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Servire lo Stato, servire i cittadini

Giulio Giampietro    02 giugno 2008
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Il ministro della Funzione Pubblica dichiara di voler licenziare i dipendenti statali «assenteisti». Scopa nuova spazza bene… o alza polverone?
La norma sul licenziamento di personale che raggiunga certi (molto alti) tetti di assenze previsti nei contratti nazionali, esiste già.
In tutta la mia carriera ho visto un solo dipendente statale licenziato per assenze.
Il giudice del lavoro ha dichiarato nullo il licenziamento e ha ordinato la riassunzione.
Il dipendente, negli ultimi 12 anni, sarà stato presente sul posto di lavoro per poche centinaia di giorni.
Rientra nella categoria definita dal ministro?

Con tali precedenti, se io fossi un assenteista, non mi preoccuperei più di tanto.
Non mi dispiacerebbe che si cominciasse a chieder conto dell’assenteismo a parlamentari nazionali e regionali.
Ma non è di mia competenza.
Io sono un impiegato, lasciatemi parlare degli impiegati.
Mi limito ad esempi che conosco.

Descrivo le circostanze del lavoro dei docenti di istituto scolastico di secondo grado.
In un anno scolastico (dal 1° settembre al 31 agosto) un docente ha i seguenti carichi di lavoro: lezioni per 594 ore (18 h settimanali X 33 settimane, su 5 giorni settimanali), attività collaterali per 80 ore, lezioni supplementari in genere pomeridiane con compenso aggiuntivo, svolgimento [solo per alcuni delle operazioni di esame di Stato (20 o 30 giorni) con compenso aggiuntivo].
L’orario complessivo teorico non viene mai raggiunto.
Parliamo prima delle riduzioni generalizzate che «beneficiano» tutto il personale.
Al principio dell’anno scolastico le lezioni si svolgono a orario ridotto.
Alla fine dell’anno, gli alunni si prendono almeno una settimana anticipata senza frequenza.
Nelle scuole con alunni pendolari (la maggioranza) al fine di anticipare l’orario di uscita per tornare a casa non troppo tardi, alcune o tutte le ore di lezione vengono ridotte con deliberazione collegiale alla durata di 50’ o 45’ (attiro una speciale attenzione su questo taglio di un sesto del proprio orario, rimesso con minima e inefficace regolamentazione alla decisione dei diretti interessati).

Se si svolgono attività esterne alla scuola, gite, spettacoli, manifestazioni «culturali» o «civili», si sospendono le lezioni.
Per un giorno e mezzo ogni mese, gli alunni svolgono assemblee, e le lezioni sono sospese.
Parliamo ora delle assenze propriamente dette, di cui fruisce il singolo dipendente, con sua domanda.
Forse qualcuno crede che un impiegato o un docente assente sia per forza ammalato.
Ebbene no.

Io ho contato (salvo ulteriori dimenticanze) 24 classi di motivi diversi per cui un docente lecitamente e legalmente si assenta dal servizio continuando a ricevere la retribuzione.
Non annoio il lettore con la lista dei 24 motivi; sono tutti ottimi motivi, perfettamente ragionevoli (?) e indiscutibili, documentabili nelle forme richieste, per cui un capo ufficio (un preside) non ha nessun reale potere di valutare, di accertare, di dissuadere, di negare.
A questo punto il messaggio reboante: «Licenziamo gli assenteisti», rivela la sua natura di sparata retorica.

L’assenteista in genere non è stupido: il suo comportamento è sempre conforme alla legge, e non è in alcun modo sanzionabile.
Ci sarà pur qualcuno che tira troppo la corda, ci sarà magari una decina di impiegati con cui l’amministrazione potrebbe aprire una guerra di cavilli legali, al qual proposito vi rimando all’esempio di apertura.
Ma per tutti gli altri, chiamiamoli mini-assenteisti, sia di loro iniziativa, sia perché l’amministrazione stessa non sa metterli al lavoro, l’ipotesi di licenziamento è talmente campata in aria che non merita neppure un sorriso ironico.
Non c’è dunque soluzione?

Sì che c’è la soluzione, semplicissima, a portata di mano, se solo lo Stato non si lasciasse legare le mani.
Basta chiedere all’impiegato quanto è disposto a pagare per il suo diritto di assentarsi.
Maurizio Blondet ci ha più volte ricordato brillantemente che i diritti non sono gratis.
L’assenza dal lavoro del dipendente pubblico, la paga lo Stato (cioè noi cittadini) sia perdendo il prodotto del suo lavoro, sia continuando a erogare la retribuzione.

Ma se è comprensibile che un impiegato abbia un motivo importante per assentarsi dal lavoro (diritto di assentarsi conservando il posto di lavoro e lo status di impiegato), è meno comprensibile che vi sia associato il distinto e aggiunto diritto di essere pagato senza fornire il lavoro: viene rotto, a beneficio esclusivo dell’impiegato, il nesso sinallagmatico tra prestazione e retribuzione, al motto di prendi 2 (diritti), paghi 0.
Basta ripristinare il nesso e finisce l’assenteismo.
Ossia, l’impiegato che lecitamente si assenta dal servizio, per qualsiasi motivo, con qualunque giustificazione, conserva il posto di lavoro, ma senza nessun tipo di eccezione non viene pagato. Troppo drastico?
Vogliamo concedergli, come si fa perfino con i sospesi per reato, un assegno alimentare del (diciamo) 50%?

Sia pure.
Non si fatica a indovinare che, pur di non perdere la metà della retribuzione, la grande maggioranza degli impiegati scoprirà miracolosamente che tutti gli importantissimi e irrinunciabili motivi per assentarsi dal lavoro non erano poi così importanti.
Questo il principio-base.

Poi, non voglio tediare i lettori entrando in tecnicismi (da applicare  caso per caso; io potrei parlare solo delle scuole) sulla identificazione corretta di che cosa siano assenze, che cosa siano riduzioni, che cosa sia flessibilità di impiego, e tanti altri particolari; tutti argomenti da studiare bene, da non applicare alla carlona, sui quali consultare anche (è proprio necessario?) i sindacati, ma da non snaturare cominciando con l’introdurre piccolissime estreme eccezioni che poi una volta incrinata la diga la travolgerebbero di nuovo.

Professor Giulio Giampietro

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Commenti : (58)
fumatore
copenhagen , giugno 02, 2008 07:31

una nota da un paese civile:
la direzione degli ospedali danesi ha appena deciso che i minuti spesi a fumare non sono retribuiti.
madici e infermieri nell'ospedale di copenhagen hanno un tesserino
magnetico da passare sul lettore quando escono e uqnado irentrano dall'ospedale, in tal modo il tempo passato fuori dal lavoro non viene retribuito.
quando lo facciamo anche da noi?



Enrico
Sassari , giugno 02, 2008 07:50

L'assenteismo è una "tradizione" consolidata anche degli ambienti militari: lo dice uno che per quattro anni ha lavorato in un posto, nemmeno tanto sconosciuto, dove la regola era: quando hai bisogno, prendi a parti dove vuoi; diciamo che anche il carico di lavoro degli impiegati dello stato non è poi così pressante, basterebbero quattro ore per fare tutto e poi il resto è tempo e soldi rubati.


Rocco
Brescia , giugno 02, 2008 08:17

I Romani furono un grande popolo perchè erano i capi a dare l'esempio. Durante la seconda guerra punica quando Annibale era alle porte, furono i senatori a dare l'esempio autotassandosi secondo le proprie possibilità. La plebe poi non fu da meno.
Perchè non iniziano il presidente della Repubblica, senatori, deputati, dirigenti di prima fascia vari, etc. a dare il buon esempio: la plebe seguirebbe sicuramente.



blondet
... , giugno 02, 2008 08:18

Bravo professore! La sua è la proposta di un dipendente pubblico onesto e responsabile, che mette il dito sulla piaga: l'inefficienza pubblica sprecona è risultato di ordinamenti generali pieni di falle; ma è anche vero che occorrerebbe un approccio molto analitico delle situazioni, come lei suggerisce da esperto sulf ronte di una presidenza di istituto superiore. il governo dovrebbe ascoltare esperti come lei, impegnati giorno per giorno.
tuttavia temo che la sua proposta - non pagare le assenze, comunque motivate - sia utopistica: andrebbe trattata coi sindacati, con la "concertazione" fra le "parti sociali". Quei sindacati che s'intascano 3 mila miliardi di lire di denaro pubblico ogni anno....



Luigi
Chieti scalo , giugno 02, 2008 11:48

Caro Maurizio e caro Prof. Giampietro,
i guai peggiori della Pubblica Amministrazione sono cominciati con la contrattualizzazione del pubblico impiego che ha dato ancor più potere ai sindacati dovendosi tutto concertare e facendo rientrare la conflittualità nella competenza del giudice del lavoro. In precedenza il rapporto di lavoro era regolato dalla legge, dai regolamenti e da atti amministrativi. Tutto obbligatoriamente e doverosamente sottoposto ad una serie di controlli preventivi di legittimità e di spesa. La conflittualità era devoluta al giudice amministrativo che giudicava sulla forma e non sulla sostanza: ovvero se una qualifica era attribuita senza requisiti poco importava che quel dipedente fosse stato in grado di espletare quelle funzioni di fatto, la delibera veniva annullata e la maggiore spesa devoluta al giudizio di responsabilità contabile della Corte dei Conti. Quante piante organiche di enti locali fatte "slittare" in alto solo per attribuire politicamente qualifiche generalizzate e non dovute sono state, prima del 1993, annullate in sede di controllo amministrativo o in sede giurisdizionale amministrativa! Ora invece con la contrattualizzazione si è introdotto l'istituto della "progressione verticale", che non è un concorso ma una sorta di selezione interna per novare le mansioni e la qualifica. Risultato? Le Amministrazioni decidono periodicamente progressioni verticali con una "provetta" assolutamente formale facendo far un salto in alto a tutti o quasi i dipendenti. Con conseguente aumento di spesa e senza effettiva valutazione dei meriti. Alla fine le Amministrazioni si ritrovano solo generali e nessun soldato semplice. Conosco situazioni in cui dipendenti entrati inizialmente come dattilografi sono diventati, in tal modo, complice anche lo spoil sistem, dirigenti per motivi politici. La soluzione sta tutta nel ripubblicizzare il pubblico impiego e l'organizzazione della Pubblica Amministrazione. Bisogna decontrattualizzare il rapporto di lavoro, rifondare l'organizzazione sul diritto pubblico ed amministrativo, riportare la conflittualità al giudice amministrativo, desindacalizzare la Pubblica Amministrazione (i sindacati sono nati nelle fabbriche, ossia nel privato, e lì devono restare), ribadire il principio di gerarchia. In altre parole: bisogna ristatualizzare lo Stato. Rimando in proposito al mio "In morte dello Stato (e della Pubblica Amministrazione) su questo stesso sito.
Invece le proposte di Brunetta, che non a caso non è giurista ma economista, vanno nel senso della radicalizzazione della privatizzazione. E' uno sbaglio: la Pubblica Amministrazione NON è una azienda e non può funzionare con i metodi di una azienda (un solo esempio: l'imprenditore privato per le sue forniture alza il telefono e chiama il fornitore; la Pubblica Amministrazione deve mettere su una gara d'appalto per garantire par condicio a tutti gli operatori del mercato e non favorire l'amico dell'amico o perlomeno dare la possibilità agli esclusi, ingiustamente, di difendersi nelle competenti sedi giurisdizionali). Nel pubblico si gestiscono i soldi della collettività e non quelli dell'imprenditore privato: solo un ferreo riordino gerarchico con ai vertici dirigenti dediti e devoti soltanto allo Stato può garantire la buona amministrazione. Fuori i politici (compreso Brunetta) ed i sindacati dalla gestione. Lo sbaglio di Brunetta è il ritenere che tutto è misurabile: un riduzionismo sansimoniano, ossia ottocentesco, che mostra il sottofondo utopico e giacobino che lo anima. No, non tutto è misurabile: non sono misurabili i principi fondamentali su cui si basa o dovrebbe basarsi una buona Pubblica Amministrazione ossia il principio di legalità (nulla potestas sine lege), che è la base dello Stato di diritto, il principio di trasparenza, la par condicio e l'imparzialità della Pubblica Amministrazione. In altri termini non è misurabile proprio l'essenza storico-giuridica che è alla base dello Stato moderno e della Pubblica Amministrazione. Quei principi dipendono essenzialmente dall'onestà e dal rigore morale di tutti coloro che "sono" la Pubblica Amministrazione. E' un problema epocale connesso al nichilismo pervadente dell'occidente attuale. Non sono gli incentivi economici a far funzionare bene la Pubblica Amministrazione ma una cultura del dovere e del piacere del dovere ben fatto, magari pubblicamente riconosciuto, alla quale dovrebbero essere educate le schiere di funzionari. Anzi, ad un tale tipo di cultura dovrebbero essere educate sin da subito le stesse generazioni in età scolastica dalle quali un domani usciranno anche gli operatori delle pubbliche istituzioni. Poi è necessaria anche la competenza tecnica: in Francia, ad esempio, non si entra nei ranghi dirigenziali pubblici se non attraverso l'E.N.A. (Ecole National d'Amministration), una scuola universitaria deputata a formare i quadri dirigenti dello Stato. Da noi, invece, basta la laurea in legge e, superato il concorso, il resto lo devi imparare sul campo strada facendo. L'Impero Asburgico è rimasto proverbiale per l'efficienza della sua Pubblica Amministrazione, che tra l'altro doveva gestire una compagine plurinazionale con tutte le conseguenti tensioni inter-etniche. Ebbene quell'amministrazione asburgica non si basava sui principii del management aziandale, che tanto piacciono a Brunetta, Ichino e ad altri baroni universitari (spesso teorici nullafacenti e lontani dalla realtà), ma, al contrario, su una concezione "sacrale" dello Stato e del Pubblico. Ecco quel che manca davvero. Altro che le panzane di Brunetta, che -ne riparleremo a tempo debito- si riveleranno, come tutte le precedenti riforme da Bassanini in poi, un disastro ancor peggiore di quel che è attualmente.

Luigi Copertino



Orazio
Manchester , giugno 02, 2008 12:21

La colpa e' solamente dei politici i cui non hanno ne spirito e principi, tantomeno orgoglio nazionale. A loro del popolo non importa niente , e' la cosa piu' ovvia. Spero che un giorno la pagerrano cara!


Giulio Alf@no
Trieste , giugno 02, 2008 12:28

Visto che abbiamo il solito adoratore dei "paesi civili" riporto quanto segue da La Repubblica:

L'adescamento on line di una giornalista. Prima la chat, poi gli incontri
Incastrati personaggi eccellenti: un capo della polizia, un ufficiale di Marina

"Ho tredici anni, vieni con me"
Arrivano in tanti, paese sconvolto

I danesi chiedono una task-force contro i pedofili della Rete

di ANDREA TARQUINI

BERLINO - La finta lolita incastra pedofili, vip e pervertiti eccellenti. E'accaduto in Danimarca: la giovane Line Roegind, 26 anni, giornalista del quotidiano Ekstra Bladet, ha messo un annuncio in rete in una chatline con una sua foto di quando era 13enne. 'Mi chiamo May, voglio conoscere gente, ho 13 anni'.

Hanno abboccato in tanti: un capo della polizia della capitale, un ufficiale di marina, un pensionato, un esperto di computer. Tutti le hanno chiesto incontri per prestazioni sessuali. Tutti sono caduti nell'imboscata: nel luogo convenuto per l'appuntamento, 'May'-Line era ad attenderli insieme a cameramen e colleghi. E tutti hanno dovuto confessare.

"Io nel mio annuncio non ho mai parlato direttamente di sesso", spiega Line Roeglind. Ma la tecnologia del virtuale può servire anche così a smascherare potenziali pedofili e maniaci. "Molti uomini hanno cominciato il chatting con domande banali, poi sono venute le richieste d'incontri". Line è stata al gioco per scovarli: ha dato appuntamento a quattro di loro e li ha smascherati come pedofili. E lo scandalo scuote la ricca, tranquilla Danimarca.

I casi sono pazzeschi. Ecco un capo della polizia della capitale, 53 anni, padre di due bambini. Chiede un appuntamento a 'May' a casa sua, ma prima vuole essere sicuro che i genitori di lei siano in viaggio. Poi arriva nella casa, e giornalisti e cameramen lo inchiodano. E' stato sospeso dal servizio, è indagato. "Finora ho fatto chatting online con oltre cento ragazze minorenni", ha confessato al giudice inquirente.
Ecco un ufficiale della marina reale, 43 anni, anche lui padre di due bimbi. Nella chatline si presenta come 'Steffen', usa subito frasi brutali. Si confessa. "Voglio fare sesso con una vergine, non ti preoccupare, starò molto attento". Si danno appuntamento a 80 chilometri dalla capitale, presso la base navale dove lui presta servizio. 'Steffen' indossa l'alta uniforme quando viene alla stazione delle Dsb, le ferrovie reali, a prendere 'May', e le telecamere lo inchiodano.

Ci sono anche altre confessioni. Un pensionato di 72 anni dice "voglio scopare con una piccola dolce fanciulla", e online minaccia May di farla rinchiudere in un brefotrofio se lei non ci starà. Adesso implora clemenza. Martin, 35 anni, esperto di computer, spiega di saperci fare. "Ho già posseduto una 15enne vergine, ho fatto molta attenzione, con te, May, vorrei iniziarti al rapporto orale".

Adesso il potere politico, scosso dall'offensiva dei media lanciata grazie a Line Roegind, chiede che la polizia reale formi una task-force speciale per lottare online contro i pedofili. Ma al momento mancano mezzi, soldi ed effettivi, spiega la ministra della Giustizia Lene Espersen. "Dobbiamo muoverci presto, lo so, ma la riforma della polizia appena varata ha ridotto i mezzi".
(1 giugno 2008)



Lo Sgarro
Brescia , giugno 02, 2008 13:13



C'è ancora troppo buonismo in certe soluzioni! Colpirne uno per educarne cento non l'ho detto io ......

L'assenteismo , spesso, nasconde un secondo lavoro, una seconda attività più remunerativa ....

Le complicità che nascono con una tessera magnetica o cartellino delle presenze qual dir si voglia, sono indecenti.

EDUCAZIONE fa rima con PUNIZIONE : un uomo che lavora, dipendente o indipendente che sia, deve aver COSCIENZA DEL DOVERE e quasi TERRORE di SBAGLIARE.




Nicola
Roma-Montesacro , giugno 02, 2008 14:05

Egr. prof.
Lei, giustamente parla con cognizione di causa del suo settore che ,malgrado tutto mi sembra, come dire, il meno sporco.Se si va ad analizzare come funziona il resto della pubblica amministrazione da un punto di vista degli imprenditori,sopratutto piccoli,la prima cosa che viene in mente è la realizzazione di campi di lavoro forzato con mantenimento a a pane ed acqua degli addetti e cioè buona parte degli statali,comunali ecc.E' un po' forte l'affermazione,lo so, ma lo scrivente è un artigiano di lungo corso che in vita sua non ha mai pagato una tangente per ottenere i suoi diritti, avendo, mi creda, vita molto scomoda oltre che essere additato come un tipo strambo,uno che è megilo evitare.Per principio, la mia coscienza si rifiuta categoricamente di farlo. Quando mi è stato fatto osservare che per un mio puntiglio stavo addirutura per rovinare la mia famiglia, preso dalla sconforto stavo per cedere ad un ignobile misfatoo:la tangente. Non ci ho dormito una notte intera preda di sudori e rabbia.La mattina avevo le idde chiare:giammai cedere. I fatti successivi,tra l'altro, mi hanno dato ragione sulla bontà della mia decisione
Premessa doverosa per far capire che la pubblica amministrazione abbisogna non di pannicelli caldi come quelli proposti dal. Prof. Brunetta.Non credo possa proporre di piu.La verita è che bisogna prendere di petto una buona volta per tutte lo strapotere sindacale fatto di uno statuto dei lavoratori(?)fatto apposta per annientare le intelligenze produttive del paese e di conseguenza contribuire in maniera determinante al degrado morale,sociale e culturale del paese. Serve il pugno di ferro. Occorre sfoltire la pletora.Un eesmpio incredibile per tutti:Palazzo Chigi vanta più di duemila dipendenti strapagati mentre Downning Street ne ha 95 considerati peraltro eccessivi.
Poichè la globalizzazione sta perseguendo la distruzione dei posti di lavoro ci si chiederà come sistemare i poveretti.Meglio arrivare ad una sorta di salario sociale che tenere posti improduttivi e strapagati,Questi sottraggono risorse ad esmpio alla realizzazione di opere pubbliche di cui una nazione evoluta, se vuole mantenere una piena occupazione,ne deve realizzare costantemente e possibilmente realmente utili. Altro che le cattedrali nel deserto e altri orrori che si vedono quotidianamente su striscia la notizia.E'l'unica maniera per curare dalla mafiosizazzione(che brutta parola) che ha pervaso la nostra nazione.Con amarezza bisogna ammettere che il clichè che c'è all'estero degli italiani è obiettivamente e maledettamente vero: mafia e spaghetti
Certo poi viene in mente che abbiamo pure mille parlamentari e pletora discendente regionale ecc. e allora ciritroviamo nel solito vicolo cieco del che fare e nel rispondere che l'unica è una bella rivoluzione,cioè niente.
Ma perche? Cominciamo dallo smantellare lo strapotere sindacale che, ormai è palese, affama i dipendenti



Zambelli
Cremona , giugno 02, 2008 14:44

Signor Giampietro, da quanto mi pare di capire lei è preside: conosce quindi molto bene la situazione degli insegnanti e, come si dice, "conosce i suoi polli". Bene, io sono uno di quei polli (non un suo insegante, ovviamente), ma mi pare che il problema della scuola italiana non stia proprio nel poco lavoro e nel mangiar pane a tradimento del personale, fatto che pure, vedendo, certi miei colleghi si verifica molto spesso. Lei ha giustamente fatto riferimento alla sua esperienza, per onestà intellettuale, ma tengo a esprimere il mio parere in merito alla scuola e al lavoror che vi svolgono gli inseganti: io vorrei avere un tesserino magentico che registra le ore di lavoro, vorrei poter lavorare scuola senza spendere soldi per la luce elettrica e l'adsl a casa mia, vorrei un piccolo studio anche in cartongesso nella mia scuola, vorrei poter fare gli straordinari e fare anche carriera per i miei meriti professionali. Vorrei che il mio istituto avesse anche una linea educativa chiara per la quale le famiglie lo scelgono. La scuola di stato italiana non ha niente di quanto appena descritto nei miei desideri. Crede che il problema scuola stia nelle poche ore che qualche babbeo pseudo-insegnante riesce a rubare al contribuente?
Con stima. Michele Zambelli.



Peucezio
... , giugno 02, 2008 14:51

Il dott. Copertino avrebbe, a mio modesto avviso, ragione in linea di principio. Cioè le amministrazioni pubbliche ideali, o comunque più vicine all'ideale, efficienti, serie, sono state quasi sempre basate sul senso di responsabilità, su un forte senso etico e dello stato, sul rigore morale e professionale di classi di funzionari valide e integerrime.
Il problema è che l'Italia di oggi non è né l'Impero Asburgico, né l'Italia del ventennio e nemmeno più quella di venti o trent'anni fa. Oggi come oggi non esistono nemmeno i presupposti minimi per creare classi di funzionari con quelle caratteristiche, non solo e non tanto per una carenza strutturale, quanto, direi, culturale e antropologica.
Al che, è vero, non ci dobbiamo rassegnare. Bisognerà porsi a un certo punto il problema di una scuola che ormai sempre più, a ritmo accelerato dopo le riforme degli ultimi anni, produce generazioni di selvaggi semi-analfabeti; di una famiglia ultra-permissiva, spesso complice, distratta, debole, acquiescente, priva insomma di spina dorsale, quando non portatrice essa stessa (genitori post-sessantottini, progressisti...) di modelli degeneri; di un insieme di mezzi di comunicazione diseducativi, che diffondono il pressappochismo e il disimpegno.
Ma nel frattempo non possiamo non considerare che, ora come ora, ristatalizzare troppo l'amministrazione pubblica significherebbe fare affidamento su una classe di uomini che non esiste e chissà per quanto tempo non esisterà.
In questo senso temo che le soluzioni di Brunetta e altri, pur perfettibili, da correggere ecc., siano le uniche possibili. Perché questa gente demotivata, disimpegnata e menefreghsta capisce però molto bene il suo portafoglio. E quando la tocchi lì, tira fuori una motivazione e delle risorse fisiche e intellettuali degne di miglior causa.
E allora ognuno risponda del suo! Il dirigente di un ente pubblico guadagni in proporzione ai bilanci dell'ente stesso e, in caso di disastri grossi, ne risponda anche personalmente, coi suoi soldi, oggettivamente, indipendentemente dalla dimostrabilità della sua diretta responsabilità. E abbia il potere di affidare il lavoro all'impresa che ritiene, anche a quella di suo nonno, perché se poi sa che rischia la villa al mare se le cose vanno male, sceglierà sicuramente con criterio e ne guadagnerà anche la comunità. E possa licenziare i dipendenti, non dico perché gli sono antipatici, ma non appena non siano produttivi e capaci quanto ci si aspetta da loro. E se a un certo punto l'ente pubblico si indebita irrimediabilmente, fallisca: tutti a casa e se ne crea uno nuovo, con personale completamente nuovo, dal massimo dirigente fino all'ultimo uomo delle pulizie.
Non sarà lo stato asburgico, ma in situazioni di emergenza, con popolazioni debosciate, grette ed egoiste, ci vuole un sistema simile, che li tocchi nel vivo dei loro interessi materiali.



Francesco
ho girato tutta l'Italia... , giugno 02, 2008 16:24

Anche io sono un dipendente pubblico e nel settore della ricerca.
Ho letto l’articolo del Prof. Giampietro e devo dire che, finalmente, trovo una proposta per cambiare e fare qualche cosa nella PA (pubblica amministrazione). Non condivido il dettaglio (non pagare i permessi), ma è un primo tentativo. Ciò che è valido è il concetto di “colpire le tasche” dove il dipendente “sente” di più. E’ questo il modo per farlo lavorare (anche se il lavoro è qualcosa di più che portare il pane a casa…). Vorrei anche sottolineare che sono pienamente d’accordo con il Dott. Blondet quando spara a zero nei confronti della PA. Infatti, vivendoci tutti i giorni, vedo come i soldi pubblici (utilissimi per la ricerca) vengano costantemente sprecati da soggetti che ricercano tutt’altro che la ricerca e come giovani meritevoli vengano più educati a fare i portaborse che non i ricercatori. Ma questa è un’altra storia.
Rimanendo al testo ed alle proposte direi che l’ultimo intervento di Peucezio sia la strada da intraprendere. In poche parole Peucezio dice (se ho ben capito) di introdurre il concetto di responsabilità la cui altra faccia è la libertà. Ed in fondo il problema pare proprio questo. La PA è ridotta ad un covo di schiavi e non di uomini liberi, poiché è proprio degli uomini liberi essere responsabili (pronti a pagare il prezzo) delle loro azioni (mi piacerebbe vedere questo concetto libertà-responsabilità descritto dal “nostro” Direttore ne uscirebbe un pezzo bellissimo).
Ma in pratica come introdurre questo concetto libertà-responsabilità, ovvero, come rendere liberi uomini che non lo vogliono essere? Cercherò di essere pratico.
Come detto, Peucezio centra il metodo, ma, secondo me, non conclude. Cercherò di spiegarmi: il capo di un ufficio scelga pure la ditta che vuole, ma se acquista porcherie l’ufficio va a rotoli. Il responsabile del centro di ricerca scelga pure la ricercatrice “bella” e non quella “preparata”. Non otterrà il finanziamento perché la “bella” non saprà fare ricerca.
Il sistema adottato introduce la libertà, ma manca di illustrare un punto cruciale (che attiene alla responsabilità): chi valuta se un ufficio va a rotoli o un progetto di ricerca va finanziato oppure no? Oggi dato che viviamo in un sistema assolutamente “drogato” non c’è alcun legame tra risultati e premi. Anzi il premio non è mai legato al risultato, ma è la conseguenza di una serie di collusioni il cui esito è quello che vediamo oggi.
A mio parere l’unico “soggetto” che può controllare un servizio è “l’utente” del servizio stesso. Per restare nel mio campo (ricerca), la bontà del mio lavoro la deve decidere: 1) la comunità scientifica nazionale ed internazionale (sono gli utenti della cultura che produco), la comunità locale (il mio centro di ricerca opera in un territorio al quale faccio anche servizio con la strumentazione scientifica a disposizione) e la comunità industriale del mio paese (la mia ricerca può essere applicata a migliorare e/o innovare la produzione). Quindi il finanziamento del “mio” gruppo ed il “mio” stipendio dovrebbe venire da loro.
Ma non funziona ancora così…



pepito sbazzeguti
piovarolo e basta , giugno 02, 2008 18:34

guardate che se non ci fossero i precari nel pubblico
impiego la cosa sarebbe 10 volte peggio

sono gli unici che lavorano,anzi lavorano per 5



Francesco
... , giugno 02, 2008 21:57

Gentile Pepito,
per essere lapidario come lei occorerebbe che nella PA allora fossero tutti precarizzati e non solo i giovani che così rischiano di diventare i portaborse dei vecchi.

Per fare un'abbozzo di un'analisi potrei chiederle: perchè i precari lavorano per tutti?
Perchè hanno la sete del posto fisso.
E lo sa quale è il brutto di questa sete, visto il generale decadimento?
E' che sono disposti ad "ammazzare la mamma" per il posto. E chi gli dà il posto? Quel sistema "appiccicoso" in cui vogliono entrare. Forse che i gestori del sistema "appiccicoso" daranno il posto a quelli che producono lavoro effettivo per i cittadini o solo a coloro che saranno proni ad accettare le loro regole?
E lei pensa che le "loro" regole siano il servizio dei cittadini o il loro tornaconto, qualunque esso sia (di sicuro mai quello del corpo sociale)?
I nuovi entrati quindi saranno i cloni dei vecchi ed il sitema tenderà a perpetuarsi.
In questo senso per fortuna che la crisi economica sta spezzando questo ciclo perverso.

A mio parere, dunque, il problema non è semplicemente lasciare tutti senza posto fisso, ma dare libertà e non liberismo al sistema.
Riassumendo poche regole, chiare, valide per tutti (mi sta bene tutti senza posto fisso, ma veramente tutti) e valutazione da parte degli utenti del servizio.





Roberto
... , giugno 02, 2008 22:13

Mia madre insegna latino ; lei si è dimenticato di contare le ore a casa per preparare le lezioni e le ore per correggere i compiti in classe , cose che non ha computato negli orari di lavoro. Non parli di cose che non sa.

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Infatti si tratta di un preside di scuole superiori; quindi all'oscuro di queste problematiche...

La redazione



Luigi C
Chieti , giugno 02, 2008 23:33

Non è che i precari lavorano di più. E' semplicemente che essendo più ricattabili dai politici per fare cose non proprio pulite e, soprattutto, per il voto di scambio, sono preferiti al personale di ruolo.

Vedo comunque che si continua a non tener presente cosa è la P.A.

Chi deve giudicare se l'imparzialità amministrativa e la legittimità di un atto (ossia valori di per sè "immateriali" e non misurabili checché ne pensi Brunetta) siano tali?

L'associazione consumatori?

O l'artigiano che paga le tangenti per fregare, con la complicità del funzionario e/o del politico, il suo concorrente?

Ma lo capite che è l'intero popolo italiano, al di là delle singole eccezioni, a non avere, o a non avere più, il senso dello Stato e della cosa pubblica (basta guardare Napoli o, giusto per par condicio tra Sud e Nord, i valligiani che si oppongono alla TAV)!

E credete che se si permette al dirigente pubblico di alzare il telefono e fare "affari" come il manager privato tutto sia risolto? O non succederà, forse, che quel dirigente nel frattempo avrà modo di lucrare non solo tangenti "legalizzate" ma anche debiti morali dai suoi amici industriali in modo tale da non farsi nessun problema del rischio di licenziamento essendosi costruito una rete privata di salvataggio? Naturalmente alla faccia della qualità delle forniture pubbliche.

Senza poi dire che per poter permettere al dirigente pubblico di agire, in tema di lavori pubblici e di pubbliche forniture, come un manager privato bisognerebbe abrogare tutta una serie di direttive europee, e di leggi nazionali di recepimento, che invece impongono le procedure ad evidenza pubblica (ossia le gare d'appalto) anche allo scopo di consentire l'abbattimento delle frontiere nazionali e permettere alle imprese non nazionali di concorrere alle stesse condizioni di quelle nazionali.

Che dire poi del sistema di reclutamento del personale? Che si fa, lasciamo libero il dirigente, magari ammanicato con il politico o con l'industriale amico o con il professionista amico, che hanno interesse a sistemare un elettore o il figlio, di assumere a suo piacimento chicchessia, senza concorso (che almeno da la possibilità dell'impugnativa giurisdizionale per tutelare i propri eventualmente violati diritti)? Tanto poi se il neo-ssunto è un incapace i danni saranno di tutta la macchina dell'ente. Se poi questa fallisce, secondo la proposta di qualcuno, mandiamo a casa tutti quanti: tanto il dirigente che ha fatto il favore al politico o all'industriale troverà subito come riciclarsi, grazie ai debiti morali contratti con i suoi amici.

Lo dico a tutti: guardate che ciò che vi fanno credere essere un male, ossia l'imparzialità e le procedure amministrative, sono nient'altro che i principi basilari dello Stato di diritto, dello Stato democratico. Posti a garanzia dei diritti fondamentali di tutti noi. Ora è proprio perché questo Stato ha preteso di fondarsi sul vuoto etico e spirituale, e sul solo interesse economico, sta oggi franando nel nichilismo di cui la corruzione e la violazione dei diritti sono il sintomo evidente.

Ma la cura non è in una maggior dose del medesimo bacillo che ha prodotto la malattia: ossia la de-statualizzazione.

Vedete che le cose non sono così semplici come un certo populismo mediatico le fa vedere, facendo leva demagogicamente sulla giusta rabbia della gente!

No, ripeto: la PA deve essere ripensata con criteri assolutamente gius-pubblicisti. Magari rigidi ma pubblici.

Luigi Copertino



Peucezio
... , giugno 03, 2008 05:05

Per il signor Francesco:
provo a chiarire meglio quale sarebbe il meccanismo che ho in mente, per quello che ne posso capire da semplice cittadino, da profano, per dir così.
E' chiaro che l'introduzione di una regola del genere, cioè niente più concorsi e complesse procedure, ma scelta arbitraria del pubblico dirigente, di cui risponde, richiede certi presupposti e deve essere attuata solo dopo che tali presupposti siano a loro volta verificati.
I presupposti sono che l'azienda pubblica deve agire sul mercato come un'azienda privata, pur con le inevitabili differenze del caso. Cioè non ci dev'essere un altro organo statale che stabilisce se tale azienda ha operato bene o no, ma devono essere soggetti esterni a determinarlo. E questo tramite le loro scelte di fatto.
Se io devo costruire un nuovo viadotto, io devo sapere che ho delle risorse economiche limitate, non infinite, e soprattutto che il mio stipendio e la stessa sopravvivenza del mio ente sono subordinati al fatto che i costi del viadotto siano ragionevoli, perché ciò che devo sborsare in più viene sottratto alle risorse generali dell'ente, compresi gli stipendi e, oltretutto, per legge l'entità degli emolumenti che mi arrivano in tasca è legata ai bilanci dell'azienda stessa. In questo caso il cliente è lo stato, perché l'utilizzo è collettivo, quindi il meccanismo di mercato opera solo sulle spese, ma non sui guadagni.
Ma se invece devo gestire, per esempio, un ospedale, io devo sapere che lo stato mi rimborsa i costi dei ricoveri, delle degenze e di tutto il resto, in relazione ai ricoveri stessi e agli altri servizi erogati, per cui se poi i pazienti vanno in un altro ospedale della città, perché il mio è sporco, mal tenuto, con dieci pazienti per stanza e le infermiere sono maleducate e poco efficienti, io non riesco a coprire le spese e faccio la stessa fine di quello del viadotto che ha scelto di appaltare a un costruttore esoso e inconcludente.
A maggior ragione vale il discorso laddove si tratti di servizi che il cittadino paga direttamente di tasca sua: se la gente non prende l'autobus, perché ne passano pochi, sono scomodi e deve cambiare tre volte per andare neanche tanto lontano, preferirà la macchina (tranne quel minimo fisiologico di utenti che non possono spostarsi diversamente) e io non guadagnerò, rischiando di andare a rotoli con tutta l'azienda. E sarò motivato a reprimere gli abusi, non consentendo agli immigrati (ma neanche agli italiani) di viaggiare gratis senza sanzionarli.
Inoltre gli stanziamenti dello stato a favore di questa o quell'azienda pubblica che eroga servizi ai cittadini devono anche essere subordinati e proporzionali al gradimento espresso dai cittadini, soprattutto laddove ci siano inevitabili forme di monopolio (esistono servizi che non possono essere erogati in regime di concorrenza, come tante forme di assistenza ai più deboli, anziani ecc.).
Finché quello che scrive l'utente su come è stato trattato dal mio ente rimane a me, che posso tenerne conto o infischiarmene, è un conto, ma se viene sigillato e finisce da tutt'altra parte, in un ufficio dove c'è un un funzionario e un computer dove viene sommato a migliaia di altri giudizi e in base a quelli, secondo un criterio non discrezionale ma matematico, mi arrivano più soldi o meno, sto molto più attento nel trattare chi si rivolge al mio ente.



Teseo
... , giugno 03, 2008 07:29

Scusi professore, ma il suo articolo è intriso di tecnicismo, di conteggi e di notazioni tipiche di chi non conosce la materia.
Ma lei è davvero un professore? E di cosa?
Colgo solo una fra le tante perle del suo sillogismo:
"Se si svolgono attività esterne alla scuola, gite, spettacoli... si sospendono le lezioni." Cioè secondo lei il professore non fa nulla.
Già, perché durante le gite scolastiche il professore si diverte, badare un branco di scalmanati in libera uscita è un'attività rilassante.
Che le gite scolastiche siano o no utili non è oggetto di discussione. Ma per il professore che le segue (a tempo pieno, 18 ore giornaliere, non settimanali!) ci vorrebbe una super-indennità e un implemento del monte ore insegnate!

Impagabile poi il suo modo di conteggiare l'attività d'insegnamento. 18 ore settimanali, caro il mio "professore", non sono 18 ore settimanali effettive.
Pe ogni ora di lezione effettuata ne consideri un'altra di preparazione e un'altra ancora di correzione compiti e attività. Ma lei ha mai insegnato?

Se questo è il lato professionale della demagogia brunettista, andiamo bene!






Teseo
... , giugno 03, 2008 10:37

Mi scuso per il tono polemico del mio post precedente. Non sapevo che il prof. Giampietro non solo è effettivamente professore, ma preside dell'Istituto per Geometri di Viterbo, autore fra l'altro di un libro sulla scuola edito nel 1998.
Infatti secondo me queste sono aggravanti e il discorso non può essere risolto con due battute polemiche.
I presidi oggi sono più che altro manager e già questo è un fatto che dovrebbe generare allarme. La scuola vista come un'azienda con i suoi attivi e passivi, i professori come dipendenti che tu azienda paghi e quindi devono produrre. E l'unica cosa che possono produrre è reddito per l'azienda scuola, poiché la cultura non si produce. Ma questo forse un preside-manager non può capirlo.
La stessa figura del professore-dipendente col marcatempo e il cartellino magnetico è garanzia di un insegnamento abbrutito nel materialismo.
La maggior parte dei professori dedicano alla scuola una parte enorme della loro vita privata, che è sempre più ridotta, consumata com'è da consigli, riunioni, progetti, obiettivi, e tutta quella serie di sfinenti farragini burocratiche utili solo all'apparato abnorme dell'azienda scuola. E i presidi in genere sono i numi tutelari di questo moloch, la cui missione educativa sopravvive solo grazie alla buona volontà e all'abnegazione di tantissimi professori che a dispetto dei gravosi e inutili impegni cui sono sottoposti, riescono ancora a trasmettere qualcosa ai loro alunni, alcuni dei quali non sono selvaggi con telefonino.
Questa è la realtà della scuola, caro Blondet, e bisogna avere il coraggio di guardarla in faccia anche se non collima con la nostra posizione ideologica.
Questo eroismo degli insegnanti stretti fra scolaresche faticose in classi sovrannumerarie, presidi-manager e opprimenti burocrazie, forse non riscuoterebbe il consenso della gente che vuole agitare la sua forca contro gli inadempienti fannulloni che lavorano "solo 18 ore" alla settimana.
Queste canaglie di professori sostituiscono i colleghi (perché la scuola è un'azienda e non vuole diminuire il suo attivo con le supplenze) senza neppure ricevere il corrispettivo (e immaginate quali cifre!) in denaro.



Nicola
Roma,Montesacro , giugno 03, 2008 11:19

Per il Sig. Copertino

Scusi sa, ma non è carina la sua citazione sugli artigiani visti come pagatori di tangenti per fregare il concorrente.Denota un certo disprezzo per il lavoro produttivo che serve, forse è poco, a pagare i cosiddetti servizi della P.A.Contestualmente traspare la considerazione sacrale del lavoro statale sulla quale ,peraltro,posso essere d'accordo se fosse rapportata in un alveo più consono. Voglio dire che c'è un grosso problema a monte e che consiste nella smisurata quantità di leggi,norme e contronorme create apposta per rendere il sistema italico tipicamente mafioso.La sua, non si offenda, mi sembra la classica filosofia di Visco e compagni. Fatte salve le cooperative piu o meno rosse,of course.Denota una forte dose di idiosincrasia verso il lavoro produttivo onesto fatto di cambiali non per vocazione ma quasi sempre per obbligo perchè, e glielo dico con cognizione di causa, non puo' avere idea di quanti commercianti e artigiani mollerebbero baracca e burattini per avere l'agognato posto fisso stante l'attuale ssituazione.
Ad ogni modo la problematica della P.A. è cosi' vasta e articolata che si rischia di dibatterne sterilmente.
Perche naturalmente investe le problematiche relative alle caste di cui ormai viene a noia citarne gli incredibili privilegi che, a mio avviso, non trovano, fatte le debite differnze, riscontro neanche nelle società feudali o addiritura nelle monarchie assolute di un tempo.
Ripeto: occorre una rivoluzione a 360 gradi.
Nell'attesa il sottoscritto che ama le critiche costruttive
suggeriva di prendere di petto quello che potrebbe essere una sorta di grimaldello per scardinare il sistaema e cioè l'attacco ad uno statuto dei lavoratori(ripeto:?) che blinda ogni possibiltà di riforma.Attenzione pero'perchè la cosa che piu' mi fa imbufalire sono le incredidili prebende,giustamente a piu' riprese citate dal dott. Blondet, dei vari Cimoli,manager delle A.S. L., La direttrice del demanio in Follini, la pensione di Ciampi e cc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc...................
Mi pare che in economia si dica meno spesa per interessi e di piu' in conto capitale.
In Italia c'è una cultura o (meglio dis) che va cambiata.
La storia e il buon senso c'insegnano( si veda le straordinarie opere pubbliche del fascismo) che investendo in lavoro produttivo comunque creabile invece di elargire false pensioni e posti assolutamente inutili si puo' cambiare il tessuto sociale
Saluti e senza rancore



Teseo
... , giugno 03, 2008 12:27

A proposito... cosa ne dice Brunetta degli emolumenti della signora Spitz-Follini direttrice del demanio?
Non mi risulta che i suoi 320mila euro annui siano stati pubblicati nella lista-trasparanza tanto strombazzata, ma alquanto penosa. Ci vorrebbero far credere che i dirigenti della funzione pubblica, ivi compreso il blasonato capo dell'ARAN, non arrivano ai 10 milioni mensili di stipendio.
Ci prendono in giro?
Ah, ma forse (questo Brunetta non lo dice) il totale pubblicizzato è al netto delle "indennità"... e il cittadino comune non immagina neppure cosa si intende per indennità in quel dei ministeri.
E' giusto. C'era sete di forca? E noi ve la diamo.
Godi, popolo!
Questo sarebbe il nuovo corso.
(Detto da uno che li ha votati)




franco
milano , giugno 03, 2008 13:01

ma tu sei un impiegsto ATA o un docente.....


Giulio Giampietro
... , giugno 03, 2008 14:07

Ringrazio tutti gli intervenuti. Anche le critiche sono costruttive. Chiederei ai critici di svincolarsi se possibile dal caso particolare e dagli esempi particolari,dei quali io in una paginetta non ho potuto fare a meno, ma che in quanto particolari hanno scarsissimo valore, se non si prendono come indicatori dell' argomento globale del pubblico impiego.
Se mai io, o meglio qualcun altro assai più capace, riuscirò a trattare ampiamente l'argomento, vorrò partire dal seguente principio generalissimo: "Servire lo Stato è un onore da meritare, non un privilegio da sfruttare".



Pino
Cassano , giugno 03, 2008 14:19

Siamo alle solite.
Guerra tra poveri: poveri pubblici e poveri privati.
IL discrimine è sempre uno ed uno solo: l'onestà.
Dove per onestà non s'intende solo non appriopriarsi della cosa pubblica perchè gestendola (lavorandoci) la sento "mia".
Io mi rendo conto che è difficile "innamorarsi" di certi lavori ma se si guarda all'utilità generale che se ne ricava, anche solo mantenendo in ordine il giardino del municipio del proprio paese o il cesso della stazione si vedrà che tutti staremo meglio.
Trent'anni fa al ritorno dal militare scoprìi che nessuno aveva fatto un cazzo.
Ognuno di noi era lì a raccontare dei sotterfugi per aggirare il compito assegnatoci.
Con la logica del "tanto il servizio militare" non serve a una beata mazza siamo stati tutti addestrati a fancazzisti.
Nello Stato una volta c'erano i cosiddetti "lavori in economia" per intendere piccole attività da risolvere con personale interno senza ricorrere a spese esterne.
Ora per rifare il pavimento in lineoleum arriva la ditta esterna (per lavori entro un certo limite non c'è gara d'appalto, basta acquisire 3 preventivi)e scopri che costa 5 volte tanto ma non si batte ciglio tanto paga pantalone.
A fine anno c'è la corsa alle ultime spese per finire le "dotazioni" che ogni ente riceve per il "funzionamento" e si comprano cazzate e servizi "inservibili".
N.B. se spendi meno dell'anno precedente la dotazione successiva si decurta e si stabilizza cosicchè si cerca di mantenere sempre lo stesso livello di spesa.
Così ci dimentichiamo che lo Stato è fatto di pubblici e privati. Il pubblico che spende i soldi del privato che lavora in quanto esiste il pubblico che gli offre il lavoro e via dicendo. Non è sempre lo stesso giro?
Non si può spezzare.
Si può correggere, si deve.
Con l'amore per gli altri, il senso del dovere, non fatemi dire di più in questo sito lo si sa.
E il brutto è che quei valori di cui sopra non li fabbrica più nessuno e quell'Uno da cui scaturivano c'implora ancora appeso alla Croce di pregarlo per salvarci e noi non siamo capaci neanche di chiedere Misericordia.



Nicola
Roma-Montesacro , giugno 03, 2008 14:22

Ben detto Professore


Luigi C.
Chieti , giugno 03, 2008 21:17

Gent.mo Sig. Nicola,

nessun rancore. Ho l'impressione però che Lei non abbia letto l'articolo che ho richiamato nel mio primo commento.

In ogni caso, Le assicuro che quando faccio riferimento ad imprenditori, funzionari e politici tangentisti parlo di cose "viste" per esperienza. "Viste" e combattute con fermezza dallo scrivente. Ed è per questo che attualmente ho dovuto emigrare presso altri uffici, emarginato e derubato delle mie precedenti funzioni, consistenti soprattuto nella gestione di procedure ad evidenza pubblica, nello svolgere delle quali davo fastidio perché non volevo infrangere la legge per favorire gli amici degli amici. Al momento - grazie a Dio - non ho ancora fatto la fine di quel Michele Sega, di cui parlava oggi Il Messaggero, che per essersi ripetutamente opposto alle pressioni dei politici e dei loro amici imprenditori è stato licenziato ed ha dovuto fare undici anni di cause per essere giustamente reintegrato. O di quella dirigente di Tribunale, sempre su Il Messaggero di oggi, che per essere stata ligia al dovere ed aver sottoposto i suoi dipendenti assenti alle dovute visite fiscali si è vista denunciata per mobbing e messa sotto processo dagli stessi giudici del suo Tribunale. Potrei parlarLe di mille pressioni personalmente subite da politici in favore di imprenditori disposti a qualsiasi cosa pur di fregare il concorrente. Potrei dirLe di mia moglie insegnante che proprio in questi giorni, feritasi con un ferro arruginito, ha spontaneamente rinunciato ai 20 giorni comminatigli dal pronto soccorso per evitare alla sua preside problemi con i consigli di fine anno e per non lasciare i suoi alunni in un momento delicatissimo, in particolare quelli che devono fare l'esame di Stato.

Potrei ... potrei ... con rabbia verso la demagogia di Brunetta.

Ma non lo faccio perché ha ragione il prof. Giampietro a chiedere di parlare del problema in generale e senza cadre nel personale.

Ed allora facciamo una sintetica riflessione per meglio capire il quadro ideale delle mie affermazione, che le sono sembrate disprezzo per gli imprenditori. Per maggiori approfondimenti rimando all'articolo già indicato.

Se Lei mi chiedesse se sono dirigista e/o statualista non esiterei a risporderle di sì. E la risposta gliela darei da uomo di "destra" (non da compare di Visco). L'uomo che ispira la sua visione del mondo ad una concezione tradizionale della vita ("destra" è scritto tra virgolette perché è aggettivo oggi assolutamente costringente per chi guarda alla Tradizione) non pone al primo posto il mercato, l'economia, la produttività, ma, al contrario i valori sacrali e politici.

Ha presente la tripartizione dello Stato di Platone? Ebbene, non si trattava di una utopia ma della realtà dell'organizzazione sociale dei popoli indoeuropei (e a mio giudizio non solo indoeuropei), come ha dimostrato il Dumezil.

Nello Stato tradizionale al vertice si trovava il Sacro, poi veniva il Politico (non i "politici" nel senso oggi comune) ed infine, solo al terzo posto, l'economia e la produzione.

Porre al vertice l'economia e la produzione è marxismo. Ed infatti i più coerenti marxisti sono proprio i liberisti.

Saint-Simon, un socialista utopista del XIX secolo, avrebbe voluto eliminare tutto ciò che non era produttivo (filosofia, diritto, religione, etc.) perché per lui il mondo intero "doveva essere ridotto ad un'unica officina": esattamente quel che sta facendo oggi la globalizzazione liberista.

Anche il sogno marxista dell'abolizione di Dio e dello Stato lo sta realizzando il mercato.

Badi che il primato dello Spirito rispetto all'economia è un insegnamento anche di Cristo: "Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola che viene da Dio" ed ancora "Mettete Dio al primo posto e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù".

Ora, nelle epoche passate, la tripartizione dello Stato non poteva realizzare la felicità economica dei produttori ossia del popolo perchè l'umanità mancava dei mezzi tecnici per assicurare una produttività sufficiente ad un modesto ed equo benessere per tutti.

Con la modernità ed il progresso tecnico quelle difficoltà tecnologiche furono superate e lo Stato avrebbe potuto davvero aumentare il benessere del popolo pur nel rispetto della gerarchia delle funzioni come sopra delineate.

Non a caso un Linz promosse l'idea dello Stato dirigista, ossia non solo regolatore ma anche interventista in economia, come alternativa a quella che lui chiamava l'ideologia dei bottegai, ossia il liberismo di Adam Smith.

Come ha ricordato più volte anche Maurizio Blondet furono governi di "destra" ad inventare lo Stato sociale (Bismarck, Mussolini, a modo loro anche gli Asburgo).

Nel dopoguerra questo tipo di Stato fu democratizzato ma non rigettato.

Esso diventò il modello tipico dell'Europa: lo "Stato sociale di mercato". Che non negava i diritti del mercato e dell'economia ma a condizione che fossero circoscritti al loro giusto ruolo e posto: di terzo rango secondo l'antica tripartizione funzionale indoeuropea.

Il primato doveva rimanere al Politico, ossia al Bene comune se vogliamo dirlo in termini cattolici.

Questo primato non era affatto in contrasto con l'essenza moderna e liberale dello Stato come, anche, Stato di diritto.

Solo che perché un tale tipo di Stato sociale di mercato a primato politico potesse sussistere aveva bisogno di grandi statisti, capaci di grandi tensioni ideali e di indicare al popolo i motivi forti dello stare assieme, e non di politicanti da strapazzo come quelli attuali.

Ecco: è mancata la qualità umana di chi ha governato. E' questo probabilmente il più grande difetto della democrazia che sembra sempre selezionare al rovescio il personale politico.

Così anche le politiche keynesiane, di intervento con una spesa pubblica di qualità, sono diventate soltanto politiche clientelari a scopo elettorale.

La globalizzazione, con il superamento transfrontaliero dello Stato come soggetto dello scenario storico ed internazionale (sostituito con le organizzazione transnazionali), ha fatto il resto, rendendo impossibile il necessario ma selettivo protezionismo (che non è assoluta autarchia ma decisione sulle priorità dello Stato nello scambio commerciale internazionale).

Si rifletta sul fatto che quando lo Stato era in grado di fare una intelligente politica protezionista anche i lavoratori autonomi e gli operai delle fabbriche avevano il "posto fisso" assicurato a vita.

Ho anziani parenti che hanno passato una vita di lavoro nella stessa azienda nella quale furono assunti da giovani, decenni fa.

Lo Stato sociale di mercato, il dirigismo economico, necessita di una cultura statualista e non aziendalista, di un forte senso dello Stato e della nazione da parte di chi deve governarlo. Necessita in altri termini del primato del Politico sull'economico (e del Sacro sul Politico).

Ecco perché ho parlato di necessità della ristatualizzazione dello Stato. Anzi: della rifondazione dello Stato secondo lo schema tradizionale trifunzionale.

Ora, mi si permetta di poter dire che, alla luce di quanto appena esposto, le idee e le proposte di Brunetta sono esattamente contrarie alle mie, che come ha potuto notare non sono affatto di "sinistra".

A mio giudizio rimane assolutamente necessario che ogni terapia sia posta innanzittuto sul piano etico e su quello dell'educazione dei cittadini al senso della nazione, dello Stato e della cosa pubblica. E' necessario che tutti si convincano che Tradizione e diritto di natura vogliono che economia e produttività siano soltanto uno degli elementi del "buon governo" e non quello esclusivo o principale.

Ma è difficile che il Salame, che oggi ci governa, ed i suoi ministri, da Brunetta a Fini (una eccezione la faccio, ma senza troppe speranze sui suoi effettivi margini di manovra, per Tremonti), capiscano tutto questo.

Lo scrivente non ripone nessuna, dico nessuna, fiducia nel Salame che mentre insieme a Brunetta, Fini e soci promette pubblico rigore etico e una scuola rinnovata in base a principi meritocratici poi trasmette dalle sue televisioni, quelle televisioni alle quali va gran parte della responsabilità del dilagare della secolarizzazione nella nostra società, un telefilm come "I liceali" nel quale la scuola è presentata alla stregua di un campus sessantottino con professori permissivi, amici degli studenti, e che fumano, insieme a loro, il classico spinello, oppure con professoresse in fregola lussuriosa per il collega ed il preside anziano che se la fa con la giovane professoressa, la quale a sua volta se la intende anche con un alunno. Per non parlare degli studenti tutti presentati come "selvaggi con il telefonino". Naturalmente l'unico professore che interroga e mette 2 ai somari fa la parte del "cattivo", isolato e detestato anche dai suoi più "aperti" ed "illuminati" colleghi.

Ecco perché dico che le ricette di Berlusconi e di Brunetta sono solo un ulteriore danno e che il Salame pensa soltanto ai suoi affari. Basta guardarne le tv per capirlo.

Un saluto.

Luigi Copertino



Francesco
... , giugno 03, 2008 22:27

Al sig. Peucezio.

Non credo che il fatto di scrivere il gradimento di un certo servizio serva a qualche cosa. I "furboni" della PA taroccherebbero sicuramente i risultati a loro favore anche se c'è una terza parte che dovrebe redigere un rapporto (quante autority e quanti comitati di controlo esistono in italia?).
Il metodo dovrebbe essere sempre quello: colpire le tasche. Ritorno al suo esempio della sanità. Se l'ospedale ricevesse i soldi dello stato (quelli che vengono dalle tasse di tutti) non perchè li deve ricevre, ma perchè io porto a loro una "dote" economica allora cambierebbe tutto. In altre parole se all'ospedale A mi trattano male io vado all'ospedale B dove mi trattano meglio, allora l'ospedale B riceverà la mia "quota sanità". Cioè i soldi delle tasse. Senza tante scrittture o algoritmi matematici vedrà che le cose cambieranno sia per l'ospedale B che per A. Vede sig. Peucezio non è che non mi fidi di una terza parte, è che la natura umana nasce con un frattura (la vogliamo chiamare peccato originale?). Quindi il massimo che possiamo fare è innescare un "conflitto di interessi" tra due parti: l'utente ed il fruitore del servizio.
Lo stesso criterio potrebbe essere usato per la cultura, per esempio con i "buoni scuola".

La ringrazio delle osservazioni. E' sempre un piacere crescere in questo sito.

Grazie ancora ad effedieffe (a proposito da dove viene il nome fdf?).

------------------------------------------------


Dal nome dell'editore del sito, Fabio de Fina.

La redazione



Francesco
... , giugno 03, 2008 22:58

Per il sig. Copertino

Non sono d'accordo completamente con quello che scrive Copertino. Emotivamente sono più vicino al sig. Nicola, perchè la situazione che viviamo è surreale (diamo così...).
I suoi argometi ancorchè verissimi trascurano, a mio parere, la concretezza.

"L'uomo non vive di solo pane" è verissimo. Qualsiasi atto noi compiamo anche se noi ne vediamo solo la materialità ha in sè un qualcosa di enorme che solo possiamo intuire. Così lo Stato come associazione di uomini che si danno una regola di convivenza è più di un'associazione di uomini, ha in sè una scintilla sovrumana, perchè gli uomini la portano dentro. In questo senso lo Stato è grandioso ed ha un valore quasi sacrale.

L'assenza di riconoscimento di questa scintilla, che l'uomo è un qualcosa di più che un "tubo digerente", porta come consegenza allo scadimento di tutto e quindi anche al disfacimento dello stato.

Partendo da questo sig. Copertino la conseguenza è che solo ricostruendo una "virtù" la società potrà essere ricostruita. Perfetto. Ma come ricostruirla? (ci torneremo tra un momento).

Semplificando al massimo il suo discorso si potrebbe dire che una società di uomini "virtuosi" costruirà uno stato validissimo anche se l'organizzazione sarà pessima. Perchè dove non "arriva "l'organizzazione" arriverà la virtù degli uomini.
D'altra parte una società dove l'organizzazione è perfetta, ma fatta di uomini "marci" produrrà risultati sicuramente negativi. Ma non quanto una società fatta di regole "folli" e di uomini "marci" come ora mi pare di assistere in Italia.

Quello che voglio dire è che se si migliorasse l'organizzazione (le regole) non si potrebbe stimolare un richiamo alla virtù?
Potrebbe questa essere una delle modalità di ricostruzione della virtù perduta?
Un richiamo a regole più chiare e semplci non sarebbe come dire, basta furbi, basta ladri?

Grazie ancora delle idee "nuove" che mi portate.



Nicola
Roma,Montesacro , giugno 04, 2008 09:32

Touchè! Ha ragione sig. Copertino. Ho scritto le mie "rimostranze" subito dopo aver letto la galeotta frase.A mia scusante c'è il fatto che leggo e scrivo ,seduto alla cassa tra conversazioni coi clienti e disposizioni da impartire ai miei collaboratori. Leggendo attentamente il suo commento nonchè l'ottima replica mi verrebbe da dire che parliamo la stessa lingua su un piano dove Lei si trova come docente ed il sottoscritto discente.
Aggiungo apprezzamenti anche per il sig. Francesco quando aspira a migliorare le regole per stimolare la virtù.
Mi consola trovarmi in sintonia con menti eccelse e uomini di cuore che frequentano questo sito.
Saluto tutti con simpatia ricordando, purtroppo, che qualsiasi tentativo di riforma in tutti i campi deve tener conto della nostra sovranità limitata e dello strapotere raggiunto dalla forza del denaro in virtu' di questa folle finanziarizzazione di tutte le opere umane egregiamente denunciate dal grande Blondet.Brunetta è semplicemente uno dei tanti allineati alla filosofia del sistema.
Temo che per un mondo migliore bisognerà attendere l'implosione (l'apocalisse che vede Blondet?) del sistema per rifare qualcosa di buono dalle sue ceneri.



stefano bonka
... , giugno 04, 2008 16:51

Se veramente questi bauscia di politici volessero veramente eliminare gli assemteisti,basterebbe poco,basterebbe eliminare i tre quarti abbondante di politici che non fanno na mazza e piano 25mila euro al mese,ed un altro quarto che fa politica non per il paese ma per farsi le leggi per i propi interessi e l'italia sarebbe una grande svizzera altro che bau bau micio micio,in poche parole alle ultime elezioni si doveva mandarli a casa tutti,perche tra un governo di mafiosi incapaci ed un altro di mafiosi incapaci, non c'è nessiuna differenza.


Luigi C.
Chieti , giugno 04, 2008 19:46

Caro sig. Francesco,
che le regole buone incentivino la virtù è pur vero, ma credo che in ultima istanza bisogna fare affidamento soprattuto sull'educazione o, se vuole, sulla cultura, sull'identità e sulla storia di un popolo. Ora, purtroppo la nostra storia nazionale è contrassegnata dal fatto che l'unità nazionale, perseguita strumentalmente per avversione alla Chiesa dalla massoneria, è stata conseguita contro l'identità cattolica del nostro popolo e dunque (lo diceva persino un Gramsci) senza alcuna partecipazione di popolo al processo risorgimentale (anzi, il popolo, come nel caso della rivolta del brigantaggio post-unitario al Sud, fu contro il risorgimento). Questo ha comportato che gli italiani hanno visto nello Stato il loro nemico e si siano inventati una cultura del "come fregare lo Stato". Di qui l'inciviltà dilagante, la mancanza di senso della cosa pubblica. Forse regole più rigide potranno parzialmente rimediare. Penso che, però, se non si porrà rimedio alle ferite profonde che ci portiamo dietro dalla nostra storia le regole da sole non basteranno. Negli anni '30 si è tentato, magari in un clima non proprio liberale, di rimarginare quelle fratture: sto pensando al Concordato. Ma poi è stata tutta una frana.

Caro sig. Nicola,
anch'io sono contento di poter condividere idee e valori con persone come lei. Non sono docente di nessuno ma soltanto un uomo che cerca di testimoniare la Verità. Poi che vengano tutte le possibili soluzioni tecniche, anche quelle di decurtare lo stipendio agli assenteisti (salvo il caso di malattia ma costringendo i medici a visitare a casa i malati e non per telefono). Solo, per favore, non si pensi di risolvere il tutto con qualche spettacolare provvedimento di questo tipo. Ci ha fatto caso che lo slogan usato da Brunetta "colpirne uno per educarne cento" è lo slogan rivoluzionario di Mao poi ripreso dalle BR. Sarà pure un caso: ma mi sembra di scorgere un parallelo tra i neocons americani che provengono tutti da sinistra (ed infatti in molti hanno sospettato che essi non sono conservatori ma rivoluzionari trozkisti) e parecchi personaggi oggi passati con il Berlusca. Anche Brunetta ha un passato di sinistra ed è di provenienza socialista.

A quanto dice il sig. Stefano Bonka vorrei aggiungere da parte mia che bisognerebbe mandare a casa anche, e forse per primi, gli eurodeputati che sono membri di un parlamento senza poteri legislativi (nell'U.E. decide tutto la Commissione e soprattuto la BCE) ma sono pagati profumatamente, forse anche più dei deputati nazionali. Pagati per svolgere una funzione meramente consultiva del tutto inincidente sulle vere decisioni (prese - ripeto - dalla Commissione e dalla BCE).

Un saluto.

Luigi Copertino



Gabriele - viva Brunetta, ebbene sì
Londra , giugno 04, 2008 22:20

Trovo interessanti le osservazioni di Copertino, ma dissento totalmente. La cura per la P.A. non è può essre un ritorno alla “sacralizzazione” della P.A., concetto ormai anni luce lontano da noi (mi viene in mente , mutatis mutandis, l’ironia di Ariosto nei confronti delle ormai scomparse virtù cavalleresche e ai vani tentativi di ritornarvi). La P.A. dell’Età dell’Oro è in crisi profonda anche in Francia. Tempo un deputato francese propose dalle colonne di Le Figaro l’abolizione della stessa ENA, vista non a torto come una della cause della decadenza francese.
Dunque la via è proprio quella indicata da Brunetta.
Lo sanno tutti che la pubblica amministrazione non è la fabbrica fordista, ciò non che significa che debba essere , come è da tempo, l’incarnazione dell’inefficienza, un mostro che complica la vita delle persone, lungi dal semplificarla. Se proprio vogliamo mettere la Politica al di sopra dell’economia, come Copertino dichiara di fare, allora dobbiamo concludere che il settore pubblico dovrebbe essere perfino più efficiente di quello privato, proprio perché si propone di difendere l’interesse generale i diritti dei cittadini, e per farlo di fatto vive con il loro contributo “forzato” (le tasse).
La scienza dell’organizzazione ha fatto passi da gigante e i metodi adottati delle aziende più importanti del mondo (come la Lean Production della Toyota o la Six Sigma della Motorola) possono essere perfettamente adottate dal settore pubblico e adattate alle sue peculiarità.
Io lavoro per una grande impresa a Londra e posso dirvi che gestiamo l’amministrazione di circa un milione di clienti (una mole di informazioni spropositata) con circa 10 mila persone . Consideriamo che a Palazzo Chigi ne “lavorano” 5 mila…). Nel computo dovrei inoltre escludere alcune di queste, per esempio il settore News che ovviamente si occupa d’altro , magari con il 5% dei dipendenti RAI fornisce notizie televisive 24 ore al giorno in più lingue. Ma sorvoliamo.
Tutti i dati relativi ai clienti e alla nostra attività sono informatizzati, divisi in una serie di tipologie riconducibili ai dipartimentio di competenza ma accessibili a tutti i colleghi. La carta praticamente non è usata come strumento di lavoro. Sono pubbliche le informazioni su chi è in ufficio, a che ora è entrato/uscito, quanto e come ha lavorato. I clienti che chiamano il customer center devono attendere meno di mezzo secondo prima che un operatore alzi la cornetta e il loro problema è risolto in pochi minuti. I livelli gerarchici sono solo pochissimi, la burocrazia (intesa come lentezza decisionale, concetto purtroppo noto anche al settore privato) non esiste proprio.
Tutti vorrebbero uno Stato che funzioni così . Il disastro sotto gli occhi di tutti (basti pensare alla bancarotta della Giustizia) mostrano che la PA deve fare salvi i suoi obiettivi, ma anche assimilare concetti come efficienza, produttività , trasparenza, meritocrazia , se vuole…sopravvivere. Ci vuole una rivoluzione, lo so. Per questo, ben vengano le citazioni di Mao.



Teseo - Abbasso Brunetta, ebbene si
... , giugno 05, 2008 10:25

Gabriele ha scritto:

"Io lavoro per una grande impresa a Londra e posso dirvi che gestiamo l’amministrazione di circa un milione di clienti (una mole di informazioni spropositata) con circa 10 mila persone . Consideriamo che a Palazzo Chigi ne “lavorano” 5 mila…)"

Un esempio piuttosto infelice, non le pare? A scuola una volta si insegnava che mele e pere non possono essere sommate. Oggi Brunetta direbbe che 5 per e 5 mele fanno 10.
Ma 10 cosa? Non ha interesse.

L'importante è snocciolare dei numeri e in base a questi stabilire regole. Si fanno statistiche, conti, risparmi, si parla di economia aziendale...
La parola d'ordine è OTTIMIZZARE ma nessuno si chiede in funzione di cosa.
Oh bella, in funzione del risparmio e dell'efficienza.
Non servono 10mila persone per fare un certo lavoro, ne servono solo 3mila. Le restanti 7mila via.
Via dove? ad essere disoccupati.

Il benessere della nazione è dato dalla ricchezza di TUTTI i suoi componenti. I 7mila disoccupati non arrichiranno certo la nazione.
E allora troviamo un lavoro per i 7mila che consideriamo esuberi.
E non quel lavoro è ipocritamente definito "a termine", cioè il nuovo schiavismo.

A me sembra che tutto il discorso di Brunetta, a parte le sue fatue volgarità forcaiole, tenda a potenziare una sola cosa: gli utili di uno Stato-azienda che considera i suoi cittadini strumenti di lavoro alla stregua di macchine.

Del resto questo è il liberismo.



fabiog
milan , giugno 05, 2008 16:01

@teseo

non si capisce perchè gli altri cittadini debbano meritarsi il lavoro... sudarselo... fare di tutto per tenerselo e invece i poveri statali debbano vivere nel limbo dell'impunità e fancazzismo... inutile negare che una buona parte è così... magari non sempre per colpa loro... ma tant'è... se tutti i dipendenti pubblici lavorassero come lavorano la maggioranza dei dipendenti del privato, avremmo i servizi pubblici più efficenti e migliori del mondo... è indubbio!
cmq brunetta è troppo speranzoso... mi accontenterei della mobilità obbligatoria dove ci sono esuberi... si ridurrebbero in un battibaleno i fancazzisti!
saluti
fabio



Luigi C.
Chieti , giugno 05, 2008 19:39

Al sig. Teseo,
grazie per la sua riflessione. Come disse una volta anche Blondet, la differenza, o almeno una delle differenze, tra lo Stato e l'azienda sta proprio nel fatto che il primo non può licenziare i suoi cittadini (il riferimento naturalmente è anche a tutti i lavoratori del privato che grazie alla delocalizzazione causata dalla globalizzazione perdono il lavoro) come fa una qualsiasi azienda con i suoi dipendenti.

Per il sig. Gabriele,
vede Lei ha perfettamente ragione nell'immediato. Lei è dalla parte dei vincenti, ossia di coloro che sono con il vento della storia in poppa, mentre lo scrivente è dalla parte dei perdenti, ossia di coloro che hanno perso o stanno perdendo la partita. Lei è un "rivoluzionario" perché aderisce allo spirito del tempo, mentre lo scrivente è un "reazionario" perchè quello spirito, pur sapendo di non poter vincere, contesto e non approvo. Se si fossero storicisticamente adeguati allo spirito del loro tempo i repubblichini, gli ultimi difensori della borbonica Gaeta, i difensori della Roma papalina, per fare solo qualche esempio, non avrebbero certo combattuto. Di più, se avesse preferito adeguarsi al proprio tempo anziché alla Volontà del Suo Eterno Padre, Nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe mai salito sulla Croce. La mia consolazione è solo quella, come vede, di sapere che in un'ottica transtemporale sono dalla parte del giusto. Vede, alla fine sono proprio i "reazionari" ad averla vinta. Non certamente nell'immediato bensì nella lunga durata. Pio IX, ben due anni prima che Marx pubblicasse il Manifesto, aveva denunciato il pericolo e la dannosità del comunismo. Sempre Pio IX quando pubblicò il Sillabo apparve un incallito reazionario anti-liberale, un Papa fuori del suo tempo e dalla storia. Eppure oggi tutti gli storici riconoscono che invece la sua fu lungimiranza sia per quel che riguarda il comunismo sia per quel che riguarda i danni spirituali e sociali del liberalismo. Augusto Del Noce è oggi riconosciuto come uno dei più grandi filosofi cattolici del XX secolo, per aver pronosticato con grande anticipo "il suicidio della rivoluzione" e, caduto il muro di Berlino, l'emergere del "nuovo totalitarismo liberale". Eppure quando diceva tali cose era considerato un povero vecchio fuori del tempo, un nostalgico di un mondo che non c'era più. Ora, non è che lo scrivente voglia paragonarsi a Pio IX o ad Augusto Del Noce. Loro sono delle cime himalaiane, lo scrivente è appena una collinetta. Cerco solo di dire che c'è sempre una nobiltà nella sconfitta e, soprattuto, che mentre il tempo appartiene ai "rivoluzionari", l'eternità appartiene ai "reazionari".
Vorrei però aggiungere che forse l'eterogenesi dei fini, ossia quel processo storico-filosofico per cui le idee, se errate, finiscono sempre per produrre risultati contrari a quelli promessi, è già in atto e sta già denudando le menzogne liberiste e mondialiste. Cito dalla prefazione di due testi di Giulio Tremonti, rispettivamente "La paura e la speranza" e "Rischi fatali":
1) "E' finita in Europa l''età dell'oro'. E' finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la 'cornucopia' del XXI secolo. Una fiaba che pure ci è stata così ben raccontata. Il tempo che sta arrivando è un tempo di ferro. I prezzi - il prezzo delle merci e del petrolio, il prezzo del denaro e degli alimenti - invece di scendere (come promesso dal liberismo, n.d.r.), salgono. (...). Cosa è successo? E' successo che in un soffio di tempo, in poco più di dieci anni, sono cambiate la struttura e la velocità del mondo. Meccanismi che normalmente avrebbero occupato una storia di lunga durata, fatta da decenni e decenni, sono stati prima concentrati e poi fatti esplodere di colpo. Come si è già visto in tante altre rivoluzioni, quella della globalizzazione è stata preparata da illuminati, messa in atto da fanatici, da predicatori partiti con fede teologica alla ricerca del paradiso terrestre. Il corso della storia non poteva certo essere fermato, ma qualcuno e qualcosa ... ne ha follemente voluto e causato l'accellerazione aprendo come nel mito il 'vaso di Pandora', liberando e scatenando forze che ora sono difficili da controllare." (è, questa di Tremonti, anche se lui non lo dice apertamente, una incredibile descrizione dell'abbattimento del Katechon che fino ad oggi ha tenuto sotto controllo forze inquietanti, psichiche e finanziarie, che agiscono nell'aria),
2) "1989: cade il muro di Berlino. 1994: nasce la World Trade Organization. Il mondo accellera la sua corsa: è la globalizzazione. Per la storia le date contano, e altre ancora ce ne sono di fondamentali. Il settembre 2001: la reazione violenta del fondamentalismo arabo. 11 dicembre 2001: la Cina entra nel WTO. Dopo il muro di Berlino cade il muro di Pechino. Il mondo non è e non sarà più come prima. L'ingegneria genetica della politica ha infatti tratto dai due cadaveri eccellenti del comunismo e del liberalismo (opportuno questo riferimento alla natura necromantica della globalizzazione, n.d.r.) un nuovo Frankenstein: il mercatismo. Mercato unico, pensiero unico, uomo a taglia unica, errore unico. PERCHE' LA VITA NON SI RIDUCE AL GRAFICO DEL PRODOTTO INTERNO LORDO. LA FELICITA' NON S'INCORPORA NELLA CONCORRENZA. S'infrangono i vetri della serra che per mezzo secolo ha protetto il giardino dell'Europa. Non è l'Europa che è entrata nella globalizzazione, è la globalizzazione che è entrata in Europa. Cogliendola impreparata. A differenza di popoli che avvertono il pericolo e votano 'contro', i giardinieri dell'Europa politica hanno invece continuato imperterriti come se niente fosse successo. E' così che, per la prima volta nella sua storia, l'Unione Europea esce dallo spirito del tempo. Disegnata su un passato che non c'è più, proiettata verso un futuro diverso, stordita dall'illusione stupefacente del suo vecchio benessere ... la politica europea non s'avvede che un fantasma sta arrivando e, anzi, già s'aggira alla sua periferia: il fantasma della povertà.".

Aggiungo questa altra riflessione di Tremonti da Il Corriere della Sera del 31/05/2008: "Non è che non vi siano stati periodi della storia in cui il mercato non ha avuto una funzione, anche estesissima. Ma mai nella storia un mercato così potente aveva dominato una estensione così estesa del mondo ed un numero così alto di abitanti. Mai l'idea del primato del mercato su ogni altra forma sociale era stata una ideologia e così forte.".
Ecco: pur per altre vie anche lo scrivente è giunto alle conclusioni di Tremonti circa il sovvertimento in atto del rapporto gerarchico tra Politico ed Economico e circa il fatto che la felicità promessa dal liberismo era una menzogna che ci sta portando via anche quel po' di benessere che le precedenti generazioni avevano faticosamente saputo costruire, ma senza pretese messianiche e senza "paradisi terrestri", e che noi, per correre dietro ai gatti ed alle volpi della globalizzazione, stiamo dissipando. Si guardi un po' in giro: non vede che quest'umanità è profondamente infelice? Il che spiega l'aumento veritiginoso della ricerca di felicità effimere nel sesso sfrenato, nella droga, nell'edonismo selvaggio. Puro nichilismo che ci sta distruggendo dopo averci ingannato, come dice giustamente Tremonti, con le sue promesse di pacificazione e benessere planetario che avremmo dovuto conseguire grazie al primato del mercato mondiale.

Quanto sopra mi consente anche di rispondere al sig. Fabiog: se non fosse stato per la globalizzazione i lavoratori del privato avrebbero conservato il loro posto ("fisso" quanto quello pubblico) e non sarebbero stati costretti a lavorare di più per guadagnare di meno. Con la conseguenza che ora non ci sarebbe tutto questo odio dei privati contro i pubblici (che comunque stanno ormai, e non da quando c'è Brunetta, ma da circa 15 anni, gradualmente perdendo ogni cosiddetto "privilegio"), e viceversa. La globalizzazione liberista ha aperto la guerra tra lavoratori e tra poveri: a tutto vantaggio del vero padrone del vapore, ossia il capitale finanziario, speculativo e transnazionale.
Se ciò l'aggrada, contento lei. Ma non è prendendosela con il "capro espiatorio" dei pubblici che i privati riusciranno ad riottenere le garanzie che hanno perso.

Un saluto.

Luigi Copertino



Gabriele - risposta a Teseo
Londra , giugno 05, 2008 22:24

Caro Teseo, mi sembra che il filo d’Arianna Lei lo abbia perso da un pezzo.
Prescindo dal suo esempio frutticolo, che trascende le mie capacità cognitive – se le interessa paragonare simile e simile, la informo che mentre a Palazzo Chigi lavorano 5 mila persone, qui a Downing Street ce sono solamente 50. Tanto per dirle che il buongiorno si vede dal mattino.
Seguendo quindi il suo ragionamento mi verrebbe da chiederle: perché lo Stato non assume tutti? Se da domani in Italia ci fossero 58 milioni di dipendenti pubblici, avremmo garantito “la ricchezza di TUTTI i suoi componenti” , come lei auspica? Ha mai sentito dire che “se qualcuno riceve un reddito che non produce, qualcun altro produce un reddito che non riceve?”.
Lo Stato non può e non deve essere una spugna per assorbire disoccupazione, per quanto la cosa possa piacerle. Lei chiede “ottimizzare in nome di cosa? “ . Forse in nome della sopravvivenza, ha mai notato che l’Italia è un paese in declino? I russi dicono che ciò che smette di crescere comincia a marcire : marciscono infatti gli Stati come il nostro, con una spesa pubblica vicina al 50% , che schiaccia la crescita economica sotto al 2%. La PA è indispensabile al funzionamento dell’economia, ma oltre una certa soglia critica distrugge ricchezza invece di crearla.
Secondo Lei gli Italiani dovrebbero lavorare 6/7 mesi all’anno per pagare le tasse? Per avere le province, le comunità montane, 300 mila auto blu, i pensionati 50enni nonostante l’ecatombe demografica, i 20 mila dipendenti della RAI e via dicendo? Per avere statali pagati per leggere il giornale? E’ questo lo “Stato-sociale” di cui essere fieri? Questo è invece uno Stato di cui vergognarsi, proprio quello che “considera i suoi cittadini strumenti di lavoro alla stregua di macchine.” I tax payers al lavoro per i tax-consumers, contribuenti-sudditi da massacrare impunemente di tasse per dare il posto fisso a una minoranza di privilegiati.
Ergo, se continuiamo a pensare come Lei (lo Stato mamma deve darti uno stipendio) andremo allegramente verso la bancarotta. Per fortuna il Ministro della Funzione Pubblica ha deciso di tagliare il nodo gordiano, meglio tardi che mai. Le spese inutili vanno eliminate , quelle indispensabili (scuola, sanità) vanno razionalizzate.
Prima che Lei possa accusarmi di voler introdurre le favelas in nome del liberismo, le faccio un solo esempio di cosa intendo per razionalizzare : prima alle scuole elementari vi era un solo maestro per classe, cosa condivisa quale che fosse il metodo pedagogico adottato, dato che il maestro era giustamente visto come un punto di riferimento simile alla figura paterna. Un bel giorno, è stata invece introdotta la pedagogia sindacale, secondo la quale i maestri andavano …triplicati. Catastrofe economica ed educativa al tempo stesso .
Sull’eliminazione tout court delle spese inutili, per ridurne il costo sociale basta adottare misure intelligenti – poi sul perché un operaio possa essere licenziato e un dipendente pubblico no, preferisco sorvolare, non vorrei insinuare anche questo dubbio nella sua Weltanschauung.
Un esempio è la riduzione del turnover, peraltro già adottata dal precedente governo: in una decina d’anni potremmo risparmiare l’equivalente di una lunga serie di Finanziarie da salasso. Per Nicola Rossi del PD si potrebbe in molti casi usare anche il prepensionamento (non ho le informazioni sufficienti per dire se questo costituirebbe un aggravio o un risparmio della spesa pubblica, quindi sospendo il giudizio). Ma bagni di sangue all’orizzonte proprio non riesco a vederli. Mi sembra solo che la festa sia finita: sarà difficile d’ora in avanti essere pagati per scaldare le poltrone, fare 2 mesi di assenza per “malattia”, uscire in orario di lavoro per fare la spesa o passare un pomeriggio al bar.
Una tragedia, vero? Spero comunque che l’ira funesta di Brunetta non si abbatta su di Lei. Nel frattempo, le consiglio la lettura di Bastiat, assicurandole che potrà vedere le cose sotto un’ottica diversa. Come i prigionieri della platonica caverna, la verità le brucerà gli occhi, ma con il tempo potrà abituarsi. Regards



fabiog
milan , giugno 06, 2008 00:08

gentilissimo dottor Copertino,
mi dispiace deluderla ma il posto fisso "quanto quello pubblico" nel privato non è mai esistito; da sempre in caso di esuberi nel privato si taglia, se c'è necessità altrove si trasferisce, se non produci.. se non accalappi clienti.. non dai un buon servizio o sbagli i preventivi; sei con le chiappe nude!
ci sono sicuramente grandi aziende che hanno per legge offerto più garanzie(delocalizzano volentieri), ma mai quanto nel pubblico, senza contare che in italia oltre il 90% delle aziende hanno meno di 15 dipendenti e le tutele sono poche o nulle, da sempre..
io cmq non mi sto lagnando per garanzie che ho perso e che vorrei riottenere; anzi... sono ormai autonomo da anni, garanzie non ne ho alcuna.
sono un tax payer, e in cambio ricevo un servizio insultante; gli scandali sono all'ordine del giorno da sempre, basta poi dover avere a che fare con la pubblica amministrazione per rendersi conto che un sacco di gente mangia a sbafo! quasi ogni notizia di cronaca ha dietro qualcuno che non ha fatto il suo lavoro.. non ha controllato... non ha trascritto... non si è degnato di muoversi... non ha fatto quello per qui è pagato! abbiamo il pra che è perfettamente inutile come i suoi passacarte che non passano neppure quelle, fai la radiazione di una targa e ti arrivano multe per bolli per anni; paghi la rottamazione e dopo tot anni la tua macchina risulta ancora circolante!! e sei tu che devi dimostrare, correre, perdere tempo.. è ufficiale.. il pra serve solo a vessare il cittadino e a dare posti di lavoro rilassanti! un po come il demanio, che lascia che accadano scempi edilizi, fa sequestri fittizi, ma ce lo dobbiamo tenere, serve perchè il cittadino onesto debba pagare gli oneri! lasciamo perdere il periodico invio di cartelle pazze... che costano allo stato.. ai cittadini... a tutti... e nussuna testa cade mai! poi saltan fuori i numeri dei dipendenti pubblici in alcune regioni che in rapporto alla popolazione sono un vero scandalo, e non succede nulla.. si vedono gli arsenali militari con centinaia di persone che giocano a carte tutto il giorno o vengono a fare concorrenza in nero a me! insomma... non sono molto daccordo con lei; non sono certo un liberista globalizzatore, anzi... ma questo è uno scandalo che continua da decenni e che va stroncato in maniera brutale.
uno stato nel quale se qualcuno decide candidamente di non pagarti è impossibile ottenere ciò che ti spetta, ma non solo.. pretende comunque la sua parte, dove vuole andare? è una gran fortuna che al posto di brunetta non ci sia io, perchè credo che dall'oggi al domani ci sarebbero un milione di mangiapaneatradimento in mezzo ad una strada! chi ha fatto il suo dovere non avrà nulla da temere... gli altri? beh... si raccoglie ciò che si semina.
troppo comodo raccogliere ciò che seminano gli altri(colleghi onesti compresi)..
saluti
fabio

ps:la globalizzazione... un bel problema.... sopratutto con uno stato assolutamente inefficente, costoso ed incapace di attrarre il minimo investimento... difficile essere competitivi in queste condizioni... che piaccia o no va tutto rivoltato come un calzino!



fabiog
milan , giugno 06, 2008 00:14

@gabriele

“se qualcuno riceve un reddito che non produce, qualcun altro produce un reddito che non riceve?”.

sottoscrivo il suo messaggio completamente... purtroppo molte persone pensano che lo stato funzioni a compartimenti stagni.. non è così!
solo un'appunto.... se si calcolano tutte le tasse indirette un tax payer lavora più di 6/7 mesi per pagare lo stato...:-(
saluti
fabio



Teseo - L'Italia che va in malora
... , giugno 06, 2008 07:48

Lei non è solo disinformato sulla realtà della pubblica amministrazione, e questa non è una colpa, è se mai una ingenuità diffusa credere al tam tam dei media che strombazzano inadempienze e sfrenatezze degli statali.
L’unica realtà che vedo è un’Italia in preda all’ennesima manipolazione esterna, e se lei sta a Londra dovrebbe capire di cosa parlo. Innegabile è infatti che l’Italia era una nazione gioello che ebbe la sventura entrare in guerra, ne uscì a pezzi, ma con le strutture portanti ancora all’avanguardia; e su queste basi i nuovi padroni non italiani cominciarono a costruire la loro colonia.
Vennero messi dei burattini al posto di politici e dirigenti, dei profittatori al posto di amministratori, e in breve il modello sociale costruito con genialità per garantire equilibrio sociale e progresso vero, divenne una catena di intrallazzi e di favoritismi in mano ai sindacati e ai politici.
Poi, cambiato il modello a livello mondiale, fatto crollare il blocco sovietico, qualcosa doveva cambiare anche in Italia; e sul Britannia furono decise le privatizzazioni. In nome dell’efficienza, del risparmio, del modello aziendale.
Così oggi l’Italia è ridotta a un fantasma senza nome, ma questa, lei dirà, è la logica del mondo, del mercato, e nessuno sforzo di fantasia è lecito per proporre un altro modello. Tuttavia questa non doveva essere l’ultima manipolazione.
L’avvento inopinato del centrodestra al potere ci dice che qualche lavoro sporco deve essere fatto, e già se ne vedono le avvisaglie. Non bastava aver ridotto l’essere umano a merce con l’avvilimento del lavoro a prestazione d’opera a termine, un vero mondo di braccianti che non avranno mai stabilità sociale e familiare perché non sanno se il lavoro ci sarà nel loro domani. Bisognava criminalizzare il lavoro a tempo indeterminato inventando storielle sugli statali fannulloni e bombardando le masse con queste favolette, ben sapendo che l’italiano tartassato e insicuro non chiede altro che capri espiatori da mettere sulla forca.
La degenerazione dello stato sociale in stato assistenziale è solo un aspetto di quella corruzione del sistema-italia che stupidamente si vuole addebitare agli statali fannulloni. L’Italia va in malora per il malaffare degli imprenditori, veri negrieri della nostra epoca, che ci hanno fatto invadere da orde di stranieri prevalentemente criminali solo per avere mano d’opera a basso costo; con l’immorale complicità dei sindacati e della Chiesa. La favoletta dello statale delinquente è anche il brutale e rozzo attacco di questi amorali affaristi contro chi non rientra nel sistema di lavoro-schiavitù, uomo-merce. Mai come in questa evoluta epoca imprenditoriale abbiamo avuto lavoratori al nero, morti sul lavoro, salari bassi. E’ questo il progresso che vuole Brunetta?
O dobbiamo adottare il modello anglosassone? Non mi faccia parlare di quella enorme metropoli di schiavi che è Londra. Basta aver girato per le vie del centro puzzolenti di fritto e affollate di fantasmi che corrono addentando un panino perché non possono fermarsi un attimo. Veramente un bel modello sociale.



fabiog
milan , giugno 06, 2008 08:44

eh no caro Teseo... il tam tam dei media che ci condiziona?
la mia ex compagna ha lasciato la regione lombardia dove lavorava per ritornare nel privato perchè le giornate non finivano mai, rispetto ai suoi ritmi non si faceva nulla... e se si faceva il proprio dovere si veniva pure trattati in malo modo... e parliamo della regione lombardia... vogliamo immaginare qualche altra regione meno operosa?
poi lei dimentica che per mantenere questo livello di vita e lavoro che lei definisce umano.. giusto e sacrosanto... indeterminatio a tutti i costi.... qualcuno deve pagare, solitamente qualcuno non garantito... e si... il conto non lo paga lo spirito santo!
suvvia... basta aver bisogno della PA per rendersi conto della realtà... altro che favolette su statali fannulloni.... magari lo fossero!!!
è inutile arrampicarsi sugli specchi... anche se vi voltate dall'altra parte, il mondo non è cambiato solo per noi.....
saluti
fabio



Teseo - L'Italia che va in malora
... , giugno 06, 2008 10:39

1) La Regione e la Provincia sono istituzioni fasulle create per avere un bacino elettorale d'alto bordo, con stipendi e indennità scandalosamente alte rispetto ai comuni statali.

2)Dimenticavo di elencare fra le cause dell'odio verso gli statali, l'invidia. Un sentimento che fu alla base del massacro dei kulaki, contro i quali i bolscevichi aizzavano il popolo.

3) Non funziona il ragionamento: siccome qualcuno ha il posto fisso è un privilegiato. Il posto fisso non è un lusso, ma una NORMALE garanzia di stabilità. Senza il posto fisso non si mette su famiglia, non si può fare progetti sul futuro.
Lo stato non deve assistere i cittadini, ma creare un modello di stabilità, strutturando la società, e non permettendo che prevalgano gli interessi di pochi magnati che sfruttano i deboli.
Chi viene trattato come un animale non deve pretendere che tutti vengano trattati come animali.

4) Uno stato che fomenta le tensioni sociali a tutti i livelli (Brunetta contro gli statali, Napolitano contro i "nordisti") è uno stato che non potrà mai costruire nulla, meno che mai il benessere e la stabilità sociale.



fabiog
milan , giugno 06, 2008 12:49

ok teseo...
1)quindi da domani mattina eliminiamo regioni e provincie e mandiamo tutti a spasso no? lavora in un comune?

2)l'invidia per lo statale la può avere un lavoratore di call center a 400euro al mese.... io sinceramente aspiro a qualcosa in del posto statale garantito con stipendietto invariabile...

3)se senza il posto fisso a vita non si può metter su famiglia o fare progetti mi sa che in italia abbiamo qualche milione di miracoli... la garanzia di stabilità è una barzelletta.... io non sono manco sicuro che i miei clienti mi paghino...

saluti
fabio



Luigi C.
Chieti , giugno 06, 2008 19:16

Caro sig. Fabiog,
non nego le sue ragioni. Come ho detto già al sig. Nicola ed al sig. Gabriele: non le nego nel concreto e nell'immediato.
Tuttavia vorrei che quanto ho in precedenza detto sia valutato per quel che è: una analisi storica e "filosofica" dei processi socio-economici che da più di vent'anni ci hanno condotto nell'abisso della globalizazzione.
Se Lei riflette sulla base di una ricostruzione storica, vedrà che venti/trenta anni fa l'intera società italiana, anzi l'intera società occidentale, era molto più stabile sociologicamente parlando.
Rilegga bene le mie citazione di Giulio Tremonti, che descrivono benissimo quel che è accaduto negli ultimi 10 anni ossia la concentrazione in poco tempo di un processo che, naturalmente, ossia senza volontà accelleratorie, si sarebbe sviluppato su una scala secolare, coinvolgendo gradualmente, ma senza provocare fratture sociali, più generazioni. Invece si è voluto accellerare un tale processo. Con conseguenze devastanti.
L'ho già detto, per esperienza. Ho diversi anziani parenti che hanno lavorato tutta una vita nella medesima industria nella quale furono assunti da giovani. Magari con qualche periodo di cassa integrazione, dovuta, però, ed ecco la differenza, non a delocalizzazione dell'azienda datrice di lavoro, che invece rimaneva sempre dov'era, ma a momentanei cali di produzione. L'azienda non appena