
«Un territorio - l'Afghanistan
- controllato in stile mafia» non troppo diverso dalla «Sicilia o da Napoli
controllata dalla camorra», ma molto più estraneo e pericoloso. Le sciagure
delle campagne mussoliniane in Albania e Grecia possono replicarsi ad Herat. Si
rinverdisce una solida tradizione italiana, la guerra coi fichi secchi e le
scarpe di cartone. Berlusconi potrebbe scoprire prima del previsto come i
rovesci militari consumino in un lampo il carisma del «capo», forse ignaro che
tra la campagna afghana e l’«Isola dei Famosi» c’è qualche differenza.
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Come stanno i 2.800 soldati italiani in Afghanistan? «Virtualmente accerchiati», risponde Pepe Escobar, inviato internazionale che lavora tra l’altro per Asia Times, in un allarmante reportage dal Paese (1). Che i Larussa, i Berlusconi e i Frattini farebbero bene a leggere.
Nell’Afghanistan occidentale (zona di Herat) ci sono tre basi militari, esordisce Escobar. Una è americana. Un’altra afghana (due fortini «in mezzo al nulla», con non più di 100 uomini). La terza e più importante, il comando regionale NATO-ISAF – è sotto comando italiano.
«Solo nei primi due mesi del 2009 in questa zona “italiana” attorno a Herat sono aumentati del 50% gli atti ostili contro gli occidentali, essenzialmente auto-bombe ed ordigni esplosivi a lato strada (IED). Qui, il generale Paolo Serra comanda una forza multinazionale di soli 3 mila( L'articolo completo e' disponibile solo per gli abbonati )
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