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San Paolo: l’antidoto per rigettare il veleno gnostico
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Beati coloro che si preoccupano di prepararsi sempre più, con sforzo quotidiano, a comprendere le cose arcane del cielo

Vorrei parlarvi di San Paolo; per contestualizzare storicamente il suo apostolato è però necessario praticare un lungo salto indietro nel tempo, per la precisione di 1960 anni circa, e portarsi ad Efeso, celebre città portuale della Jonia, dove la presenza di questo straordinario apostolo, più che in ogni altro luogo contribuì a far inabissare un mondo che si reggeva in precario equilibrio, a cavallo tra straordinarie bellezze frammiste a straordinarie corruzioni, sia morali che intellettuali. San Paolo fa la sua comparsa in quei luoghi verso l’anno 55 d.C.

Irrompe la Luce e le tenebre si ribellano

Ai tempi di San Paolo Efeso era una città commercialmente fiorentissima. Situata di fronte a Corinto ed Atene sul mar Egeo, era la capitale della provincia romana dell’Asia proconsolare di cui facevano parte le città di Smirne, Pergamo, Magnesia, Sardi, Filadelfia e Colossi. Celebre in tutto il mondo per il suo tempio, era non meno famosa per le sue ricchezze, il suo lusso ed il suo pervertimento morale. Ad Efeso sorgeva difatti un grandiosissimo tempio, dedicato alla dea Diana. Tale tempio costituiva una delle sette meraviglie del mondo. Plinio (Historia Naturalis, V, 31) narra che tutta l’Asia proconsolare concorse per lo spazio di duecento anni ad ornare ed arricchire quella costruzione con quanto aveva di più prezioso, tanto che l’edificio vantava ben 127 colonne del marmo più prezioso, dono di altrettanti Re dell’Asia. La grandiosità delle sue costruzioni, la purezza delle sue linee, e l’immensità delle ricchezze in esso raccolte rapivano di meraviglia tutto il mondo allora conosciuto.

  Diana degli Èfesii
In questo luogo di ricchezze artistiche e spettacoli naturali impressionanti, dominava sugli uomini il culto della dea Diana. Tale culto però, come erroneamente si potrebbe pensare (anche lo stesso Ricciotti compie tale “errore”), non era di origine latina e romana, (quella Diana-Artemide nota a tutti, raffigurata con arco e frecce), bensì aveva oscure origini asiatiche e diversi punti di contatto con quello della Dea Astarte (divinità fenicia) e di Venere. Da quel che si legge negli antichi scrittori come Strabone, Pausania e Plinio, il culto di Diana dea efesina era molto antico e molto esteso. Chiamata anche “notte”, la Luna era il simbolo di questa divinità, che veniva considerata come un’espressione della forza produttrice e nutritiva della natura. La statua della dea era nella sua parte inferiore tutta fasciata a guisa di una mummia, e ricoperta di iscrizioni e di animali simbolici, mentre nella parte superiore portava una quantità di mammelle, simbolo della sua fecondità, e dell’essere considerata come la madre di tutti i viventi. Il culto di questa “dea” – fin dai primi tempi – dalla Media si sparse lungo le coste del Mar Nero, e poi nell’Asia Minore, ove si confuse con quello di Cibele, divinità anatolica, venerata come Grande Madre della natura, degli animali e dei luoghi selvatici, spesso raffigurata come divinità malvagia. Nella Scizia (estesa area abitata dagli Sciti che inglobava il Caucaso settentrionale) fu adorata sotto il nome di Diana Taurica, il cui culto vedeva contaminati gli altari con sacrifici di vittime umane. Passò nella Grecia, e divenne progressivamente l’Artemide di quel Paese; ed i Romani l’adorarono sotto nome di Diana. Il culto di questa “dea” ebbe per lungo tempo la sua sede principale proprio in Efeso, dove conobbe un pieno splendore “asiatico”, ovvero non ancora latinizzato; in Efeso, in suo onore, si celebravano le feste dette “efesie”.

San Paolo, oltre che in Atene (ma con scarso beneficio per questa città) fu destinato da Dio a predicare il Vangelo in questi luoghi di idolatria. Il racconto della sedizione eccitata dall’argentiere Demetrio, e narrato al capitolo XIX degli Atti, mostra benissimo quanto grande fosse qui il culto di questa “dea”, culto che da essa città, come da un centro, si spandeva in tutta l’Asia, anzi, in tutto il mondo romano e greco. Demetrio, dice il sacro testo, era capo degli orefici che vivevano del lucro ricavato dalla fabbricazione di certi tempietti di argento, ch’essi vendevano ed in cui vi era contenuto il simulacro di Diana, e l’effigie del tempio efesino. Questi simulacri venivano venduti per soddisfare la curiosità e la devozione dei cultori della dea e dei pellegrini, che da ogni parte accorrevano ad ammirare la ricchissima e grandiosa costruzione, ed amavano tornare da là con qualche ricordo. Questi tempietti in miniatura servivano pure molto spesso come veri e propri amuleti, ed erano portati indosso quali preservativi dai mali. La superstizione in queste cose era in Efeso al massimo grado e come un faro si spandeva dappertutto, ad Oriente verso l’Asia Minore e ad Occidente verso l’Europa continentale.

San Paolo predicò per ben due anni presso questi lidi, poiché, come seppe dallo Spirito Santo, l’apostolato colà avrebbe dato frutti immensi (giacché mi si è apperta una porta grande e spaziosa: e molti avversari scriverà da Efeso ai Corinti), e da quella città, centro di corruzione e di idolatria, avrebbe dovuto spandersi tutto d’intorno la “via del Signore”, ovvero nel popoloso e cosmopolitico entroterra fatto di ben 500 città di provincia, che sorgevano alle spalle di Efeso.



I giudei – che tradizionalmente se ne stavano in disparte, separati e disinteressati della sorte di quelle genti idolatre – dopo tre mesi di discussioni in cui Paolo diede a loro per primi ragione delle cose del Regno di Dio, si indurarono, e non credevano, e dicevano male della via del Signore dinanzi alla moltitudine, ovvero bestemmiavano il nome di Cristo, come erano soliti fare. San Paolo allora, ritiratosi da questi, segregò i discepoli, ossia non volle più che frequentassero la sinagoga, e si cercò un altro luogo dove insegnare, e lo trovò nella scuola di un certo Tiranno rivolgendosi dunque ai pagani. I frutti di tale apertura furono fin da subito immensi.

In questo periodo ad Efeso, e per l’arco dei due successivi anni (56-57), tutti quelli che abitavano nell’Asia, e Giudei e Gentili, udirono la parola del Signore, e Dio faceva miracoli non ordinari per mano di Paolo. Come spiegano gli Atti e testimoniano le Lettere apostoliche, molti Efesini che avevano creduto, venivano a confessare e manifestare le opere loro, e nel dire ciò si ritiene comunemente trattarsi qui della confessione sacramentale che anche noi oggi pratichiamo. A seguito della predicazione di Paolo, accadde inoltre un fatto di straordinaria utilità pubblica: molti di quelli che erano andati dietro ad arti vane, portarono i loro libri, e li bruciarono in presenza di tutti: e calcolato il valore di essi, trovarono la somma di cinquanta mila denari. Così cresceva forte e si moltiplicava la parola di Dio.



Le “arti vane” di cui qui si parla erano la magia, l’astrologia, la superstizione, che, come ben sappiamo, sono da qualche decennio tornate in voga anche nella nostra società, rivestendosi di vaghezza e ludicità, ma senza perdere l’origine dannosa da cui traggono forza (rimando per questo argomento al testo di Mons. Battista Proja, Il mondo sommerso: magia, satanismo, superstizioni). Gli Efesini portarono i loro libri, ossia rotoli di papiro o di pergamena contenenti formole magiche. Li bruciarono altro grandioso esempio ispirato dall’apostolato di San Paolo. Ad Efeso si faceva difatti un commercio straordinario di questi libri di magia, noti sotto i nomi di ‘lettere efesine’ (ἐφέσια γράμματα), i quali non solo erano letti, ma venivano anche portati al collo come amuleti.

La conversione pubblica e manifesta di molti Efesini, e dei pellegrini che accorrevano a quella città per vederne le meraviglie ed acquistare qualche oggetto “sacro”, fu a tal punto straordinaria che non poteva passare inosservata. Un certo argentiere di nome Demetrio, vedendo come S. Paolo allontanava il popolo da quel superstizioso culto, si accese di sdegno, e suscitò una grande commozione fra gli artefici del luogo e fra buona parte di popolo, dicendo che per opera di quel Paolo si perdeva totalmente l’onore prestato al tempio della grande Diana, e che cominciava ad obliarsi la maestà di esso per tutta l’Asia. Vi è pericolo – disse Demetrio – questa nostra professione [di artigiani prestati al culto] diventi vituperevole, ma di più, il tempio della grande Diana sarà contato per niente, e comincerà a distruggersi la maestà di lei, che l’Asia tutta e il mondo adora.

Come detto siamo intorno al 57 d. C., probabilmente verso l’inizio della primavera. Gli orefici della città, adunati a consiglio ed istigati da Demetrio – probabilmente un capo della corporazione degli argentieri di Efeso od un grande impresario della zona, che forniva lavoro sia a tecnici che ad operai – corrono all’impazzata per le strade gridando: “Grande è Diana! Grande è Diana!”. Al loro forsennato grido, tutta la città si riempie di confusione, poiché tutti gli artigiani di manufatti si diedero a scorrazzare per le vie aizzando gli abitanti e dirigendosi di comune accordo verso il teatro per indire una pubblica adunanza. Il popolo, come sempre suscettibile di essere istigato dalle peggiori passioni, si mette ad accorrere trascinato dal clamore, senza ben conoscere il motivo di tale richiamo. Nelle città greche il popolo soleva difatti radunarsi nel teatro non solo per assistere agli spettacoli, ma anche per trattare pubblici affari e scandali. Il teatro di Efeso oltretutto era tra i più grandi al mondo, e poteva contenere dai venticinque ai trentamila spettatori.

Nella furia sollevata dal popolino vengono trascinati i macedoni Gaio e Aristarco, compagni di San Paolo, che nulla c’entravano con quella circostanza; il linciaggio era una possibilità molto concreta in questi casi, e molto pericolosa, perché i romani reprimevano facilmente nel sangue questo genere di sollevazioni. San Luca, da eccezionale cronista qual è, precisa che quelli accorsi al teatro gridavano chi in un modo, e chi in un altro: l’adunanza era in confusione, e i più non sapevano perché si fossero adunati. Ma il diritto romano non scherzava, ed era molto chiaro in merito a casi di violazione della libertà personale. La folla, accalcata sugli spalti del grandioso anfiteatro, era a tal punto eccitata ed animata da “santo” zelo che per quasi due ore gridò: Grande è Diana degli Efesini!. Il segretario della città, un pubblico funzionario dell’Asia proconsolare e quindi, per autorità dell’Impero, vero capo in carica ad Efeso, terrorizzato da quel clamore, con le buone maniere riuscì a calmare alquanto gli animi degli Efesini, ricordando alla folla accorsa al teatro che col loro modo di agire inconsiderato correvano il serio rischio di essere accusati di sedizione, e non sapendo dar una ragione plausibile del tumulto eccitato, e non essendo quella un’assise legittima e presieduta da un Proconsole, c’era la concreta possibilità di essere trattati come ribelli dall’autorità romana assente in quel momento. E detto questo – conclude San Luca – licenziò l’adunanza.

Quello che più colpisce in questa narrazione è l’esattezza psicologica della scena narrata da San Luca. La maggior parte della turba è confluita al teatro soltanto perché ha udito vaghe voci, e rimane poi là per ore intere ad acclamare la dea Diana senza saperne esattamente il perché: e il contegno tipico della folla, sempre impulsiva ed irragionevole.

Come poi apprenderemo proseguendo la lettura degli Atti (che avremo il piacere di pubblicare nel corso dei prossimi mesi) San Paolo, dopo due anni di florido apostolato, a causa della sollevazione istigata da quegli uomini venali dovette scappare dalla città, poiché non poteva più rimanere senza correre serio pericolo della vita ed esporre tutti i fedeli ad essere insieme a lui travolti nell’odio e nel furore popolare. Cedendo quindi ad una regola di prudenza, si allontanò da Efeso, la Chiesa della quale poteva dirsi oramai ben fondata e rassodata.

Secondo la Tradizione, anche la Vergine Maria visse in quei luoghi gli ultimi anni della sua vita mortale, tornando a visitare Gerusalemme di tanto in tanto per pregare e piangere sulla Via Crucis, che in Efeso venne riprodotta molto devotamente presso la sua dimora (e da qui proviene la tradizione di quella che ancora oggi noi recitiamo). Terminato il corso della vita terrena di Maria SS. (così come sancito da Pio XII nella MUNIFICENTISSIMUS DEUS) – siamo intorno al 50-52 d. C. –, e dopo la morte di S. Paolo (circa il 67-68), anche S. Giovanni andò a stabilire in Efeso una sua dimora fissa; all’epoca però, sul finire del I secolo, la Chiesa di questa città, benché godesse di una buona liberalità concessale dalla dominazione romana, aveva perduto molto del suo primitivo fervore come consta dai rimproveri che si leggono nell’Apocalisse scritta proprio da San Giovanni, che in Efeso, a differenza della Chiesa ivi fondata, visse in uno stato di prigionia non sappiamo per quale preciso motivo.

Da questa breve descrizione di Efeso e del suo culto fanatico per la Dea Diana, possiamo farci un’idea della situazione di idolatria che contaminava, insozzandola di costumi perversi, la parte più bella del mondo allora conosciuta. La Grecia, e le due sponde che affacciavano sul mar Egeo, benché politicamente soggette a Roma dominavano ed irraggiavano della loro cultura tutto l’Impero, e specialmente Atene con lo splendore del suo sapere, dei suoi poeti, dei suoi oratori, dei suoi filosofi, dei suoi artisti, che riempivano il mondo della sua fama come i suoi monumenti, che ne facevano una meraviglia che non aveva pari. Tutta questa meraviglia era però sprofondata, e veniva sopraffatta da un politeismo dei più confusionari. Gli ebrei dell’epoca, in particolar modo coloro che vivevano lontano da Gerusalemme, possedevano ancora una sapienza superiore non solo a quella della massa, ma anche a quella di coloro che venivano ritenuti grandi filosofi; costoro infatti, pur con le loro splendide disquisizioni, caddero nel culto degli idoli e dei demòni. Invece, anche l’ultimo dei Giudei fissava, seppur imperfettamente, il suo occhio solo nell’unico Dio.

Ma Dio, come sappiamo, opera di meraviglia in meraviglia, e se mentre prima del Vangelo la cognizione teologale era ristretta al solo popolo Ebreo –  anche se pochi di questo popolo avevano una nozione distinta e perfetta della legge del Signore – in seguito, con l’Incarnazione del Verbo, tutto mutò: il “filosofo” scoprì il vero volto del demone che adorava, ed il giudeo secondo la Promessa perfezionò la sua attesa quadri-millenaria. La luce del Vangelo venne conosciuta dai popoli più barbari (non solo dunque dai filosofi e dagli ebrei) e Dio compì meraviglie perché la verità si manifestò alle persone più rozze ed ignoranti che vivevano tra queste genti disperse ed abbandonate. A partire da quel momento i misteri divini divennero in tal modo più noti ai semplici di quel che fossero alla maggior parte dei sapienti della Sinagoga. È questo il mistero della bontà di Dio — che si dona agli storpi, ai ciechi descritti dal Vangelo, ed agli ammorbati dalle nebbie dell’ignoranza dove satana si aggirava con molto guadagno.

Ma un tale dono, per arrivare laddove ve ne era più bisogno (ovvero a “noi” pagani), aveva bisogno di prodi operatori, muniti di fede ma anche di buone gambe!

La tradizione vuole che l’Apostolo S. Tommaso, qualche anno dopo la crocifissione, abbia viaggiato verso il Paese dei Magi, operando conversioni e meraviglie; si spinse addirittura fino al nord della Cina, ai confini con la Russia, in India, e da lì sul Tibet, fino a giungere ad approdare in Giappone, anticipando così di molti secoli il viaggio di San Francesco Saverio, e proprio in Giappone l’Apostolo San Tommaso subì il martirio. In India restò per lungo tempo, viaggiando per l’intero Paese e convertendo moltissima di quella gente; operando miracoli straordinari – anche superiori a quelli di Cristo (come Lui stesso aveva promesso ai suoi discepoli) – dimostrava così le verità di Fede. In India, posto davanti agli idoli pagani ed intimatogli di adorarli, S. Tommaso pregò intensamente, e gli astanti videro discendere dal cielo un fuoco che rovinò l’idolo principale, mentre gli altri idoli secondari cadevano infranti dai loro piedistalli.

Anche l’Apostolo S. Bartolomeo, uno dei dodici, predicò in India ed in Giappone. Tornato verso l’Arabia navigando il Mar Rosso, si portò nell’odierna Etiopia (Abissinia) dove riuscì a convertire il re di quel Paese. La gente del luogo aveva notato che a partire dal suo arrivo l’idolo lì venerato si era ammutolito, ovvero, da demone qual era (simile a quelli che ancora oggi vengo idolatrati nelle religioni orientali) aveva smesso di ingannare gli abitanti del luogo, che portavano al tempio i loro malati e i molti ossessi che abitavano quelle zone; il demone, dal momento in cui Bartolomeno fece la sua comparsa, sosteneva di non poter fare più nulla, impedito com’era, ormai, dal Figlio di Dio venuto sulla terra. Il santo Apostolo, convincendo il re a dismettere quel culto demoniaco per accettare la vera Fede, aveva imposto all’idolo di partirsi di là e di palesare pubblicamente i suoi inganni. Confessando la verità della sua natura tenebrosa, dietro comando del santo il demone era fuoriuscito dall’idolo maggiore presso cui si nascondeva, manifestandosi visibilmente sotto forma di un orrendo mostro e sprofondandosi quindi negli abissi con grande terrore di tutti i presenti.

Attraverso la predicazione apostolica – di Paolo, di Bartolomeo, di Tommaso e di molti altri – in Asia come in Efeso, a Roma come in Spagna, via via si diradavano le tenebre dell’ignoranza e la Luce di Cristo, vero Lume a differenza di quello cabalistico-illuminista, fece progressivamente la sua comparsa nel mondo; ma non solo attraverso la predicazione e la testimonianza orale, ma anche attraverso tradizione apostolica messa per iscritto.

Le lettere degli Apostoli

  La copertina del libro
Come il lettore avrà forse già intuito, oggi è il giorno in cui la EFFEDIEFFE pubblica il suo nuovo testo. Il volume, intitolato Le lettere degli Apostoli, va ad aggiungersi ai precedenti quattro libri già stampati, e che compongono il Nuovo Testamento secondo la versione Martini - Sales. Con il volume di oggi, il sesto della serie, ci avviciniamo dunque a completare il Nuovo Testamento, come promisi di fare oramai più di un anno orsono.

Ora, ho considerato utile riportare i due esempi descritti sopra (di Efeso e dei viaggi apostolici nel cuore dell’Asia), perché descrivono bene la lotta che la Chiesa dovette intraprendere, fin dai primi giorni della sua esistenza terrena, al fine di distruggere l’impero di satana nel mondo. Attraverso questi due esempi mi prefiggo di dimostrare qualcosa che può riguardarci da vicino, non prima però di soffermarmi brevemente per una parentesi descrittiva.

L’importanza universale del volume che vado presentando [che contiene le quattordici Lettere Paoline e le sette ‘Lettere Cattoliche’ [scritte dagli Apostoli S. Giacomo e S. Giuda (2 lettere), S. Pietro (2 lettere), S. Giovanni (3 lettere)], risiede principalmente nel corretto recupero e nella corretta comprensione della cosiddetta ‘Scuola Teologica Paolina’, che per sua stessa natura vanta origine e scopi eminentemente antisovversivi; attraverso il commento di Padre Marco Sales, detta ‘Scuola’ viene interpretata al perfetto lume di diciannove secoli di Tradizione e Magistero successivi, che sono assolutamente indispensabili per riuscire correttamente in un intento esegetico equilibrato. Sales difatti adotta magistralmente 1900 anni di tradizione cattolica, asciugandoli in un commento che ha dell’incredibile per il grado di perfetta comprensibilità che può vantare. Il presente è quindi un testo realmente ispirato, dotto ed al tempo stesso spendibile, in grado di convertire anche il più inossidabile degli scettici se vorrà leggerlo con cuore sincero.

Mi permetta però chi ci legge di esaltare l’importanza del testo anche da un punto di vista prettamente “numerico”: le ben 700 pagine di cui si compone hanno richiesto 6 mesi abbondanti del tempo a mia disposizione; sono stati mesi di intenso studio e di intensa applicazione, mesi a tratti non facili, ed anche “calamitati” da un danno informatico che ha cancellato un intero database di lavori in parte già compiuti. Approfitto pertanto di questa occasione per scusarmi nuovamente con chi ci segue su queste pagine; nonostante gli sforzi che vengono ogni giorno, nessuno eccettuato, questo spazio informativo non sempre ha potuto andare di pari passo con l’attualità e con le aspettative di un lettore medio. Lo avevo anticipato già a dicembre. Occupandomi in prima persona di tutto il lavoro che viene svolto dalla nostra attività editoriale, con il tempo che tiranneggia e le forze che via via si esauriscono, tento di proseguire al meglio delle mie capacità, confidando nella Provvidenza. Se ad EFFEDIEFFE nessuno ha mai dato una mano, men che meno a livello istituzionale, l’unica nostra risorsa siete sempre stati voi lettori, con il vostro supporto e la vostra amicizia costante. Anticipo già fin d’ora che a livello editoriale i progetti non mancano e proseguiranno attraverso la stampa di libri utili e formativi (come il presente). Cercherò di far proseguire anche il lato informativo come meglio mi sarà possibile, senza però poter promettere nulla di certo, nella speranza che il lettore, affezionato a questa casa editrice, continui a nutrire per la nostra realtà culturale un tratto speciale di vicinanza e trasporto, e al tempo stesso, oggi, accetti di seguirmi nella piccola avventura rappresentata da questo articolo.

Sono particolarmente entusiasta, lo dico con molta franchezza (e lo si noterà anche dalla lunghezza dell’articolo che propongo, cosa per cui mi scuso in anticipo; San Tommaso diceva che San Paolo con una frase era capace di distruggere tre eresie insieme; io purtroppo non ho questa capacità...), sono entusiasta dicevo, perché ho la possibilità di poter proporre ai lettori, e così tornare a diffondere, un testo a tal punto traboccante di tesori sia spirituali che storici, sia di ingegno che di universale cultura, e che in aggiunta, di nostra iniziativa è stato ulteriormente arricchito da una “autobiografia” su San Paolo, estratta da un prezioso ed introvabile libricino degli anni ’40 composto da un bravo sacerdote salesiano. Ma il vero gioiello che circonfonde le “Lettere di San Paolo” e le “Lettere Cattoliche” contenute nel presente volume rimane senza alcun dubbio il commento del domenicano Sales, capace di nutrire il lettore adagio adagio, passo dopo passo, come solo un grande classico sa fare, attraverso un’intelligenza asciutta e sicura, e con un incedere armonioso (e metodico) tipico di una scuola teologica e filosofica d’eccellenza come la tomista. Al pari dello studio delle lingue classiche – del latino e del greco –, che apre la mente di chi le pratica e le approfondisce (ricordatelo ai vostri figli quando dovranno decidere sul come proseguire i loro studi), un testo come il presente è in grado di varcare, forgiandola, la mente di chi legge, istruendolo sì ad altissime vette, ma in maniera accessibile ad ogni grado di formazione di chi vi si volesse approcciare.

       
Pagine di esempio dall'interno del libro


Partirei però da un presupposto: San Pietro, il principe degli Apostoli, chiarisce un concetto molto importante nel fine della sua Seconda Lettera (contenuta ovviamente in questo volume). Chiamando San Paolo fratello carissimo, ricorda che in alcuni passi delle epistole paoline vi sono alcune cose difficili a capirsi, che gl’ignoranti e i poco stabili stravolgono (come anche tutte le altre Scritture) per loro perdizione. È da notare che nessun esegeta ha mai voluto stabilire con precisione assoluta e certa quali siano queste cose difficili a cui allude S. Pietro; e lui non lo specifica. Ciononostante, da queste parole del primo Papa si dimostra, contro i protestanti, che la Scrittura non è così chiara da poter essere interpretata da qualsiasi fedele. Questo è un punto fondamentale, poiché se la scrittura è realmente uno strumento principe per pugnare quotidianamente contro gli assalti del leone, al tempo stesso senza la tradizione viva della Chiesa può rivelarsi uno strumento che lo stesso San Pietro giunge a definire di perdizione per i poco stabili e gli ignoranti che la utilizzano e la stravolgono a loro piacimento. Questo assunto stabilisce una volta per tutte l’obbligatorietà che il sacro testo ha di venir commentato ed interpretato SOLO da dottori, Padri e Teologi ben saldi e preparati nel farlo, come ovviamente risulta essere nel caso presente, e nel commento dell’ottimo domenicano Marco Sales.

Dopo questa lunga parentesi introduttiva, finalmente posso cominciare a sviluppare il tema del mio articolo.

I veri “Lumi”

Il cattolicesimo è sapienza e conoscenza: conoscenza delle cose di Dio, delle sue rivelazioni, della sua volontà. Se così non fosse Dio non avrebbe comunicato il suo volere (nel corso di millenni) per tramite di uomini eletti a tal compito, innalzati sopra il popolo non in virtù dei loro meriti, ma per la fede da essi ricevuta e corrisposta. Dio, come buon padre, non desidera che i suoi figli vivano nell’oscurità e nell’ignoranza; là dove questa abbonda, supplisce Lui in virtù della grazia della fede. È il caso di quelle anime caste e santamente ignoranti quali furono i pastorelli di Fatima o Santa Bernadette di Lourdes, i quali peraltro, già alla loro età, seguivano e praticavano una dottrina certamente migliore della nostra. È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza diceva Socrate.

Sant’Ignazio insegnava che il fine dell’uomo è prima “conoscere”, quindi “amare”, e di conseguenza “servire Dio”, e mediante questo salvarsi l’anima. Partiamo dunque da tale presupposto: la conoscenza dei disegni di Dio, convenienti alla sua bontà ed alla nostra miseria, è di per sé stessa fonte di salvezza, come lo è l’invocazione finale del nome di Cristo. Se solo specialissime rivelazioni interiori ed istruzioni di grazia possono esentarci dal dover apprendere con l’intelletto e lo studio le divine rivelazioni (è il caso precedente dei pastorelli), capiremo bene quanto sia alta la verità teologica che noi cattolici abbiamo la grazia di possedere. L’invito che oggi voglio rivolgere ai lettori, attraverso questo articolo introduttivo, è di tornare a studiarla con amore e dedizione, perché è via certa per emendare noi stessi e la società che ci circonda, e per imboccare quella strada che porterà alla nostra salvezza.

San Giacomo, nella sua Lettera Apostolica, chiama Dio “Pater luminum” (Padre dei lumi), ovvero, come spiega Sales nel suo commento, fonte e creatore tanto della luce fisica (sole, stelle ecc.), quanto della luce intellettuale, e della luce della grazia e della gloria.

La fede dunque non proviene, nasce o scaturisce da sé, da un trasporto emotivo e sentimentale — perlomeno non dapprincipio. Il trasporto e l’affettuosità (vie mistiche di unione) possono sopraggiungere successivamente o di pari passo all’oggetto d’amore che l’uomo è stato creato principalmente per conoscere attraverso l’intelletto, allo stesso modo in cui l’uomo si innamora di colui che riconosce degno del suo affetto. È proprio in tal senso che San Pietro, nella sua seconda Lettera (che oggigiorno probabilmente in pochi conoscono), scrisse: Sia a voi moltiplicata la grazia e la pace mediante la cognizione di Dio e di Gesù Cristo Signor nostro. E nella terza lettera insegna ancora: crescete nella grazia e nella cognizione del Signor nostro e Salvator Gesù Cristo. Da notarsi però che nel testo greco di tale lettera, la parola ἐπιγνώσει indica una cognizione addirittura perfetta! Dunque il Principe degli Apostoli ci dice: Crescete, e quindi non solo perseverate, ma progredite sempre (Apoc. XXII, 11) nella grazia (I, 2), e nella cognizione (I, 5-6) di Gesù Cristo — terminando la lettera in questo modo, come per sigillarla con il più alto degli insegnamenti.

L’“uomo nuovo” difatti, rinato in Cristo, è l’uomo mondato dai suoi peccati e rigenerato in Gesù attraverso la grazia santificante. Egli si rinnovella di continuo, avanzando sempre più nella perfezione, in quanto la sorgente di questa perfezione, che è in Dio, è infinita. Questo rinnovamento spirituale ha per fine una cognizione sempre più perfetta (εἰς ἐπίγνωσιν), e quindi anche un amore sempre più perfetto di Dio, di Gesù Cristo, dei doveri della vita cristiana, ecc. Qui entra in gioco tutta l’importanza di San Paolo; lo notiamo ad esempio nella I lettera ai Colossesi. San Paolo, contro tutte le eresie antiche e moderne (il kantismo tra le più perniciose), ci insegna che la conoscenza di Dio è possibile soprattutto attraverso l’intelletto; anzi, tale “via” dovrebbe essere il principale dovere per ogni cristiano.

La cognizione speculativa dell’intelletto è dunque fondamentale per conoscere l’oggetto da amare; come spiega anche San Giovanni nella sua Epistola, solo successivamente potremo, mossi dalla grazia, praticare nella quotidianità l’osservanza dei comandamenti, lasciando il posto a quella cognizione pratica ed al movimento del cuore. Questo perché ovviamente l’intelletto non è mai sufficiente se non va di pari passo con le opere. Lo precisa San Giovanni stesso, alludendo a certi falsi maestri, i quali si vantavano di possedere una scienza profonda di Dio, ma non si curavano granché di osservare i divini precetti: è anche questa una sfumatura classica dell’apparato gnostico di origine farisaica. Ma è San Pietro, in qualità di Principe degli Apostoli, che ci rende chiara la relazione che deve sempre intercorrere tra fede ed opere, secondo il santo insegnamento ripreso e riassunto dal Concilio di Trento: alla salute non basta la sola fede, ma sono ancora richieste le opere buone, e che l’uomo con la grazia di Dio può osservare i divini precetti, perseverare nel bene e salvarsi (Cf. Conc. Trid., sess. VI, cap. XI, cap. XIII, cap. XVI, can. 9).

Come abbiamo visto, il primo passo (a cui oggi in pochi giungono, è il problema che ci affligge, ovvero l’ottundimento intellettuale) è quello di conoscere anzitutto con l’intelletto il Padre, che ha mandato nel mondo il suo Verbo per redimerci; a questo primo passo seguirà poi una cognizione pratica congiunta all’amore. Se in alcuni eccezionali casi il primo passaggio può essere omesso (di “santi ignoranti” ce ne sono stati tanti nella storia della Chiesa) noi, oggi, siamo chiamati soprattutto a tornare a formarci nella “scienza di Dio”, con letizia ed impegno, per poter poi proseguire sulla strada maestra dell’Imitazione. Un passo per volta si giunge ordinatamente alla meta.

Anche Santa Teresa d’Avila spiegava che l’intelletto creato ha bisogno di poter mettere qualcosa “sotto i denti” per far lavorare l’immaginativa e giungere alla conoscenza dell’oggetto che si adora. I primi gradi di orazione, a cui generalmente siamo chiamati, necessitano di un’attinta frequente e faticosa di acqua corroborante. San Paolo è il vero e principale contenitore di quest’acqua (che è Cristo), perché lo stupefacente materiale organizzato nelle sue Lettere è un pozzo pressoché sterminato a cui potersi dissetare. Senza San Paolo certamente non esisterebbe il cristianesimo per come lo conosciamo, perché senza San Paolo non avremmo mai potuto arrivare a comprendere così perfettamente il senso profondo del mistero dell’Incarnazione — che San Giovanni, solo successivamente, ovvero verso la fine del I secolo, perfezionò e portò alle alte vette che conosciamo dal quarto Vangelo.

Avrete notato che ormai i sacerdoti non commentano più (o lo fanno molto di rado) le Lettere di San Paolo. L’omelia domenicale verte sempre sul passo del Vecchio Testamento e sul Vangelo; San Paolo, benché letto, è dimenticato ed accantonato, anche se le sue parole sono sempre infinitamente superiori, come rivelazione e verità, a quelle dell’Antico Testamento. Questo avviene per due ordini di motivi: 1) i sacerdoti, non avendo più alcuna “scienza delle cose di Dio”, non leggendo più i commenti e le esegesi dei padri, e frequentando seminari terribili, San Paolo non lo capiscono più e di conseguenza non sanno come utilizzarlo. 2) Molta gerarchia poi (vescovi infiltrati in primo luogo), ha in grande odio San Paolo, sia per le verità che espone sia per la sua integrità dottrinale e per l’anti-ecumenismo che manifesta; nelle curie vige l’ordine non scritto di tralasciare San Paolo quando si “sale sul pulpito”.

La teologia, la “scienza di Dio”, si basa sulle verità che Dio ci ha svelato attraverso suo Figlio, il Nuovo Testamento e le successive spiegazioni dei Padri e dei Dottori. Oggi, questa scienza esatta, perfetta e superiore ad ogni altra scienza – come Dio è superiore alle creature – non è più conosciuta, perché ripudiata e sostituita con “altra teologia”. È per tale motivo che siamo giunto all’ottundimento terminale del pensiero cattolico che oggi conosciamo, e i cui risultati sono osservabili ogni domenica nelle nostre parrocchie.

Come spiegherà Sales nel suo prezioso commento, la conoscenza di Dio è invece la base e il fondamento di tutto l’edifizio della nostra salute, un edifizio che viene eretto poggiandosi sulla fede, e che attraverso lo sviluppo quotidiano delle virtù e della speranza, si innalza (e ci innalza) ad una conoscenza pratica di Gesù Cristo sempre più limpida, per giungere infine a quel dono supremo che è la carità, che andrà a coronare ogni sforzo del cristiano, poiché la carità è nient’altro che il vero amore per Dio e pertanto piena Sua conoscenza. In questo “progresso” di innalzamento e perfezione, l’uomo, col libero arbitrio di cui è dotato, per salvarsi può e deve cooperare alla grazia di Dio – data gratuitamente e senza alcun nostro merito – adoperandosi, giorno dopo giorno, con ogni sollecitudine.

A tale innalzamento si oppone il veleno generato dalla Gnosi

Ci troviamo pertanto di fronte ad una urgente necessità riguardante la conoscenza, soprattutto oggi, e di fonti veraci alle quali attingere, il di cui inquinamento è sempre stata una precisa tattica del demonio per confondere l’uomo (e per tale motivo la EFFEDIEFFE si è impegnata nel ristampare un Sacro testo come il presente, esente da difetti e manomissioni).

Come insegna la Teologia, Dio, nella fase edenica, parlava ad Adamo allo stesso modo in cui parlava con gli angeli, e gli rivelava i misteri della sua vita intima, specialmente l’Unità e Trinità di Dio e la verità sull’Incarnazione del Verbo. Lucifero, per invidia e gelosia, fece cadere Adamo ed Eva in peccato, ed essi, così facendo, persero la grazia santificante e i doni preternaturali. Ma Dio, nella sua infinita bontà, accettò la loro penitenza e perdonò il loro peccato, non senza togliere loro la fatica scaturente dalla necessità di espiare e di conseguenza la macchia che il genere umano da quel momento portò in sé. Ed ecco che Adamo, successivamente, ebbe facoltà di trasmettere oralmente ai suoi figli la Rivelazione ricevuta da Dio, o tradizione orale verace, di cui portava il ricordo, che giunse così, lungo la via dei Patriarchi fino a Mosè, il quale ricevette a sua volta una Rivelazione che mise per iscritto nel Pentateuco.

La contraffazione e l’inquinamento delle fonti è tattica antica come lo è il serpente; non pensi dunque il lettore che tale problema si sia presentato solo oggi a seguito del Concilio Vaticano II; affatto, capitò molto prima, fin nell’Eden (fu quello un primo tentativo) e soprattutto successivamente, quando, dopo la morte di Mosè, e dopo la comparsa della tradizione scritta, la sinagoga rigettò le vere tradizioni e l’originale trasmissione di queste (manomissione delle fonti scritte), per assumere precetti di uomini in sostituzione al vero culto di Dio, convertendosi così nel farisaismo pre-talmudico per come lo conosciamo dai Vangeli, che aveva ancora la Legge ma non aveva più fede nella futura Grazia redentrice e non credeva più a concetti quali la Trinità e la redenzione spirituale che avrebbe operato il Messia. Ce lo conferma l’autorevole ex rabbino Bertrand Drach, convertitosi al cattolicesimo, che nella sua opera Lettere di un rabbino convertito, scrive: “I nostri avi adoravano Dio sussistente in tre Persone sebbene Uno nell’Essenza. Essi speravano fermamente che Gesù (Haggoel) suo Figlio da tutta l’eternità, assiso alla sua destra, sarebbe stato il nostro Messia figlio di David, quando sarebbe venuta l’ora di rivestirlo di un corpo umano”. I rabbini antichi interpretavano dunque “cristianamente” le Profezie, mentre i rabbini moderni combattono ed impediscono tale interpretazione tradizionale (Trinitaria e cristiana) delle Scritture. Nel rigettare le sue stesse tradizioni, la nuova sinagoga scismatica e satanica operò una trasformazione da religione tradizionale a nuova religione di ispirazione gnosticheggiante, e ciò avendo rotto ogni ponte prima con l’abramitismo e poi con il mosaismo verace e trinitario, che rappresentava l’ultimo tratto di un percorso buono ma ancora imperfetto e solo preparatorio all’avvento del Messia-Uomo. Tale ottundimento (molto simile a quello nostro) divenne a tal punto profondo da rigettare l’incarnazione di quel Verbo, che Mosè certamente conosceva con ogni cognizione di causa (anche se mediata) e che dunque la stessa Israele, da millenni, attendeva nella sua precisa qualità di seconda persona della SS. Trinità, ma che il sinedrio presieduto da Caifa non riconobbe più nel mistero della sua divinità. La caduta di Israele ed il suo smarrimento colpevole (superbia, gelosia ed attaccamento alle cose mondane) era dunque già avvenuta all’epoca in cui il figlio di Dio assunse la condizione di uomo.

Come vediamo chiaramente, l’attuale giudaismo, in quanto falsa sinagoga scismatica, è fedele ad Abramo tanto quanto un bonzo buddista... Non è affatto la religione dei nostri “fratelli maggiori”, come ha voluto insegnare il Concilio Vaticano II e Giovanni Paolo II, bensì l’esatto suo opposto.

Facciamo ora un piccolo excursus per spiegare cosa sia la tradizione gnostica, nutrice di queste contraffazioni, e per capire come la Sacra Scrittura, specialmente attraverso San Paolo, sia l’antidoto a tale veleno.

Ricordiamo che l’influsso storico della gnosi (coadiuvato in questo da filosofi di epoca per così dire “moderna”, come Hegel o Theilhard) ci ha indotto a credere che Dio sarebbe inconoscibile: la ragione non potrebbe conoscerlo, ma solo l’illuminazione mistica e il mito possono compiere tale impresa. Per il cristianesimo invece, come avviene al massimo grado in San Paolo, benché inconoscibile, Dio è in qualche modo razionalmente comprensibile (lo abbiamo nel precedente paragrafo). Non a caso, mentre la storia cristiana insegna che la teologia può essere affrontata come discorso anche “razionale”, la gnosi veicola l’idea che la teologia sia invece un mero racconto “mitico”. Da queste premesse, dalla sana teologia, deriva direttamente l’idea che la salvezza non richieda una conoscenza difficile: tutti possono capire l’essenziale per salvarsi, anche attraverso l’azione intellettiva. Per la gnosi invece è il contrario: solo pochi possono raggiungere la salvezza, e tale salvezza è iniziazione, conoscenza difficile, non alla portata di tutti.

Come vediamo dunque, alla base della gnosi c’è sempre un problema di “conoscenza”. Ma conoscenza di cosa?

Della verità rivelata, che come suo fine scaturisce naturalmente in quella del Verbo rivelazione (che ovviamente la gnosi ha l’obbiettivo di negare anticristicamente).

E cos’è allora la gnosi?

La gnosi, come scrisse bene l’abate Lémann, “è l’intento di rendere giudaico o cabalistico il cristianesimo”. L’opera e l’intento degli gnostici è pertanto quello di svuotare dall’interno il cristianesimo, che essendo portatore dell’unica verità, deve essere satanicamente distrutto attraverso la corruzione del pensiero, della tradizione ed attraverso l’inquinamento delle fonti veraci.

E come agisce la gnosi?

Deformando esotericamente la dogmatica e la morale. È cosa nota difatti che la perdita della fede, ordinariamente, ha la sua origine nella corruzione dei costumi.

Quello qui sopra espresso è un concetto molto importante per noi, anche perché, come vedremo, ci riguarda da vicino. Un esempio per chiarire meglio come viene operata tale “deformazione”: mentre il verace culto stabilito da Mosè sul Sinai consisteva nella preghiera e nel sacrificio dell’altare, l’idolatria (già all’epoca gnosticamente deformante) si prestava alle vane ricerche dello spirito umano, alle pratiche le più disparate e le più superstiziose. Israele difatti, come si può leggere direttamente nei Libri santi che formano la Bibbia e tra le cui fila già tentava di insidiarsi il serpente antico, tendeva sempre a formarsi un ‘Dio’ a propria immagine e somiglianza, rinnegando quello personale e trascendente, distinto dal mondo (il Dio vero), e si foggiava al suo posto una morale utile (ovvero talmudica) ed una verità contingente (ovvero cabalistica). Il tutto, risulta ben chiaro, era sempre riconducibile, come fonte primaria di istigazione, a colui che aveva l’intento di deformare la buona rivelazione di Dio in seno al popolo di Dio.

Quando parliamo di vane ricerche dello spirito umano e di pratiche disparate e superstiziose è corretto pensare a quelle stesse pratiche che, come abbiamo visto ad inizio articolo, erano in uso in quel di Efeso, quando San Paolo arrivò intorno al 55 d. C., portando con sé e predicando la corretta “via di Dio”.

Satana, fin dal primo momento della sua caduta, in odio al genere umano, ha sempre tentato di far sorgere tra gli uomini – per confonderli e fargli perdere la grazia e di conseguenza il Paradiso – una conoscenza spuria (o per l’appunto gnosi), ovvero una falsa tradizione o contro-tradizione alternativa, per tentare di corrompere la retta o vera Tradizione orale e scritta, che passò da Adamo per Mosè, e dopo Cristo nella perfetta e compiuta predicazione apostolica (e successivamente nel Magistero della Chiesa).

Ecco quale risulta essere a mio avviso la migliore e più precisa spiegazione di cosa sia la gnosi: una falsa tradizione o contro-tradizione alternativa. Lo scopo finale di questa manovra era quello di far dimenticare la Bibbia verace e, soprattutto, i Profeti che avevano annunciato il Messia. Lo scopo odierno di questa manovra è quello di provocare la stessa cosa, corrompendo il magistero e la tradizione della Chiesa di Roma. L’ispiratore è il medesimo, oggi come allora, ed il finalizzatore di tale tattica sarà quell’uomo di cui parla San Paolo nella II Lettera ai Tessalonicesi.

Lo spiega ancora bene il canonico Mons. A. Lémann: “Riassumendo, nei secoli che precedono l’Avvento di Gesù Cristo, le tenebre — opera di Satana — sono venute ad interporsi tra i passaggi biblici che annunciano che il Cristo sarà il Figlio di Dio [per consustanzialità] e l’intelligenza di numerosi dottori della Legge. (...) Quanto alla massa del popolo [i “minores”], sarà fino all’ultimo momento mantenuta nell’ignoranza dei grandi annunci profetici sulla divinità del Redentore. Si sa con quale disprezzo i dottori della Legge trattavano i fedeli, senza istruirli. I dottori si chiamavano “un popolo santo” [proprio] per rapporto ‘al vile popolo della terra’” (A. Lémann, Histoire complète de l’idée messianique, 1909).

La gnosi (come avveniva in Efeso e come avviene nella religioni cosiddette orientali) rende dunque culto all’antico serpente, il quale si serve di questa “via” antitradizionale come di un canale per i suoi scopi; abbiamo visto che entrò nel mondo attraverso la corruzione e la deformazione della rivelazione pura e buona proveniente da Dio a partire dall’Eden. La caduta edenica, e con essa l’entrata nella creazione del peccato, ab aeterno necessitò di un redentore per ristabilire l’ordine che si era corrotto. Solo Dio poteva operare tale compito, e decise di farlo personalmente; per farlo, dovendosi incarnare secondo la promessa di Redenzione, aveva bisogno di un popolo, e per sua elezione ed antecedente ai meriti di questa stirpe (che qualitativamente ne aveva ben pochi…) scelse il popolo ebraico, che dal Creatore venne quindi eletto per custodire e portare nella carne l’attesa della salvezza. Sul popolo ebraico ricadde la libera scelta di Dio, il quale può scegliere chi vuole e come vuole. E dove colpì satana per deformare e corrompere la pura rivelazione di Dio, di cui il popolo ebraico era custode? Ovviamente lì dove risiedeva il ruolo depositario.

Pertanto, come scrive benissimo l’amico don Nitoglia nell’introduzione al Trattato di Demonologia da noi edito, “la conoscenza alternativa alla Rivelazione divina (o gnosi) si è sviluppata parassitariamente in seno al popolo eletto ed è esplosa all’avvento del Messia quando [questo popolo] ne ha decretato l’uccisione. Gesù predicava la distinzione tra Creatore e creatura, il Regno dei Cieli da conseguire per mezzo della fede e delle buone opere, la conversione dal peccato, l’ascesi e la pratica delle virtù; la GNOSI, invece, predica l’identità tra Dio e mondo, il paradiso nell’uomo stesso”.

In tal modo, l’anti-tradizione gnostica entrò nel mondo attraverso il canale “eletto”, e si insinuò per ispirazione satanica nella vera sinagoga messianica e mosaica per deformarla e trasformandola in sinagoga talmudica.

Ma a partire da questo momento, ovvero dopo il deicidio, satana dovette cambiare tattica, perché la Chiesa nascente aveva caratteristiche totalmente differenti e nuove. Iniziò dunque a far emergere una gnosi del tutto nuova, ovvero quella sedicente “cristiana”, che ha sempre cercato d’infiltrarsi nel seno della Chiesa fin dai suoi albori con la vana ed orgogliosa pretesa di essere una nuova “rivelazione”, più perfetta di quella trasmessaci dalla predicazione apostolica. Qualcosa che ahimè assomiglia molto da vicino alla presunzione rinnovatrice del Vaticano II

Ma non dispererei. Il particolare di cui satana, stupido com’è, non era a conoscenza, era che se la prima fase gnostica, in seno al mosaismo, fu da Dio permessa affinché si verificasse l’immolazione dell’Agnello pasquale e tutti ottenessimo da Lui la redenzione, la seconda, in seno al vero e definitivo Israele (che è la Chiesa), non potrà mai avvenire, o perlomeno non del tutto (con buona pace dei sedevacantisti o di coloro che si convertono all’Islam o all’ortodossia visto quanto sta accadendo).

Ne sanno qualcosa – e ne hanno fatte le spese per lunghi anni di battaglie – san Pietro (è l’esempio di Simon mago) e soprattutto San Paolo, che dovette combattere giorno e notte contro questi tentativi. Da una parte, come abbiamo visto, gli Apostoli dovettero evangelizzare luoghi e “mondi” completamente caduti vittime del culto idolatrico e decaduto di satana, che nulla sapevano della buona rivelazione di Dio; dall’altra dovettero altresì combattere e far spurgare il veleno che dalla sinagoga aveva iniziato a fluire nella Chiesa nascente. A questa pretensione, che venne così gravemente a turbare la pace della Chiesa, non era neanche estraneo l’orgoglio nazionale dei Giudei pervertiti, i quali, considerandosi come superiori agli altri popoli, non potevano tollerare di essere uguagliati ai Gentili, e temevano di rimanere assorbiti da essi.

Il culto della razza superiore è sempre, ahimè, cosa sbagliata.

Come operava la prima infiltrazione

È utile osservare che tali tentativi non iniziarono a partire dal II secolo, bensì immediatamente. È indubitato che i princìpi di tutte le eresie del II secolo ascendono già al tempo degli Apostoli. Dalla testimonianza di Sant’Ireneo (Adversus haereses), di Clemente A. (Stromata) e di Eusebio (Historia Ecclesiastica), sappiamo che i primi gnostici furono contemporanei di San Paolo. Come si legge d’altronde negli Atti, la Chiesa dovette indire un primo Concilio a Gerusalemme già nel 51 d. C., per rispondere alla minaccia dei giudei sinagogali infiltratisi nel cristianesimo col fine di corromperlo sul suo nascere. San Paolo, nella lettera ai Galati, scova queste persone denunciandole quali falsi fratelli (ovvero falsi convertiti), che “si erano furtivamente intrusi (erano dunque spie giudee inviate dal Sinedrio) ad esplorare la nostra libertà, che abbiamo in Cristo Gesù, per ridurci (nuovamente) in servitù”. La dottrina di questi infiltrati (che in questo specifico caso erano farisei provenienti dalla Giudea con l’intento di imporre ai Gentili convertiti la circoncisione e le leggi mosaiche) veniva a minacciare l’esistenza stessa della Chiesa, perché se alla giustificazione dell’uomo, insegna San Paolo, si richiedeva la circoncisione e l’osservanza dei vecchi riti mosaici, era segno evidente che la Passione e il sangue di Gesù non bastavano a salvare il convertito, e tutta l’opera di Gesù Cristo si sarebbe semplicemente ridotta a fondare una nuova setta di Giudei! Il pericolo era non solo grave ed esiziale, ma anche mortale per l’intero genere umano.

L’ottimo padre Sales, nel suo commento che oggi andiamo presentando, spiega che oltre ai giudaizzanti, S. Paolo ebbe ancora a combattere – specialmente negli ultimi anni della sua vita – contro un’altra classe di avversari che poc’anzi abbiamo conosciuto, ovvero cogli gnostici. È assai difficile poter determinare quali fossero allora le loro dottrine e i loro errori (perché essendo passata attraverso la cabala spuria e il talmudismo, la gnosi che oggi conosciamo è abbastanza differente da quella predicata allora). Nell’Asia minore vi erano certamente dei falsi dottori, i quali si abbandonavano a strane speculazioni filosofiche, al culto esagerato degli angeli, ad un ascetismo malinteso; insegnavano interminabili genealogie di uomini ed angeli, proponendo poi questioni futili e dannose (e abbiamo già visto come tali questioni venivano a frapporsi anche contro il verace culto stabilito da Mosè sul Sinai, che consisteva invece nella preghiera e nel sacrificio, e come tali speculazioni serpeggiassero già, con grande danno per chi le praticava, anche nel culto prestato al demone Diana…). Il tutto poi, spiega Sales, veniva fatto con l’unico intento di menomare la grandezza di Gesù Cristo, e di allontanare da Lui i fedeli.

Eccoci giunti al punto centrale della questione, che, come promesso ad inizio articolo, volevo avevo l’intento di sviluppare. Come vedremo a breve, ogni tentativo di inquinamento gnostico ruotò sempre attorno ad un unico punto: la negazione della reale natura di Cristo; l’unione ipostatica, la duplice natura di Gesù, è e sempre sarà la vera pietra di scandalo su cui inevitabilmente inciamperà ogni falsa religione (e con falsa intendo dire tutte le religioni che non siano il cattolicesimo, che è la sola via di Dio verace e non corrotta).

Pertanto, dopo aver visto brevemente in cosa consista la gnosi e come operi, non è illecito voler affermare che l’intento principe di questa contro-tradizione è negare Cristo, non già come realtà storica (essendo l’ebreo una testimonianza vivente della figura di Gesù di Nazareth questo è impossibile), bensì come verità DIVINA. Se l’abate Lémann come abbiamo visto scrisse che la gnosi “è l’intento di rendere giudaico o cabalistico il cristianesimo”, giudaizzare il cristianesimo significa propriamente negare che Cristo sia Dio. A questo, in buona sostanza, si riduce ogni tentativo gnostico e cabalistico, nulla più.

Andiamo a scoprire rapidamente alcuni eretici tra i più pericolosi.

S. Giovanni, nel Capo I della sua Prima Lettera Apostolica – un magnifico “pre-prologo” introduttivo al IV Vangelo – confuta anticipatamente tre classi di tali eretici: i Manichei, i quali negavano la realtà della natura umana in Gesù Cristo; gli Ebioniti, i quali negavano la sua divinità; i Nestoriani per l’appunto, i quali ponevano in Gesù Cristo due nature e due persone. San Giovanni stronca sul nascere tale veleno gnostico scrivendo: quello che fu da principio, quello che udimmo, quello che vedemmo cogli occhi nostri, e contemplammo, e con le nostre mani palpammo del Verbo di vita: e la vita si è manifestata, e vedemmo, e attestiamo, e annunziamo a voi la vita eterna, la quale era presso il Padre, e apparve a noi.

La magnificenza di tale testimonianza crono-storica di San Giovanni – quel palpammo, quel vedemmo e contemplammo cogli occhi nostri – non ha eguali! Sales ricorda che tutto il cristianesimo poggia su quest’unica verità — Gesù Cristo è assieme vero Dio e vero uomo. Per conseguenza, prosegue Sales nel suo commento in calce alle lettere di San Giovanni, chi nega la divinità di Gesù Cristo (come facevano gli Ebioniti), o nega la sua umanità (è la follia dei Doceti), o separa in Lui l’umanità dalla divinità (l’errore che sparse Cerinto), viene a distruggere la religione cristiana. Cerinto, da perfetto esemplare di gnostico qual era, diceva che Gesù non era il Cristo, ma un semplice uomo, a cui nel Battesimo si unì “il Cristo” (un errore che oggi professano anche alcuni carismatici in seno alla Chiesa) e durante la Passione tale Cristo abbandonò Gesù, per modo che colui il quale patì e morì non fu il Cristo, ma un puro uomo. Cristo sarebbe dunque stato suppliziato in un oceano di dolori per nulla, poiché se non fosse Dio o se l’“abito” divino lo avesse abbandonato durante la Passione (ed invece venne solo nascosto rispetto alla sua umanità), la sua sofferenza sarebbe stata del tutto inutile.

San Giovanni conchiude la sua prima Epistola con queste solenni parole:

Sappiamo che il Figliuolo di Dio è venuto, e ci ha dato mente [= intendimento] affinché conosciamo il vero Dio, e siamo nel vero suo Figliuolo. Questi [il Figliuolo] è il vero Dio e la vita eterna.

Tale passo della Scrittura è uno dei più importanti per dirimere la questione intorno alla natura di Gesù Cristo, tanto che i Santi Padri (tra i quali Ambrogio e Atanasio) si servirono di queste parole contro gli Ariani, che anche loro negavano ovviamente la sua divinità.

Contro di questi errori si scagliò anche S. Paolo in sommo grado e perfezione, ed a tale scopo scrisse le lettere agli Efesini e ai Colossesi e poi ancora le cosiddette “lettere pastorali”, ergendosi a principale nemico di ogni eresia e di ogni deformazione; dal momento della sua conversione fu il perfetto nemico dei nostri nemici, ed in tal modo fu sempre riguardato; per questo i tentativi di assassinarlo da parte dei giudei furono davvero innumerevoli.

Questo fu dunque il principale ruolo di San Paolo, e lo scopo della sua vita retta da Cristo: frapporsi apostolicamente tra Gesù e questi tentativi di distruggere, diminuendola, la sua dignità divina; questo fece San Paolo lungo il corso di trent’anni per difendere il piccolo germoglio nascente seminato attraverso la Croce ed irrigato con i gettiti di quel prezioso Sangue.

Nella gioia che provo nel tenere compagnia ai nostri lettori – spero senza troppi sbadigli! – ed avendo l’intento anzitutto di presentarvi San Paolo con la dignità che a lui si conviene, vorrei aver la libertà di poter proporre ancora una riflessione, in particolar modo su alcune peculiarità che formarono la produzione apostolica di quest’uomo straordinario.

Farlo può rivelarsi utile poiché San Paolo, anche quando parlò di sé e della sua vita, parlò sempre e solo di Cristo. Parlare di San Paolo è dunque parlare della vera Luce, il che può essere utile per ricollegarci alle insidie qui sopra esposte, che specialmente oggi si rivolgono a noi con una potenza inaudita, per profondità e portata.

San Paolo è Cristo stesso che parlando sconfigge ogni insidia. Conoscere il primo significa amare il secondo

La conoscenza che l’Apostolo San Paolo ci dona della natura di Cristo, sia come Dio che come vero uomo, ci aiuta a riflettere, con argomenti precisi e con grande perfezione, sulla profondità del sacrificio di Gesù. È proprio questo difatti l’intento principe dell’Apostolo: farci conoscere la profondità della Sua natura per farcelo profondamente amare. La conoscenza, come abbiamo visto precedentemente, è certamente propedeutica all’esercizio antignostico, ed è il primo passo attraverso la via che conduce all’amore di Dio. Non a caso San Paolo è l’apostolo della carità, che come sappiamo è il vero amore di Dio (che in seconda istanza, e solo per riflesso, si riversa nell’amore per l’uomo).

San Paolo è dunque l’apostolo non solo di Dio, ma specialmente della “scienza di Dio”, o della conoscenza di Lui. Una delle frasi che ridonderanno ad eterna ed imperitura memoria (e corona di gloria per l’autore che l’ha scritta) è quella che possiamo leggere nella Lettera agli Efesini (cap. IV, 15): Ma seguendo la verità nella carità, andiamo crescendo per ogni parte in Lui.

San Paolo è ancora il capolavoro apostolico di Dio, l’uomo che i giudei non si aspettano, l’uomo che la Provvidenza aveva predisposto apostolo da tutta l’eternità per ribaltare le sorti della battaglia che andava manifestandosi, per rompere con le ormai mortifere tradizioni giudaiche e così aprire e sprigionare l’annuncio della salvezza a tutti i popoli!

L’uomo Paolo nacque a Tarso in Cilicia nei primi anni dell’èra cristiana (Atti IX, 11; XXI, 39) da pii genitori (Gal. I, 15; II Tim. I, 3) appartenenti alla tribù di Beniamino (Filipp. III, 5). Suo padre era Fariseo (Atti XXII, 6), e possedeva la qualità di cittadino romano non sappiamo per quali meriti (Atti XVI, 37 e ss.; XXII, 25-28; Ved. n. ivi). San Paolo era dunque un giudeo perfetto, sia nella pratica che razzialmente. Avete sentito dire – scrive San Paolo ai Galati – quale fosse una volta la mia condotta nel Giudaismo: come oltre misura io perseguitava la Chiesa di Dio, e la devastava, e mi avanzava nel Giudaismo sopra molti miei coetanei della mia nazione, essendo più gran zelatore delle mie paterne tradizioni.

Da tutta l’eternità il Cielo aveva però predisposto che quest’uomo, allievo del grande rabbino Gamaliele e promessa futura del giudaismo, diventasse il suo più grande apostolo. Cristo vuole Paolo per sé, arrivando addirittura a scavalcare le regole imposte da Lui stesso: gli apostoli difatti, per essere costituiti testimoni della risurrezione di Lui, dovevano soddisfare ad una condizione, cioè essere stati testimoni di tutta la vita pubblica del Salvatore, averlo quindi accompagnato nei suoi viaggi e nelle sue peregrinazioni, ed in special modo attestare la verità della risurrezione di Gesù, che era l’argomento più forte a provare la sua divinità, al quale Gesù stesso si era appellato.

San Paolo non soddisfa ‘carnalmente’ a questi requisiti, anzi, non essendo stato neanche da lontano testimone di nulla riguardante la vita del Salvatore, ne fu il più grande persecutore, perlomeno fino al 34-35 d. C. Poco importa a Dio, perché allorché piacque a colui che mi segregò fin dall’utero di mia madre – scrive ancora ai Galati – e per sua grazia mi chiamò (qui Paolo allude alla miracolosa chiamata avvenuta a lui sulla via che portava a Damasco, e narrata in diverse riprese negli Atti Apostolici). Il Vangelo evangelizzato da me [dunque] non è cosa umana: perché non l’ho ricevuto, né l’ho imparato da uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Vas electionis
, strumento prescelto direttamente dallo Spirito!

Si può dire quindi che San Paolo, come fu anche nel caso di Padre Pio, è un miracolo vivente; è la forza prevaricante di Dio che prende dimora nell’uomo, e che ogni tanto, molto raramente, usa “violenza” e si spinge fino a violare la libertà del prescelto; quando Dio agisce in tal modo, la Sua intelligenza prende piena dimora in quell’uomo; leggere le Lettere di San Paolo non a caso risulta essere un’esperienza unica e differente da tutto il resto, anche dallo stesso Vangelo, perché è proprio Dio che parla per tramite del suo Apostolo e lo fa con inaudita forza, e ciò dona all’intelletto che se ne abbevera una sicurezza tutta soprannaturale per poter comprende gli arcani misteri del Cielo.

Abbiamo visto, ricostruendo dell’ottimo materiale, come l’intento gnostico si riduca in definitiva al tentativo di voler distruggere o perlomeno minimizzare le verità intorno alla reale natura di Cristo.

Per noi cattolici papisti, integristi, retrogradi ed intransigenti (alcuni dicono talebani... ma Papa Sarto esclamava: onoratevene, quando vi daranno questi appellativi!) la divinità di Cristo – il più grande mistero che Dio ha voluto comunicare all’uomo – non è ovviamente in discussione. Siamo in grado, con l’argomento della Fede e della Tradizione, Nuovo Testamento alla mano, di provarla ampiamente e, chi più chi meno, anche di dimostrarla.

Purtroppo non è più così per un popolo che oggi professa “sulla carta” la fede cattolica, ma nella sostanza ha smarrito – come ha fatto la sinagoga, che difatti è l’ispiratrice di tale cattolicesimo – la vera essenza dei misteri di Dio. L’ignoranza del popolo (del minores in parte, come colpevole fu il popolo che istigato dai rabbini volle scagionare Barabba) dilaga inarrestabile. Nei sondaggi fatti da alcuni giornali, risultava che già tra gli anni ’70 ed ’80 soltanto il 36% dei cattolici credeva alla divinità di Cristo. Il 64% restante, perciò, non era più cristiano: il Cristianesimo è infatti la religione che professa la divinità di Cristo, per altro non c’è davvero posto.

Spiace doverlo affermare, (e lo dico onestamente visto che molti uomini di Chiesa credono sinceramente alla bontà del Concilio), ma sono esattamente questi i frutti del Vaticano II: ovvero il processo gnostico e cabalistico di giudaizzazione dei Cristiani che abbiamo visto poc’anzi, e che rappresenta un vero e proprio incantesimo, sortilegio e accecamento ingannevole (ma non per questo scusabile) simile a quelli che – permettetemi la forzatura dell’associazione di idee, che so essere esagerata – avveniva durante i culti idolatrici sopra descritti, in Efeso come altrove.

Consideriamo allora quello che già scrisse mons. Meurin, nella sua opera: La Frammasoneria Sinagoga di Satana: “Opprimere l’infame eresia del Nazareno è stato sempre il più vivo ed odioso desiderio dei Giudei decaduti. (...) Come i loro padri avevano straziato il Corpo di Cristo coi flagelli, così i Giudei dei primi secoli hanno tentato per mezzo della Gnosi di fare a pezzi la sua Persona e la sua Natura divina (...). Non essendo riusciti di primo colpo in quell’opera diabolica, nonostante l’alleanza della loro Sinagoga coll’eresia, perseverarono con una tenacia inaudita ad assalire il dogma cristiano creando sempre nuove sètte, figlie della Càbala”.

Abbiamo conosciuto le date: 60 – 1960. Avanti e indietro nel corso della storia della salvezza, per dimostrare che gli errori fuoriusciti a quell’epoca dalla sinagoga di satana sono gli stessi di oggi, e che per disegno divino hanno oggi fatto capolino fin dentro la Chiesa di Dio. Un filo conduttore regge le sorti di questa battaglia, che non sarà mai sopita fino alla consumazione dei secoli, ed anzi conoscerà il suo massimo apogeo solo sotto l’impero dell’anticristo, che noi attendiamo ormai potenzialmente prossimo. Il peggio deve ancora venire.

Ma mai disperare.

Se abbiamo detto che molti cattolici, oggi, non saprebbero più rendere testimonianza, almeno oralmente, alle verità di Fede, sarà utile (brevemente) ricordare loro quali sono queste verità, così come ce le propone per divina rivelazione il nostro San Paolo.

Arrivati a questo punto difatti abbiamo visto 1) come operò storicamente la gnosi, 2) cosa si intende per gnosi, 3) qual è da sempre l’oggetto della sua aggressione e 4) come questa venne combattuta dalla Chiesa fin dai suoi albori. Ora non ci resta che scoprire qualcosa dell’anti-gnosi, ovvero l’essenza della verità che le tenebre tentano, da almeno 6000 anni, di soffocare.

Affrontato questo ultimo punto, portata a termine questa doverosa testimonianza da cui non potevo sottrarmi, prometto al lettore che non lo tratterrò ulteriormente, affidandolo direttamente al volume che con piccoli sacrifici ho per lui dato alle stampe.

Cristo Pontefice universale

San Paolo è il teologo per eccellenza e fondatore della prima scuola teologica; anzi, come spiega San Tommaso d’Aquino (In Ep. ad. Rom. Prolog.), in San Paolo viene già contenuta tutta la dottrina della Teologia cattolica. In buona sostanza, dopo San Paolo il Cristianesimo era già perfettamente formato. I Teologi e Padri e Dottori successivi non dovettero che darne ragione e continuare a spiegarlo ai cristiani delle epoche successive. Solo San Tommaso, ed è per tale motivo che viene considerato IL dottore della Chiesa, si spinse un tantino oltre, approfondendo alcune tematiche già contenute in nuce nelle lettere paoline ma non del tutto sviluppate.

Uno dei punti fondanti e più complessi della teologia paolina è la spiegazione della duplice natura di Cristo, ovvero quella di Dio (unigenito) e di uomo (sacerdote e pontefice in eterno). Per spiegare tale natura, e soprattutto il “ruolo” operato da Gesù, San Paolo collega alla figura di Cristo un’altra figura, quella di Melchisedech, re cananeo di Salem (antico nome di Gerusalemme), che benché vivesse in mezzo agli idolatri (una forma di pre-gnosi) non si fece contaminare da quelle tentazioni, e resistette conservando la qualità di sacerdote di Dio altissimo, cioè del vero Dio.

S. Paolo, nella Lettera gli Ebrei, dà di questa figura la spiegazione “tipica”, cominciando dal nome. Melchisedech, secondo la sua etimologia ebraica Malkisedeq, significa re di giustizia o re giusto, e re di Salem vuol dire re della pace, o re pacifico (ebr. salam = pace). In tal senso, come re di giustizia e re di pace, Melchisedech viene da sempre considerata una figura tipica di Gesù Cristo. Ma Melchisedech non solo era re, bensì anche sacerdote, tanto che Abramo, di ritorno da una vittoria contro alcuni re orientali che avevano tentato un’invasione a Sodoma (Gen. XIV, 19-20), ricevendo la benedizione dalle mani di Melchisedech veniva così a riconoscere il suo sacerdozio e a confessarsi inferiore a lui. Pertanto, come sacerdote e re Melchisedech rappresenta e prefigura Gesù Cristo, nel quale sono unite la dignità regia e la dignità sacerdotale. Melchisedech inoltre viene detto “sacerdote in perpetuo” perché la Scrittura non parla della sua morte, né narra di alcun suo successore. Questo punto si rivela fondamentale, poiché il sacerdozio di Melchisedech, stante la perpetuità, si manifestava più eccellente del sacerdozio levitico, il solo che potesse officiare al culto mosaico. Al sacerdozio levitico, Dio, con la venuta di Cristo, sostituirà difatti un altro sacerdozio, abolendo per conseguenza il primo. Gesù, del quale è detto che è “sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech”, non apparteneva difatti carnalmente alla tribù di Levi, bensì ad un’altra tribù, della quale nessun membro fu mai sacerdote. Inoltre, riscontriamo una bella rassomiglianza anche a livello liturgico tra Melchisedech e Cristo, poiché, come infatti Melchisedech offerse a Dio pane e vino (Gen. XIV, 18) e non animali immolati, così Gesù Cristo offerse nell’ultima cena il suo corpo e il suo sangue, sotto le specie del pane e del vino (Cf. Conc. Trid., sess. XXII, cap. 1).

La portata “metastorica” del sacrificio rituale operato su Cristo

Mentre nell’Antico Testamento il solo sacerdote, una volta all’anno, poteva entrare nel Santo dei Santi, dove era l’arca, considerata come il trono di Dio, noi cristiani invece, per mezzo del nostro Mediatore, ci accostiamo a Dio con la più grande confidenza, e saremo poi un giorno introdotti nel cielo a partecipare alla sua gloria. Difatti, mentre solo il Pontefice ebreo poteva entrare nel Santo dei Santi terreno e manofatto, conducendovi l’inefficace sangue di animali da spargere sul propiziatorio, ovvero sull’arca, noi cristiani, grazie al sangue di Cristo abbiamo un santo ardire di poter penetrare nel vero Santissimo, ovvero il cielo, per accostarci fino a Dio ed al suo trono di Grazia.

Oggigiorno, non senza grave responsabilità dei sacerdoti, si è perso totalmente il senso di questa azione sacerdotale operata da Cristo e trasmessa ai suoi sacerdoti: Dio aveva stabilito che nessuno entrasse nel cielo prima del suo figliolo unigenito, e quindi gli antichi patriarchi non poterono giungere alla beatitudine prima di noi, che, per una speciale provvidenza (oggi calpestata), viviamo un tempo unico nella storia, in cui le porte del cielo non sono solo aperte, ma anche spalancate in Cristo.

Per “cielo” si intende il cielo superiore, il vero Santuario di Dio, in opposizione alle regioni inferiori (cielo aereo e stellato). Ora, “finché durò il Vecchio Testamento” – spiega Sales – “le porte del cielo [superiore] erano chiuse, e non furono aperte se non con la morte di Gesù Cristo, quando per ciò significare si squarciò il velo del tempio, ovvero la sua carne”. Come era necessario che il velo del tabernacolo venisse rimosso affinché il Pontefice ebreo potesse entrare nel Santo dei Santi, così, per decreto di Dio, fu necessario che la carne di Gesù Cristo venisse squarciata sulla croce, affinché Egli potesse entrare nel cielo, ed aprire la via anche a noi. Difatti, nell’antico culto questa ‘via’ – figurata nel Santo dei Santi – non era ancora aperta mentre stava in piedi il primo tabernacolo, quel Santo posto di fronte al Santissimo, che rappresentava l’antica alleanza e l’antica legge; ed è in tal senso che la Chiesa militante fondata da Cristo è oggi il vero Santo, che dà adito ed anticipa l’entrata nel Santo dei Santi celeste.


Il tabernacolo mosaico, sulle cui caratteristiche venne poi costruito il tempio


Emendando l’antica legge (ponendo fine alla vecchia alleanza che San Paolo chiama “ombra dei beni futuri”) ed il vecchio rituale levitico (l’inefficacia del quale proveniva dalla sua stessa natura transitoria, imperfetta, esterna e legale basata sul sangue incosciente di vitelli, tori e capri — tutte vittime che figuravano il futuro Messia), Cristo introdusse un culto spirituale, perfetto ed eterno nell’offerta spontanea del suo sangue, e consacrando una via “nuova e vivente” entrò nel Santuario del vero Cielo (di cui il Santo dei Santi mosaico era solo una figura), per comparire davanti alla faccia del Signore un volta per sempre, a motivo del valore infinito del suo sacrifizio che operò una redenzione perpetua, vale a dire sufficiente per gli uomini di tutti i tempi — anzi, i cui effetti non si estesero solo al presente ed al futuro, ma anche al passato.

San Paolo insegna che “avendo adunque un pontefice grande, che penetrò nei cieli, Gesù Figliuolo di Dio, riteniamo la nostra confessione. Poiché noi non abbiamo un pontefice, che non possa compatire alle nostre infermità: ma similmente tentato in tutto, tolto il peccato. Accostiamoci adunque con fiducia al trono di grazia: affine di ottenere misericordia, e trovare grazia per opportuno soccorso”.

Gesù è sommo pontefice della nuova alleanza e trono di grazia, nondimeno è pieno di compassione per noi avendo accettato la stessa nostra sorte (sofferenza e morte), ed è pronto per questo motivo a venire in soccorso alla nostra debolezza, sia fisica che morale, e ad aiutarci nelle nostre miserie e nelle nostre tentazioni, dispensando a piene mani i frutti della sua sofferenza.

San Paolo vuole pertanto che ci accostiamo a Lui con fiducia, con liberalità, con franchezza nel parlare. Ma attenzione: la fiducia filiale non è sufficiente se non è seguitata dall’ubbidienza, dal timore e dalla riverenza. San Paolo precisa (sul finire di quel capolavoro che è la lettera agli Ebrei), di non rifiutare colui che parla. Se infatti per aver rifiutato colui che loro parlava sopra la terra quelli (cioè gli Israeliti che pregarono Mosè che parlasse egli stesso e non parlasse più Dio) non ebbero scampo: molto più noi, se volgiamo le spalle a Lui che ci parla dal cielo.

Dunque, nonostante Dio ci abbia usato misericordia in Cristo, ricordiamo sempre che è il “fuoco divoratore” per eccellenza, che a maggior ragione dopo la venuta del Figlio punisce severamente coloro che trasgrediscono la sua legge, e specialmente gli apostati dalla vera fede.

E allora Cristo è il vero DUCE, l’unico che dobbiamo seguire

Dux mea lux! San Paolo, sempre nella Lettera agli Ebrei (II, 17-18), insegna che Cristo, in qualità di duce che procura e fa conseguire un fine, fu il “condottiere della [nostra] salute” perché “dovette in ogni cosa essere simile ai fratelli, affine di divenire un pontefice misericordioso e fedele presso Dio, per espiare i peccati del popolo. Poiché per aver egli patito, ed essere stato tentato, può altresì porgere soccorso a coloro che sono tentati”. Egli è difatti venuto a salvare uomini passibili come lo siamo noi, e non già angeli incorporei ed immortali.

Ecco spiegate le lacrime che bagnarono il suo volto, quando si commosse per la morte dell’amico Lazzaro, e quando si commosse nel vedere la vedova di Naim – in una delle pagine più commoventi di tutto il Vangelo – totalmente senza più speranza di fronte alla morte dell’unico suo figlio. Non piangere, le dice il Salvatore, sostenendola nella fede. Non rimarrai sola. La compassione di quest’Uomo – che dimostra immediatamente di essere Dio resuscitando il ragazzo – dice a quella madre: ‘Non piangere donna; Io so cosa provi, poiché porto nel mio cuore il dolore che anche mia Madre patirà nel vedermi morire sulla Croce. A te, oggi, non accadrà’. La resurrezione del figlio prematuramente scomparso è prefigurazione di quanto il Padre compirà in Cristo, resuscitandolo dal sepolcro.

Ricordiamolo bene, perché questo è un punto molto importante per capire gli scenari futuri:

Fu il Padre a resuscitare il Figlio, non il Figlio che si auto-richiamò in vita di sua volontà. L’assoggettamento di Cristo al Padre fu totale, anche in questo. San Paolo torna più volte su questo concetto: Cristo, benché Dio per eterna generazione, riceve l’essere di Figlio, e viene chiamato dal Padre a questo sacerdozio fin dal primo momento della sua incarnazione. S. Paolo insiste su questa dimostrazione: Gesù, come uomo, discendeva dal re Davide, e quindi apparteneva alla tribù di Giuda, e non a quella di Levi che nell’antica Legge come abbiamo visto era la sola tribù a poter officiare al culto. Egli adunque, similmente ad Aronne, non si glorificò, non si innalzò da sé stesso alla dignità sacerdotale e pontificale (ed in questo aspetto risiede il contrasto più marcato tra Cristo e l’Anticristo), ma fu chiamato da Colui che gli disse: Tu sei mio figliuolo.

La primogenita disobbedienza, per essere sanata, necessitava dell’obbedienza più perfetta. E solo Dio poteva, senza menomarsi, farsi da sé al tempo stesso Re e Obbediente.

Come vediamo dunque, per amare il dono infinito che ci è stato fatto, è necessario conoscerlo, e conoscere con l’intelletto l’abbassamento a condizione di schiavo che il Verbo, per amore del Padre, accettò di subire al fine di aprirci la via alla futura risurrezione. Solo la teologica paolina, ovvero cattolica, è in grado di spiegare con assoluta precisione la “convivenza” di queste due opposte condizioni, manifestatesi in Cristo: quella di Re e quella di Servo. San Paolo ci farà capire come sia possibile che in Gesù permangano e convivano in perfezione, ed allo stesso tempo, la qualità di Dio e Salvatore, di Pontefice e di Re, di Duce e di servo!

Ma ciò a Dio non bastava. Un’altra condizione assunse Cristo; l’ultima, la più perfetta, perché la più debole e la più annichilente.

Se Cristo è Sommo sacerdote, è al tempo stesso vittima del suo stesso sacrificio.

Magnificenza della sommità dei misteri di Dio! E noi oggi gettiamo tutto questo in pasto ai porci, ai giuda, agli idolatri, e ai “cani del Golgota”, e lo disconosciamo barattandolo con qualche lezione di yoga.

Ecco, ora lo vediamo: in questo, in quello su cui San Paolo ci istruisce, sono racchiuse tutte le meraviglie che Dio, di sé, ha deciso di voler comunicare alle sue creature, ovvero quelle cose arcane del cielo che l’uomo, se vorrà, potrà iniziare ad intuire fin da quaggiù, nell’incanto delle creature, per poi contemplarle senza fine e senza intermediazioni nell’aldilà.

L’apostolato di San Paolo è antidialogante — un esempio per i nostri tempi

Avendo rigettato San Paolo, e non sentendolo più spiegare durante la Messa, la stragrande maggioranza dei fedeli che recitano il Credo e fanno la Santa Comunione non saprebbero nemmeno spiegare la differenza tra “figlio di Dio” e “Verbo di Dio”; separerebbero i due termini, fino a giungere a dichiarare, come mi è capitato di sentire personalmente, che “Gesù è sì figlio di Dio, ma come lo siamo noi uomini; non è Dio stesso”. Uomo sì, ma semplice delegato, inviato da Dio.

Ecco quali sono i rigeneranti frutti dell’ecumenismo. Ma questo “cattolicesimo” non è nemmeno più paragonabile al protestantesimo, bensì assomiglia sempre più ad una sorta di “islamismo”.

Le eresie antitrinitarie furono fomentate dal Giudaismo e sparse per tutta la zona del Mediterraneo fin dal primo secolo, e l’attecchimento avvenne soprattutto in seno all’Islàm. Il fatto è acquisito e certissimo: il rapporto causa-effetto tra Giudaismo post-biblico ed Islàm fu proprio la diffusione, moltiplicata per infinite volte attraverso il “nuovo” canale arabico, delle eresie che avevano l’unico intento di menomare la natura di Cristo. E se, come insegna San Giovanni: ogni spirito che divide Gesù, non è da Dio: e questi è un Anticristo (I Giov, III), il musulmanesimo ricade perfettamente sotto questa casistica.

Recentemente mi è capitato di parlare con un italiano convertito alla religione islamica (persona squisita peraltro), e la problematica legata alla natura di Cristo è stato il tema del nostro dibattito. La conferma è arrivata puntuale: un islamico, benché in vario grado devoto od ammiratore della figura di Gesù come grande profeta, inviato, messo di Dio, non può assolutamente accettare anche la sua piena divinità, così come la insegna la teologia cattolica attingendola direttamente e solamente dai Vangeli e dalle Lettere Apostoliche. È un problema enorme di fede, ma anche di fonti (che evidentemente loro credono false e contraffate, proprio come fanno i giudei) e di conoscenza delle verità storico-teologiche elementari, ben commentate e ben spiegate, tesori a cui noi possiamo attingere ma che a loro mancano del tutto.

Queste persone si devono e si possono aiutare — è d’altronde questa la vera carità! —, ed è pertanto sbagliato lasciarle nel loro errore, come si fa oggi per rispetto di una presunta dignità. Dobbiamo invece fugare i loro dubbi e le loro false credenze (di chiara ispirazione talmudico/gnostica — leggere per credere le tesi del celebre teologo domenicano padre Théry contenute nel trattato De Moïse à Mohammed) ed aiutarli a capire che la presunzione dell’uomo, di ispirazione certamente satanica, impedisce loro di aprirsi alla pienezza della rivelazione; aiutarli a capire che credere alla divinità di Cristo non è affatto una limitazione alla fede od alla intelligenza dell’uomo e del credente, bensì l’esatto contrario.

A questo gentile “musulmano” ho ardentemente suggerito di leggere il Vangelo di San Giovanni commentato da Padre Sales, per capire quanto logica ed auto-evidente risulti essere la spiegazione della natura divina del Verbo di Dio, in cui loro non riescono a credere. Confido vorrà farlo, con l’aiuto della Provvidenza, per aprirsi al messaggio più grande che l’uomo abbia mai conosciuto.

È questo il punto nodale, sul quale non si potrà mai dialogare (mi domando dunque: ma su cosa diamine continuano a dialogare questi pastori moderni?), che separa il cristiano dall’ebreo (e quindi dal musulmano). I Cristiani della Mecca non a caso, per mantenere gli arabi al Cristianesimo e liberarli dal talmudismo, benché non fossero esenti da alcune proiezioni ereticali predicavano con forza la SS. Trinità e l’Incarnazione del Verbo eterno crocifisso dai Giudei!

Conclusione: come iniziare un processo di riconversione


Origene (Hom. Ios. VII, 1) affermò che San Paolo, con le quattordici trombe delle sue lettere, ha fatto cadere le mura di Gerico, cioè l’idolatria.

San Paolo è veramente il distruttore del giudaismo mosaico, ed in generale dell’ebraismo pre e post cristiano; per questo motivo, oggi, le sue lettere vengono fortemente osteggiate e sono in odio agli “amici” di certa gerarchia visto che non lasciano il minimo spazio a qualsivoglia ecumenismo: la legge mosaica è legge di morte per Paolo, legge inutile che è impossibilitata a produrre frutti buoni non ottenendo la Grazia; è punizione per i perfidi e giogo di schiavitù (Gal. IV, 24, 29), che rende servi e non liberi come il Vangelo, che San Giacomo chiama legge di libertà.

Ma oltre che essere l’antigiudaizzante per antonomasia, San Paolo è oggigiorno assolutamente inaccettabile per altri due motivi, di forte carattere “sociale”:

1) Per il noto passo nella Lettera ai Romani, dove parla degli omosessuali in questi termini: E gli uomini similmente, lasciata la naturale unione della donna, arsero scambievolmente nei loro desideri facendo cose obbrobriose l’un verso l’altro, e riportando in sé stessi la condegna mercede del proprio errore (…) I quali avendo conosciuta la giustizia di Dio, non intesero come chi fa tali cose è degno di morte (spirituale): né solamente chi le fa, ma anche chi approva coloro che le fanno.

2) E a causa dei suoi insegnamenti sulle donne, che per San Paolo (I Timoteo) devono stare sottomesse agli uomini come gli uomini lo sono a Cristo; devono stare in silenzio, soprattutto nelle adunanze pubbliche e specialmente in quelle religiose, dove non devono mai e per nessuna ragione intervenire prendendo la parola. Inoltre, Paolo le obbliga a velarsi la testa, come segno di sottomissione all’uomo.

San Paolo rappresenta dunque l’antidoto universale a questo disordine che ha colpito il corpo della Chiesa di Cristo, e per tale motivo è osteggiato e guardato con sospetto da certo clero, vendutosi oramai all’antico serpente gnostico (o perlomeno ne è vittima colpevole, nella misura in cui non conosce più la buona rivelazione che gli era stata affidata).

Se è vero che il fine della sinagoga è “abbattere la religione cristiana”, vogliamo davvero continuare ancora a lungo a farci rovinare dai nostri più acerrimi nemici?

Anche a noi laici, sapete, compete il dovere dell’apostolato; come diceva S. Pio X ad un gruppo di cardinali francesi: “Qual è la cosa più necessaria oggi per la salvezza della società? (...) è di avere in ogni parrocchia un gruppo di laici molto virtuosi (...) e veramente apostoli”.

“Gli Ebrei — scrivevano Giuliotti e Papini in Dizionario dell’Omo selvatico — non avrebbero preso il potere che hanno e non avrebbero tanta tracotanza, se i Cristiani fossero veramente Cristiani e non avessero adottato gli stessi valori giudaici. La conversione dei Cristiani al Cristianesimo porterebbe la fine del semitismo e perciò dell’antisemitismo e forse la conversione degli stessi Giudei alla Verità crocefissa in Giudea”.

Lo abbiamo visto sopra: la gnosi agisce deformando esotericamente la morale. Oggi lo ha fatto attraverso le teorie psicanalitiche, che hanno impregnato la scuola, la musica, la letteratura, i media rendendo le persone ipersensibili, emotive, irrazionali, incapaci di dominare gli istinti e del tutto incapaci di assumersi le proprie responsabilità. La nostra epoca è ormai definitivamente cabalizzata e dominata dall’egemonia delle passioni e degli istinti sull’intelletto e la volontà, dal piacere in opposizione alla forza che proviene dalla sopportazione paziente del dolore.

Ma se il giudaismo imperante, attraverso il veleno della gnosi, è il castigo per il cattolico tiepido, è allora tempo che il cattolico torni ad essere FORTE e rigetti, sputandola, la pozione infernale che gli è stata somministrata.

Per tornare a farlo, cosa può esserci di meglio che l’ausilio della FORTEZZA APOSTOLICA?

L’antiveleno al siero gnostico esiste, ed è la vera dottrina, che trasforma e guida la vita del vero uomo verso la cooperazione con Dio, che lo aiuterà a reagire e vincendo contro sé stesso e contro la sua pigrizia, lo aiuterà pugnare contro la concupiscenza, e così facendo a cambiare sostanzialmente la realtà che lo circonda — non ricreandola “soggettivamente” come teorizzarono i rabbini cabalisti, ma riformandola “oggettivamente” attraverso il risanamento dei costumi.

Nulla più di San Paolo ci darà prova che tutto questo è ancora possibile che avvenga, in ognuno di noi.

E iniziamo a farlo non credendo mai alle sciocchezze degli slogan televisivi (perché anche sotto questa forma si cela l’attività gnostica), come quello che recita: “da soli non siamo N-E-S-S-U-N-O. Insieme siamo in grado di fare tutto”. Non prestare mai ascolto a queste fesserie (ricordate difatti come si diportò la folla di Efeso?). La ricostruzione parte invece da ognuno di noi preso singolarmente, ricordiamocelo (come Cristo ha amato ognuno di noi fino alla fine).

Per tale motivo invito i nostri lettori a riprendere in mano San Paolo seriamente, attraverso questo testo e questo commento, per tornare così ad essere veri cristiani e veramente attivi nel bene.

Forza e coraggio allora. Abbiamo tutto il necessario per uscire da questo pantano.

Sputiamo il siero del serpente dalle nostre vite, con l’antidoto donatoci da Dio: impegno nel conoscere e praticare le Leggi del Vangelo, studio della sana dottrina, e l’amore per la Santissima Trinità!

Il resto lo fa Lui per noi.

(Ringrazio di cuore quei lettori che hanno avuto la bontà di seguirmi fin qui e che ancora oggi provano affetto per la nostra casa editrice; Dio non mancherà di rendervene merito)

Lorenzo de Vita

**********
 
(VI° volume - Le Lettere degli Apostoli, 700 pp., formato grande)

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Commenti  

 
# cgdv 2016-09-03 09:15
Un'articolo ponderoso ma indispensabile alla presentazione di un testo sacro fondamentale per il cattolicesimo che, pur richiedendo un'attenta lettura, risulta limpidissimo. Nelle righe di questo scritto emerge vigorosamente la realtà di come l'antico Nemico conduce la sua battaglia contro la verità e di come attraverso le parole intoccabili degli Apostoli sia possibile non lasciarlo prevalere. Complimenti.
Giuliano
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# fpaone 2016-09-03 20:07
Definire bello questo scritto di de Vita sarebbe riduttivo; ed oltretutto rappresenta uno strumento di riflessione utilissimo a compedio delle massime della fede. Mi sta aiutando moltissimo. Il minimo che un lettore può fare è supportarvi attraverso i vostri inimitabili libri.
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# pignocco 2016-09-04 20:28
Maria non è morta, bensì assunta in cielo.

----------------------

Gentile lettore,

Maria è stata assunta corporalmente in cielo, dogma di Fede sancito come sappiamo da Pio XII. Ciò non significa però che Maria non sia morta di morte naturale, e poi sia risorta pressoché immediatamente senza conoscere la corruzione del sepolcro (o solo per poche ore, come testimonia di aver “visto” la beata Emmerick).

Lo spiega anche lo stesso Pio XII; legga la MUNIFICENTISSIMUS DEUS dove Papa Pacelli decreta:

"Pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo".

Inoltre è proprio San Paolo che per primo rende note con assoluta precisione le verità intorno alla futura resurrezione. Come tutti gli uomini delle epoche passate morirono - ed anche l’umanità di Cristo non si sottrasse a questa “prova” - così anche quegli uomini che saranno vivi nell’ultimo giorno, all’ultima tromba, moriranno, ed in un batter d’occhio risorgeranno (I Corinti XV, 51-52). Pertanto tutti gli uomini devono morire, anche coloro che arriveranno vivi alla fine del mondo, il giorno in cui Cristo tornerà gloriosamente!

Come insegnano i Padri pertanto (sempre basandosi sulle lettere di San Paolo), tali uomini, vivi nell’ultimo giorno, devono morire (probabilmente alla vista di Cristo che torna nella magnificenza più solenne e perché certamente è assurdo pensare che questi uomini andranno "vivi" al giudizio) e risorgeranno istantaneamente (in un batter di occhi dice San Paolo) per andare poi ad essere giudicati dal tribunale universale di Cristo.

In tal senso dunque anche la SS. Vergine Maria è morta, ma pressoché subito la sua anima santissima si è riunita al corpo, e così risorta (acquisite dunque tutte quelle qualità che i Teologi insegnano ci saranno dopo la resurrezione) è stata assunta in Cielo come ha stabilito definitivamente Pio XII.

In molte questioni di fede anche i cattolici più sinceri ed attenti si trovano un pochino impreparati. Per tale motivo il recupero di San Paolo, ben tradotto e ben spiegato, è fondamentale oggi!

Cordialmente

Lorenzo de Vita
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# Benildo 2016-09-06 07:15
"Tutti gli uomini" muoiono o moriranno, ma la Santa Vergine probabilmente no.
Si tratta di un'opinione teologica assai fondata, essenzialmente collegata al fatto che Essa non ebbe alcun rapporto, neppure alla lontana, con il veleno del Serpente Antico.
Il Figlio Suo morì -e di che morte ! - "per i nostri peccati".

Grazie per il suo articolo

----------------

Gentile lettore,

certamente le ragioni da lei addotte sono le più forti a sostenere la "dormizione" della Vergine, tesi sposata dalla maggior parte dei teologi mariani. Pio XII però non volle sancirla come certezza di fede e difatti corresse il "morta" con la frase sopra riportata, ovvero "al termine della sua vita terrena". Detto questo, a Dio nulla è impossibile come sappiamo. Pertanto la "dormizione" sembra essere in effetti la via mediana più sensata per spiegare questo grande miracolo. Per non dar adito ad alcuna ambiguità, correggerò il testo con il riferimento alla Costituzione apostolica di Pio XII, che al di là delle questioni teologiche più o meno vicine alla verità, rimane ad oggi l'unico parere certo su cui è lecito basarsi.

Grazie a voi lettori.

Cordiali saluti.

Lorenzo de Vita
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# Centuri 2016-09-18 10:52
A questo punto aspettiamo Gli Atti degli Apostoli.

----------

Gentile lettore, l'ultimo libro del Nuovo Testamento lo pubblicheremo sicuramente entro la fine dell'anno, novembre/dicembre, per poi dedicarci al Vecchio Testamento a partire dal 2017.

Molte grazie.

La Redazione
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