La speculazione finanziaria è la causa prima dell’impennata del prezzo del petrolio. Questo è il «verdetto» della conferenza di Gedda tra paesi produttori e consumatori di greggio, convocata dall’Arabia Saudita.
All’incontro, cui hanno partecipato capi di stato, ministri e managers delle società petrolifere, mancavano però i principali imputati, ossia i rappresentanti di Goldman Sachs e di Morgan Stanley, che sono le banche di investimento americane più attive sui mercati delle materie prime. La loro assenza non si è comunque avvertita molto, poiché la loro difesa è stata assunta dal rappresentante degli Stati Uniti. Secondo il ministro dell’energia americano, Samuel Bodman, «non vi è alcuna prova che la speculazione finanziaria sia all’origine della volata dei prezzi». Per Bodman, «il denaro segue l’andamento dei mercati, non è lui a condurre».
Di parere opposto sia i sauditi sia gli altri paesi produttori, i quali sostengono che sul mercato fisico non vi è alcuna carenza di petrolio. Anzi, per alcune qualità di petrolio, quelle più difficili da raffinare, addirittura non si trovano acquirenti. L’arringa statunitense non ha comunque convinto, tanto che nel comunicato finale della conferenza si può leggere che «una migliore trasparenza e una maggiore regolamentazione dei mercati finanziari sono necessari per arrivare ad una stabilizzazione del mercato del petrolio».
I sauditi hanno tuttavia voluto mostrare la loro disponibilità a frenare la corsa del prezzo del greggio, annunciando che dalla settimana prossima aumenteranno di 200 mila barili il giorno la produzione di greggio. Questo aumento della quantità di greggio estratto dai sauditi non pare destinato a frenare la corsa del prezzo del petrolio. Infatti nonostante la decisione saudita fosse nota da alcuni giorni, venerdì scorso il prezzo del barile è salito a 134,62 dollari. Quindi nulla cambia, anche perché è da escludere un intervento delle autorità americane sui mercati delle materie prime per «strangolare» la speculazione finanziaria, ad esempio obbligando gli operatori a ritirare il petrolio fisico alla scadenza di un contratto future.
Nulla verrà fatto. Nel frattempo altri miliardi e miliardi di dollari gestiti da banche, Hedge Funds, fondi di investimento, ecc. si scaricheranno sul mercato delle materie prime e su quello dei generi alimentari, spingendo al rialzo i prezzi. Il motivo è semplice: sono gli unici mercati dove i prezzi si muovono chiaramente in una direzione e dove la finanza può ancora sperare di guadagnare. La bolla è dunque destinata ancora a gonfiarsi e i prezzi a subire anche nuovi bruschi rialzi sull’onda di timori di un attacco militare israeliano contro l’Iran o per possibilii eventi politici (ad esempio, in Nigeria) o naturali (cicloni, ecc.) che potrebbero interrompere o ridurre l’attività di estrazione di alcuni pozzi petroliferi.
È però altrettanto certo che questa bolla prima o poi scoppierà. I tempi sono comunque molto importanti. Infatti se il prezzo del petrolio dovesse restare ancora a lungo sopra i 130 dollari il barile o se addirittura dovesse ancora salire, è certo che le prospettive dell’economia mondiale, già in difficoltà per la crisi dei mutui subprime, diverrebbero ancora più cupe. E forse solo una pesante recessione delle economie occidentali sarà in grado di far scoppiare questa bolla. Si tratta comunque di un prezzo altissimo che è da aggiungere a quello della crisi del sistema bancario generata dalla nuova ingegneria finanziaria, nei confronti della quale si sta constatando una sempre più preoccupante incapacità di reazione da parte dei governi.
Alfonso Tuor
Fonte > Corriere del Ticino (23 giugno)
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