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Il vero segreto di Fatima
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Il miracolo del sole (Fatima, 13 ottobre 1917) fu l’ultimo atto, la prova inconfutabile che Maria volle regalare al Portogallo per confermare quanto da Lei era stato detto nelle cinque apparizioni precedenti.

«Che cosa desidera da me?» domandò Lucia il 13 ottobre, quando la Vergine scese per l’ultima volta a Fatima.

«Voglio che si costruisca qui una cappella in Mio onore. Io sono la Ma­donna del Rosario. Continuate a recitare il rosario ogni giorno. La guerra sta per finire e i soldati torneranno a casa».

«Ho molte grazie da chiedere. Vuole esaudirle?
».

«Alcune sì, altre no: è necessario che si convertano, che chiedano perdo­no dei loro peccati e che non offendano più nostro Signore che è già tanto offeso».

E una tristezza infinita si diffuse sul viso della Signora più splendente del Sole.

«Non desidera più nulla da me?» domandò infine Lucia.

«Non desidero più nulla» disse ancora la Madonna.

Ella, accomiatandosi, aprì le mani dalle quali sprigionò tutta la luce del paradiso.

«Eccola, se ne va ...ma guardate il Sole!» gridò Lucia.

Vicino al Sole si stava profilando un’altra visione. San Giuseppe, vestito di bianco, sporgeva dalle nubi, portando sul braccio sinistro il Bambino Gesù vestito di rosso. La Madonna stava alla destra del Sole. Svanita questa visione apparvero Gesù, alla destra del Sole, e sua Madre Santissima addolorata. An­che il Redentore tracciò la sua benedizione sulla folla. A Lucia parve ancora di vedere la Madonna con lo scapolare: era la Madonna del Carmelo.

Qualche attimo di contemplazione e Lucia gridò di nuovo: «Guardate il Sole!». Le settantamila persone colà riunite assistettero allora al più stupendo miracolo che mai si fosse realizzato. La pioggia cessò improvvisamente e il Sole co­minciò a dardeggiare i suoi raggi sulla Terra. Gettava luce da una parte e dall’altra e colorava aria, terreno, alberi e gente con tinte diverse. Sembrava una ruota di fuoco che girasse vorticosamente. Ad un certo momento si fermò e poi cominciò a muoversi come se saltasse e danzasse, si fermò un’altra volta e ricominciò di nuovo a danzare finché alla fine parve che si staccasse dal cielo e cadesse sopra alla folla. Fu un momento terribile.

La gente gridava: «Qui moriamo tutti, Signore salvaci». «Madonna, Regina del Rosario, salva­ci!». E recitavano l’atto di dolore. Ci fu persino una signora che fece la confessione generale, e ad alta voce diceva: ‘Io ho fatto questo e quest’altro peccato…’. uno spettacolo indescrivibile.

Final­mente il Sole si fermò e tutti ebbero un sospiro di sollievo, mentre da ogni parte si sentiva gridare: «Miracolo, miracolo!». Anche lontano dalla Cova da Ina fu osservato il grandioso fenomeno. Lo racconta P. Ignazio Lourenco: “Avevo allora appena nove anni e frequentavo la Scuola elementare del mio paese, che dista da Fatima 18 o 19 chilometri. Si era verso mezzogiorno, quando fummo sorpresi dalle grida ed esclamazioni di uomini e donne che passavano per la strada, davanti alla Scuola. La maestra fu la prima a correre sulla strada, senza poter impedire che noi ragazzi le corressimo dietro. Nella strada il popolo piangeva e gridava, indicando il sole: era il miracolo, il grande miracolo che si vedeva distintamente dall’alto del monte, ove è posto il mio paese. Mi sento incapace di descriverlo come anch’io lo vidi e sentii allora […]. Vicino a me stava un incredulo che aveva passato la mattinata a ridersi dei creduloni che facevano tutto quel viaggio a Fatima ‘per vedere una ragazza’. Lo guardai: era come paralizzato, assorto, spaventato, con gli occhi fissi al sole. Poi lo vidi tremare da capo a piedi e, levando le mani al cielo, cadere in ginocchio nel fango, gridando: ‘Nostra Signora! Nostra Signora!’ […]”.

Tra la gente erano presenti gli inviati dei giornali del Portogallo, della Spagna, della Francia e perfino degli Stati Uniti che all’indomani narrarono sulle loro testate del miracolo del Sole acca­duto presso Fatima.

La Madonna aveva mantenuto la promessa. Tutti erano da quel momento obbligati a credere alle parole dei tre pastorelli.

*


Per tutti i lettori che non l’avessero letto, ripubblichiamo un nostro articolo del 13 maggio 2017 che era stato scritto per i cento anni dalla prima apparizione.

* * *


Il vero segreto di Fatima

Atteso e un po’ temuto, al centro di decennali discussioni, il centenario di Fatima è finalmente arrivato a dispetto delle nostre incorrispondenze a quanto ci era stato lasciato in custodia.

Molte volte in questi anni abbiamo “scrutato il cielo” alla ricerca di segni che traducessero una risposta soprannaturale all’approssimarsi dell’odierna scadenza, dimenticandoci che a provocare quelle risposte dovevano essere le nostre libere scelte in risposta alle grazie che Dio, nonostante tutto, non ha mai smesso di inviarci. Il creato, così, sottoposto agli innumerevoli peccati che oggi nessuno più concorre ad espiare, sta subendo un’evidente agitazione. Ma la colpa è solo nostra.

Sappiamo difatti che a Fatima furono dati dei compiti – agli uomini di Chiesa in particolare – e furono posti dei “paletti metastorici”, delle medicine soprannaturali da non lasciare scadere. La consacrazione della Russia al cuore di Maria, da compiersi presumibilmente entro il 2017, la quale non sarebbe stata eseguita secondo le richieste di Maria nemmeno dal devotissimo Pio XII, era la più importante fra queste. Ma non solamente.

Maria ha proseguito le sue richieste facendole convergere su Garabandal (località spagnola dove la Madonna apparve dal 1961 al 1965) con precisi avvertimenti e con messaggi di portata apocalittica, che furono mal digeriti dalla Chiesa conciliare di quegli anni e che oggi andrebbero urgentemente riabilitati come chiaro ammonimento mariano in prosecuzione di Fatima. Non solo.

Sappiamo quale conseguenza provocò la colpevole trascuratezza di un altro centenario, quello del Sacro Cuore di Gesù (1689-1789), che il sacrificio espiatorio di Luigi XVI non servì a ripianare, arrivando con troppo ritardo – era il dicembre del 1791 e il re, già imprigionato, stava per essere decapitato – nella sua richiesta di consacrazione della Francia al Sacro Cuore.

Come il cuore di Maria e Gesù sono fusi insieme, quasi certamente le apparizioni del monastero di Paray-le-Monial a Santa Margherita Alacoque anticiparono in qualche modo quelle di Fatima, e il ruolo che fu della mistica francese passerà a suor Lucia a partire dal 1917.

Relativamente a questa inoperosa trascuratezza dei sovrani Borbone, difatti, veniamo a sapere dell’insistente associazione fatta da suor Lucia – dopo la prima guerra mondiale – tra la richiesta di Gesù alla Alacoque e quella di Maria a Fatima: se non avverrà la consacrazione richiesta della Russia, alla Chiesa toccherà la sorte data in pegno ai re di Francia, i quali uno dopo l’altro tradirono la missione soprannaturale a loro affidata.

Trascurabile attualità di Fatima



Fatima è tutto questo, ma disgraziatamente molto altro ancora, nella misura in cui gli uomini, soprattutto tra il popolo cattolico, hanno proseguito nella dimenticanza delle loro superiori responsabilità.

Il periodo che ci ha diviso dal 1917, dalla realtà concreta delle apparizioni, ha visto prodursi, in aggiunta agli avvertimenti estrinseci sopra riepilogati e di provenienza più puramente celeste, numerosi altri misfatti, spaventose ombre e misteri mai risolti, degni del peggiore romanzo danbrownesco. La presunta sostituzione della persona di suor Lucia è certamente tra i più celebri (ma di cui preferisco non parlare per questioni di sobrietà), ma è seguita a stretto giro dalle altrettanto congetturate cospirazioni relative ai pontificati di Papa Roncalli e Papa Montini (la mancata elezione del cardinal Siri, il terzo segreto non divulgato, le connessioni massoniche di questi due pontefici, etc.); poi vengono i successivi sospetti sul breve pontificato di Papa Luciani (il suo presunto assassinio, sempre, a quanto si dice, di stampo massonico) che precedettero i fatti riguardanti il lungo pontificato di Karol Wojtyla, che ha conosciuto al suo interno un po’ di ogni cosa  — dallo scandalo Ior, a Solidarnosc, da Alì Agca a Emanuela Orlandi, dal Giubileo al terzo segreto associato alla sparatoria del 1981…

Tutti questi aneddoti, così pare, sarebbero in qualche modo afferenti a Fatima, legati alla effettività delle sue apparizioni, perché esse rilascerebbero un carattere di pressante attualità, di denuncia e di anticipazione del totale sconquassamento della Chiesa guidata da Pastori indegni di tale compito al pari degli ultimi sovrani Capetingi (la qual cosa è certamente vera, almeno in parte).

Ad aggravare la portata del rilievo, c’è la questione venutasi a creare attorno al terzo segreto di Fatima, una smisurata e forsennata produzione di balle miste a mezze verità, di opinioni a tratti devastanti buone solo per vendere qualche libro acchiappante — un parolame durato 60 anni di “non detti”, di aumma aumma, di personaggi più o meno noti che “saprebbero”, che “hanno letto ma che non potevano dire” (e si fanno i nomi di Siri, di Ottaviani, di Padre Pio, di don Villa). Anche in questo caso non mancano aneddoti degni delle migliori spy story, con personaggi scomodi fatti fuori poco prima della rivelazione ufficiale del cardinal Bertone (sarebbe il caso dell’esorcista Malachi Martin, morto nel 1999, e che alcuni dicono essere stato assassinato per metterlo a tacere in merito al vero contenuto del terzo segreto, da lui appreso per bocca dello stesso cardinal Ottaviani).

Non voglio proseguire oltre in questo elenco, il lettore mi perdoni. Anzitutto non mi ritengo un esperto di “gialli vaticani” che, a dirla tutta, non mi sono mai interessati granché; inoltre un certo pudore mi impedisce di avanzare in questo terreno, perché mi pongo subito la domanda di cosa ne penseranno lassù di un tale spreco delle intelligenze. Su questo sito, fintanto che è stato nelle nostre possibilità, abbiamo sempre cercato di passare oltre, proponendo ai lettori una chiave di lettura a nasò all’insù ma con i piedi ben saldamente piantati a terra, una posizione che francamente tendo a prediligere, per me personalmente e di conseguenza per chi ci segue.

Non fraintenda il lettore: non è mia intenzione disistimare la portata di certe implicazioni, assolutamente gravi e molte delle quali fondate; se riesco vorrei solamente passare oltre, specialmente oggi, virando verso quello che il cuore, e la mente, mi trasmettono intorno a Fatima.

Se tale apparizione rappresenta veramente il preciso momento in cui l’arco temporale previsto da Dio, affinché la storia servisse allo scopo della salvezza, si piega, e venendo a toccare le nostre vite ci avverte che il periodo concesso è ormai prossimo a concludersi, se ciò è vero allora Fatima deve essere capita ed utilizzata altrimenti che come scusa per puntare il dito, ed ammonticchiare statistiche da scandaluccio, che sono il classico argomento in cui si dibatte, spesso esagerandone la portata, chi coltiva poco le cose dello Spirito.

Guardandosi indietro si deve pertanto ammettere un solo fatto compiuto (e triste): tutto quanto è stato prodotto e scritto intorno a Fatima quasi mai ha rappresentato un esemplare impiego degli intelletti al servizio della verità. La matassa non si sbroglia, i dubbi permangono, la confusione è spesso grande.

La questione è rilevante, perché la realtà provocata da tali impicci, per lo spirito cristiano, è molto insidiosa: l’anima di chi nuota in queste acque spesso annaspa, non riuscendo più a raggiungere la salda sponda della teologia, dove sosta in attesa lo spirito di Gesù, quale storicamente ci è stato rivelato proprio dal culto del S. Cuore e dal suo completamento che è Fatima.

Il momento presente e sussistente, l’unico che realmente conta per l’uomo, viene trascurato; la mente viene invece rivolta ad un passato mal compreso per cercare di tradurre un futuro che non ci appartiene, in quanto Dio non ce lo ha ancora trasmesso; vogliamo conoscere, conoscere cose arcane con smodata curiosità, per violare il sigillo di un tempo non nostro, non accorgendoci che già un tale approccio è di per sé sufficiente per tradire Fatima e la sua realtà, il suo dono profondo.

Lo sguardo che la Madonna ci rivolse a Fatima dovrebbe invece sollevarci dagli scandali e dalle inutili sporcizie di questo mondo; dovrebbe essere lo Strumento per condurci in alto, alle estreme conseguenze del pensiero, al Cielo, e non essere usato per scoprire “cosa bolle in pentola negli affari vaticani” come leggo in un articolo dal titolo Gli Sgranosari, a cura di un certo Nicola di Carlo.

È perfino, credo, una questione di logica perspicacia: quand’anche entrassimo a conoscenza dell’assillante terzo segreto nella sua integralità, quand’anche la Chiesa lo divulgasse al mondo, come la Madonna ha domandato, ma a partire dal 1960, cosa cambierebbe efficacemente per la nostra esistenza in vista della salvezza? Verremmo forse a conoscenza del tradimento operato dai Pastori, e delle catastrofi cosmiche che ci attendono; ma queste non ci sono già state annunziate dai Profeti e dagli Apostoli? Già sappiamo cosa ci attenderà. Perché, allora, non iniziare a prepararsi fin da subito a quanto ci si prospetta facendo buon uso del tempo presente e delle grazie che ci vengono concesse istante dopo istante? Breve e unica è la vita presente ricordano i Ss. Padri

Torniamo allora, e urgentemente, a rivolgere un poco più “in alto” il nostro sguardo. Fatima ci arrivò per tale motivo e qui si deve arrestare il suo messaggio. Esso non è un rebus da settimana enigmistica, né un fumoso prodotto di qualche aruspicina.



Oggi pertanto mi piacerebbe mettere da parte tutto ciò che riguarda Fatima da un punto di vista “storico-giornalistico-annalistico”, ovvero tutta quella speculazione sugli intrighi di corte, sulle bugie e sulle falsificazioni. Perché se è verissimo che le apparizioni portoghesi sono legate alla storia cronologica – storia di salvezza fatta anche di date, ricorrenze e coincidenze (ad esempio la notoria convergenza dell’anno ’17 – Lutero, Massoneria, Comunismo) – ciò non toglie il fatto che l’anima di Fatima risieda essenzialmente altrove.

Almeno oggi, allo scadere di questi 100 anni, vorrei che ci concentrassimo unicamente sul momento presente, rosario in mano se possiamo, facendo sì che al nostro cuore vengano trasmessi altri “ricordi” ed altri “messaggi”, certamente più perenni.

La Vera attualità di Fatima

Quello che il Cielo venne a domandare, spiegandone ulteriormente le “vie”, non fu nient’altro che questo: sacrificio ed espiazione. Non misteri, non segreti, non vaticini o miracoli grandiosi — che se certamente vi furono, furono semplicemente la conseguenza di un fatto ben più profondo, come le guarigioni di Gesù erano un fatto accidentale di qualcosa di più essenziale (la conversione del cuore).

L’essenza di Fatima risiede nell’esempio espiatorio – identico a quello di Cristo, perché riguardante la totale inesione a Lui – dei suoi protagonisti, nell’umile nascondimento della figura obbediente di Lucia e nella sofferenza di Francesco e Giacinta, andati a Dio a breve distanza l’uno dall’altra tra grandiose sofferenze.

Scrisse suor Lucia:

“La visione dell’inferno suscitò un tale orrore in Giacinta che tutte le penitenze e mortificazioni le sembravano niente per riuscire a liberare qualche anima. Spesso si sedeva e pensierosa cominciava a dire: ‘l’Inferno, l’inferno! Quanta compassione ho delle anime che ci vanno! E la gente là dentro brucia come legna al fuoco!’. E tutta tremante, s’inginocchiava con le mani giunte per recitare la preghiera che la Madonna ci aveva insegnato: O Gesù mio, perdona le nostre colpe, liberaci dal fuoco dell’inferno, e porta in cielo tutte le anime…”.

La portata della testimonianza di Lucia è stupefacente, soprattutto da un punto di vista dei misteri riguardanti le cose di Dio.

I pastorelli ebbero difatti, da quel che leggiamo, la facoltà di vedere le pene che soffrono i dannati, un dono speciale riservato solo ai beati del cielo come insegna Isaia: E usciranno a vedere i cadaveri di coloro che hanno prevaricato contro di Me (…) e la loro vista farà nausea ad ogni carne (Is., 64, 24). In Paradiso però non si può più provare compassione per i dannati, perché lì l’impiego del libero arbitrio, sempre presente anche nella vita ultraterrena, non può più meritare alcun aumento di grazia essendo già fissato eternamente nel bene (i teologi chiamano questo fatto immobilità nello stato acquisito).

S. Agostino nella Città di Dio (20, 22), commentando Isaia, si domanda come “usciranno” i santi a vedere le pene dei dannati, ed esclusa una “uscita con movimento corporale dalla loro beata sede per andare al luogo di pena per vedere presenzialmente i tormenti dei rei”, il santo dottore nota che essi usciranno per scienza. S. Tommaso, nella sua Summa (III, Suppl. q. 94, a. 1) riprendendo questa spiegazione sottolinea il movimento dello spirito, che contempla lo sviluppo finale della storia nella sanzione definitiva del vizio, eliminato per sempre dal regno celeste, nel quale coincidono eternamente virtù e felicità.

«È dato ai santi – scrive s. Tommaso – di perfettamente vedere le pene degli empi, affinché la loro beatitudine piaccia loro di più e più abbondanti siano i loro ringraziamenti a Dio visto che qualsiasi cosa è maggiormente conosciuta col paragonarla al suo contrario».

Se certamente i beati non esultano delle pene in quanto tali, e pertanto dell’altrui disgrazie, però, continua San Tommaso, “ne godranno in qualche modo, considerando in essi l’ordine della divina giustizia e la loro propria liberazione, di cui avranno godimento. Così, la divina giustizia e la loro propria liberazione saranno la causa essenziale della gioia dei beati; la pena dei dannati accidentalmente sarà per quelli una causa di godimento” (q. 94, a. 3).

Ora, la mediazione apportata dai santi Dottori può aiutarci a capire qualche cosa di molto importante relativamente a Fatima: Giacinta riesce a provare una compassione che i Santi in cielo non possono più provare con le stesse caratteristiche, interamente rapiti in Dio come sono, finalmente dissetati e ristorati dalle fatiche della vita passata, anche se certamente la loro impetrazione prosegue a vantaggio dei viatori della terra (mentre non vi prosegue l’acquisto dei meriti). Così, nella straordinarietà della nostra esistenza, quella terrena risulta essere una condizione di potenziale “superiorità” rispetto a quella celeste, una superiorità dettata dall’amore che l’uomo può praticare fintanto che ha possibilità per farlo, che nel caso dei pastorelli di Fatima fu un periodo breve ma intensissimo.

Lo insegna magistralmente il servo di Dio Pier Carlo Landucci: “noi uomini siamo chiamati ad una progressiva divinizzazione della nostra vita attraverso il progresso ascetico, il quale sarà condizionatore del livello di vita di tutta l’eternità”. La vita terrena difatti, attraverso l’inesione a Cristo, è in qualche modo superiore alla vita celeste, ossia alla inesione a Cristo in cielo e al conseguente possesso svelato di Dio, perché in terra tale possesso beatifico futuro si può ancora accrescere, mentre nel cielo resterà quello che è.

La portata eterna del tempo a nostra disposizione, su cui Fatima ci istruisce prepotentemente – e noi distratti dagli scandali di questo mondo non ce ne siamo accorti a sufficienza – è una delle verità più grandiose che dobbiamo tornare a mettere a frutto con assoluta necessità.

La prima e più importante fonte di accrescimento per il futuro possesso ce l’ha data Dio stesso quando è sceso dal suo alto lume per condividere liberamente con noi la nostra condizione sofferente e le conseguenze del nostro peccato, che Egli accettò di subire.

Se è vero che secondo l’insegnamento teologico la natura divina di Cristo, durante la Passione, si sarebbe come eclissata, ammetto che a me sembra manifestarsi, invece, proprio qui. Se Dio è Amore, come insegna San Giovanni nel suo Vangelo, se Dio è tanto infinitamente amante da costituire con la sua intima amorosità l’amore stesso sussistente, allora quale amore più grande della Croce? Come una madre accarezza il bambino, così Io consolerò voi, e voi sarete consolati si legge in Isaia (64, 13). Nelle sofferenze della Passione ci sarebbe maggiore e sovrabbondante manifestazione di divinità, ovvero di sovrabbondante amore – la scoperta, la rivelazione di un fuoco divino che avvampa il cuore di Dio per gli uomini – che in qualunque altro eminente suo attributo.

Forse i martiri lo hanno capito meglio di noi. La compassione che mosse Dio a tale gesto è difatti molto simile – con le dovute distanze essendo l’anima umana nel piano della natura creata – a quella che mosse Giacinta e Francesco data la loro totale conformità all’Esemplare, che è Gesù.

Ma attenzione. Il loro esempio riguarda strettamente tutti noi nel senso che anche noi siamo chiamati a seguirLo, e a seguire i suoi santi sulla via del sacrificio, perché solo attraverso di esso possiamo ritrovare il nostro senso di dignità superiore e, nel lavacro della penitenza, scoprire la sorgente della nostra rigenerazione, il principio del ritorno sulla via della giustizia che conduce alla Luce in Dio. L’amore vuole che ci immoliamo con Lui, nella proporzionata offerta del nostro sacrificio.

San Pio e San Paolo, Giacinta e Francesco ci hanno preceduto sulla via della perfetta sequela: completo nella mia carne ciò che manca alla Passione del Signore — alla quale anche noi, quali creature razionali e libere, siamo chiamate, ognuno secondo la sua misura (ovvero nella misura delle nostre corrispondenze alla grazia).

Se di Fatima non si è capito questo aspetto, sarà perché abbiamo riflettuto troppo poco, e troppo poco conosciamo della sua vera sostanza, che parla alle anime intelligenti e non riguarda i rebus della settimana enigmistica nel quale l’hanno trasformata gli uomini curiosi.

Questo “stampo” nella vita di Gesù costituisce difatti, per l’ascetica cristiana, una delle note caratteristiche, note che i piccoli di Fatima seppero suonare con tanta perfezione, in ciò prevenuti dalle grazie scaturenti dalla visione di Maria, ma ciononostante liberissimamente conseguite, come avviene per tutte le vocazioni d’eccezione e superumane, troppo grandi da potere essere strettamente imposte. Quei bambini, nella loro profonda ignoranza di alti misteri, in un dato e preciso momento offrirono in olocausto e liberamente l’unica cosa di cui potevano disporre, ovvero loro stessi.

Cosa stupefacente è la responsabilità che Giacinta e Francesco sentirono come un obbligo per la loro anima; un imperativo di progresso mistico pari a quello dei più grandi eroi della fede, che s’impose al loro cuore illuminato. La loro fu “pubblica” adesione ai piani di Dio nel senso più totalizzante del termine.

Ecco allora che da queste prove, da Fatima, scaturisce un sovrano assunto: nell’uomo risiede potenzialmente una dignità quasi divina, in virtù dell’eccessiva carità con cui Gesù ci amò, quando essendo morti per i peccati Egli «ci convivificò» (Efesini, 2, 4).

È il Sigillo di Cristo – come lo chiama padre Landucci –, impresso nel grande fronte di combattimento della santificazione umana.

Da qui proviene la dignità dei santi, ma anche la nostra in quanto creature libere, cioè amate da Colui che ci ha tratto dal nulla e ci sostiene in ogni istante della nostra vita comunicandoci l’essere: ovvero dall’avere in potenza una natura salvabile perché salvata, ma non solamente, perché attraverso la libertà d’arbitrio, orientata al bene per mezzo della grazia che ci anticipa e ci muove, la nostra natura è anche associabile allo stesso salvataggio e può partecipare a questo facendosi come un’estensione di Dio sulla terra.

“Affiorati all’esistenza naturale per effetto del gratuito dono dell’essere elargitoci da Dio – scrive il padre Landucci in un testo di ascetica che potremo pubblicare nel corso delle prossime settimane –, senza alcun nostro merito siamo chiamati a sollevarci al piano dell’esistenza soprannaturale per effetto del gratuito dono divino della grazia, al quale però deve congiungersi il merito della libera corrispondenza”.

Essendo Dio santità e perfezione infinita, la misura della nostra santità sarà allora stabilita dal grado di congiunzione con questa divina santità, mediante la carità. Chi dice sempre «sì», sull’esempio dei pastorelli di Fatina, e cammina sempre col passo voluto da Dio, percorrerà un cammino perfettamente combaciante col divino programma e quindi completo e santo come il programma divino stesso; né di più egli potrà compiere o desiderare. E siccome tale volontà o “programma” divino di ogni istante c’è immancabilmente per tutti, risulta dimostrato che tutti, essendo chiamati ad adempierlo, sono chiamati anche alla santità eroica sull’esempio di Giacinta.

Padre Landucci chiama tale responsabilità: la vocazione universale di ogni istante, poiché tutto esiste – la storia come l’intero universo creato – al fine di santificare l’uomo e farlo tornare a Dio, a tal punto che i teologi spiegano un tale antropocentrismo della creazione dicendo che se chi non ha fiducia di salvarsi pecca contro la virtù teologale della speranza, l’offende pure chi dispera di santificarsi.

Nel cosmo, scrive Landucci, vibra la vocazione alla santità”.

Oggi però l’uomo, noi cattolici soprattutto, non corrispondiamo più alla chiamata di Dio: Lui ci chiama al piano della redenzione e dell’amore, ma non vi fu chi rispondesse. A furia di addentrarci nella penombra di aneddoti del complotto e delle colpe, ci siamo dimenticati delle cose veramente essenziali della nostra fede, che è fede pratica e va praticata fino in fondo, ma oggi non c’è quasi nessuno che decida di assumersi tale responsabilità, anche solo di vivere una santità nascosta, costituita cioè dalle virtù personali, senza miracoli, senza che sia conosciuta, senza grandiose missioni. Sarebbe più che sufficiente.

Sapete per quale motivo? Perché l’uomo, considerato come unico nell’universo, costituisce da solo il termine di tutta la Passione di Gesù, di tutto il suo misericordioso amore, in modo che se, per assurdo, fosse restato un solo figlio di Adamo sulla terra, il divino Redentore avrebbe ugualmente compiuta la sua totale donazione. È in tal senso che Padre Pio esclamò: non sono tutto per tutti, ma tutto per ciascuno.

Da ciò scaturisce la commovente visione della vita come un cammino a due: dell’anima che collabora strettamente, in maniera intima, col divino Consolatore inviato da Cristo.

È per questo supremo motivo che illuminati dalla luce divina “filtrante dalle mani di Maria”, Giacinta, Lucia e Francesco, capendo l’importanza unica di ogni singola persona, unica perché personalmente e individualmente salvata dalla totalità delle sofferenze di Dio, vollero immolare loro stessi per la salvezza anche solo di uno tra noi, proprio come fece Cristo; e lo fecero eroicamente, con quella spontaneità valorosa, un po’ impudente, tipica dei fanciulli, tanto apprezzata da Gesù; e lo fecero per assurdamente controbilanciare la terribilità del momento storico che il mondo stava per affrontare; lo fecero letteralmente ergendosi sul precipizio dell’abisso, guardandolo in faccia senza indietreggiare.

È l’impressionante segreto di cosa può riuscire a realizzare un cuore puro che oggi ci manca.

Questa è l’unica attualità di Fatima che oggi voglio contemplare: quella mistica, non quella dei rotocalchi e dei rebus statistici; l’unico aspetto della vicenda su cui il cristiano è utile che rifletta, perché in esso rifulge la suprema originalità della sua fede, la quale insegna che ogni istante va colto senza indugio, perché le grazie sono come collegate a catena, ognuna condizionando quelle che seguono, in modo che l’incorrispondenza ad una di esse può avere, a distanza di tempo, conseguenze incalcolabili, mentre la corrispondenza volenterosa può essere caparra di future e sempre maggiori grazie per il mondo intero.

Tutto ciò, non sarà sfuggito al lettore attento, ha i veri connotati di una “seconda Passione”; e realmente lo fu in qualche modo, perché come la Passione del Signore è sempre presente nella vita di ogni uomo, e ogni ausilio di grazia costa il sangue di Cristo e nasce dalla sua attuale preghiera (ciò si chiama il presenziale della divina agonia), così è anche Fatima per la storia universale del mondo. Si parla, molto propriamente, di coimmolazione.

A quale dignità, allora, può essere innalzato l’uomo se lo vuole! — la qual cosa rende la vita umana e terrena, la nostra avventura quaggiù, ammantata dei fulgori dell’avventura divina, perfetta anticipazione già in terra della futura divinizzazione a cui Dio ci chiama tutti e che sarà diretta conseguenza della nostra generosa battaglia, proporzionato premio.

Ce lo dissero con assoluto lume gli stessi pastorelli, ma non ce ne siamo avveduti intenti come eravamo a spulciare avidamente (e stupidamente) “tra le pagine della storia ecclesiastica”.

«La Signora – disse Lucia – aprì le mani, comunicandoci una luce così intensa, una specie di riflesso che usciva e ci penetrava nel petto e nel più intimo dell’anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella luce, più chiaramente di come ci vediamo nel migliore degli specchi».

Vi è qui, nel racconto dell’esperienza mistica narrata dalla piccola e semianalfabeta Lucia, una strabiliante descrizione di quel “lume di gloria” attraverso il quale, in cielo, saremo capaci di fissarci immediatamente in Dio. Tale Luce, traduce Lucia, non andrà ad illuminare qualcosa di estraneo a noi, quasi non ci appartenesse, bensì sprigionerà Dio stesso nascosto nella nostra anima. In tal senso Lucia poté dire: “ci penetrava (…) nel più intimo dell’anima, facendoci vedere noi stessi in Dio”.

Lucia, qui, come già avvenne nel caso di Bernadette, esprime senza saperlo il più alto concetto che la teologia conosca, ovvero che la luce di gloria si proporzionerà al grado di elevazione con cui l’anima si troverà in punto di morte, grado che a sua volta corrisponderà alla misura della grazia santificante posseduta. Ma a questa si proporzionano in terra le virtù teologali infuse, le quali, in linea operativa, sono il mezzo di attingere Iddio posseduto e nascosto nell’anima, velatamente raggiunto dalla fede e abbracciato dalla carità. L’insegnamento teologico, pertanto, conclude dicendo che la misura del divino possesso è la medesima in terra ed in cielo.

Ecco allora che arrivati così stancamente alle porte di questo santo anniversario, dobbiamo tornare con coraggio a costruirci istante dopo istante il paradiso futuro, nel progressivo accrescimento del possesso di Dio nascosto dentro di noi, che con tutto sé stesso desidera essere da noi “fatto prigioniero” — infinito amore per la sua creatura, incrollabile fondamento dell’ottimismo cristiano nella vittoria finale.

Mi pare risieda qui il più vero e più dolce mistero che da Fatima dobbiamo trarre; un segreto che non si può scrivere nei rotocalchi, un segreto che tutti fin d’ora possiamo già contemplare, e che non ha bisogno di essere divulgato, perché è già scritto nei nostri cuori: è il segreto dell’eternità.

Lorenzo de Vita



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