Una presidenza che ha detto
troppe volte «abbiate paura» fin dall’11 settembre 2001, stavolta, non è
riuscita a piegare con la paura la nazione e il conngresso neanche con
l'appello ufficiali delle 7.30 di mattina. E’ una crisi politica di prima
grandezza, con cui la «democrazia» americana entra in terra incognita. Non s’è
mai vista un’America avanzare nella storia senza il presidente come ora: il
ridicolo "uscente" che non è riuscito a farsi obbedire nemmeno dai
suoi deputati repubblicani e i due candidati hanno l’aria di non esser capaci
di restaurare il prestigio esecutivo. Come ogni sistema che cade, infatti, cade
per la sua menzogna interna, evidente a tutti ma da tutti accettata. C’è da rimpiangere
che i deputati americani non abbiano trovato questo coraggio prima.
Il 9 marzo 1933, quattro giorni dopo essersi insediato come presidente, Franklyn D. Roosevelt ordinò la chiusura delle banche per 30 giorni. Servì? Non servì a nulla, i buoi erano scappati dalle stalle già da anni. Ma la decisione in quanto tale, il gesto autorevole per non dire autoritario, fece capire (o credere) agli americani che erano in buone mani.
«Se (Roosevelt) avesse dato fuoco al Campidoglio, avremmo tutti applaudito e detto: beh, almeno ha acceso un fuoco», commentò il saggista e umorista Will Rogers: «Tutta la nazione era con lui».
Questo episodio consente di confrontare quel che è successo a Bush: il «commander in chief», il «decisore in capo», dopo aver ingiunto di approvare il piano Paulson, non è riuscito a farsi obbedire nemmeno dai suoi deputati repubblicani.
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