Le ultime vicende umane, militari e politiche che travolsero la RSI ed il fascismo, dal 25 al 27 aprile 1945, rappresentano uno spartiacque storico tra quella che era stata la storia, la funzione e l’essenza di questo movimento e quello che poi sarà il neofascismo del dopoguerra.
Capire quel che accadde in quel fazzoletto di ore, perché accadde, e cosa esattamente sia successo è importante e decisivo non solo per la verità storica, ma anche per avere un riferimento preciso nell’attualità.
Introduzione
Le ultime vicende di Mussolini e della Repubblica Sociale Italiana, come ebbe già a rilevare Bruno Spampanato nei primi anni ‘50, sono in buona parte governate da una certa irrazionalità che derivava dall’impatto psicologico, conseguente al disimpegno bellico dell’alleato germanico (già evidente dalla presa di Bologna del 20 aprile ‘45, ma palesatosi nelle intenzioni di una resa contrattata di nascosto, solo il 25 aprile), sugli uomini di una repubblica immersa dentro una guerra che tutti avevano sempre intuito dovesse chiudersi con una sconfitta, ma il cui epilogo veniva sempre rimosso e rimandato senza che nessuno avesse mai progettato seriamente un preciso piano per far fronte all’apocalisse che si sperava mai imminente.
Può sembrare incredibile, ma come vedremo l’unico che fino all’ultimo mantenne un atteggiamento coerente e fermo, fu Mussolini, anche se dovette improvvisare alcune iniziative a seconda delle situazioni che mutavano in continuazione e mano a mano che passavano le ore, doveva spostarsi di località in località perdendo molti dei suoi seguaci.
Non c’è dubbio che il fascismo cadde a Como il 26 aprile 1945, mentre Mussolini rimasto pressoché solo non ebbe scampo, pochi chilometri più avanti, sulla strada della Valtellina.
Quello che accadde quel giorno a Como è di una semplicità evidente e sconcertante e ancora Bruno Spampanato, con il suo «Contromemoriale» pubblicato sull’«Illustrato» negli anni ‘50, lo aveva percepito con perfetta lucidità quando aveva contestato, una ad una, tutte le scusanti addotte da alcuni comandanti superstiti della colonna fascista giunta in città, i quali cercavano
di spiegare i motivi e le contingenze per cui si era arrivati a sottoscrivere una resa con il CLN dalle nefaste conseguenze.
L’unica cosa, infatti, che quella mattina, da parte dei dirigenti e comandanti fascisti, era logico e doveroso attendersi, non appena la colonna dei fascisti partita da Milano tra le 4 e le 6 del mattino arrivò dalle 8 in avanti a scaglioni in Como e non trovò Mussolini all’appuntamento prefissato, era quello di far superare l’inevitabile disorientamento che poteva diffondersi nelle fila dei seguaci e proseguire immediatamente per Menaggio, dietro al Duce, forse senza neppure spegnere i motori.
L’ordine preciso, categorico e immediato doveva essere uno solo: «Dobbiamo proseguire perchè Mussolini si è dovuto spostare a Menaggio dove ci attende!», nient’altro che questo.
Come fino a quel momento si era fatta la strada Milano - Como, ora non restava altro da fare che proseguire per quella verso Menaggio, al massimo attendendo che, con gli arrivi a scaglioni dei fascisti, si formassero delle colonne sufficientemente numerose ed armate da avviare mano a mano sulla strada di Mussolini.
Fermarsi a riflettere, consultarsi, attendere tutti gli altri, discutere fu la fine di tutto, perchè quello che era difficile fare a «botta calda» sarebbe divenuto impossibile con il trascorrere delle ore.
Si finì quindi per disgregarsi, per impantanarsi in discussioni che portarono ad una resa tanto incredibile quanto ingiusta e assurda perchè, non solo conseguita all’insaputa e senza il consenso di Mussolini, ma addirittura trattata con un avversario che in quel momento in Como e dintorni e per tutta la strada fino a Dongo non aveva alcuna consistenza militare.
I delegati del CLN, apparsi come ectoplasmi in città, dietro le spalle dei funzionari della RSI che da tempo cercavano il modo indolore per defilarsi da quelle poltrone, ed altri che mano a mano con il passare delle ore spuntavano con il loro bravo bracciale tricolore e transitavano negli uffici istituzionali, rappresentavano in quel momento solo se stessi, non avevano divisioni garibaldine e neppure grossi contingenti armati con i quali imporre le loro condizioni.
Avevano soltanto la forza del tempo che inesorabilmente li avvicinava alla vittoria finale, all’arrivo degli Alleati, al travolgente spuntare dei soliti «partigiani dell’ultim’ora».
Tuttalpiù potevano contare sulla presenza di vari e sparuti nuclei di partigiani che lungo la strada che partiva da Milano e arrivava fin su alla Valtellina minacciavano seriamente le strade o potevano occupare e isolare alcune località evacuate dai presidi fascisti.
Anche nelle zone dove il giorno dopo venne fermata la colonna, militarmente inerme, di Mussolini, affiancata dai camion della colonna dei tedeschi che non avevano alcuna intenzione di battersi, le forze partigiane rappresentate soprattutto dal distacccamento della 52° Brigata Garibaldi «Luigi Clerici», assommavano in tutto a poche decine di elementi, per giunta male armati.
Sarebbe bastato, quel giorno in Como, agguantare un paio di questi melliflui neo dirigenti partigiani, con o senza bracciale, e minacciare di passarli immediatamente per le armi, perchè a tutti gli altri passasse la voglia di trattare, proporre condizioni, consigliare una «resa onorevole» dietro il solito pretesto di «risparmiare lutti alla cittadinanza».
I lutti invece li causeranno ai fascisti oramai inermi e arresisi!
Certo, per i fascisti, uscir fuori da quella situazione non era uno scherzo, non bastava il solo coraggio che pur sicuramente avevano; ci voleva anche decisione, polso fermo, audacia, visione militare del problema, tutte doti che in quel momento vennero a mancare, ma soprattutto perchè, come vedremo, nei più mancava la convinzione fanatica e rivoluzionaria, l’unanimità degli intenti politici ed ideologici, che dovevano indicare la condotta da seguire per chiudere la guerra e la pagina del fascismo repubblicano.
E si finì così per consegnare le armi di quei pochi che, in quel clima di indecisione ed incertezza, ancora non le avevano gettate per conto loro.
Furono quindi i fattori emotivi, irrazionali e la mancanza di polso, che impedirono ai comandanti fascisti di reagire e superare il momento di sbandamento, i pericoli e le difficoltà incontrate.
Ma come accennato questa «emotività» che determinò l’inspiegabile sosta in città, non fu solo frutto delle contingenze e del caos disorganizzativo di quelle ore, essa ha anche una sua ragione, ha delle premesse di ordine psicologico, ha dei contenuti latenti persino di carattere ideologico.
In quelle ore, infatti e sia pure anche come conseguenza di uno scollamento logistico nei collegamenti, si era venuta a creare una latente diversificazione tra le scelte e gli intendimenti di Mussolini che, seppur non chiari, avrebbero dovuto essere compressi «ad intuito», se ci fosse stata una forte comunanza ideologica e politica e quindi assecondati se non preceduti nelle intenzioni,
e quelli di alcuni capi del fascismo arrivati a Como.
Le varie anime della RSI
Noi non dobbiamo immaginarci i fascisti ed i tanti partecipanti alla RSI come un blocco unico e compatto animato da una ideologia e da una volontà sola.
Certamente una fede affettiva in Mussolini era presente tra tutti i suoi seguaci, ma la composizione ideologica ed il patrimonio personale, storico, dei fascisti in genere, era alquanto difforme.
A parte, infatti, quelli che avevano aderito alla repubblica essenzialmente sulla base di un genuino impulso a voler riscattare l’onore della bandiera macchiato dal tradimento badogliano, o per il forte richiamo emotivo che il nome di Mussolini esercitava negli animi, ed a parte coloro che erano stati chiamati da Mussolini per esigenze pratiche e tecniche ovvero per rimettere in piedi uno straccio di Stato e di Esercito senza i quali ogni sforzo e sacrificio ulteriore sarebbe stato vano, ai quali ultimi poi bisogna anche aggiungere coloro che, «semplicemente», proseguirono le loro attività di ufficio, burocratiche e di polizia solo perchè si erano trovati dalla parte centro nord delle penisola e quindi sotto la giurisdizione della neonata RSI, a parte tutti costoro, bisogna anche considerare molte particolarità e ambiguità tra chi deteneva importanti cariche nella repubblica.
Non a caso ebbe a scrivere (generalizzando l’uso, in questo caso improprio, del termine «fascisti») Franco Bandini nel 1985, che tra i membri della RSI c’erano anche: «
... una quindicina di fascisti di alto ed altissimo rango... che erano stati messi a quei posti da potenti forze che ‘non’ erano fasciste. Uomini che superarono indenni la tormenta e che nella nuova Italia post Liberazione, ricoprirono gli stessi incarichi e gli stessi posti di comando che avevano avuto prima. Questo ristretto gruppo di persone condusse un gioco che non è affatto chiaro neppure oggi e che potrebbe aver avuto, come elemento centrale, proprio la soppressione del dittatore ed il trapasso indolore dei documenti...».
Considerando poi la parte più ideolocizzata del fascismo repubblicano, ci accorgiamo che siamo in presenza di diverse specificità politiche e stati ideali diversi.
Non tutti i fascisti, infatti, ed in particolare stiamo parlando dei capi, dei comandanti e dei dirigenti del fascismo repubblicano, erano profondamente compenetrati dalla svolta socializzatrice e rivoluzionaria dell’ultimo fascismo e neppure erano ideologicamente convinti di una lotta a tutto campo che assurgeva ad uno scontro di civiltà tra le tradizioni europee contro l’Occidente, una lotta che doveva rappresentare il vero contenuto di quella «guerra contro l’oro» che altrimenti sarebbe rimasta una vuota retorica.
Come sempre accade nella storia quelli che sentivano questi valori, l’elite del fascismo repubblicano e rivoluzionario, erano certamente una minoranza.
Molti, nella massa dei fascisti, erano soprattutto dei nazionalisti, degli anticomunisti storici e persino dei conservatori, magari «illuminati» dalle scelte sociali di Mussolini, ma pur sempre intimamente dei conservatori.
Era un’altra anima del fascismo, legittima anch’essa, diffusa in quanto figlia del «ventennio», ma alquanto diversa dalla sostanza rivoluzionaria del fascismo repubblicano.
E’ significativo che al Direttorio del PFR di Maderno del 3 aprile 1945, presieduto da Pavolini, quando si cercarono di buttare giù le basi operative per una lotta da proseguire in Italia, una volta finita la guerra e determinatasi la sconfitta militare, proprio Pino Romualdi,
(1) il vice segretario del PFR, quello che poi sarà tra i responsabili della resa di Como, non si trovò d’accordo sulle linee programmatiche indicate da Pavolini, Zerbino, Solaro, Porta ed altri che prospettavano per i fascisti nel dopoguerra, anche in clandestinità, una lotta contro l’occupante e a difesa delle innovazioni sociali della RSI contro ogni restaurazione monarchica e liberista.
Il fatto è che Romualdi ed altri come lui incarnavano l’anima e lo spirito di quel fascismo nazionalista, di «destra» prevalentemente anticomunista e sostanzialmente filo occidentale.
Non fu quindi un caso che nel dopoguerra uomini come Romualdi e Giorgio Almirante (quest’ultimo neppure seguì il suo capo di gabinetto, al ministero della Cultura Popolare, Ferdinando Mezzasoma, nell’ultimo viaggio) operarono per trasbordare sulla sponda conservatrice e ultra atlantica i reduci del fascismo repubblicano.
Magari con la differenza che almeno Romualdi, oltre ad arrivare in armi a Como, era sempre stato e sempre sarà fino alla fine, un uomo di «destra» e dunque con una sua coerenza ideale, mentre Almirante fece le stesse operazioni, ma mascherandole sempre con una finta appartenenza alla componente «sociale» del fascismo che poi puntualmente, come fece alla vigilia dei congressi del MSI del 1956 a Milano e del 1965 a Pescara, tradiva per accordarsi con la segreteria di Michelini che aveva nelle sue mani le leve e la borsa della direzione del partito.
Ma queste sono altre storie
(2).
Dunque, bisogna tenere conto che tra i fascisti che arrivano la mattina del 26 aprile a Como, ci sono tantissimi di loro che hanno questa impostazione ideologica alquanto diversa da un fascismo repubblicano sostanzialmente antioccidentale e dalle ultime scelte socializzanti di Mussolini.
Si potrebbe obiettare che anche Mussolini aveva cercato nel corso delle fasi finali della guerra di inserirsi in un gioco diplomatico con gli inglesi, nella illusione che questi potessero essere sensibili a porre un argine a quella che si palesava sempre più come una estesa penetrazione sovietica in Europa e magari, sollecitati dal timore delle documentazioni in suo possesso, potessero accondiscendere ad un ribaltamento del fronte.
Sembra, infatti, a parte alcuni contatti o sondaggi, da diplomazia segreta, di cui ci sono rimaste solo delle vacue testimonianze, che abbiamo una registrazione di una telefonata con Hitler del 28 febbraio 1945, a conferenza di Yalta ancora fresca, in cui Mussolini ed Hitler si interrogano sulla cecità inglese a non rendersi conto del pericolo sovietico.
Mussolini quindi, illudendosi su presunti screzi tra alleati, che sembravano emergere da quella conferenza, chiede ad Hitler il consenso ad intraprendere passi verso gli inglesi per tentare, forte della sua documentazione, quella strategia che verrà poi definita «tentativo di dividere gli Alleati». Ma Hitler, sappiamo dal testo registrato, non era ancora d’accordo a giocare questa carta.
Se tutto questo si era anche potuto cercare di intraprendere, la precedente obiezione però non è pertinente, perchè bisogna considerare che un conto potevano essere le eventuali manovre strategiche che il Duce, da capo dello Stato e di un governo ancora in vita, poteva intraprendere nel disperato tentativo di far uscire l’Italia dalle conseguenze di una inesorabile sconfitta e quindi, tra queste, anche quella di giocare la carta dell’antisovietismo con gli Alleati, ed un conto erano
i desiderata di quanti, mentalmente ed ideologicamente predisposti, avrebbero voluto trasformare il fascismo in una forza essenzialmente anticomunista da mettere a disposizione dell’occidente, tra l’altro a guerra conclusa, sconfitta subita e Paese colonizzato.
In Appendice a questa ricostruzione storica, comunque, spenderemo qualche parola su questo problema e oltretutto mostreremo chiaramente come, manovre e diversivi per dividere gli anglo americani dai sovietici erano completamente fuori dalla realtà, essendo quelli di Yalta accordi di portata strategica.
Parte prima
La strategia finale di Mussolini e le riserve mentali di molti fascisti
Il problema delle intenzioni di Mussolini, il «che fare» e quel che effettivamente fece o forse meglio quel che fu costretto a subire, in quelle drammatiche giornate di fine aprile ’45, potrebbe sembrare alquanto complesso, ma solo se lo si cerca di interpretare da un punto di vista storiografico ovvero senza cercare di capire le profonde motivazioni psicologiche, politiche e ideali che stavano all’origine di certi atteggiamenti.
Questo perchè, solo sulla base di quel poco che conosciamo e possiamo documentare, è difficile stabilire con certezza assoluta le «intenzioni» o il «perché» dei suoi movimenti dal 25 al 27 aprile da Milano a Como, a Menaggio, ecc.
Qualcosa in più l’avremmo potuta sapere dai suoi più stretti collaboratori, Ferdinando Mezzasoma, Alessandro Pavolini, Francesco M. Barracu, Nicola Bombacci, ecc., ma sono tutti morti.
Gli altri superstiti dell’autoblinda di Musso, per esempio Vincenzo Benedictis (guardia del corpo di Pavolini), Pietro Carradori (brigadiere di PS addetto alla persona del Duce) e la Elena Curti (figlia naturale di Mussolini già impiegata nella direzione del partito), hanno dato più che altro testimonianze di cronaca, ma non potevano certo essere al corrente di complesse situazioni politico militari.
In ogni caso, dai movimenti di Mussolini, dagli incontri e dalle iniziative che si succedono da quando il 18 aprile è arrivato a Milano, lasciando per l’ultima volta la residenza di Gargnano, appare evidente che egli sta cercando di trovare una soluzione alla imminente sconfitta, una soluzione che in qualche modo assolva contemporaneamente (e teniamo a mente questo particolare) a più di un difficile compito: evitare ulteriori distruzioni, salvaguardare gli interessi della nazione, tutelare la vita di quanti avevano partecipato alla RSI, finire in modo dignitoso e in coerenza con gli ideali e le scelte sociali del fascismo repubblicano.
Mentre quindi Mussolini si muove istintivamente su questi presupposti e Pavolini ed altri come lui, nella loro estrema generosità e poetica coerenza, pensano ad una «bella morte» con la quale debba finire il fascismo, molti altri, quelli che abbiamo poc’anzi indicato, non sono mentalmente predisposti a seguire Mussolini in tutte le sue ultime scelte politiche e di vita.
Questi fascisti lo seguono per fede, per amore, ma portandosi dietro la loro riserva mentale.
Costoro hanno infatti una predisposizione istintiva a volersi arrendere agli Alleati, ad attenderli e quindi chiudere in tal modo la pagina della storia del fascismo, magari con la speranza poi
(e qualcuno anche qualcosa di più di una speranza, visti certi approcci con l’OSS americano)
di potersi riciclare nel dopoguerra in uno schieramento «anticomunista», sperando in una rottura tra gli occidentali ed i sovietici
(3).
Altri ancora hanno come soluzione un logico, e umanamente forse anche comprensibile, scantonamento nella vicina confederazione elvetica.
Anche Mussolini sa benissimo che prima o poi dovrà arrendersi agli Alleati, ma cerca di prendere tempo, di mantenere in piedi un simulacro di Stato e soprattutto una simbolica presenza di uomini ancora in armi.
Da qui la scelta di spostarsi, man mano, verso la Valtellina che pur oramai tutti comprendono non è poi quell’ultimo baluardo militare atto a resistere ad oltranza che si era cercato di allestire.
Mussolini, che oltretutto in una resa agli Alleati vede il crollo definitivo delle sue conquiste sociali che avrebbe voluto consegnare ai socialisti ed ai repubblicani, ha bisogno di tempo per giocare le sue ultime carte.
Ermanno Amicucci, già direttore de Il Corriere della Sera, ebbe a scrivere nel suo «I 600 giorni di Mussolini», Edizioni Faro, Roma, 1948: «
Mussolini voleva che gli anglo americani e i monarchici trovassero il nord Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai decidessero nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste sociali raggiunte con la RSI».
Ed ha bisogno di tempo anche per veder ufficializzata quella resa tedesca che gli è stata preannunciata il 25 aprile pomeriggio in Arcivescovado.
Un preannuncio di resa che lo ha spiazzato militarmente rendendogli difficile l’agibilità militare in quelle ultime ore,
(4) ma che una volta dichiarata pubblicamente gli consentirebbe, di colpo, di riscattare tutto il peso dell’8 settembre e riprendersi ogni autonomia decisionale nei confronti dei tedeschi.
Ed invece già a Milano, il 25 aprile in (serata, Mussolini si era trovato in presenza di forti richieste ed insistenze, da parte dei suoi uomini, per restare in città, magari arroccandosi nel Castello Sforzesco e qui attendere gli Alleati.
Una scelta questa finalizzata ad aumentare le possibilità di salvare la vita, ma che non corrispondeva agli intendimenti di Mussolini.
Corrispondeva però perfettamente ai desiderata di quei fascisti genericamente anticomunisti e filo occidentali che abbiamo prima descritto (e tra questi, ci sono anche quelli come Valerio Borghese, uomini di coraggio e di polso, ma che conducevano una guerra tutta loro, in coerenza con l’onore militare, ma certamente non come fascisti repubblicani convinti e soprattutto non come antioccidentali).
Questi fascisti, che poi forse erano la maggioranza, non si rendevano conto che la resa agli Alleati, seppur forse poteva costituire un presupposto di orgoglio per non arrendersi ad una Resistenza che non si ritenva degna di tale qualifica, costituiva però, con l’occupazione del Paese e la sua colonizzazione occidentale, la fine definitiva di quanto il fascismo rappresentava e delle strutture e riforme che pur aveva costruito in Italia.
Sarà questa riserva mentale di molti dei loro capi, unita al crollo del fronte ed al voltafaccia dei tedeschi, che contribuirà ad inchiodare tutte le formazioni fasciste in Como, non appena vi arrivano e non trovano il Duce.
Li inchioda e trascina tutti, compreso uomini come Franco Colombo che pur non sono di quella pasta ideologica e a cui il coraggio certamente non manca, in una serie di inconcludenti trattative, di cause e concause, che costituiranno il principio della fine.
Di fronte ai pericoli ed alle difficoltà che incontrarono in Como, prevalsero gli istinti di coloro che volevano principalmente arrendersi agli Alleati, i quali però erano ancora lontani, e quindi costoro entrarono subito nell’ordine di idee di considerare, nell’attesa dell’evento, la possibilità di mediare una tregua con gli uomini del CLN, che sempre più si manifestavano in città alle spalle delle istituzioni repubblicane (in particolare nella Prefettura).
E così, mentre gli uomini delle morenti istituzioni repubblicane sono già da tempo impegnati a contrattare con la Resistenza un trapasso indolore dei poteri che consenta loro di defilarsi dai loro ruoli senza drammi e conseguenze personali, i capi fascisti troveranno più conveniente risolvere la loro drammatica situazione attraverso un tregua con l’avversario, una tregua dagli intenti, per così dire, transitori che consenta cioè di portare tutti i fascisti in una zona neutra, magari sperando di farci arrivare anche Mussolini, e qui arrendesi agli Alleati.
Da qui ad una vera e propria resa il passo sarà breve.
Tutto assurdo e soprattutto in contrasto con gli ultimi intendimenti di Mussolini.
Benito Mussolini e il suo agire politico
Vediamo adesso di considerare meglio, almeno a grandi linee, il personaggio Mussolini, al fine di avere un quadro introspettivo che ci indichi e ci faccia capire le sue scelte ed i suoi atteggiamenti in quei drammatici momenti, altrimenti inesplicabili.
A nostro avviso si possono individuare abbastanza chiaramente almeno due certezze nella pur poliedrica personalità e attività politica del Duce sempre caratterizzata da un forte
pragmatismo, ma sempre riconducibile ad un filo ideale ben preciso anche se spesso nascosto.
Prima certezza: Mussolini era un rivoluzionario di ordine prevalentemente politico, dove la politica è l’arte del possibile, tanto è vero che mai mise mano ai plotoni d’esecuzione nel mantenimento del potere.
Non era nella sua indole la risoluzione cruenta e definitiva dei contrasti politici.
Per esempio, alla notizia che in Germania c’era stata la sanguinosa «notte dei lunghi coltelli» (giugno 1934), ne restò inorridito affermando: «
E’ come se io facessi uccidere Balbo, Grandi, Farinacci, ecc.»
(5).
Nel ‘40 era entrato in guerra per estrema esigenza nazionale, ma quella guerra l’aborriva, non per principio ovviamente, ma perchè era conscio che l’Italia non era in grado di sostenerla ed inoltre il Paese abbisognava di alcuni anni di pace per consolidare le recenti conquiste africane.
La sua visione geopolitica, alla quale tra alti e bassi si era sempre attenuto, nonostante e in conseguenza dei freni e il «peso» di una nazione con un substrato franco-anglofilo (retaggio di un certo risorgimento massonico) e la deleteria presenza della monarchia sabauda, lo portava a prospettare una dimensione ideologica, politica e sociale dell’Italia, sostanzialmente difforme dal contesto occidentale iperliberista, e strategicamente anti inglese.
La sua base ideologica, infatti, poggiava su una visione dello Stato che vedeva preminenti l’etica e la politica sui fattori economici e finanziari: «crimine» questo che l’Alta Finanza massonica non gli avrebbe mai perdonato.
La geopolitica mussoliniana, inoltre, imperniata sui nostri interessi balcanici, mediterranei ed africani, si scontrava con quelli inglesi, ma partiva dal presupposto che in Europa potesse permanere un certo equilibrio delle forze.
Data, infatti, la nostra cronica debolezza militare ed economica era per lui auspicabile che nè tedeschi, nè inglesi potessero prevalere in modo definitivo (da qui le sue proposte e i suoi interventi a Locarno, Stresa, e i tentativi di pace del 1938/’39 e le sue esternazioni durante la guerra contro i responsabili del conflitto: gli occidentali, ma a suo parere anche i tedeschi).
Se si prendono in esame tutti gli anni del potere mussoliniano e li si considerano estraendone quelli che furono i compromessi e le tattiche e necessità contingenti, si ritrovano sempre tutti gli aspetti ideologici e geopolitici sopra richiamati e questo nonostante si possa essere sviati nell’analisi dal forte pragmatismo di Mussolini, il quale però non è mai fine a se stesso, ma segue sempre lo scopo di adattare certi obiettivi alle necessità e difficoltà del momento, magari procrastinandoli nel tempo.
La stessa socializzazione delle imprese, per fare un esempio, vero evento rivoluzionario della RSI, in definitiva era già in embrione in tutta la politica sociale del ventennio, nonostante quella politica fosse subordinata alle esigenze dello sviluppo e potenziamento della nazione e quindi abbia avuto connotati per così dire di «destra», dove lo stesso corporativismo fu piegato più che altro alle esigenze padronali.
Egli che da buon pragmatico e da uomo di Stato, aveva sempre considerato il fascismo come una «forza» ideologica e politica al servizio della nazione con la quale, per la portata storica delle «nuove idee», per l’etica che rappresentava e per il processo rivoluzionario che aveva messo in moto, finiva per identificarsi con la patria stessa,
(6) non aveva però di «quella guerra» la visione ideologica e apocalittica del fűhrer (vittoria o distruzione totale) e questo ne rappresentò una sua debolezza perchè, a parte tutto, «quella guerra», governata da logiche trasversali e da inconfessabili poteri occulti, non era assimilabile a tutte quelle precedenti.
Il carteggio con Churchill
Mussolini era inoltre in possesso di alcune lettere di Churchill che, accluse a tutto un precedente carteggio, dimostravano che il britannico aveva, negli ultimissimi giorni della nostra neutralità, espressamente chiesto l’intervento italiano in guerra.
Dopo aver, infatti, dapprima cercato di evitare il nostro intervento bellico, ma ritenendolo alfine inevitabile, il Churchill pensò di «accelerarlo», mediandolo attraverso un’«intesa» a «non farsi troppo male» nella fase iniziale e prospettando un imminente «tavolo della pace» con i tedeschi.
Per lo stato in cui si trovava l’Italia e nella drammatica situazione internazionale che la costringeva ad entrare comunque in guerra, era quella una offerta veramente allettante.
L’Italia, infatti, se fosse rimasta neutrale, data la sua conformazione geografica e la possibilità di un estendersi del conflitto, alla lunga, correva seri pericoli di essere occupata, per esigenze belliche da uno dei contendenti.
Ma c’era anche il «pericolo» che la guerra si concludesse con un accordo globale tra inglesi e tedeschi (ostinatamente cercato dalla Germania che offriva condizioni molto vantaggiose) e l’Italia, oltre ad essere ridimensionata dal suo ruolo nel mediterraneo e nei Balcani, avrebbe sicuramente perso tutte le posizioni faticosamente acquisite nella lontana e scollegata Africa Orientale.
La menzogna del britannico e la sua «esca» consistevano, come detto, nel far credere che si fosse alle porte di una pace imminente e offriva, per di più, un ricco bottino territoriale a spese della Francia.
Invece il vero scopo strategico di Churchill e delle lobby che lo manovravano era quello di allargare il teatro bellico, mossa propedeutica al non ancora prossimo intervento americano e con l’intento, anche per problemi interni alla Gran Bretagna (dove non tutti erano disposti a rifiutare le offerte di pace di Hitler e rischiare di mettere in crisi l’Impero per via dell’approssimarsi di potenze planetarie quali gli USA e l’URSS) di rendere irreversibile la guerra.
Quel carteggio, insomma, attestava chi erano i veri responsabili della guerra, poneva Churchill in gravi difficoltà morali e politiche e smascherava tutta la propaganda di guerra alleata!
Di tutte le intercettazioni telefoniche ed epistolari carpite di nascosto dai tedeschi e che mostrano senza ombra di dubbio l’importanza del carteggio e l’intenzione di Mussolini di utilizzarlo nell’interesse nazionale, vale per tutti questa frase detta dal duce a Claretta Petacci, parlando di Pavolini: «
... lui non può capire la situazione, non può collaborare. Perciò io devo rispettare il suo punto di vista di parte. Lui non conosce gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima della nostra entrata in guerra. Non ne ho parlato con nessuno. E Churchill ancora meno. Bisognerà raccontare una buona volta questa storia. Chi dovrebbe parlarne oggi? In tutto la conoscono cinque persone!».
Questa bomba di documentazione Mussolini la tenne sempre con sé in una piccola borsa di pelle di 25 cm. x 18 non fidandosi di cederla ad alcuno.
Di tutto il copioso carteggio complessivo aveva poi fatto fare almeno tre copie fotografiche, nascoste in giro (anche all’estero) e con la speranza che si salvassero e fossero utili alla nazione (invece....).
Era questo, come dimostrano anche le intercettazioni telefoniche ed epistolari fatte dai tedeschi, un atteggiamento finalizzato non ad uno sfruttamento privato del carteggio, ma ad un suo uso per gli interessi nazionali e per giustificare il suo operato di governo nel 1940.
Quando il duce fu catturato a Dongo si disse poi che erano state sequestrate almeno tre borse di documenti: una trovata con Mussolini sul camion, una affidata a Casalinuovo ed una trovata a Marcello Petacci.
Del loro contenuto si hanno solo vaghe indicazioni soprattutto perchè ebbe ad essere saccheggiato e fatto sparire nei giorni successivi.
C’era sicuramente parte del carteggio con Churchill con i famosi 62 fogli delle lettere che finirono poi in mano al PCI e a quel Carissimi Priori posto a capo dell’ufficio politico della questura di Como.
Ma della piccola borsa con le lettere più compromettenti di questo carteggio, quelle con «gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima della nostra entrata in guerra», sicuramente sequestrata a Dongo addosso a Mussolini dal Bellini delle Stelle «Pedro» e/o Urbano Lazzaro «Bill», del comando della 52° Brigata che lo aveva fermato, non se ne è mai saputo nulla (o quasi).
Seconda certezza: Mussolini nel 1945 riteneva inevitabilmente persa la guerra ed era conscio che il fascismo sarebbe finito con essa.
Cosciente di questo, e coerente con la sua visione della guerra, aveva ferma intenzione, a prescindere della sua persona, di conseguire un minimo di risultati:
1. evitare sangue e distruzioni al Paese, firmando oltretutto ogni domanda di grazia sottopostagli. In quest’ottica sperava di mediare un trapasso dei poteri con il CLNAI che evitasse i lutti e gli consentisse uno sganciamento indolore dalle grandi città del nord, ma non fu possibile per l’evidente volontà nemica, soprattutto comunista e massonica, di spazzare via il fascismo anche attraverso un bagno di sangue;
2. con la fine del fascismo, esperire almeno un tentativo politico, finalizzato a lasciare in eredità alle forze moderate di sinistra le riforme rivoluzionarie della socializzazione e della repubblica, ma anche questo non fu possibile perchè i vincitori della guerra avevano distrutto il fascismo proprio perchè, nonostante la retorica del ventennio e i freni borghesi e savoiardi, ne avvertivano tutta la portata distruttiva per l’occidente capitalista.
Le forze di sinistra «moderate», come i socialisti, poco contavano e in quei giorni erano impegnate, assieme agli azionisti, a difendere le case e i beni dei grossi magnati, figuriamoci se potevano difendere la socializzazione.
Non per niente, finita la guerra, furono tutti d’accordo nell’abrogare immediatamente le riforme della socializzazione e quelle sul monopolio azionario, riconsegnando la gestione delle aziende al grande capitale!;
3. sfruttare l’importanza del carteggio e ottenere, per la nazione, un alleggerimento delle conseguenze della sconfitta militare e, ovviamente la salvezza per chi aveva partecipato alla RSI, ma non fu possibile per il precipitare degli eventi che impedirono a Mussolini una trattativa con le armi ancora in pugno e per l’ignobile comportamento di coloro che poi lo razziarono e lo svendettero agli inglesi;
4. consentire a tutti i fascisti che lo volessero, di mettersi in salvo in qualche modo, contando unicamente sugli irriducibili rimasti fedeli.
Personalmente pensò di mettere in salvo la moglie e i figli in Svizzera e la Petacci in Spagna. Neppure questo fu possibile: per i fascisti per i motivi che vedremo e per i familiari a causa del rifiuto svizzero di accogliere donna Rachele e infine per il «colpo di testa» di Claretta che volle rimanere in Italia, coinvolgendo anche il fratello;
5. per se stesso, infine, rimase fermamente irremovibile nella decisione di restare comunque in Italia, sia per un dignitoso attestato morale della sua vita, ma anche per poter esperire fino all’ultimo minuto qualsiasi possibilità si presentasse avendo un governo, sia pure allo sbando e ridotto ai minimi termini, ma formalmente legittimato e militarmente ancora in grado di muoversi.
Fermo rimase anche nell’impegno di non trattare alcuna resa militare con gli Alleati, se non - con o dopo - che lo avessero fatto i tedeschi, e questo per non ripetere l’onta dell’8 settembre;
In virtù di una attuazione di quanto sopra Mussolini, fin dalla sua venuta a Milano da Gargnano del 18 aprile, ha già previsto uno spostamento progressivo, in base agli sviluppi della situazione militare, da Milano a Como e al limite in Valtellina.
Situazione che però precipiterà in modo repentino e imprevedibile.
Se Mussolini avesse voluto salvarsi
Dopo il 20 aprile ‘45, occupata Bologna dagli Alleati, era oramai evidente che i tedeschi praticamente non combattevano più e iniziavano a ritirarsi nei loro acquartieramenti, mettendo in crisi la RSI.
A questo punto Mussolini, volendo, avrebbe potuto mettersi in salvo e questo tanto più quando, il pomeriggio del 25 aprile all’Arcivescovado venne ufficialmente a conoscenza che i tedeschi avevano praticamente raggiunto una intesa, all’insaputa degli italiani, per una imminente resa con gli Alleati.
Diveniva quindi evidente che l’unica possibilità di salvezza consisteva nell’arroccarsi in Milano per condividere, attendendo gli Alleati, la resa con i tedeschi, oppure prendere personalmente
«il volo» verso l’estero lanciando il si salvi chi può.
Mussolini invece preferì procedere nella sua condotta già decisa da tempo e che gli consentiva ancora un minimo di autonomia, trattativa e dignità, evitando una sua diretta consegna al nemico. Non immaginava però che a Como già ci si stava defilando.
Come non ricordare tutte le invenzioni che sono state prodotte circa l’intento di Mussolini di fuggire in Svizzera.
Invenzioni, queste, determinate dalla volontà politica di distruggerne in ogni modo il «mito», agevolate dalla vicinanza geografica della Svizzera dai luoghi di quegli ultimi avvenimenti e propiziate dalle fandonie, profuse a piene mani dai quotidiani in quei giorni di fine aprile.
A parte le notizie di un Mussolini dato presente nei posti più impensabili, infatti, vale per tutti quanto ebbe il coraggio di scrivere l’Avanti, di sabato 28 aprile, in una sua seconda edizione romana, laddove si informava dell’arresto dei gerarchi, come al solito asseriti in procinto di fuggire in Svizzera e per Mussolini si diceva: «mentre il duce stava maciullando con la sua quadrata mascella una bistecca arrosto, un gruppo di guardie di finanza riconosceva l’uomo più fotografato del mondo…, ecc.».
Ma che Mussolini fosse stato fermato mentre «faceva colazione» (particolare di un certo impatto emotivo in quei giorni di fame nera) venne in quelle ore ripreso da molti giornali.
Da qualche anno però gli storici hanno definitivamente abbandonato questa calunnia ed in particolare un documentato lavoro del bravo ricercatore storico Marino Viganò ha spazzato definitivamente via tutte queste illazioni.
Si veda: «Mussolini, i gerarchi e la ‘fuga’ in Svizzera 1944-‘45», Nuova Storia Contemporanea, Numero 3-2001.
Una ricerca storica che risulta tanto più importante ed assume una certa valenza, in quanto trattasi del lavoro di uno storico che certamente non può definirsi di parte neofascista.
Ma, oltretutto, gli storici conoscono bene tutti gli svariati piani di salvataggio di Mussolini, ideati da autorità della RSI, da settori del partito fascista e da personaggi vari del suo entourage e sanno altrettanto bene del totale rifiuto di Mussolini di aderire ad uno qualsiasi di questi progetti che, mano a mano gli veniva proposto sempre più insistentemente, tanto che c’era persino chi pensava di condurlo all’ultimo momento in salvo, con la forza o narcotizzato, contro la sua volontà.
In sintesi e pur con qualche variante di dettaglio tra una versione pervenutaci e l’altra.
Al figlio Vittorio, che proprio negli ultimissimi giorni gli propose di nascondersi in una garçoniere, Mussolini rispose ironicamente: «
Non ti pare che le garçoniere servono per altri scopi?!».
Noto è poi l’avanzato progetto del generale Ruggero Bonomi, sottosegretario dell’aviazione RSI, che aveva predisposto sul campo di Ghedi (Brescia), dei trimotori «Savoia Marchetti 79» (rimasti a disposizione fino agli ultimi giorni di Milano) adatti a raggiungere località come la Spagna dove risiedeva la moglie di Luigi Gatti disposta ad accoglierlo.
Al che, saputolo, Mussolini, più o meno, osservò con ironia: «
E’ questa di Bonomi la soluzione migliore per risolvere la nostra situazione? E tutti gli altri fascisti, poi, dove li metteremmo in quell’aereo?».
Racconta un sia pur fantasioso e non sempre attendibile Virgilio Pallottelli, tenente pilota, che ebbe modo di vedere Mussolini il 25 aprile a sera in Prefettura dopo il ritorno dall’Arcivescovado: «
... di corsa salgo dal duce, è pallido e nervoso. Imploro di andare subito a Linate e volare verso la Spagna. Rifiuta gridandomi che lui non scappa: ‘Virgilio, andremo anche noi sulle montagne, come i partigiani. No, Virgilio non scappo in volo. Andiamo in Valtellina ad aspettare gli Alleati’».
Altri, per esempio Tullio Tamburini, già direttore di Polizia, avevano avuto in mente un sommergibile atlantico.
Renato Ricci, già comandante della GNR, pensava invece ad un piccolo aereo o un MAS, non è chiaro se per consegnarlo agli Alleati o per nasconderlo in Sicilia o in Spagna.
E tanti altri piani di salvataggio ancora di cui ci darà ampia informazione Marino Viganò anche con un altro articolo («Quell’aereo per la Spagna») in appendice alla sua ricerca principale, già citata.
In ogni caso non facile, ma certamente praticabile, sarebbe stata la possibilità di porre in salvo il duce sia in Spagna che in Sud America o forse in Svizzera o anche nasconderlo in qualche località segreta in Italia, anche se poi alquanto problematico sarebbe stato il «dopo» ovvero il «come» affrontare il dopoguerra, ma oltre 20 anni di segreti di Stato ed un compromettente carteggio con Churchill, gli avrebbero forse concesso la possibilità di salvare la pelle.
Ed invece, sul piano personale, si preoccupò unicamente di porre in salvo i suoi familiari mentre egli, con tutte le restanti autorità del governo repubblicano al seguito (alcuni familiari compresi), andò incontro al suo destino.
Mussolini non ebbe scampo
Si intuisce quindi, dati questi presupposti, che il duce non ebbe scampo, anche perchè, seppur da politico di razza, su tutto era capace di trattare e di mediare e su ogni situazione riusciva sempre a barcamenarsi, mai però avrebbe leso gli interessi nazionali.
E proprio nell’ottica degli interessi nazionali muoveva i suoi ultimi passi.
Egli venne praticamente a trovarsi su un crocevia di morte, non tanto e non solo perché in possesso di un prezioso «carteggio», quanto perché schiacciato dagli interessi anglo americani che hanno progetti post bellici di colonizzazione di tutta l’Europa e su questi progetti hanno coinvolto anche i sovietici (Yalta); quindi è spiazzato dal tradimento dell’ala «filo occidentale» della Germania, incarnata da Himmler e rappresentata in Italia dal generale delle SS Wolff e dall’ambasciatore Rahn, che contrattano una resa segreta con gli Alleati nelle cui trattative non poteva non essere «considerata» anche la persona del duce (ovviamente senza una consegna diretta, per non apparire Wolff & Co. dei traditori).
Ed infine è travolto anche dall’interesse sovietico a tacitarlo per sempre affinché non possa attestare le intese che dagli anni ‘20 e fino al ‘41, intercorsero tra Roma e Mosca o le «mediazioni» in cui si impegnò il duce per far uscire la Russia dalla guerra (è noto che il PCI non prendeva alcuna seria iniziativa senza ordini o senza un beneplacito da Stalin)
(7).
E tutto questo dramma si svolse sul suolo italiano, dove un re fellone è nell’incubo che, vivo Mussolini, possa esser chiamato a dar conto delle sue responsabilità nella guerra.
La massoneria internazionale, al tempo trasversalmente presente tra tutte le fazioni in lotta, compresa la RSI, e influente persino nella condotta bellica alleata, fece il resto (si spiega così l’ambiguo comportamento delle missioni americane, puntualmente in ritardo e apparentemente tese a recuperare Mussolini, di cui la più importante di queste, venne posta da Allen Dulles nella mani del capitano Emilio Daddario, ritenuto uno dei suoi elementi più inefficienti, come a dire che si lasciò «mano libera agli inglesi, che da parte loro erano impegnati a suggerire l’eliminazione sbrigativa del duce»).
Ma è il tener fermo di Mussolini nel voler a tutti i costi rimanere sul suolo italiano, nel non volersi trincerare in Milano o in Como, perdendo mano a mano i pezzi di coloro che gli stavano attorno, desiderosi di mettersi in salvo senza che, al contempo, arrivino consistenti contingenti armati da Como, che lo porta diritto a Piazzale Loreto.
Comunque sia Mussolini resterà irremovibile anche nella sua decisione di non espatriare, di temporeggiare fino all’ultimo, ma con le ore che passano non può prospettare alternative, programmi concreti, evidenti vie di uscita ai suoi uomini: il disorientamento e lo sconcerto, in quelle ore sarà destinato ad aumentare.
E si può immaginare lo strazio che dovette subire il duce (indirettamente ben documentato da Marino Viganò nella sua citata ricerca, quando parla delle ore passate tra Menaggio e Grandola), di fronte all’angoscia di vedere tanti «fedelissimi» che vorrebbero espatriare in qualunque modo e lui che vuol rimanere sul suolo italiano per non diventare, come dirà in quei drammatici momenti (con un tipico modo di dire romagnolo), lo «zimbello del mondo».
Parte seconda
Inattendibilità di alcune fonti storiche e punti fermi nella ricerca
La soluzione per comprendere le vere intenzioni di Mussolini e ricostruire obiettivamente quegli avvenimenti, in particolare la «resa di Como», non può essere cercata solo nelle contraddittorie testimonianze rilasciate da coloro che tra il 25 e il 27 aprile gli furono attorno: personalità e uomini delle Istituzioni repubblicane, comandi fascisti, militi, giornalisti, uomini della resistenza, ecc.
A parte il fatto che quelli probabilmente più informati e a lui più vicini, trovarono la morte e quindi rimasero nell’impossibilità di testimoniare, gli altri hanno di sovente manipolato, perfino inconsciamente, i loro ricordi e le loro testimonianze per giustificare atti e iniziative in effetti alquanto discutibili.
Da una parte, infatti, gli uomini delle istituzioni e delle organizzazioni militari e di polizia repubblicane (il prefetto Renato Celio capo della provincia, il questore Lorenzo Pozzoli, il colonnello Ferdinando Vanini, ecc.), erano necessariamente inclini ad attenuare il loro prematuro defilarsi, il loro aver da tempo trattato sotto banco con le nuove autorità cielleniste un trapasso indolore delle cariche oppure, al contrario, ad esagerarlo per difendersi nei processi contro di loro intentati e acquisire meriti agli occhi della nuova Italia democratica e antifascista.
Dall’altra, i reduci, responsabili dei comandi fascisti, non potendo raccontare le gesta di un ultimo eroico ed epico evento in quel di Como, ma unicamente i particolari di un generale sbandamento e di una ingloriosa resa, per di più causa di successive stragi e comunque responsabile del mortale isolamento in cui si venne a trovare Mussolini a Menaggio, dovevano ovviamente accampare (soprattutto quelli che dal dopoguerra in avanti ebbero interessi di natura politica ed elettorale), ogni genere di giustificazione per il loro operato.
In questo senso appare alquanto singolare che lo stesso bravo ricercatore storico Marino Viganò abbia basato la ricostruzione della «Resa di Como», prevalentemente con i ricordi di Pino Romualdi del quale sembra abbia anche curato le memorie per conto della famiglia (vedi «La resa di Como 26 / 27 aprile ‘45», Storia del XX Secolo, numeri di aprile e maggio 1997).
Gli antifascisti infine, i partecipanti agli eventi della resistenza, come in tanti altri casi analoghi, avevano spesso l’inclinazione ad esagerare particolari insignificanti, a colorare di gesta epiche quello che epico non era mai stato, ad incensarsi nell’agiografia resistenziale.
Il quadro che esce fuori da tutte queste testimonianze, quindi, non può non risentire di questi condizionamenti e non è un caso che le testimonianze più attendibili si ritrovano in gregari, come per esempio Elena Curti, che non avevano niente da nascondere o di cui vergognarsi.
L’unica strada per arrivare ad un minimo di verità, quindi, è quella di attenersi strettamente allo svolgersi dei fatti, quelli oggettivamente accertati, incrociando testimonianze selezionate e trarre da questi fatti le dovute conclusioni.
Questi avvenimenti li riassumiamo qui di seguito e poi li vedremo meglio nei singoli dettagli:
Primo: Mussolini va in Arcivescovado a trattare, non una resa o addirittura una sua consegna al nemico, ma un trapasso indolore dei poteri con il quale sganciarsi e mettere in atto gli ultimi suoi intendimenti per concludere la guerra evitando il più possibile lutti e distruzioni.
Secondo: non accetta di barricarsi in Milano in attesa degli Alleati anche se questo forse gli salverebbe la vita, per non coinvolgere la città in una possibile carneficina, ma anche perchè questo pregiudicherebbe ogni sua possibilità di trattativa e manovra.
Terzo: Mussolini lascia anche Como all’alba del 26 aprile (verso le 5 del mattino), non solo per gli stessi motivi che lo hanno indotto a lasciare Milano, ma anche per la situazione di insicurezza e scollamento che trova nelle istituzioni della repubblica a Como e per i ragionevoli motivi che indicheremo, e lo fa proprio in quell’ora prematura, anche per avere una maggiore sicurezza di trasferimento.
Quarto: non fugge in Svizzera, ma si ferma pochi km. più avanti a Menaggio.
Perchè non abbia seguito la strada lariana orientale (Erba, Lecco, Colico), invece che la via Regina (Menaggio, Sorico) può avere molte risposte di ordine tattico e di opportunità militari del momento (sembra che nella scelta vi influì il federale Paolo Porta e l’impressione di un mutato quadro di sicurezza che fino a poco prima attestava invece più sicura la lariana orientale) che non è poi così importante cercare.
In questo senso, possibili appuntamenti con fantomatici emissari inglesi non sono del tutto da escludere, ma non sono neppure provati, quindi è inutile congetturare ulteriormente.
Quinto: da Menaggio il duce, ovviamente, non si può più muovere senza una adeguata scorta militare che non ha.
Tante sono le cause di tutte quelle inconcludenti ore di attesa, ma bisogna soprattutto considerare questa semplice realtà oggettiva, così come è evidente che egli attende il sopraggiungere di Pavolini con la colonna dei fascisti.
Tornare indietro non avrebbe senso.
Sesto: nonostante con il passare delle ore si vadano vanificando le sue sia pur minime intenzioni strategiche e si renda evidente che ci sono grossi problemi al sopraggiungere di forze fasciste da Como, mentre oltretutto la situazione delle agibilità stradali peggiora, Mussolini ostinatamente rifiuta ogni proposta o consiglio di tentare comunque un espatrio in Svizzera.
E questo fino all’ultimo anche se oramai ogni suo intendimento strategico si è perso per strada.
Settimo: i fascisti che arrivano a Como, non trovandolo, hanno un forte sbandamento morale, ma il fatto che non si sia dato l’ordine di proseguire immediatamente dietro al duce, che non si sia potuto recuperare questo abbattimento e non si sia riusciti a organizzare l’inquadramento di almeno un minimo di forze da portare a Menaggio, ha soprattutto altre cause, tra le quali la poca adeguatezza militare dei sopraggiunti comandanti fascisti, assurdamente convinti che Mussolini debba tornare indietro e intimamente inclini a trovare sul posto soluzioni attraverso trattative.
Tutto questo, unito alle defezioni e il defilarsi degli uomini delle istituzioni repubblicane, che pur avrebbero dovuto ancora essere ancora al loro posto per la RSI, contribuisce al disastro finale.
Le topiche di Franco Bandini
Con molta malevolenza il pur abile scrittore e giornalista storico Franco Bandini, che spesso si innamorava di ipotesi scaturite da sillogismi superficiali, da testimonianze dubbie prese per vere, da particolari tutto sommati marginali, ebbe a scrivere, sbagliando in pieno: «
Nessuno potrà mai fare un calcolo esatto delle forze che la morente repubblica riuscì, nel nome di Mussolini, a coalizzare intorno a sé: ma furono, se vogliamo vedere la realtà quale veramente fu, realmente imponenti, quando le consideriamo con lo stato d’animo che ognuno dei militi in marcia su Como dovette superare, per mettere un piedi davanti all’altro. Tra il 25 e il 26 (aprile 1945), giunsero nella capitale comasca migliaia di militari, tanto persuasi che si doveva morir bene, in un certo modo un poco eroico, un poco letterario, da portarsi dietro, la maggioranza, mogli e bambini. Arrivarono intere Brigate Nere, formazioni speciali, nuclei isolati, forze di polizia, con armi, munizioni e una notevole voglia di combattere: senza quella non sarebbero mai giunti. Arrivarono, anzi erano presenti sin dall’inizio, tutti i capi: non meno di una dozzina di prefetti, una ventina di generali, centinaia di ufficiali, tutti i ministri, meno quello della Giustizia, rimasto a Milano. I capi di Stato Maggiore delle varie armi, e poi giornalisti, questori, uomini di pensiero e di cultura, federali, segretari del fascio di sperdute provincie: insomma tutti coloro ai quali si era dato l’ordine di venire. Naturalmente defezioni ve ne furono, e sarebbe stato strano che non ce ne fossero: ma i fascisti, nella loro massa, risposero all’appello del misterioso fascino che il nome di Mussolini esercitava ancora fortemente su di loro. Ebbe intorno immensamente più di quanto gli sarebbe potuto occorrere per quella bella morte di cui aveva parlato così spesso. Ma non volle, come non aveva voluto il 25 luglio (1943), quando la Milizia, e la sua guardia personale, i Moschettieri del Duce, erano rimasti inerti nei loro alloggiamenti. Sperperò quest’ultimo e sincero nocciolo di affetto, di ammirazione e di slancio, consegnando ognuno alla sua sorte individuale e meschina. Deliberatamente rifiutò, per sè e per essi, quelle possibilità che la sorte, ed il suo stesso nome gli offrivano. Preferì essere solo, considerare chi lo seguiva come un noioso importuno: come uno sciocco ancora immerso in una situazione che egli, nel suo profondo, aveva già superato e dimenticato… Se costoro, e tutti gli altri, avessero avuto un ordine, l’avrebbero eseguito, si sarebbero difesi, certo con accanimento, e forse con valore, a Como come a Menaggio, come a Dongo, come in Valtellina. Non c’era ragione che non lo facessero. Uomini come Pavolini, come Vezzalini, come Gatti, come Utimpergher, Casalinuovo e centinaia di altri, non avrebbero trovato normale o inaccettabile l’ordine di morire sul posto: qualunque cosa di loro possiamo pensare sul piano politico, o morale, in nessun modo possiamo figurarceli come dei vigliacchi… Se morirono così, ammucchiati davanti a un muretto, e non in combattimento, questo risale unicamente alla volontà di Mussolini: possiamo chiederci perché volle così e non altrimenti, ma non dubitare della sua inerzia in quei momenti. Abbandonò i suoi fedeli a Como, li respinse a Menaggio: da lui essi non ebbero che frasi prive di significato, vuote di un qualsiasi programma».
Questa personale interpretazione del Bandini, di un giornalista che oltretutto non si sa fino a che punto può capire la profondità di certe scelte ideali e convinzioni ideologiche, a parte varie inesattezze, come il fatto che Mussolini respinse a Menaggio i suoi fedeli di Como, quando invece li stava aspettando come il pane, è comunque una diretta conseguenza di chi, a tavolino, pretende di ricostruire l’esatto andamento e il motivo di certi avvenimenti, sulla base di quanto ha raccattato nell’immondezzaio di racconti resi più che altro da chi volle rendere una propria giustificazione.
Cervellotico anche il paragone con il 25 luglio ‘43, laddove era evidente, ed uno storico serio come Renzo De Felice ebbe a capirlo perfettamente, che Mussolini in quella delicata situazione, con la guerra in corso ed un rapporto di forza rispetto alla monarchia nettamente sfavorevole, non poteva assolutamente evitare un pur imminente e probabile pericolo, mettendola sul piano della forza, ma unicamente contando (e purtroppo sbagliò) sulla razionalità del re, a cui faceva affidamento, per il quale non avrebbe dovuto essere opportuno e conveniente defenestrarlo.
Non è un caso che nei suoi famosi scoop giornalistici, il Bandini abbia preso spesso svariate cantonate proprio per andare dietro a qualche suo sillogismo basato su precarie informazioni ricevute.
In questo caso poi, il Bandini, per tenere in piedi questa sua cervellotica «intuizione» sulle intenzioni finali del duce, dovette necessariamente completarla puntando sull’altra cantonata, storicamente inconsistenze, di una successiva intenzione di Mussolini di squagliarsela in Svizzera.
Non vale neppure la pena di commentare oltre.
Per concludere occorrerebbe aggiungere che una storiografia esaustiva di quegli eventi dovrebbe anche considerare ed indagare sulle interferenze causate dalla presenza e dal lavorìo, non indifferente, di svariati «servizi segreti», come ebbe a far notare Renzo De Felice: «C’erano persino gli svizzeri, oltre agli inglesi, ai tedeschi, agli americani», («Rosso & Nero», Baldini & Castoldi editori, 1995), ma è inutile addentrarsi in queste spy story se non ci sono documentazioni attendibili e precise; si finirebbe soltanto per fantasticare e complicare le cose, come in effetti si è fatto fino ad oggi aumentando la confusione.
Parte terza
La genesi degli avvenimenti
Ricostruiamo adesso tutto il calvario di Mussolini e della RSI, dall’incontro all’Arcivescovado del 25 aprile 1945, fino alla sua cattura avvenuta sulla piazza di Dongo.
Avvertiamo il lettore che molti orari e intervalli di tempo che saranno appresso riportati e indicati, estrapolati dalle varie testimonianze di chi ha partecipato a quegli eventi, in particolare per la caotica mattinata dal 26 aprile in avanti, sono da prendere con una certa cautela, perchè sono spesso troppo approssimati e li si ritrovano difformi da una testimonianza all’altra.
Per un più completo e particolareggiato panorama delle testimonianze e dei singoli avvenimenti rimandiamo ai testi più completi ed attendibili che si trovano in circolazione, tra cui l’opera di Alessandro Zanella: «L’ora di Dongo» Rusconi, 1993, e la già citata ricerca storica di Marino Viganò: «Mussolini, i gerarchi e la ‘fuga’ in Svizzera 1944-‘45», in Nuova Storia Contemporanea numero 3-2001, visibile anche on line nel sito:
www.italia-rsi.org/miscellanea/nuovastoria.htm.
Interessante e documentato, ma non efficace come ricostruzione storica particolarmente approfondita, l’altro articolo del Viganò, «La resa di Como 26 / 27 aprile ‘45», in Storia del XX Secolo, numeri di aprile e maggio 1997.
Datato, ma ancora valido ed estremamente intelligente nelle sue deduzioni, il «Contromemoriale» di Bruno Spampanato, pubblicato sul Meridiano Illustrato nei primi anni ‘50 e riproposto per i tipi delle edizioni CEN di Roma nel 1974.
Importanti le testimonianze di Elena Curti pubblicate nel suo libro «Il chiodo a tre punte» Iuculano editore, 2003, e quelle di Pietro Carradori pubblicate nel libro di Luciano Garibaldi «Vita col Duce - Pietro Carradori racconta», Effedieffe edizioni, 2001.
Sono questi i testi dai quali abbiamo tratto molte delle testimonianze e citazioni presentate in questo lavoro.
In ogni caso, prima di addentrarci nella ricostruzione degli avvenimenti succedutisi in poco più di due giorni, dal 25 aprile 1945 alle prime ore del mattino del 27 aprile (in particolare sulle vicende inerenti la «resa di Como», episodio chiave nella fine del fascismo e per le sorti del duce) ed al fine di sgombrare il campo da equivoci o malintesi, dobbiamo fare una precisazione doverosa.
A nostro avviso, le tragiche ed assurde vicissitudini che portarono alla incredibile resa di Como ed alla cattura di Mussolini a Dongo, non sono dipese da una mancanza di coraggio (salvo evidenti imboscamenti che pur furono numerosi) e neppure (anche se qui, in alcuni casi, possiamo avere qualche dubbio) da malafede (qualcuno ha anche insinuato rapporti, non ben precisati, di alcuni fascisti con l’OSS americano, ma prove precise di una preordinata malafede non ce ne sono,
per cui non possiamo andare più oltre di un doveroso dubbio).
Quella capitolazione, a nostro avviso, derivò essenzialmente da una mancanza di polso e di estrema audacia, dalla scarsità di una visione strategica di natura militare atta a valutare esattamente le decisioni da prendere in quelle contingenze e da una forma mentis, anche ideologica, predisposta ad intavolare trattative e a conseguire una resa con gli Alleati.
In pratica mentre Mussolini, per guadagnare tempo e giocarsi le sue carte nel modo migliore,
si allontana dai luoghi dove stanno per arrivare gli Alleati, gli altri ritengono invece che sia più opportuno e conveniente attenderli e risolvere la situazione, una riserva mentale questa umanamente comprensibile in quei drammatici frangenti, ma deprecabile sotto l’aspetto politico e ideologico.
Furono queste, chiamiamole così, riserve mentali che impantanarono i comandanti fascisti in Como dove poi vennero travolti da tutta una serie di avvenimenti, cause e concause negative.
Resa o «trapasso dei poteri»?
Molti storici e soprattutto giornalisti storici fanno, spesso in malafede, una certa confusione circa supposti intenti del Duce per una resa della sua RSI, evidentemente sia agli Alleati che al CLN ed eventuali sondaggi per un trapasso, desiderato indolore, dei poteri tra una repubblica che deve, sotto la forza delle armi, cedere all’occupazione alleata e lasciare il posto ai nuovi poteri che saranno conferiti al CLN.
Intanto sgomberiamo subito il campo da ogni illazione circa un segreto intento del duce di trattare una resa con gli Alleati alle spalle dei tedeschi (cosa che, invece, fecero proprio i tedeschi negli ultimi due mesi di guerra).
E’ ovvio che sotto l’incalzare della inarrestabile avanzata alleata, prima o poi, si sarebbe arrivati ad una resa, ma il duce e lo stesso Graziani, non ci sono dubbi in proposito, non avrebbero mai trattato una resa alle spalle dell’alleato, semmai lo avrebbero fatto in sintonia con i tedeschi o dopo che questi si fossero arresi o avessero lasciato il territorio italiano.
Il tradimento dell’8 settembre, con il pesante fardello morale, materiale e storico che aveva marchiato e devastato per sempre il popolo italiano, non sarebbe mai stato ripetuto da coloro che avevano messo in piedi la RSI proprio per riscattare l’onore della nazione vilipeso da Badoglio.
Certamente, come avviene in queste circostanze belliche, c’erano sicuramente sempre stati attivi vari canali, diplomatici o meno, intenti ad acquisire notizie, intraprendere sondaggi ed ascoltare eventuali proposte che potessero dare una indicazione sugli intenti del nemico su come voler chiudere la guerra.
Ma questi, chiamiamoli «sondaggi», che sarebbe stato strano ed innaturale se non ci fossero stati, non hanno nulla a che vedere rispetto a delle trattative per una resa al nemico della RSI e delle sue forze armate.
Proprio di un «sondaggio» per una «proposta» di resa si ha notizia dal figlio del duce, Vittorio, il quale racconta che ai primi di marzo del 1945, con il precipitare della situazione e di fronte alla inevitabilità ed imminenza della sconfitta militare, Mussolini gli consegnò un abbozzo di testo per una eventuale trattativa di resa verso gli Alleati che doveva passare attraverso la curia di Milano e finalizzata alla salvaguardia di uomini, beni e strutture del Paese (in questo senso sollecitato nel mese precedente proprio dalla Curia, ovvero dal cardinale Ildefonso Schuster).
Se andiamo a leggere il testo di questa «proposta»¸ ci accorgiamo che essa prevedeva una ripresa della piena autonomia d’azione della RSI, sganciata dai tedeschi, quando si sarebbe determinata la fase finale della guerra e solo nel caso che questi si fossero ritirati entro i propri confini.
Dice infatti il preambolo del testo: «
Nel caso che gli avvenimenti bellici e politici costringano le armate di Kesserling a ripiegare entro i propri confini, in quel momento le forze armate della Repubblica Sociale, di ogni specialità si raduneranno in località prescelte anticipatamente onde opporre la più strenua resistenza contro il nemico e le forze del disordine e del governo regio, consci che l’odio antifascista non conceda altra via d’uscita se non il combattimento».
Segue quindi la proposta, al fine di evitare nuovi lutti, stragi e la distruzione del patrimonio industriale del Paese, di firmare degli accordi preliminari con il Comando Supremo Alleato che garantiscano, anche per il dopoguerra, un minimo di sicurezza e continuità di vita civile a quanti, fascisti, soldati o civili hanno prestato giuramento alla RSI.
Segue anche una preoccupazione verso i membri di governo ed i loro familiari e quanti hanno avuto funzioni di comando nella RSI, per i quali si richiede di conoscere le intenzioni alleate (arresti, campi di concentramento, esilio, ecc.).
Questo è tutto quello che di documentato abbiamo sulle intenzioni di Mussolini e su quanto egli voleva e poteva fare nell’imminenza della sconfitta.
Tutto il resto sono invenzioni, stravolgimenti della realtà di quegli avvenimenti.
Consideriamo adesso invece un mai esistito intento di resa della RSI alla Resistenza.
Come noto, tutta la letteratura resistenziale, ma non solo, riferendosi al famoso incontro all’Arcivescovado nel pomeriggio del 25 aprile ‘45, tende a profferire affermazioni apodittiche, in riferimento ad una presunta volontà di Mussolini di essersi recato a quell’incontro per offrire o trattare una resa con il CLN.
E’ questo però un falso storico.
In realtà Mussolini era da tempo che, su più versanti, aveva incaricato uomini del suo entourage (Tarchi, Bassi, Zerbino, il figlio Vittorio, ecc.) di sondare le varie possibilità che potevano offrirsi affinchè ci fosse, in particolare a Milano, un «passaggio indolore dei poteri» tra la RSI, che con le sue forze armate e milizie si sarebbe ritirata più a nord, nel caso fin verso la Valtellina, e le nuove autorità subentranti del CLNAI.
Il tutto ovviamente nell’ottica di evitare ulteriori rovine e lutti da ambo le parti e magari salvare possibilmente i fascisti e i loro famigliari dalle inevitabili ritorsioni e vendette.
In queste eventuali ed auspicabili trattative, che con la caduta di Bologna del 20 aprile si cercò di approcciare in tutte le direzioni, Mussolini sarebbe stato ben disposto anche a lasciare a disposizione forze militari della repubblica per il mantenimento dell’ordine pubblico.
E’ chiaro infine che la RSI, lasciato il suo ruolo e i suoi poteri a Milano, sarebbe poi stata costretta a chiudere la sua pagina di storia qualche giorno più tardi in relazione all’invasione alleata.
Il duce aveva anche coltivato l’illusione che fosse possibile tramandare in qualche modo (il socialista Carlo Silvestri mediatore) le conquiste socializzatrici e repubblicane alle forze moderate della sinistra ciellenista, affinché gli occupanti anglo americani avessero trovato un fatto compiuto e qualcosa di quelle conquiste e innovazioni sociali si fosse potuto mantenere in futuro.
Ma questa è un altra storia e del resto tutto ciò si era ben presto vanificato di fronte all’ostracismo ed alla volontà distruttiva degli antifascisti, rispetto alla repubblica di Mussolini.
Come abbiamo accennato la strategia di Mussolini, in quelle ultime ore, precipitata per l’improvvisa resa trattata di nascosto dai tedeschi, era quella del «ripiegamento», cercare cioè di spostarsi il più a nord possibile con un simulacro di governo, almeno nominalmente e formalmente in funzione ed un minimo di fascisti ancora, sia pure più che altro simbolicamente, in armi, in modo da affrontare con gli Alleati, anche forte delle sue preziosissime carte di enorme incidenza internazionale, gli eventi finali di una guerra inevitabilmente perduta.
La resa sarebbe stata l’ultima ratio ed in dipendenza sempre del comportamento dell’alleato germanico.
Non solo una resa a discrezione alla Resistenza non era nelle sue intenzioni, ma oltretutto e svariati riscontri ce lo confermano, egli avrebbe evitato a qualunque costo di intraprendere qualsivoglia trattativa in questo senso, se non dopo o assieme ai tedeschi.
Quella che si doveva configurare come una trattativa per un passaggio indolore dei poteri, tra la RSI e la Resistenza, mediatrice la curia del cardinale Schuster, che ne avrebbe fatto da garante, era un qualcosa di ben diverso da una trattativa di resa vera e propria come vollero imporre
i delegati del CLNAI in quell’incontro.
Scrisse giustamente Pino Romualdi che Mussolini pensava di dover discutere, in quella sede, un calmo passaggio dei poteri, non di trattare i particolari, ammesso che potesse trattare almeno quelli, di una resa a discrezione.
Di un ordinato passaggio dei poteri non si parlò neppure, ma solo di darsi, mani e piedi legati agli avversari.
In definitiva, arrivati al 25 aprile, sotto l’incalzare degli eventi, a Mussolini non rimaneva che il ripiegamento, ma affinché questo ripiegamento potesse realizzarsi nel massimo ordine e senza un oramai inutile spargimento di sangue, era opportuna una garanzia di una autorità, del prestigio
di una entità superiore a tutti che fosse in grado di mediare tra le parti in lotta e convincerle ad un trapasso indolore dei poteri.
Fu per questo che, tra le varie trattative in atto, Mussolini alla fine preferì accettare quella che era stata la proposta dell’industriale Gian Riccardo Cella, il quale avvalendosi dell’ingegner Gaetano Bruni, intermediario con il CLN e la Curia, proponeva un incontro con il CLN, sotto la mediazione del cardinale Schuster.
E veniamo allora a vedere cosa accadde in quella riunione all’Arcivescovado.
25 aprile 1945: L’incontro in Arcivescovado
Verso le ore 17, salito a bordo della sua Alfa Romeo (e non di una fantomatica «Limousine» della Curia), guidata dall’autista Giuseppe Cesarotti, Mussolini si recò allo storico incontro con i capi della Resistenza, dietro la mediazione del cardinale Schuster.
Sono in macchina con lui Cesare Maria Barracu colonnello sottosegretario alla presidenza del consiglio e il prefetto Mario Bassi capo della provincia di Milano, oltre all’attendente del duce Pietro Carradori.
Alcune fonti affermano che entrò in macchina anche il sottotenente Fritz Birzer capo della scorta tedesca del duce, ma la cosa è improbabile, tanto che questa figura la ritroveremo poi nel cortile della Prefettura al ritorno del duce.
Su un altra macchina, partita pochi minuti dopo, c’erano invece Paolo Zerbino ministro degli Interni, e l’industriale Gian Riccardo Cella, ma anche qui qualcuno afferma che Zerbino era già anche lui nella macchina con il duce.
Sottigliezze.
Sono comunque tutti in borghese tranne il duce che porta la sua solita divisa.
Il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro delle Forze Armate arrivò per conto suo ancora un poco più tardi a bordo di una macchina scoperta, scortata da quattro tedeschi che poi non è certo se rimasero nei pressi dell’ingresso del palazzo ubicato in piazza Fontana.
Visto che i fascisti sono arrivati prima, si intrattengono nel frattempo in anticamera colloqui di varia natura con l’ambiente della Curia tra cui monsignor Giuseppe Bicchierai, monsignor Eclesio Terraneo, ecc., mentre il duce si apparta con il cardinale Idelfonso Schuster il quale lascerà poi alcuni ricordi di quel colloquio.
Certo è che il cardinale pregava Mussolini affinchè accettasse una capitolazione, magari anche una sua consegna ed è significativo che il duce considerasse finita la RSI ed esprimesse il desiderio di ritirarsi in Valtellina con i fascisti che avessero voluto seguirlo.
Storica rimase anche un ultima battuta di Mussolini, in risposta al cardinale che gli parlava della Storia e del suo giudizio: «
Ella mi parla della Storia. Io credo solo alla storia antica, quella cioè che viene redatta senza passione e tanto tempo dopo».
Queste, chiamiamole confidenze, tra il duce e il cardinale, si chiusero con il regalo del cardinale che consegnò al duce un suo libro su la «Storia di San Benedetto».
Giunsero alfine, da una entrata secondaria del palazzo, i delegati della Resistenza Raffaele Cadorna, comandante del CVL, l’avvocato Achille Marazza esponente della Democrazia Cristiana nel CLNAI, Riccardo Lombardi del Partito d’Azione e già prefigurato prefetto di Milano.
Riportare la cronaca esatta di quell’incontro è pressoché impossibile visto che le testimonianze in proposito divergono non solo su aspetti di una certa importanza, ma anche su particolari insignificanti.
Certo è che, cambiando le carte in tavola rispetto alle premesse che avevano portato all’incontro,
i delegati del CLN, consenziente il cardinale, chiedevano di fatto la resa dei fascisti determinando immediatamente l’impasse per eventuali trattive.
E’ utile comunque sottolineare che, ad un dato momento, don Bicchierai si lasciò sfuggire, forse con il nascosto fine di ammorbidire le posizioni dei fascisti, che i tedeschi stavano già trattando per conto loro con la Curia una loro resa.
L’effetto di quella rivelazione però fu contrario, perchè una volta che il cardinale fu invitato a leggere alcuni particolari di quelle trattative, i fascisti e soprattutto Mussolini ebbero una reazione indignata ed istintiva che pose fine ad ogni ulteriore discussione.
Invitato quindi il 25 aprile pomeriggio in Arcivescovado per trattare quello che gli hanno fatto credere un possibile ed incruento passaggio dei poteri Mussolini si era trovato invece di fronte ad una richiesta di resa con tanto di sua consegna al nemico, questo infatti era il mandato con il quale i tre rappresentanti della Resistenza erano venuti all’incontro.
I rappresentanti della RSI restano tutti spiazzati e sorpresi, compreso il maresciallo Graziani, che intendeva chiudere al più presto quella pagina di storia, ma non con una resa unilaterale e oltretutto non all’insaputa dei tedeschi.
Graziani, infatti, poco prima dall’Arcivescovado aveva scritto un biglietto alla moglie Ines, con queste parole: <<Scrivo qui dall’Arcivescovado, dove mi trovo con il Duce presso il Cardinale.
Si stanno trattando questioni di eccezionale importanza, alle quali non è estranea l’azione decisa da me svolta su Mussolini in questi giorni... Forse è vicino il momento che un raggio di sole possa risplendere finalmente sulle tenebre che ci hanno avvolto in questo tremendo periodo».
Ed è proprio la presenza di Graziani, non solo ministro militare del governo repubblicano, ma anche comandante dell’Armata «Liguria», a sua volta dipendente dal Comando Superiore Germanico, che smentisce ogni intenzione di resa da parte di Mussolini.
Nel caso di una resa tedesca, infatti, si doveva arrendere anche Graziani, ma una resa di Graziani, di nascosto dai tedeschi, sarebbe stata non solo infamante, ma anche impossibile.
Ed anche il fatto che in Curia sia stata resa nota una segreta trattativa di resa dei tedeschi, non cambia le cose.
In sostanza, non solo la strategia mussoliniana prima accennata, esclude assolutamente una sua qualsiasi intenzione di resa al CLN, ma è ulteriormente ridicolo pensare che Mussolini avrebbe potuto arrendersi a questi cosiddetti capi della Resistenza che, nonostante una certa agiografia resistenziale, a posteriori, abbia voluto ingigantire nelle loro reali consistenze, erano ben poca cosa [in Arcivescovado, a Cadorna che minacciava di avere 50.000 uomini armati, Graziani battendo il pugno sul tavolo rispose: «
tu hai 50.000 c...», (da «Vita col Duce», citato)].
Mussolini quindi sapeva perfettamente che questi «capi» (tra l’altro tutti individuati nei giorni precedenti dalla polizia fascista nei loro nascondigli, ma da lui lasciati indisturbati sotto le tonache dei preti), poco o nulla contavano ed il loro seguito in quel momento era ancora militarmente scarso (alcune discrete divisioni partigiane erano ancora lontane) e comunque inferiore al sia pur esiguo potenziale militare dei fascisti ancora in armi.
Mussolini e gli altri capi della RSI non erano degli ingenui o dei pazzi, e certamente non avrebbero mai contrattato una resa con questo effimero CLN che, oltretutto, visto che la sua sola e reale consistenza militare clandestina era quella comunista, neppure poteva garantire l’esecuzione degli accordi e la sicurezza di chi si sarebbe arreso.
E’ normale quindi che Mussolini, di fronte ad una richiesta unilaterale di resa, ne esce infuriato e spiazzato dalla informativa, appresa in quella sede, sugli accordi segreti per una imminente resa tedesca che renderebbe problematico lo sganciamento finale dei fascisti.
In Curia lascia detto che farà sapere le sue decisioni e se ne va tornando in prefettura a corso Monforte.
Scriverà Graziani: «
Egli dominò la riunione dal primo all’ultimo momento, quando si alzò di scatto per uscire, come se fosse stato in una delle tante riunioni di Palazzo Venezia».
Famose resteranno le parole del duce, riferite ai tedeschi: «Ci hanno sempre trattato da servi, ora ci pugnalano alle spalle».
Testimonierà Pietro Carradori, il suo attendente, che si trovava in quei frangenti nei pressi del duce: «(Venuto a conoscenza della imminente resa tedesca)...
Mussolini si mostrò non soltanto sorpreso, ma palesemente indignato, e dopo momenti di pesante tensione e di un silenzio che si poteva tagliare a fette, annunciò al cardinale la sua decisione: ‘Alle otto di stasera lasceremo Milano. Non voglio che per causa mia sia sparso altro sangue’».
Una indiretta ed ulteriore conferma, di come stanno esattamente le cose, oltretutto, l’abbiamo dal successivo ed immediato comportamento del duce, venuto via dall’Arcivescovado, quando si scagliò violentemente contro l’industriale e factotum Gian Riccardo Cella che aveva svolto la prassi mediatrice proprio per realizzare l’incontro dal cardinale Schuster.
Lo accusò e con lui la Curia e i cosiddetti capi della Resistenza, di volerlo fare arrendere ed ingabbiare quella sera stessa in città.
Ma in quelle ore si scagliò anche contro i tedeschi rei di aver intrapreso trattative di resa all’insaputa degli italiani, mettendo in crisi tutte le strategie militari della repubblica.
Non mancò neppure di accennare ad un imminente e peggior 25 luglio, riferendosi evidentemente a quanto aveva ben percepito in quelle ore, ovvero che le istituzioni e varie strutture della repubblica stavano oramai defilandosi per passare armi e bagagli dalla parte dei vincitori (Guardia di Finanza in testa).
Un atteggiamento, quindi, quello di Mussolini, che indica chiaramente che lo stesso si era recato a quella riunione con ben altri intenti di quelli di voler trattare una resa.
Sono poi tutte leggende quelle che, per esempio, dicono che fu Sandro Pertini, oltretutto giunto in Arcivescovado quando Mussolini se ne stava andando, che fece saltare le presunte «intenzioni di arrendersi di Mussolini» ; è questo un equivoco, malevolo e voluto, che si gioca tutto sulla differenza, che sembra piccola, ma è profonda, tra un «trapasso dei poteri» ed una «resa al nemico».
Era accaduto, infatti, che uscito Mussolini, arrivò in Arcivescovado un irascibile Pertini, alquanto infuriato: «
Dove sono andati? Dov’è Mussolini? Perchè lo avete lasciato andar via? Bisognava trattenerlo, prenderlo».
Tutta una sceneggiata che però da il senso di quanto si volesse fare con il duce.
Sarà il prefetto Carlo Tiengo, un ex ministro legato alla massoneria, che poco dopo avvertirà Mussolini delle intenzioni omicide nei suoi confronti.
La presenza del Tiengo, comunque, pone grossi interrogativi sul ruolo giocato dalla massoneria in quei frangenti.
Giornalisti che non hanno il senso del limite sono anche arrivati a sostenere tesi che davano per scontato il fatto che Mussolini e Wolff, ciascuno per conto suo, stavano cercando di trattare una resa all’insaputa dell’altro.
Quando, non solo è evidente e comprovato, che Mussolini non avrebbe mai ripetuto un «8 settembre», ma altresì, pur volendolo fare, non avrebbe avuto alcuna possibilità di agire, in questo senso, di nascosto dai tedeschi ed oltretutto si recò in Arcivescovado dietro la loro attenta presenza e osservazione.
Tra le tante interpretazioni di quell’incontro e le tante sue ricostruzioni, tutte difformi una dall’altra, colui che forse colse in pieno la realtà delle cose è stato l’avvocato Alessandro Zanella che nel suo «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993, ebbe a scrivere: «(Mussolini) ... non vuole salvarsi sotto le sottane di Schuster, così come teme di finire rinchiuso nella torre di Londra o al Madison Square Garden, zimbello dei nuovi potenti del mondo. Evita anche una edizione italiana del processo di Norimberga, come dirà anche Churchill,... perchè vuole ad ogni costo che la sua vicenda politica ed umana vada a concludersi con il rispetto che merita e non in un circo con la folla vociante e impazzita dall’odio».
La partenza di Mussolini da Milano
A Milano nel frattempo si stavano manifestando, un po’ dappertutto, i soliti sintomi di squagliamento tipici di queste situazioni.
Ci sono militi e addetti a funzioni di natura militare o di polizia che non tornano nei reparti di appartenenza, vari funzionari e impiegati negli uffici governativi che preferiscono non presentarsi al lavoro, e così via.
Del resto era noto che il capo della Polizia Renzo Montagna, interpretando a modo suo le disposizioni del duce circa l’uso dell’applicazione di una certa clemenza, era venuto a mettere l’uniforme della polizia repubblicana a individui di ogni provenienza e perfino a partigiani.
Il generale Filippo Diamanti, comandante militare regionale per la Lombardia, fu sentito affermare che «
era tempo di togliersi i gladi e di rimettersi le regie stellette».
Ricorda il federale di Milano Vincenzo Costa: «
... appena Mussolini si diresse verso l’Arcivescovado, io tornai in piazza San Sepolcro. Notai che la circolazione tranviaria era completamente arrestata. Una calma apparente gravava sul centro cittadino. In Galleria, padre Eusebio stava parlando a qualche centinaia di fascisti, che lo ascoltavano silenziosi con le armi al fianco.... Alle 16, improvvisamente, incominciarono a suonare le sirene di tutti gli stabilimenti e del dispositivo antiereo. Intuimmo subito che quel segnale annunciava l’insurrezione antifascista. Ma i partigiani non apparivano».
Insomma si stava creando in città un clima surreale, ma esclusa qualche revolverata in periferia, o nei pressi di qualche stabilimento industriale, questa storica insurrezione del 25 aprile, nessuno l’ha vista.
Le sorti della repubblica in ogni caso erano, di fatto, legate a quelle della guerra e, come disse, Spampanato, improvvisamente non si ebbero più notizie proprio della guerra, mentre nessun piano era stato predisposto per queste emergenze.
Racconta il questore Secondo Larice: «Poco prima di mezzogiorno si era cominciato a parlare di una probabile partenza, ma nulla sembrava deciso non essendo pervenute le notizie che si attendevano dalla Valtellina, dal generale Onori».
Fernando Feliciani, già vice comandante della GIL, ora alla Divisione Italia, come capitano dei bersaglieri, amicissimo del ministro Mezzasoma, racconterà: «
Mi incontrai con Mezzasoma alle 12 circa, dopo che alla sede del partito (in via Mozart) avevo riscontrato confusione e disorientamento... Mezzasoma (che era sereno, pur non nascondendo la drammaticità del momento)
mi comunicò che nel pomeriggio tutti i membri del governo si sarebbero ritrovati in Prefettura per poi trasferirsi a Como».
Mussolini tornato in Prefettura in corso Monforte, dopo l’incontro all’Arcivescovado, decide quindi di lasciare Milano a sera intorno alle 20, in coerenza con la sua intenzione di decruentizzare la fase finale della guerra e per avere ancora mano libera nel da farsi visto che ora, i tedeschi con la loro intenzione di firmare una resa, trattata unilaterale e di nascosto, lo avrebbero giocoforza liberato moralmente.
Giustamente osserva il Viganò, a Mussolini l’unica cosa che restasse da fare era quella di «togliere» alla Resistenza il «nemico», uscendo da Milano.
E questo in contrasto con coloro, Graziani e Borghese in testa, che avrebbero preferito arroccarsi, magari nel castello Sforzesco, per attendere gli Alleati e salvare la pelle e qualcuno forse cercava di curare, almeno in parte, le proprie posizioni personali.
L’uscita di Mussolini da Milano, quindi, con i rischi e le incertezze che comportava, contro il parere di molti seguaci e personalità ivi presenti, smonta totalmente qualsiasi ipotesi che egli in quel momento già voleva arrendersi agli Alleati, come invece era nei desiderata di molti.
Per Mussolini, se resa ci doveva essere, essa avrebbe dovuto avvenire a certe condizioni, a tempo debito e facendo anche pesare le importanti documentazioni in suo possesso.
Spendiamo quindi qualche parola per ricostruire quei concitati momenti, in modo da rendere l’idea di quanto effettivamente accadde e smentire tutti quegli ex fascisti che con evidente intento di alleggerire le loro responsabilità circa una successiva mancata protezione del duce, rilasciarono racconti per i quali veniva quanto mento resa incomprensibile e ambigua la condotta di Mussolini.
Intanto al rientro in Prefettura, reduci dall’incontro in Arcivescovado, l’industriale Cella gli domanda se devono rientrare da via Mozart, e il Duce quasi gli urla: «
Si entri dalla porta grande!».
Poco dopo, racconterà Graziani, che intanto aveva persuaso Mussolini a non parlare alla radio, come questi aveva minacciato in Arcivescovado, per denunciare il comportamento dei tedeschi,
il duce ebbe un altro scatto d’ira con il comandante tedesco di piazza, Wening.
Con una ricostruzione frutto del vaglio di decine di testimonianze e pubblicazioni in proposito, Scrive A. Zanella («L’ora di Dongo», Rusconi, 1993): «
Mussolini scende, pallido come la morte, il viso contratto, le labbra affilate, stringe in una mano la busta con il libro di Schuster. Tutti scattano sull’attenti, applaudono, non risponde. Sosta, chiama forte due ufficiali tedeschi della scorta. Parla con loro concitato, scandendo le parole in tedesco. E’ il momento fissato forse nella foto più famosa di quel giorno (qui sotto, l’ultima con Mussolini in vita, ndr),
nella quale si vede Birzer preoccupato a fianco del Duce che lo sta investendo con una serie di accuse».
Ai piedi della scala incontra Asvero Gravelli (sotto capo di Stato maggiore della Guardia, ndr) e gli dice impetuosamente: «‘
Sapete cosa mi ha detto il Cardinale? Pentitevi dei vostri peccati! E sapete perchè? Perchè non l’ho aiutato a diventare Papa!’ E’ amaro, Gravelli chiede ordini. ‘Voi mi raggiungerete dopodomani a Como. La Guardia deve fare servizio di sicurezza in unione ai reparti del CLN. Mettetevi subito in contatto con l’Arcivescovado’ gli dice e ponendo una mano sulla spalla di quel gregario che lo ha seguito per tanti anni: ‘Dopodomani a Como’ aggiunge guardandolo ben fisso e con irruenza rabbiosa si avvia per le scale...».
Gli va incontro il guardasigilli: «P
isenti, siamo stati traditi dai tedeschi e dagli italiani», lo apostrofa.
E’ eccitatissimo, il disgusto gli si legge in viso. «E
ra fuori di sè» dirà il figlio Vittorio.
Renzo Montagna (generale, capo della Polizia, ndr) lo vede arrivare come un turbine...
«
Gli andai incontro e mi accorsi che era incredibilmente eccitato, addirittura sconvolto, più che parlare gridava: ‘Sono dei criminali, degli assassini! Non è possibile trattare con loro’ »...
Mussolini grida anche: «
Siamo stati traditi da tutti. Non c’è da fidarsi di quella gente. Sospendete anche le vostre trattative».
Tutti i ministri e i gerarchi gli si fanno incontro.
Tutti vogliono dire qualcosa.
Ci sono Pisenti, Montagna, Tarchi, Mezzasoma, Liverani, Zerbino, Barracu, Bassi e Cella. Chiamati espressamente arrivano anche Graziani e Pavolini.
La porta viene chiusa.
«Intanto» scrive Secondo Larice (questore, tenente colonnello della Forestale, ndr) «
si diramano ordini urgentissimi tra cui quello di far venire subito un reparto della «Muti» con carri armati al comando del tenente Rovetta e lo stesso comandante Colombo, per scortare la colonna. Si telefona a Como al prefetto Celio, al federale Porta, al questore. Tutti i ministri, il seguito e molti altri si preparano a partire. L’unica persona tranquilla che avevo notato in anticamera era stato Nicola Bombacci...».
Nel grande studio di Mussolini si è sui carboni ardenti.
La frase di Mussolini rompe il silenzio: «
Bisogna agire, qui vogliono fare un altro 25 luglio. Mi vogliono arrestare. Siamo caduti in un tranello. Ma questa volta non mi avranno»...
Quando si accorge che Cella lo ha seguito fin nel suo studio diviene furioso e lo aggredisce: «
Mi avete ingannato, mi avete condotto dove mi è stata richiesta la resa senza condizioni. Ora Cella me ne risponderete con la vostra vita».
La confusione, riferisce Montagna, si fa «
indescrivibile, tutti gridano, hanno progetti da proporre e suggerimenti da dare. E quando Mussolini all’improvviso annuncia che vuole partire, ricorrono ad ogni possibile argomento per convincerlo a restare a Milano».
Graziani è contrario allo spostamento del governo.
Sono d’accordo con lui i generali che non intendono muoversi da Milano.
Buffarini e Tarchi sono decisi a passare in Svizzera.
Pavolini propone di finirla con una bella morte in Valtellina e con quest’ultimo altri.
La discussione dura parecchio con un Graziani sempre più inferocito.
Ma il duce non cambia minimamente parere.
Mussolini a Milano non vuole restare.
Prevede delle stragi e dice: «
Non voglio che per causa mia sia sparso del sangue».
Dopo qualche minuto ricompare Graziani che dice: «Gli americani hanno passato l’Adige.
I tedeschi sono irrimediabilmente sconfitti e le avanguardie nemiche possono arrivare a Milano da un ora all’altra».
«
Bisogna andare, bisogna andare a Como. La notte la passo a Como» dice il duce a Mario Bassi (capo della Provincia di Milano, ndr)...».
L’attendente del duce Carradori, racconterà questo significativo aneddoto: «
Rientrai in Prefettura, ci fu la nota sfuriata di Mussolini al tenente Birzer, che gli scodinzolava attorno. Quindi si chiusero tutti nel suo ufficio. Graziani non voleva saperne di lasciare Milano e insisteva sulla necessità di trincerarsi tutti all’interno del Castello Sforzesco, che egli riteneva facilmente difendibile, e qui attendere gli anglo americani. Ma Mussolini al solo nominare gli inglesi, andò su tutte le furie, facendo capire che mai e poi mai si sarebbe consegnato nelle loro mani. Ben presto la decisione di lasciare Milano alle ore 20 fu ufficializzata e comunicata a tutti gli uffici competenti».
Il federale di Milano Vincenzo Costa racconterà che Mussolini prima di partire disse chiaramente che scioglieva i fascisti dal giuramento, e la notizia creò. un grosso disorientamento.
Questa informazione però, così come riferita dal Costa, lascia alquanto interdetti perchè è in contrasto con gli ordini che poi ebbe Pavolini per radunare tutti i fascisti ancora fedeli e portarli l’indomani mattina a Como.
Molto probabilmente tutta la faccenda si gioca sull’equivoco di uno «scioglimento dal giuramento» non inteso come un separarsi delle posizioni tra i fascisti, Mussolini e la RSI, ma come un invito di Mussolini a contare solo sui fascisti fedeli, disposti a seguirlo, senza alcuna imposizione a ottemperare ad un giuramento.
Ancora Feliciani ricorderà: «
Mezzasoma alla fine mi raggiunse dicendo: ‘Partiamo, il Duce si è deciso, cercavano di farlo restare, ma si è convinto che trasferirsi a Como sia la cosa migliore, del resto rimaniamo in territorio italiano».
Anche Larice ricorda: «
Bombacci con una valigetta di levatrice, mi saluta: ‘Dove va lui, vado io’. Approfitto di un attimo che ha meno gente attorno e prendendo il coraggio a due mani, gli dico: ‘Duce, partite?! Non lasciate Milano...’».
Si volta di scatto, mi risponde: « Anche tu raggiungerai Como».
Mentre nel cortile della Prefettura sono già pronte le autovetture per la partenza, si moltiplicano le invocazioni di restare in città, alcuni piangono, altri vorrebbero trattenerlo con la forza.
Il duce è però irremovibile, si congeda ripetendo a Bassi: «
Dovete tutti venire a Como, resta solo Pisenti (ministro di Grazia e Giustizia, ndr), ci potrebbe essere qualcosa da fare».
E l’altro: «
Per il generale della Polizia, per il generale Montagna quali ordini?».
«
Ditegli che lo aspetto domani mattina a Como».
Sale in macchina con Nicola Bombacci e parte, davanti l’autista Salvati e dietro Carradori di scorta.
Intorno alle 20,30 don Bicchierai, deluso dal precedente incontro in Arcivescovado, telefona in Prefettura per avere una risposta alla intenzioni di Mussolini.
E’ il prefetto Mario Bassi che risponde e comunica che Mussolini è partito.
Sarà solo alle 4 del mattino, mentre i fascisti cominceranno a lasciare Milano, che la Guardia di Finanza, finalmente passata armi e bagagli al CLNAI, penetrerà nei cortili della Prefettura e ne prenderà possesso.
La ricostruzione delle giornate di Milano attesta chiaramente che Mussolini ha da tempo previsto il progressivo ripiegamento del governo verso le zone della guerra che solo più tardi saranno raggiunte dalle forze alleate.
Una meta finale dovrebbe essere la Valtellina, in cui da tempo si cercava di predisporre misure ed accorgimenti militari per farne un ridotto ad estrema difesa, ma che invece in pratica ben poco si era fatto in questo senso.
Ed anche di questo ce se ne rese conto all’ultimo momento.
Il precipitare della situazione, con gli americani arrivati a Bologna, i sensibili sintomi di sfaldamento e l’inizio del defilarsi degli uomini delle Istituzioni in Milano, il fallimento di una trattativa con la Resistenza per realizzare un trapasso indolore dei poteri e quindi un ripiegamento ordinato ed incruento, a cui si aggiunge la notizia ricevuta di una imminente resa tedesca trattata di nascosto, inducono Mussolini a predisporre decisioni affrettate sul momento e sotto l’agitazione per le vicende dell’incontro in Arcivescovado.
E’ evidente che il ripiegamento di Mussolini, oltre a voler evitare fatti di sangue in Milano, è finalizzato a gestire le possibilità di una futura ed imminente resa con gli Alleati solo a tempo debito e a certe condizioni: l’arma che il duce ha nelle borse è il compromettente carteggio con Churchill ed altri delicati incartamenti.
Il governo al seguito e i fascisti ancora in armi dietro a lui gli sono necessari per l’attuazione della sua strategia minimale che non deve comunque contemplare, per una questione d’onore, una eventuale sua fuga all’estero.
Quel che si potrà fare, evidentemente, pensa di risolverlo sul momento, di ora in ora.
Il governo arriva a Como
Mussolini arriva a Como (destinazione, in un ottica di ritiro progressivo, a grandi linee già da tempo decisa) sembra poco dopo le 21 del 25 aprile entrando da Camerlata.
Sulla piazza c’è ad attenderlo Plinio Butti, comandante del secondo battaglione della BN (brigata nera) Cesare Rodini di Como, che li accompagnerà fino alla prefettura di via Volta.
A Como dovrebbe ancora trovare le istituzioni della RSI, ma viceversa trova un ambiente che con il prefetto Renato Celio in prima fila (non è ancora neppure ben chiaro se il Celio si fece trovare all’arrivo del Duce oppure sopraggiunse poco dopo) sta da tempo discretamente trattando con il CLN l’uscita indolore dalle cariche pubbliche.
Più tardi, infatti, una volta partito Mussolini, il prefetto si defilerà sempre di più con il passare delle ore, fino a lasciare la sua poltrona a quelli del CLN.
Finito tutto lo nasconderanno in un istituto religioso fuori Como, prima che i partigiani lo scoprano e lo mettano in carcere.
Quello che di più organizzato il duce trova in Como si rivelerà l’indaffarata moglie del Celio che si prodigherà verso le 23 per allestire una frugale cena.
Il duce appena arrivato farà convocare le autorità civili e militari del luogo.
Quindi arrivano il federale Paolo Porta, il questore Lorenzo Pozzoli, il comandante provinciale della GNR di Como, colonnello Giuseppe Fossa.
Cerca di informarsi sulla situazione in città e il questore Pozzoli, tra l’altro colonnello e console della Milizia, gli fa notare che è poco sicura.
Si saprà poi che il Pozzoli già da tempo stava trattando i particolari per una resa con il comandante partigiano colonnello Gualandi.
Lo confermerà lo stesso questore nel suo memoriale redatto in carcere, dove dirà esplicitamente che già dal 24 aprile aveva iniziato le trattative per la consegna della città di Como e il 25 appunto stava completando gli accordi per la cessione delle varie caserme della GNR, essendo in trattative con la federazione fascista per la consegna della armi della Brigata Nera.
Sennonché una telefonata da Milano lo aveva avvertito dell’arrivo di Mussolini e dei suoi ministri scombinandogli i suoi piani.
Quando era arrivato Mussolini a Como il questore era nel suo appartamento in compagnia di due componenti del CLN: Lorenzo Spallino, democristiano e Virginio Bertinelli socialista per trattare la resa della questura e del corpo degli Agenti Ausiliari di Como.
Il vice questore, dottor Domenico Pannoli, già dal pomeriggio del giorno precedente si era incontrato con Raffaele Pinto, designato comandante della piazza di Como, per trattare un trapasso dei poteri.
Naturale quindi che il questore faccia notare al duce che grosse forze partigiane (in realtà inesistenti) erano alle porte della città pronte a calarvi: il consiglio è ovviamente quello di andarsene al più presto.
Dicesi che il suo operato fosse finalizzato ad evitare la guerra civile in Como e che prese anche sulle sue spalle molte responsabilità, ma resta il fatto che questo suo atteggiamento risulterà fatale per le decisioni che Mussolini dovrà prendere.
Anche il comandante della piazza, colonnello Ferdinando Vanini fa presente che non ha forze disponibili per tenere la città, noto centro ospedaliero.
Il prefetto Celio ovviamente non manca di sottolineare che il CLN preme per insediarsi in Prefettura.
Si diffondono, quindi, in un clima di allarmismo continuo, ogni genere di notizie pessimiste comprese quelle di pervenute minacce di imminenti bombardamenti Alleati.
Il federale di Como Paolo Porta, ispettore dei fasci per la Lombardia e federale di Como che, detto per inciso, da profondo conoscitore della zona e dei varchi di montagna, avrebbe ben potuto squagliarsela è invece lì con il duce e cerca di sostenere la situazione, forte delle sue migliaia di camice nere; viene preso per visionario.
Non saranno certamente migliaia, anzi erano molti meno, ma erano più che sufficienti, tanto più con un minimo di appoggio dalle strutture della repubblica, per tenere la situazione e garantire la permanenza del governo fino all’arrivo della colonna di fascisti da Milano prevista per l’indomani mattina.
Porta non condivide l’idea del ridotto valtellinese e preferirebbe difendersi dentro Como.
Il questore Pozzoli fa invece presente, sibillinamente, che uomini della brigata di Porta avevano già deposto le armi e per ordine suo si erano inquadrati.
Paolo Porta gli risponde che provvederà lui stesso a rintracciarli, ma non consegnerà mai la sua città ai partigiani, dice: «
Con la forza attualmente in città possiamo resistere e occupare tutti gli ingressi di Como e tenere sgombra tutta la fascia del lago dalla parte occidentale fino a Menaggio-Porlezza».
Ma il Pozzoli imperterrito ribatte a Mussolini che lo interroga con lo sguardo: «
Duce la vostra permanenza in Como non è possibile».
E aggiunge ancora il questore: «
... andai immediatamente in Questura dove, nel mio appartamento privato, vi erano già i componenti del Comitato di Liberazione per comunicare e a loro e per prendere accordi sul da farsi... riuscii a parlare per telefono con i ministri Liverani e Tarchi, che venivano immediatamente da me; a loro esponevo la situazione di Como e le trattative già fatte. I due ministri hanno perfettamente capito, sono ritornati in Prefettura e hanno conferito con il duce».
E’ oramai evidente che in Prefettura ci sono persone che stanno lavorando per defilarsi dalla repubblica e con il loro operato contribuiscono a creare un clima di incertezza e di insicurezza.
Il consiglio generale è andare via da Como che non è sicura.
Mussolini, considerato oramai condannato, è un fastidio in più, come scriverà A. Zanella: a Como al Palazzo del Governo operava oramai l’interregno tra RSI e CLN, Mussolini è un ostacolo alla fuga e un rinvio forse cruento alla pace («L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).
Non per nulla l’usciere di servizio nell’anticamera aveva già ricevuto l’ordine di mandare coloro che si presentavano in Prefettura dal dottor Manlio Fulvio e non dal prefetto Celio.
Scriverà il giornalista, allora al «Corriere», Pietro Caporilli: «
Mussolini fu letteralmente bombardato dall’allarmismo che, alleato della paura, non poteva generare niente di buono in una situazione già di per se stessa drammatica.... Balle tutte balle, che ebbero purtroppo il loro funesto effetto su uomini i cui nervi, sottoposti all’incalzare degli eventi ad uno sforzo sovrumano, non reggevano più».
Mussolini, dirà il questore Pozzoli, quando seppe dai ministri Liverani e Tarchi da lui addotti su come stavano le cose (secondo lui ovviamente), prese a passeggiare nervosamente nel corridoi urlando e imprecando contro tutti.
Un testimone, invece, che trovavasi nei corridoi della Prefettura, dice che il duce è sereno, non spaventato per nulla, ma ovviamente i due momenti potrebbero e