Pisanò a mio avviso nel 1965 lo sapeva benissimo. Ma Pisanò, che pur ha grandissimi meriti nell’opera di controinformazione sulla guerra civile ed altrettanti sui misteri della morte del Duce, era un destrista, era un filoatlantico e quella lettera gli faceva gioco perchè sottointendeva i fascisti al servizio dell’occidente. Non dimenticare che siamo nel 1965. Ricordati del convegno all’Istituto Pollio, e non dico altro.
Maurizio Barozzi



alberto bertotto
... , maggio 16, 2008 05:45

Per Ivan.
Elena Curti era a Grandola, tanto è vero che scoppiò un furioso litigio tra Mussolini e Claretta che pensava che Elena fosse una delle tanti amanti del Duce. Buffarini disse a Elena di tornare a Como per sapere come mai Pavolini non si vedeva ancora. Elena è ritornata il 26 notte ed ha raggiunto il Duce che già era ridisceso a Menaggio. A Grandola i fascisti ci sono andati su consiglio del Castelli che riteneva il luogo essere il posto più adatto per aspettare tranquillamente le milizie provenienti da Como. Sulle ultime ore di vita del Duce ci sono ricostruzioni storiche molto più attendibili di quelle del Pisanò. Se a te fa piacere credere che Mussolini stesse aspettando qualche emissario inglese fallo pure. Ha detto con intelligenza Budda:“Non credere a nulla che sia irragionevole e non respingere come irragionevole nulla senza averlo adeguatamente esaminato”. Io quei fatti li ho esaminati in filigrana nella controluce di ricostruzioni storiche fatte da Autori che fanno testo. Il Pisanò ci mostra un Mussolini in attesa del messia, il che lo rende fascinoso agli occhi della gente. Purtroppo non è così.
Ciao Alberto.







Davide
novara , maggio 16, 2008 09:19

Patria, Lavoro, Famiglia.
W il DUCE, W l'ITALIA.
Un fervido saluto a tutti i Camerati.



Ivan
Prato , maggio 16, 2008 18:54

per carità, non voglio assolutamente muovere appunti al suo lavoro e quello di Barozzi. Cerco solo di capire.
Mi sono fidato troppo di Pisanò.
Ho solo detto che mi pareva più attendibile perchè aveva raccolto testimonianze ancora "fresche", e perchè era riuscito a parlare con tantissimi testimoni degli avvenimenti, ancora vivi e pimpanti nel 1965.
Di Castelli per esempio dice che era il comandante della Brigata Nera Rodini e che a Menaggio aveva ai suoi ordini un'ottantina di militi che uniti alla trentina di SS di Birzer, avrebbero sicuramente fatto buona guardia al Duce.
Però secondo Castelli, sarebbe stato più sicuro a Grandola. Ma inviarlo in questa località con due militi, Elena Curti, Bombacci, Porta e due militi di scorta mi pare un po' azzardato. Chilometri di strada sui monti, praticamente da solo in una zona dove avrebbe potuto esserci partigiani. E tutto perchè a Menaggio il duce era a rischio?
Mah?!



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 16, 2008 20:08

Per Ivan;
è giusto che ti poni ogni genere di dubbi e domande. Del resto nessuno ha in tasca la verità storica. Ricorda: gli avvenimenti umani sono imperscrutabili e noi possiamo tutto al più registrare e indagare – e non sempre – sui fatti di cronaca. Ora, a Menaggio, accadde questo: Mussolini vi arriva con un centinaio di persone al seguito: ministri, segretari, personale vario, militi, agenti e molti familiari di costoro, la maggior parte dei quali inadatta al combattimento (ciò non toglie che i 15 fucilati di Dongo seppero morire magnificamente). Alla partenza notturna si ridurranno a poco più di una sessantina.
Menaggio è una tappa intermedia, una sosta necessaria per non restare barricati nell’infida Como ed in attesa che i fascisti in arrivo si organizzino e possano sopraggiungere. Nel frattempo la maggior parte del seguito viene smistata nella vicina Cadenabbia. Menaggio, controllata dal vice federale Castelli è alquanto sicura e tranquilla. Al mattino però Mussolini, riconosciuto da alcuni popolani, davanti casa di Castelli causa una piccola manifestazione di entusiasmo. Non é certo quello il clima migliore per attendere gli eventi. Per quella mattina lo stesso Castelli consiglia al Duce e pochi altri di portarsi nella vicina e sicura Grandola, tanto per far trascorrere alcune ore in tranquillità e sicurezza. Niente di particolare, semplici misure diversive, visto che senza un minimo di scorta armata in arrivo da Como non ci si può muovere. C’è poco da indagare, sono avvenimenti fisiologicamente consequenziali, solo i giornalisti in cerca di scoop editoriali hanno partorito svariate fantasie, come quelle di un incontro con emissari inglesi, che il prof. Bertotto ha smontato con una logica cristallina. Ma non solo i giornalisti, anche qualche fascista, dal comportamento poco limpido, ha voluto successivamente insinuare qualche elemento che tornava comodo per scusare il proprio atteggiamento. Ti ripeto, Pisanò, come Bandini è stato un gigante della controinformazione su quegli eventi, ma c’è il problema che era un politico, filo occidentale, filo Nato e questo purtroppo ha pesato alquanto.




Ivan
Prato , maggio 16, 2008 22:28

Per Maurizio Barozzi.
Forse è vero. Talvolta la verità è più semplice di quanto ci si immagini. Tuttavia le ultime mosse di Mussolini, anche alla luce delle vostre ricostruzioni, mi appaiono sempre più inspiegabili. Certo, oggi si possono fare tutte le supposizioni possibili; ma la concitazione del momento, sicuramente, non permetteva una valutazione fredda della situazione e conseguenti risposte.
Ivan



alberto bertotto
perugia , maggio 17, 2008 10:12

Per Ivan. Mussolini non è andato a Grandola con poche persone. C'era la scorta comandata da Birzer ed a tavola a mezzogiorno, nella caserma di Grandola (Hotel Miravalle), c'erano almeno trenta persone. Non solo c'era la Curti, ma anche Marcello Petacci (aveva accompagnato Claretta) e la sua compagna, Zita Ritossa, con tanto di figlioletti al seguito. E' ovvio che ci fosse anche il suo attendente P. Carradori. L'unica comunicazione che Mussolini ha ricevuto a Grandola era che all'aeroporto di Chiavenna lo stava aspettando un piccolo aereo per portarlo in Baviera. Ecco perchè Claretta il giorno dopo indossava la tuta da aviatore ed un caschetto da pilota (proteggersi dal freddo dell'alta quota). Vedasi il libro di Myriam Petacci: Chi ama è perduto. Editore Reverdito.
Saluti.
Alberto Bertotto.



Ivan
Prato , maggio 17, 2008 15:45

Gentile professor Bertotto,
ahimè, sul "depistaggio" di Grandola, mi sono rifatto alla narrazione di Giorgio Pisanò apparsa su La Storia della Guerra Civile, vol.III° pag. 1527. In questa pagina si parla di una macchina con Mussolini, Porta, Bombacci e due militi.
Sempre secondo Pisanò, Birzer e gli altri, arrivarono dopo, quando cioè si accorsero che Mussolini li aveva giocati deviando per Grandola.


Mi piacerebbe sapere il vostro parere su questa tesi di Fabio Andriola riguardo Claretta Petacci. Mi pare una tesi interessante e non sembrerebbe un'ennesima "lepre meccanica",soprattutto, conoscendo l'autore.

http://www.ilduce.net/specialeclarettaspia.htm



alberto bertotto
perugia , maggio 17, 2008 16:42

Certo Birzer è arrivato dopo, ma sono questioni di minuti (15-20). Fabio Andriola non è mai stato molto tenero con la Petacci. Che lei desse i duplicati delle lettere del Duce ai tedeschi è una cosa certa (Vedi F. Bernini, Il Podestà di Gargnano, Iuculano, 2007 o 2008). Io credo che lo facesse perchè pensava, in qualche modo, di proteggerlo, non certo perchè era una spia. Chi intrallazzava sia con i tedeschi che con gli inglesi era il fratello, un poco di buono che Mussolini non poteva soffrire, ma che tollerava essendo il fratello della sua amante.D'altronde Mussolini, scoperto il fatto, ha subito perdonato Claretta dopo un momento di comprensibile collera.La morte della Petacci a fianco di Mussolini ed il suo tentativo di seguirlo disperatamente fino all'epilogo (nonostante avesse avuto la possibilità di rifugiarsi in Spagna)dimostrano qual'erano i suoi reali sentimenti nei confronti del Duce. Volutamente non avrebbe fatto mai niente per danneggiarlo. Non la penso come l'Andriola il quale, per altro, non porta documentazioni sconosciute a favore della sua tesi.L'Andriola con il suo Appuntamento sul lago ha forato una gomma (emissari inglesi che avrebbero dovuto contattare il Duce a Grandola e/o a Menaggio). Volendo emergere storiograficamente (è ammalato di protagonismo) adesso si attacca alla Petacci facendola passare per una spia. Certo per dire cose nuove lo spazio è sempre quello e le persone sono sempre le stesse.
Saluti Alberto.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 17, 2008 18:56

Caro Ivan,
Il prof. Bertotto ti ha risposto magnificamente e ben poco ci sarebbe da aggiungere.
Purtroppo siamo tutti costretti a rifarci a versioni e tesi che risultano manipolate, oltre che, il più delle volte, diametralmente opposte da un autore all'altro, perfino in tanti particolari che dovrebbero essere di pura cronaca: nominativi presenti, orari, ecc. Una gran confusione. Per decodificare il tutto occorre una lunga ricerca e controllo, testo per testo, ed anche avere una certa chiave di lettura degli avvenimenti. La logica poi fa il resto. La storia di Claretta come spia, è uscita ultimamente su una rivista dell'Andriola e, come ha sottolineato il Bertotto, non ha alcun appiglio, nè nei riscontri nè nella logica. Ma le riviste devono fare cassetta ed allora ecco che, su qualche particolare, ci montano un caso. E la confusione aumenta. Peccato perchè l'Andriola è un autore serio. Per esempio, nel 2006 ha pubblicato una perizia tanatologica fatta a Pavia dall’equipe del prof. Pierucci con risultati clamorosi che, da soli, metterebbero fine, per sempre, alla "storica versione". Ma non ha riportato documentazioni in proposito e quindi non possiamo verificare alcuni particolari e quella "bomba" di perizia resta lì inerte. La rivista ha venduto bene e la confusione è aumentata.
Questa è la nostra realtà editoriale e mediatica. Interessi economici e politici, finiscono per falsare il tutto. Eppure basterebbe poco per arrivare alla verità.
Vedi, per esempio, sia io che il prof. Bertotto, non abbiamo alcuna speculazione da fare: nè politica, nè venale, ma una pure e semplice sete di accertare la verità.
Ebbene, abbiamo avuto modo di scambiare alcuni dati ed impressioni e, nonostante non ci fossimo mai conosciuti, non avessimo fatto gli stessi percorsi informativi e probabilmente non avessimo neppure la stessa impostazione ideologica e politica, ecc., ci siamo accorti di essere arrivati, sorprendentemente a molte conclusioni simili. Altre le abbiamo limate confrontando i dati in nostro possesso. Sulla storia di Menaggio e Grandola, leggi il saggio di Marino Viganò, il Contromemoriale di B. Spampanato ed anche, perchè no?, Storia della guerra civile di Pisanò. E’ un buon inizio. Sono testi che non risentono molto degli scoop giornalistici, ma occorre fare attenzione perchè hanno delle forzature politiche. Parti da questo presupposto: non sempre valido, ma quasi:
in genere le fonti partigiane sono molto alterate e condizionate dalle esagerazioni (se non invenzioni di sana pianta) dei fatti narrati e dalla contrapposizione tra testi comunisti e non comunisti.
Le fonti neofasciste sono invece condizionate dalla collocazione filo atlantica e di destra di testi e scrittori e, spesso, dal fatto di voler rifare una verginità a personaggi che non si comportarono bene nel periodo bellico, ma poi nel dopoguerra cercavano uno spazio nei ben remunerati posticini parlamentari del destrismo nazionale.
Gli autori di gran richiamo e apparentemente non impegnati politicamente, sono spesso condizionati dalla necessità dello scoop editoriale, a tutto scapito dell’obiettività della ricerca.



Ivan
Prato , maggio 18, 2008 11:00

Diciamo che gli storici e ricercatori che si occupano di queste vicende, si muovono in un terreno minato e pieno di trappole,"molossi e lepri-meccaniche", per cui occorre stare attenti a dove si mettono i piedi e le mani. E fino a qui sono d'accordo; ma sempre riguardo a Claretta Petacci le (vi) chiedo: ma sono vere le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche con Mussolini? Perchè se lo fossero, la sua presenza acquisterebbe aspetti oscuri ed inquietanti. Che la donna fosse a conoscenza di segreti scottanti, lo dice il fatto che le sue lettere e diari sono coperti dal segreto di stato, nonostante siano passati oltre 50 anni dalla morte.
Comunque per tornare a quei tre giorni, scusatemi, ma più ci ripenso e più i comportamenti di Mussolini mi paiono, diciamo, bizzarri?
Continue fughe in avanti, lasciandosi alle spalle il grosso delle forze fasciste:
1) partenza da Milano per Como
2) partenza da Como per Menaggio
3) partenza da Menaggio per ?, ed infine la cattura.
Sempre lasciandosi alle spalle i fedelissimi.Perchè?
E' un comportamento, a mio parere, inspiegabile.

PS un'altra domanda: durante il trasferimento da Milano a Como, un camioncino Fiat 1100 carico di (altri) preziosi documenti, sparì misteriosamente: si è mai saputo cosa contenessero questi documenti; chi lo fece sparire e dove siano finiti?
Vi ringrazio per l'attenzione
Ivan



alberto bertotto
perugia , maggio 18, 2008 14:14

Per Ivan. Le intercettazioni telefoniche che ci mostrano una Petacci a conoscenza dei segreti (alcuni per lomeno) di Mussolini sono vere. Giustamente dici che i suoi diari (una parte) sono ancora secretati. Il che dimostra che in quelle carte non si parla solo d'amore. Che il Duce facesse partecipe Claretta di molte cose è fuori discussione. Basta pensare ad un fatto: durante la seduta del Gran Consiglio del 25 luglio le manda, tramite il milite Gasperini, ben tre biglietti facendole sapere che le cose stavano andando male. Alla fine le telefone e le dice: E' una catastrofe devi pensare a metterti in salvo almeno tu. Per il resto non dovrebbero sussistere grosse difficoltà nell'interpretare il comportamento del Duce:
Partenza da Milano perchè non voleva fare del capoluogo ambrosiano un Stalingrado italiana.
Partenza da Como più o meno per lo stesso motivo (le minacce, false, del prefetto Celio e di altri avevano sortito i loro effetti).
Rifugio a Grandola e a Menaggio per aspettare, in un posto appartato, le milizie di Pavolini.
Partenza da Menaggio, con quei pochi fedelissimi che gli erano rimasti, alla volta di Sondrio o di Merano.
Alternative ipotizzate: comportamento anomalo per incontrare emissari del governo inglese provenienti dalla Svizzera. Prove nessuna. Smentite molte anche da parte dei fascisti (Carradori, Curti, Graziani ecc.) Il Graziani, durante il processo che ha subito, ha detto di aver salutato il Duce a Menaggio. Lui voleva rientrare al comando della sua armata Liguria. Il Duce gli ha detto: Vada pure Graziani, noi procederemo per la Valtellina con le milizie di Pavolini che stiamo aspettando di ora in ora.Dopo aver parlato con il comandante della Flak (Fallmayer) ha detto al Carradori: Andremo con loro che sono diretti a Merano. Passeremo per Sondrio dove c'è il generale Onori e li vedremo.
Non vedo altre alternative.
Saluti. Alberto



alberto bertotto
perugia , maggio 18, 2008 14:20

Sui documenti del camioncino la storia è lunga. Ti consiglio di leggere l'ultimo libro dell'Andriola sul carteggio o quello di Bianchi e Mezzetti (Mussolini aprile '45. Editoriale Nuova, 1985). Alberto.


Ivan
Prato , maggio 18, 2008 16:18

Per Alberto Bertotto.
Non capisco perchè aspettare Pavolini a Menaggio, quando poteva partire con lui da Como insieme a migliaia di fascisti armati e determinati.
Comunque, non vorrei tirarla per le lunghe. Le cose sono andate così e le risposte, se ancora ci sono, giacciono chiuse in qualche cassaforte di qualche archivio segreto in qualche parte del mondo.
Grazie
Ivan



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 18, 2008 17:19

Per Ivan,
teoricamente sembrerebbe logico aspettare Pavolini a Como, ma certi avvenimenti prendono pieghe impreviste. Il fatto è che Mussolini ha deciso di non trasformare Milano in una Stalingrado (non lo vuole, non è necessario e servirebbe solo per salvare la pelle, facendosi catturare all’arrivo degli Americani, senza più alcun potere contrattuale). In Valtellina invece spera di restare ancora per qualche giorno in armi con un simulacro di governo al seguito. Si sposta allora a Como, dove si rende conto dello scollamento delle Istituzioni RSI, del subdolo atteggiamento del prefetto ed altre autorità che, evidentemente, hanno già contrattato con il CLN la loro uscita indolore e insinuano notizie, false, di eventuali bombardamenti alleati e di fantomatiche formazioni partigiane alle porte della città. Inoltre ha un seguito, che privo dei fascisti che Pavolini sta radunando ancora a Milano, è in precarie condizioni militari. Infatti il generale Graziani, sopraggiunto e preoccupato perchè si era lasciata la più sicura Milano, cerca drammaticamente di mettersi in contatto con il generale Minschi nel bergamasco e gli intima di correre subito a Como (“Non scherziamo Minschi, qui c’è il Duce!”, gli intima Graziani). Ma anche Mischia è rimasto solo, l’esercito della RSI sta subendo le inevitabili defezioni di altre strutture della RSI, e cercherà di arrivare da solo. Non ci riuscirà e tenterà il suicidio.
Durante la subentrante notte di Como, che Pietro Caporilli descrive magnificamente, simile ad una veglia funebre, nel suo “Crepuscolo di sangue” Edizioni Ardita, Mussolini ritiene opportuno accettare le proposte del federale Porta (e di altri), conoscitore del comasco, e decide di non aspettare più Pavolini con i fascisti e logicamente si sposta nella apparentemente tranquilla Menaggio. E’ una decisione logica e giusta, ma purtroppo causerà il collasso dei fascisti in arrivo che crederanno il governo in fuga per la Svizzera. E la colpa massima di questo è di alcuni dei loro capi (qualcuno pare anche colluso con l’Oss nella speranza di riciclarsi come anticomunista), desiderosi più che altro di una resa “onorevole”.
La prova di questo svolgersi degli avvenimenti l’abbiamo nella drammatica telefonata notturna che il Duce fa alla moglie nascosta in Como: “Non c’è più nessuno Rachele, sono rimasto solo, neppure l’autista si trova più!”. Ecco perchè all’alba prende e parte per Menaggio, non avrebbe potuto fare altrimenti nell’ottica della sua strategia (ovvero restare sul suolo italiano, spostarsi in Valtellina con un governo ancora nominalmente in carica e con gli incartamenti di enorme importanza storica).
Per le vicende del carteggio ed anche del camioncino, ti consiglio di leggere il saggio: “Il carteggio segreto Mussolini/Churchill” (del sottoscritto sotto psudonimo) che trovi nel sito: “http://fncrsi.altervista.org/” cercando nel Notiziario.
Un saluto Maurizio




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