La prima crisi relativa al programma nucleare nord-coreano scoppiò verso la fine del 1994. Era ovvio che non c’era molto che gli USA potevano fare per intervenire unilateralmente e disarmare il regime della Corea del Nord.
Le sanzioni, inevitabile opzione alternativa ad una guerra, non avevano alcun senso: per prima cosa, gli USA non avevano scambi commerciali con la Corea del Nord e, inoltre, il regime seguiva una politica di autarchia economica. C’era una sola via praticabile: raccogliere quanti più alleati possibili, trovare un accordo su un programma che inducesse la Corea del Nord a congelare il proprio programma nucleare e fare ai nord-coreani una proposta su una base di quid-pro-quo.
Quando l’amministrazione Clinton illustrò al Congresso il piano d’azione proposto ci furono delle rimostranze. I fanatici patrioti di professione della classe politica americana non amano vedere la benché minima diminuzione della prerogativa, che ritengono data da Dio al loro paese, di imporre la propria volontà all’estero come e quando preferiscono.
Ma non c’era alcuna alternativa razionale e, a parte alcuni oscuri deputati repubblicani di retroguardia, vi fu un consenso generale sul fatto che il Piano Concordato fosse la migliore di una serie di cattive opzioni.
Solo un politico, fra tutte le parti, si alzò ad esprimere fortemente il suo dissenso. Il suo nome era John Sidney McCain III°: la sua modesta proposta fu che gli Stati Uniti dovevano prepararsi a bombardare i siti dei reattori nord-coreani.
Senza pensare affatto che, così facendo, avrebbe virtualmente condannato a morte varie migliaia di soldati americani (e decine di migliaia di civili sud-coreani) che si trovavano in prossimità della Zona Demilitarizzata (DMZ).
Non passò mai per la mente, a questo auto-proclamato esperto militare che il regime nord-coreano aveva ammassato migliaia di pezzi d’artiglieria a lunga gittata e di lanciarazzi, e li aveva occultati in tunnels a nord della DMZ. Da quelle postazioni le truppe nord-coreane potevano scaraventare una valanga di fuoco a sud della frontiera.
Il risultato sarebbe probabilmente stato la ripetizione della guerra di Corea del 1950/53, ma con molte più armi enormemente letali.
Portandoci velocemente avanti fino al 1999 ed alla grande crociata dell’amministrazione Clinton nei Balcani, accuratamente pianificata per colpire un paese debole ed isolato, dato che Clinton non era un pazzo. L’intervento umanitario era di gran moda, ma doveva essere studiato in maniera da minimizzare i rischi per le truppe USA; dopo tutto, senza alcun concepibile interesse vitale degli USA in pericolo, il pubblico non avrebbe accettato lo spargimento di sangue americano senza un conseguente calo negli importantissimi sondaggi elettorali di Clinton.
Alcuni politici furono effettivamente capaci di mettere da parte il proprio sciovinismo e di fiutare l’aria di “dimenare il cane” nelle bigotte affermazioni di Bill Clinton, Madeleine Albright e Richard Holbrooke: la votazione della Camera dei Rappresentanti sull’autorizzazione all’uso della forza contro la Serbia fallì per un pareggio di 215 a 215. Fu l’unica volta nella storia degli Stati Uniti che l’equivalente di una dichiarazione di guerra fu respinta da una delle due Camere.
Nell’altra Camera John McCain fu di nuovo critico verso la politica dell’amministrazione nei Balcani: soltanto secondo lui non era abbastanza bellicosa.
Piuttosto che limitarsi ad una campagna di bombardamenti la sua proposta prevedeva una risoluzione congiunta che autorizzasse l’impiego di truppe terrestri per una guerra a larga scala con la Serbia, cosa che l’amministrazione Clinton non aveva neppur lontanamente richiesto. Fortunatamente, con una rara dimostrazione di buon senso, il Senato respinse la mozione di McCain per 78 a 22.
La sfrenata e quasi folle bellicosità di McCain a proposito del pantano iracheno è fin troppo nota perché se ne discuta ancora. Ma si può desumere la sofisticatezza della sua strategia militare verso quel paese da alcune sue frasi ad un gruppo di ciclisti del South Dakota: “Vogliamo vincere nel modo giusto, cioè vincendo!”
Comunque, almeno in apparenza, i burattinai neocon di McCain sembrano essersi ormai stancati della sua lotta generazionale contro “l’islamo-fascismo” (senza parlare della loro intenzione da tempo programmata di bombardare l’Iran), dato che lo stanno già orientando verso un atteggiamento di massima belligeranza verso la Russia.
Molto è stato già detto a proposito della relazione di McCain con il suo principale burattinaio per la politica estera, Randy Scheunemann, precedentemente lobbista sul libro paga della Repubblica di Georgia, e che ancor oggi beneficia finanziariamente della sua compartecipazione nella lobby che continua a seguire il “cliente” Georgia.
Questo è un patente conflitto d’interesse ed indica come la corruzione sia endemica nelle campagne politiche di entrambi i partiti. Ma tentare di spiegare le azioni di McCain in questo modo significa equivocare sull’uomo.
Scheunemann è semplicemente un rospo super-abboffato da fin troppi pranzi a Capitol Hill, una tipica storia di successo di Washington. McCain invece è “sui generis”: se non fosse mai esistito Scheunemann qualcun altro avrebbe scritto esattamente gli stessi copioni per il presunto candidato repubblicano. L’amore di McCain per la guerra e per l’avventurismo estremo in diplomazia è assolutamente sincero, forse l’unica cosa sincera di quest’uomo.
I democratici hanno finalmente sbattuto il naso contro il fatto che, sebbene la stampa debba ancora scoprirlo, McCain è un temporeggiatore ed un voltagabbana seriale: attraverso virtualmente tutto l’intero spettro della politica interna McCain ha sempre tenuto una posizione per poi saltare alla posizione opposta, apparentemente senza notare l’incoerenza (e i suoi amici sull’autobus della stampa son troppo educati per farglielo notare).
Pur avendo ricevuto denaro e favori dal bancarottiere Charles Keating, McCain si è auto-proclamato Coscienza del Senato, fra gli osanna di una stampa tanto in adorazione quanto smemorata.
McCain affermava in piena coscienza di non poter sostenere i tagli alle tasse che favorivano spropositatamente i ricchi, fino a quando però non ha cominciato ad annusare il profumo d’incenso di una “incoronazione” come candidato presidenziale dei repubblicani.
Era contrario alle trivellazioni off-shore prima di esserne a favore.
Vestendo l’abito del Centrista Serio, una specie mitologica adorata da David Broder (commentatore di politica interna per il Washington Post, n.d.t.), McCain si scagliò contro gli “agenti dell’intolleranza”, come Jerry Falwell (pastore evangelico e telepredicatore, fondatore della Thomas Road Baptist Church, n.d.t.), ma andò a Canossa quando gli arruffiana-popolo repubblicani decisero che avrebbe dovuto tenere un servile intervento alla Università della Libertà di Falwell.
Persino nel suo opporsi alla tortura McCain si atteggiò ad implacabile antagonista della politica di Bush, fin quando iniziò la stagione delle primarie. Da allora in poi ha votato contro tutte le proposte volte ad abolire la tortura o a limitare le tecniche di interrogatorio della CIA a quelle permesse dal Manuale Operativo dell’Esercito USA.
E così via…, l’ipocrisia di McCain è forse persino più madornale di quanto di solito faccia il politico medio, ma non così spiccatamente: dopo tutto i politici non hanno principi, ma solo posizioni.
Non c’è dubbio che i democratici si avventeranno sui suoi voltafaccia ”, cosa che è nel loro pieno diritto, ma così facendo non coglieranno il punto centrale di John McCain.
Tutti questi voltafaccia dimostrano chiaramente la quasi totale mancanza di sincerità di McCain: in realtà a lui non frega un bel niente di alcun argomento.
In pratica cambia posizione così facilmente perché le posizioni in sé stesse sono “usa e getta”; gli si richiede di averle per scopi politici ma per la maggior parte lo annoiano e lo infastidiscono.
C’è soltanto una cosa che gli interessa, ed è costruire un altare a Marte. La guerra è l’unica stella fissa nell’universo di McCain: qui non troverete né voltafaccia né temporaggiamenti.
Mentre McCain ammette di non capire l’economia (e poi lo nega), rivendica invece una illimitata esperienza in materia di sicurezza nazionale; la sua megalomania guerriera relativamente alla crisi georgiana, alla fine, gli ha procurato un blando rimprovero dall’amico dei neocons Washington Post: “Stando dietro un leggio in Michigan, questa settimana, con due senatori di sua fiducia a fargli da spalla, John McCain per un attimo è sembrato dimenticare “che sta soltanto concorrendo” per la presidenza.”
In una dichiarazione poco pubblicizzata negli USA il presidente georgiano Saakashvili “ha chiesto che i porti e gli aeroporti georgiani vengano messi sotto la protezione militare USA, suggerimento prontamente smentito dal Pentagono.”
Accettando che il Dipartimento della Difesa dica la verità (e garantito che è difficile decidere chi fra il Pentagono e Saakashvili sia più incline alle invenzioni), allora da dove ha ricavato il presidente georgiano la convinzione che gli USA sarebbero intervenuti militarmente?
Dato che McCain afferma di parlare quotidianamente con Saakashvili, e data una serie di grandiose affermazioni di McCain e dei suoi burattinai a proposito della Georgia, è possibile che, intenzionalmente o implicitamente, abbia messo fuori strada Saakashvili portandolo a credere che l’intervento USA sarebbe stato pronto?
E’ ancora poco chiaro se McCain abbia promesso alcunché a Saakashvili oppure se si sia trattato semplicemente della delusione del presidente georgiano nello scoprire di non essere la pupilla degli occhi di Washington, ma le tattiche mestatorie di McCain avrebbero già suscitato un enorme scandalo se qualunque altro politico americano, che non fosse il presidente in carica, avesse fatto tali infiammate affermazioni sulla politica estera.
Sia come sia McCain, con i suoi proclami in campagna elettorale, ha enormemente danneggiato le relazioni con la Russia
(1), in un modo che lascia pensare che egli creda di essere già il presidente.
Il pubblico tende a credere il peggio di un politico quando questi è insincero, inconsistente o disonesto; indubbiamente queste tratti caratteristici della personalità sono quelli che contraddistinguono il tipico politico che conosciamo oggi. Ma tali creature sono soltanto una seccatura, come le zanzare.
Il politico realmente pericoloso è quello con l’idea fissa; e quando questa ossessione si concentra sulla desiderabilità di una guerra perpetua la possibilità di una catastrofe è fin troppo reale.
Dato ciò che egli è, quello che lo manda avanti, e la possibilità che potrebbe effettivamente realizzare la sua ambizione di comparire sulla scena mondiale, John McCain è l’uomo più pericoloso d’America.
Werther per Antiwar.com | 20 agosto
Tradotto per EFFEDIEFFE.com da Arrigo de Angeli
Originale > The Most Dangerous Man in America
1) Kenneth Walsh – US News - 14/8/2008 – “McCain said the rise of Vladimir Putin, Russia's powerful prime minister and former president, has revealed Russian ambitions for a "restoration of the old Russian empire." – “McCain also referred to media reports that "the Russian troops reeked with alcohol and are looting."
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