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Il Pentateuco di Mosè
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“Il Pentateuco”, che contiene i più alti misteri, presentato secondo gli argomenti espressi dal capolavoro di padre Sales. Da oggi disponibile in un unico volume

L’Antico Testamento è un miracolo; anzi, un doppio miracolo! Dio ne è l’autore assoluto, l’uomo ne è il destinatario. Libro umano e divino insieme, trasmesso a noi dall’autore ispirato.

In Genesi è contenuto il prodigio più grande del beneplacito divino, l’azione più misteriosa dell’eternità: la nostra predestinazione alla santità. Di noi, creature formate di fango della terra (’adamah = terra rossa).

Dio, fin dall’eternità, ci aveva amati, destinati, predestinati alla gloria della divina filiazione (Efesini, I, 4-6), eletti «prima della fondazione del mondo» per i meriti di Gesù Cristo e in vista della di Lui incorporazione.

I piani dell’Altissimo non potevano subire nocumento dai guasti di una creatura (Lucifero) che seppur eccelsa sotto un profilo naturale era abissalmente decaduta da quello soprannaturale e per odio e per invidia (Sap. 2, 24) bramava che anche l’uomo condividesse gregariamente la stessa sorte.

Quella predestinazione alla santità, una volta perduta per la ribellione del primo uomo, Dio pretese che venisse recuperata “secondo le sue vie”.

«Dio vive anticipatamente in Sé, eternamente in Sé, quello che vuol farci vivere nel tempo. L’idea che ha di noi, la sua eterna volontà su noi, costituiscono la nostra storia ideale, il grande poema possibile della nostra vita» (Padre Gratry, Commentario sul Vangelo secondo S. Matteo, 1923).

È questa la “chiave sotterranea” per capire bene l’Antico Testamento.

La S. Scrittura va presa come un quid unum: indivisibile per l’origine, per il divino autore, e per tutti i suoi testi, che hanno uguale valore probativo.

Cioè, il testo sacro (a partire dall’Antico Testamento e mai senza di esso) è il racconto integrale dell’intervento di Dio al fine di farci conoscere il “grande poema” che è stato scritto per noi.

Dio si serve della testimonianza contenuta in questi Libri per attrarci verso quel destino corrispondente all’altezza a cui ci aveva innalzati creandoci.

Prima creazione

Genesi (i primi 11 capitoli) rappresenta il prologo di questa storia ideale, avente premesse fondamentali: l’inizio del tempo, la creazione dell’universo, ad un semplice comando dell’Eterno.

«E lo spirito di Dio si moveva sopra le acque» del caos (Gen, I, 2).

Da una parte il nulla, o il caos, dall’altra «la potenza divina» che sta per trarre dal nulla l’universo.

Alla creazione del Cielo e della Terra (narrati in Gen. I, 6-10) segue la creazione del primo uomo (Gen. II, 6-7) a distanza di tempo sufficiente affinché la crosta terrestre, raffreddandosi alla superficie e contraendosi in vari luoghi formando i Continenti e i mari (era azoica della geologia), fosse pronta ad ospitare la vita con le sue “piante fruttifere” e la sua “erba verdeggiante” di cui l’arido suolo venne pian piano a ricolmarsi per germinazione.

Il Signore Iddio adunque formò l’uomo di fango della terra, e gli ispirò in faccia un soffio di vita: l’uomo fu fatto anima vivente” in virtù del soffio ricevuto da Dio. Dotato di spirito vivificatore dinamicamente procedente da Dio (rûah) l’uomo è superiore a tutte le stelle del cielo e a tutti gli esseri viventi che dimorano sotto il cielo. Creato adulto e perfetto nella sua natura, è il vertice di tutto l’universo.

«Il vero geocentrismo e antropocentrismo – scrisse mons. Landucci – è costituito dal fatto che il piccolissimo uomo, posto sulla piccolissima terra sperduta nei cieli, vale più, con un suo pensiero, di tutto l’universo materiale» (Il Dio in cui crediamo, pag. 219, EFFEDIEFFE 2001).

Arricchito di tutti quei doni che erano richiesti dalla sua condizione di capo del genere umano (l’anima razionale, intelligente e immortale, la grazia santificante, e molte altre dignitadi), l’uomo diviene signore del creato, padrone assoluto del cosmo che gli è dato in dono affinché lo popoli e ne abbia cura.

È a tal punto “signore” che, racconta Mosè, Dio desiderava ogni sera di “camminare nel paradiso al tempo della brezza del pomeriggio” per intrattenersi con Adamo (Gen. III, 8).

L’uomo venne messo da Dio sulla terra «ut laudet», dice Sant’Ignazio, dando alla parola «lode» la sua maggiore estensione, e dunque includendovi l’idea di servizio, di servizio interamente dipendente, interamente riferito a Colui che è il solo Padrone. Questa è la naturale condizione della nostra natura.

Ed affinché questa amicizia si concretasse in un perpetuo Gloria in excelsis Deo, una lode di Dio perpetua e degna di tale Maestà, nel giorno della creazione Dio ci aveva «deiformati» senza intermediazione. Da Lui a noi perveniva direttamente la vita soprannaturale per partecipazione [la natura è sempre scema rispetto alla pienezza che in Dio è per essenza; ma riceve quanto basta secondo la perfezione della sua specie].

Non esisteva separazione tra Dio e il primo uomo. Eravamo esseri essenzialmente creati per la sua glorificazione. Ne eravamo davvero capaci.

Secondo la sentenza comune dei Teologi questo stato felice (veramente naturale, non già quello dei selvaggi, che è proprio l’opposto) durò poco tempo e subito sopravvenne il peccato.

Adamo è perfetto, ma può cadere perché la deiformità datagli da Dio (ragione, volontà) lo rende libero di fronte a Dio e di fronte a sé stesso. Ovvero: può desiderare.

Ricevuto un semplice comando — (non mangeraiGen. II, 17) — egli fallisce miseramente, desiderando la contravvenzione (opposta alla giustizia originale) e sperimentandola pure. Il morso indica benissimo quel godimento disordinato. Il suo è un moto di concupiscenza, e in particolare di cupidità (che è la brama disordinata dei beni transitori).

“Questo peccato fu gravissimo non tanto da parte dell’oggetto, quanto piuttosto a ragione delle circostanze, se cioè si considerano lo stato di rettitudine e di perfezione in cui Adamo ed Eva si trovavano, la facilità con cui il precetto poteva essere osservato, la solennità e la severità con cui Dio l’aveva intimato e sanzionato, e finalmente le conseguenze che dovevano derivarne” (p. Marco Sales, Genesi, cap. II, pag. 116 edizione EFFEDIEFFE).

Se l’amore di Dio era stata la legge della creazione e la causa della vita, l’amore di sé (che è la superbia) fu il principio di tutti i peccati (S. Th., I-II, q. 77, a. 4) e causa della morte e della cacciata dallo stato di perfetta felicità in cui Dio aveva collocato l’uomo.

E scacciò Adamo, e pose dei Cherubini davanti al paradiso di delizie con una spada fiammeggiante, che si vibrava in giro, per custodire la via dell’albero della vita (Gen. III, 24)

Dio, nondimeno rimane fedele al meccanismo ordinato dei suoi eterni disegni; in quel “magno volume” dove Lui scrive non si muta mai bianco né bruno (Par. XV, 51).

Vuole ardentemente riportare l’umanità ai doni soprannaturali che, secondo la sua prescienza (I Pt. 1, 1 s.), ornarono l’uomo prima del primo peccato.

Il Verbo – la Sapienza del Padre – determina di restituirci tutto.

Per farlo si rende necessaria l’intermediazione di un Riparatore. Un uomo-Dio, capace di un’adorazione senza limiti ed ininterrotta (1). La natura umana non basta più.

Il Verbo non solo determina di restituirci tutto, ma lo fa di persona.

Passeremo tutta l’eternità a contemplare, senza poter esaurire, questo mistero di amore. «Un Dio innestato sulla nostra carne, un Dio fatto uomo! E non ce ne meravigliamo!» (Caterina da Siena)

La vergine domenicana lo chiamava “il vero ponte”; l’apostolo delle Genti lo incoronò quale “Nuovo Adamo”

L’unico che condegnamente ha potuto dire di Sé: “Ego honorifico Patrem meum” (Giov. VIII, 49).

Seconda creazione
«Poiché il primo cielo e la prima terra passarono» (Apoc. XXI, 1)

In Genesi, e mai più altrove, viene annunziata la futura e definitiva glorificazione di Dio (Gen. 3, 15). Sanctificetur Nomen tuum.

“[Io] Porrò inimicizia fra te e la Donna, e fra il tuo seme e il seme di lei. Essa schiaccerà la tua testa, e tu insidierai al calcagno di lei”.

Brevi parole, capaci di racchiudere tutti tempi: la vita dell’uomo ricreato ad immagine di Dio (inimicizia col maligno) —– la miracolosa nascita di un Salvatore (seme di donna) —– la sofferenza del Messia (insidierai al calcagno) —– il trionfo della Resurrezione (schiaccerà la tua testa).

La profezia è generica quanto omnicomprensiva. La vittoria del genere umano – in Cristo e in quella figura eccelsa che ne sarebbe stata la Madre e la Cooperatrice – è garantita infallantemente.

Tutto è pronto sin dall’eternità: una catena di grazie, che andrà dalla chiamata (mediante il battesimo), alla giustificazione e alla glorificazione (Rom. 8, 19-29).

La Creazione soprannaturale, era già un portento. La Restaurazione soprannaturale, avvenuta per mezzo dell’Incarnazione del Verbo, ne costituisce un secondo, ancora più grande.

L’effetto della Redenzione potrà estendersi a tutti i figli di Eva (da havvah = vita, madre di tutti viventi) basta che non vi si oppongano. L’umiltà di fronte alla trascendenza divina, opposta al peccato di Adamo, ne è la condizione imprescindibile, già preludio della gloria (Prov. 15, 32).

La nuova stirpe di uomini ri-divinizzati sarà σπέρμα della Donna nel senso che la nascita miracolosa del Redentore significa la nostra attraverso di Lui, che siamo membra di Lui, populus acquisitionis, popolo-proprietà di Dio (Isaia 43, 21), stirpe eletta (Esodo 19, 5).

Vi è qui l’annunzio di una restituzione integrale, già attuata.

«E vidi un nuovo cielo e una nuova terra» ci dice S. Giovanni (Apoc. XXI, 1).

Caelum es et in caelum ibis: fatto per il Cielo, tu sei già un Cielo, completa Sant’Agostino.

Nuova creazione. Nuovo cielo e più bello del precedente.

La vita celeste, nel Cristianesimo, deve considerarsi non soltanto come un avvenire da sperarsi, ma soprattutto come un presente da viversi. Già qui e già ora per i viventi nella grazia.

Di fronte a tali ricchezze tripudiamo, come fece Abramo (Giov. VIII, 56), ma a capo chino, perché “il principio di ogni peccato è la superbia” (Eccli. 10).

Storia nostra

Ripercorriamo brevemente le tappe principali della narrazione mosaica per capire la vicinanza – umana, spirituale – che ci accomuna con la storia della prima umanità decaduta per la colpa.

Dopotutto con Adamo formiamo “un solo uomo” (S. Tommaso, Summa, I-II, q. 81) e “in lui tutti peccarono” (Rom. V, 12). Quindi, innegabilmente, quella dell’antica Alleanza è anche la nostra storia (2).

A Genesi seguono concordemente l’Esodo, il Levitico e i Numeri; l’ultimo libro che compone il Pentateuco è il Deuteronomio, che ha pagine che più di nessun altro del Vecchio Testamento s’accostano alla sublimità divina dell’Evangelo, e che è come l’epilogo che riassume e compie i quattro libri precedenti.

Dalla storia dei Patriarchi narrata in Genesi (dal cap. 12° al 51° — da Abramo [1950 a. C.] sino a Giuseppe [1750 a. C.]) si passa alla storia del popolo israelitico che inizia coll’Esodo.

Nell’Esodo si ha la costituzione civile e religiosa d’Israele: non è più una grande famiglia, più o meno unita con vincoli di parentela, ma un popolo con le sue leggi, unito a Dio per mezzo di un’alleanza. Coll’uscita dall’Egitto (1440 a. C. ca.), inizia il vasto adempimento delle divine promesse fatte ad Abramo (Gen. 12, 1-3), e la teocrazia israelita.

Durante la tappa presso al monte Sinai, sinonimo del biblico Horeb, avvennero: la visione mosaica del roveto ardente (Es. 3, 2-12) con l’ordine divino di ritornarvi ad adorare Dio dopo l’uscita dall’Egitto; l’adunanza del popolo ebraico con la grandiosa Teofania (Es. 19, 18 ss.; Deut. 4, 10); la consegna delle tavole della legge e la loro collocazione nell’arca ivi costruita (Deut. 9, 8 ss.); la promulgazione della legge; l’adorazione del vitello d’oro (Deut. 9, 8 ss.); il prolungato soggiorno per più di un anno degli Ebrei usciti dall’Egitto (Deut. 1, 2.19, ecc.).

Coll’Esodo parliamo di una vera e precristiana teologia, i cui punti centrali sono: liberazione dalla schiavitù, la Pasqua, la nube, la manna, l’alleanza, il decalogo, l’arca e il peregrinare nel deserto. Gli episodi e gli oggetti dell’Esodo, al tutto storici e concreti, sono tipi o figure che si sono realizzati nella Persona e nell’opera di Gesù N. S.

Come Israele dall’Egitto entra in Palestina per realizzare la sua missione (1400 a. C. ca.), così Gesù rientra dall’Egitto (Mt. 2, 13); la manna è la figura della SS. Eucaristia (Giov. 6, 51-59); l’alleanza del Sinai è la nuova pasqua-alleanza (Luc. 22, 19; I Cor. 11, 35); l’agnello pasquale, cui non doveva essere spezzato alcun osso, è il tipo dell’agnello che toglie il peccato dal mondo, immolato sulla Croce (Giov. 19, 36; I Cor. 5, 7 s.).

«Dio vive anticipatamente in Sé, eternamente in Sé, quello che vuol farci vivere nel tempo» (Padre Gratry). Nulla di strano.

Levitico. — Terzo libro del Pentateuco, che piglia nome dal contenuto: tratta principalmente dei sacerdoti (tribù di Levi) e dei loro doveri. Conclusa l’alleanza, promulgate le leggi, eseguite le disposizioni riguardanti l’erezione del tabernacolo, dell’arca, dei due altari (Esodo), il Levitico dà le normative per la santificazione degli individui e della nazione, regola il culto, promulga le disposizioni per la classe sacerdotale. Consta di quattro parti principali e di un’appendice.

Leggi e prescrizioni del Levitico non sono fine a sé stesse quasi non ci riguardassero a distanza di 3000 anni, bensì hanno per oggetto la salvaguardia di una vita veramente religiosa.

N. Signore abrogò le leggi cerimoniali del Vecchio Testamento, e questo perché i sacrifici levitici prefiguravano l’unico e perfetto sacrificio della Croce; ma l’alto contenuto morale del Levitico rimane integro. In esso non vi è nessuna confusione tra santità (morale) e purità legale; solo la prima, simboleggiata e sottolineata dalla seconda, era lo scopo principale del legislatore!

Osserviamo il parallelismo assoluto tra V. e N. Testamento: «Siate santi perché Io sono santo» (Lev. 19, 2; 20, 26) «Siate dunque voi perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è ne’ cieli» (Matt. 5, 48).

Le prescrizioni morali poi, contenute nel terzo libro di Mosè, completano e dimostrano tale elevatezza di sentimenti; per le ingiustizie contro il prossimo e doveri di carità che saranno innalzati nel Vangelo (Marc. 12, 31), anche verso lo straniero (Lev. 19, 32 s.).

Attenzione! Non si tratta soltanto di mondezza legale (che viene nondimeno comandata dal Signore con molteplici precetti) ma di una adorazione interna e di una vita morale pura che suppone l’adempimento delle leggi morali e concretamente del Decalogo (Es. 20; Deut. 5).

I profeti e i sapienti insegnarono che le prescrizioni legali e le altre analoghe avevano un significato solo accessorio, rispetto alle leggi morali vere e proprie. I Farisei, che al tempo di Nostro Signore facevano consistere nella loro osservanza materiale l’essenza della vita religiosa (cf. Matt. 15; Marc. 7), fraintesero la natura e l’utilità strumentale delle prescrizioni volute da Dio. Per tale motivo anche il Levitico è stato inserito nel Canone dalla Chiesa.

Numeri. — Quarto libro del Pentateuco. Il titolo è la traduzione di quello greco (’Αριθμοί) che non equivale a “numeri”, bensì a “censimenti”. Numeri narra la storia degl’israeliti, dagli ultimi giorni passati al Sinai sino alla vigilia dell’ingresso in Palestina.

I fatti narrati sono notevolissimi per il loro significato religioso (censimenti del popolo, la marcia a schiere, la funzione dell’arca, i vaticini di Balaam, le mormorazioni e sedizioni alle acque di Meriba, la divisione della terra promessa, i privilegi della tribù di Levi, il serpente di bronzo innalzato nel deserto).

Deuteronomio. — Quinto libro del Pentateuco – denominato dagli Ebrei had-debhārîm «le parole» e dai LXX δευτερονόμον «seconda legge» – viene anch’esso attribuito dalla tradizione giudaico-cristiana a Mosè benché sarebbe stato scritto dopo la peregrinazione intorno a Cadeš e con buona probabilità venne terminato da Giosuè, successore di Mosè.

Il Deuteronomio è una seconda legge, promulgata nella pianura di Moab da Mosè l’undicesimo mese dell’anno 40 dall’uscita dall’Egitto, che, oltre a leggi nuove, offre complementi e modifiche alle precedenti, e che fu determinato soprattutto in vista della imminente sedentarizzazione degli Ebrei, che doveva modificare profondamente la loro primitiva struttura sociale seminomade.

Mosè, in questo testamento palpitante, alla vigilia della sua morte, riporta i suoi incoraggiamenti e le sue invettive, i suoi inviti all’osservanza della legge, a cominciare dai grandi princìpi morali, coll’ancoramento ai più alti motivi come le glorie del passato, la missione storica d’Israele ed i trionfi dell’avvenire.

Il Deuteronomio suppone gli ebrei in intima relazione con Dio in virtù di un’alleanza; i tre libri precedenti ci narrano la storia e l’origine di questa alleanza (Esod. XIX, 5, 6; XXIV, 4 e ss.) e ci mostrano Dio in intimo commercio col suo popolo (Esod. XX, 18 e ss.).

La comunità di Israele diviene così sempre più il tipo della Chiesa di Gesù Cristo.

Il Deuteronomio può dunque dirsi il libro per eccellenza dell’Antica Alleanza. Il suo fulcro è l’amore.

Il Messia è intravisto come Sommo profeta (Deut. 18, 15-19) dall’occhio di Mosè penetratore del futuro.

Sarebbe un grave errore (e una grande ingratitudine pure) trascurare questa storia ideale sostenendo che essa non ci appartenga. È la nostra stessa storia. E chi disprezza l’antico, uccide il nuovo.

Dove e quando Mosè ha scritto il Pentateuco
(Autenticità)

Gli Ebrei uscirono dall’Egitto sotto la dinastia XVIII. Più precisamente sotto i due regni di Thutmosi III e del suo figlio successore, Amenophi II (1515-1436 a. C.), quando si accese la persecuzione verso il popolo ebraico, che raggiunse il suo colmo intorno al 1470-60 a. C.

Una data per l’uscita dalle terra dei Faraoni può essere stimata, probabilmente, intorno al 1450-1440 a. C., anno più anno meno, e sotto il regno di Amenophi II.

Per spiegazioni dettagliate riguardanti le tracce storiche del passaggio degli ebrei dall’Egitto e della loro miracolosa uscita, che esistono e sono probanti, rimando alle note di padre Sales (cf. Introduzione all’Esodo, pag. 288 e capitoli seguenti).

Qui diremo che il popolo, presa la via a sud-est che conduceva al Mar Rosso (Es. XIV) – un itinerario umanamente inspiegabile – raggiunse rapidamente i confini della Terra promessa.

È un punto chiave questo, altrimenti la peregrinazione nel deserto, durata quaranta anni, non avrebbe senso.

Con la tappa del Sinai (l’attuale Gebel Mûsa, m. 2244) – durante la quale Dio apparve a Mosè due volte nell’arco di 1 anno –, e tenendo conto delle stazioni anteriori e posteriori al Sinai, si conta un periodo di circa 18 mesi dall’uscita d’Egitto, trascorso il quale il popolo poté raggiungere non del tutto indisturbato (Es. XVII, 8 e ss.) i confini della terra dove stilla latte e miele (Es. III, 8).

A causa della sedizione degli esploratori inviati a prendere visione della terra di Chanaan allo scopo di conquistarla (Num. 13, 3 ss., ben 10 capi tribù su 12 disertarono), tutto il popolo, per punizione, fu condannato a rimanere nella condizione di peregrinazione seminomade per i successivi 38 anni. I capi tribù sfiduciano Dio con una aperta ribellione. Dio li sfiducia a sua volta, condannandoli a morire nel deserto.

Gli ebrei trascorsero più di tre decenni sotto le tende (sukkah) ricavate da pelli di animali o intessute di peli di capra o di cammello dimorando nel deserto verso il Negheb (= terra arida), ovvero nella Palestina del Sud, visibile dalle montagne di Hebron e di Edom.

Mosè tenne come centro di riferimento Cadeš (dove morì sua sorella Maria), localizzata ora nel deserto di Pharan (Num. 13, 26; 10, 12) ora in quello di Sin (Num. 27, 14; 33, 36), località situata nell’estrema parte meridionale della Palestina, che si trova sulla via che dall’Horeb-Sinai conduceva al paese montuoso degli Amorrei (Deut. 1, 19) e alla terra di Canaan.

Cadeš era una scelta fortemente strategica: con le sue sorgenti d’acqua rappresentava un punto di incrocio di molteplici piste carovaniere confluenti da una vasta zona desertica; i paleontologi la indicano, dall’età della pietra in poi, come centro di agglomerazioni temporanee. Facendo spostare il popolo in questa sufficientemente vasta area a seconda delle esigenze, delle minacce e delle stagioni, Mosè restò in attesa che Dio concedesse nuovamente il suo beneplacito.

Fu questo il periodo “aureo” dello iahwismo (un anno al Sinai e 38 anni a Cadeš), prima che il popolo entrasse a contatto con la cultura cananea che, superiore e più raffinata, dovrà esercitare una grande attrattiva appena Israele comincerà a stabilirsi in Chanaan.

La gran parte del Pentateuco (perlomeno Genesi, Esodo, Levitico e Numeri) ebbe tutto l’agio di poter essere messa per iscritto da Mosè durante questo esteso periodo di tempo, adattissimo per lo studio, la riflessione e la ricostruzione cronologico-genealogica.

Se il monoteismo iahwitico corse in Egitto gravissimi pericoli, che si fecero sentire per un tempo notevole, per esempio nell’adorazione del vitello d’oro (Esod. XXXII, 1 e ss.) e nel culto reso a Moloch nel deserto (Amos, v, 20; Ezech. XX, 24), tutto mostra chiaramente che la vera fede si era ancora sufficientemente conservata nel cuore degli Ebrei anche nell’Egitto — perfezionandosi però solo dopo l’uscita dalla terra di Faraone per i successivi 40 anni grazie alla intermediazione di Mosè.

Eletto da Dio alla dignità di suo legato per essere lo strumento di salute e il legislatore d’Israele, ai libri in cui si contiene la sua legislazione premise come introduzione Genesi per far conoscere ai lettori come Dio abbia sempre vegliato sull’umanità, e abbia poi scelta la discendenza d’Abramo per farne lo strumento di salute e di benedizione per tutte le genti (la Chiesa cristiana).

Mosè è senza dubbio la più grande e la più bella figura di tutta la storia d’Israele. In diretta relazione con Dio tanto da ardire di poter vedere l’essenza stessa di Dio (Es. XXXIII, 18), posto alla testa di un popolo di dura cervice, il quale quasi non respirava che la ribellione, seppe nondimeno vincerne gli istinti perversi, e formare in lui la coscienza nazionale e prepararlo al grande avvenire che gli era stato riservato. Subì, rassegnato, il castigo della sua leggera diffidenza (Num. XX), e, morendo, poté veramente gloriarsi di aver dato tutto sé stesso a Dio e al suo popolo.

Egli può essere considerato il servo di Dio per eccellenza (Num. XII, 7-8), in questa investitura secondo solamente a Nostro Signore.

Scrisse il Pentateuco affine di indurre Israele all’osservanza della legge di Dio, richiamando alla loro mente i benefici di cui erano stati colmati, i prodigi che Dio aveva compiuto in loro favore, e volle che il suo libro (Tōrāh) servisse di testimonianza contro Israele stesso, qualora fosse stato infedele. Ruolo che benissimo svolge ancora oggi.

Mosè, all’uscita dall’Egitto e poi nel deserto del Negheb, si portò dietro la tradizione plurisecolare del suo popolo, composta sia di tradizione orale che scritta. Questo è un punto fondamentale.

Non si può omettere che la scrittura è molto più antica di Mosè, e non vi è difficoltà ad ammettere che nel comporre la Genesi egli si sia servito di documenti scritti anteriori, dai quali ha potuto trarre le genealogie riferite e quelle narrazioni così vive che sembrano supporre un testimone oculare, le quali, da Adamo transitarono fino a Noè, e da questi ai suoi figli, in particolare Sem, fino ad Abramo.

Qui entra in campo la forza del tradizionalismo semita; il lungo esercizio della trasmissione a memoria; la tendenza al fiero isolamento da cui nasce una gelosa cura per la custodia di ciò che è “di casa” o “della tribù”; questi fatti ben provati per tutti i Semiti offrirono sicuro appoggio all’integrità della trasmissione orale arrivata fino a Mosè, il quale, durante 38 anni e mezzo, raccolse tutto diligentemente (come farà S. Luca per il suo Vangelo) e fissò per iscritto, aggiungendo quella narrazione in prima persona di cui egli ebbe tanta parte (Esodo, Levitico, Numeri), e redigendo, insieme ai leviti, l’essenza delle parti legislative e cultuali.

Ma ben più del tradizionalismo tribale, sta l’autorità della Chiesa:

Se si possa ammettere come principio di retta esegesi la sentenza, la quale ritiene che i libri della Sacra Scrittura, che vanno come storici, in tutto o in parte talora non narrino una storia propriamente detta e oggettivamente vera, ma presentino solo l’apparenza di storia, la Commissione biblica rispose il 23 giugno 1905:

«Non si può ammettere, tranne il caso, da non ammettersi facilmente e temerariamente, in cui non opponendovisi il senso della Chiesa, e salvo sempre il suo giudizio, si provi con solidi argomenti che l’agiografo non volle narrare una storia vera e propriamente detta, ma sotto l’apparenza e la forma di storia proporre una parabola, un’allegoria, o un qualche senso diverso dal significato propriamente letterale, ossia storico, delle parole».

Va, quindi, rigettata la sentenza di quegli autori, i quali, contro la tradizione dei Padri e il senso della Chiesa, hanno voluto vedere dei miti, delle leggende, delle storie primitive nei libri della Scrittura e nel Pentateuco, che si presentano e devono essere ritenuti come storici, poiché se così non fosse Dio ci avrebbe ingannati, facendoci proporre come storiche delle narrazioni le quali non corrispondono alla realtà. Dopo analizzeremo brevemente il contenuto del Pentateuco per capire quanto storica deve essere quella narrazione. Altrimenti il Cristianesimo stesso sarebbe menzogna.

La Chiesa sancisce:

L’autenticità di Mosè, quale redattore, non esclude affatto l’uso di fonti informative scritte e orali, né esclude modifiche posteriori e anche aggiunte. Lo abbiamo detto poco sopra. Ciononostante l’opera “costituisce un tutto armonico, le cui varie parti sono intimamente tra loro connesse (Lettera della Pontificia Commissione Biblica, 1948).

Il primo fu Spinoza, nel XVI° secolo, dottore giudeo rinnegato, che pretese di mettere in dubbio la veridicità assunta per secoli che il Pentateuco fosse opera di Mosè. È poi noto che gli acattolici dei secoli successivi, partiti con la certezza di demolire la Bibbia («Ogni colpo di piccone dato nel deserto mesopotamico demolirà una pagina della Bibbia» - Fried. Delitzsch, università di Berlino) si dovettero arrestare di fronte alla autenticità mosaica del Pentateuco, che ha in suo favore gli argomenti più convincenti (sia storici che scientifici), e va ritenuta come una verità inconcussa, intorno alla quale non è lecito dubitare se non si vuole andare contro l’autorità della Chiesa, contro svariate encicliche – su tutte la Providentissimus Deus (1893) di Leone XIII – e, soprattutto, se non si vuole ammettere che anche Gesù Cristo abbia approvato l’errore.

Tutto il Vecchio Testamento, e parte del Nuovo, afferma quindi che Mosè è l’autore del Pentateuco e che poté redigere con cura questa storia straordinaria per un lungo corso di tempo, durato ben 38 anni.

La questione dei “sei giorni”
(Esamerone)

Brevemente: Iddio non rivela nozioni geografiche, astronomiche, ecc., prima che l’uomo, con la sua perizia, ne scopra la realtà empirica: sarebbe una rivelazione inutile e anzi dannosa, poiché non sarebbe stata creduta essendo spesso contraria alle cognizioni di quel tempo (es. il sistema solare, a cui attorno ruotano i pianeti, che sfugge all’occhio dei sensi).

Il modo artistico e popolare con cui vengono da Mosè descritte le modalità della creazione, rispondono alla mentalità del suo tempo; le genealogie dei Patriarchi, intese ad illustrare la reale discendenza di Abramo da Sem, e pertanto che egli è erede della promessa divina (Gen. 9. 26 s.), vanno spiegate secondo la concezione larga che delle genealogie avevano gli antichi Semiti; infine il modo popolare concreto con cui si sono presentate le altissime verità rivelate, rispondono alla cultura di un popolo rozzo e carnale, così poco adatto per le astrazioni.

Padre Sales parlerà bene della formazione dell’universo, dando maggior credito alla spiegazione secondo la quale i giorni genesiaci corrispondono a lunghi periodi di tempo e si accordano, almeno nelle linee generali, coi periodi geologici.

In questa spiegazione (cosiddetta concordistica) resta salva la veracità della Scrittura, che presenta la creazione delle cose come fatta successivamente, e assieme restano salvi i dati delle scienze naturali, i quali esigono un tempo assai lungo tra la prima formazione della terra e la prima produzione della vita, e tra questa e la creazione dell’uomo.

La Commissione Biblica (30 giugno 1909) aveva infatti dichiarato che la parola giorno può prendersi sia nel senso di un giorno ordinario, e sia nel senso di un certo spazio di tempo; e che è lecito, salvo sempre il giudizio della Chiesa e l’analogia della fede, seguire quella sentenza che si crede più probabile nell’interpretazione di quei passi dei tre primi capitoli della Genesi, che i Padri e i Dottori hanno diversamente interpretato (soprattutto S. Agostino), lungi dall’aver insegnato alcunché di certo e di definito.

Così spiega il Sales:

«La parola jôm (giorno) non indica necessariamente uno spazio di 24 ore, ma spessissimo significa un tempo indeterminato. In Gen. II, 2, si legge che Dio riposò il settimo giorno da tutte le opere che aveva compiute. Ora, questo giorno dura da più di 6000 anni e durerà ancora. (…) Che poi Mosè non intendesse parlare di giorni ordinari di 24 ore ma di lunghi periodi, si può dedurre dal fatto che solo al quarto giorno egli ricorda la produzione del sole, da cui tuttavia sono misurati i giorni ordinari. Se pertanto i primi tre giorni genesiaci, nei quali non vi era ancora il sole, rappresentano lunghi periodi, si può conchiudere per analogia che anche i tre giorni seguenti non siano giorni ordinari di 24 ore, e che le parole sera e mattino indichino semplicemente il principio e il fine di un dato periodo. Questi periodi furono chiamati giorni o perché essi dovevano essere il tipo della settimana, o perché furono presentati come giorni nelle visioni per mezzo delle quali Dio li fece conoscere ad Adamo».

Con riferimento a queste caratteristiche, l’Enciclica Humani Generis (1950; EB, 618) ha precisato che i primi 11 capitoli della Genesi letterariamente non sono scritti come i moderni concepiscono e compongono un trattato di storia: ma tale costatazione ovvia non permette affatto di negare la storicità, la reale esistenza dei fatti, presentati nella veste letteraria allora in uso; non permette, quindi, di assegnare i primi 11 capitoli ad un genere sostanzialmente diverso da quello storico. Chi lo fa commettere peccato grave, soprattutto di irriconoscenza, per le indicazioni dette sopra.

In sostanza: gli undici primi capitoli della Genesi, benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato dai migliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo, tuttavia appartengono al genere storico in un vero senso, che però deve essere maggiormente studiato e determinato dagli esegeti.

Così dice la Chiesa. Così indica la concordante analisi interna del testo; così, il cattolico, è chiamato ed invitato a credere.

Avete il novo e il vecchio Testamento, / e il pastor della Chiesa che vi guida: / questo vi basti a vostro salvamento (Dante, Par. V)

La Scrittura e l’autorità della Chiesa bastano alla salvezza, al compimento dell’uomo sostenuto dalla libertà e dalla ragione.

Cos’altro è necessario?

La nostra volontà
(Dio non ci domanda che questo)

Dalla breve analisi del contenuto, risulta che sotto l’aspetto storico, dottrinale e religioso nessun testo è comparabile al Pentateuco, che entro la stessa Bibbia sta all’altezza dei Vangeli, a cui dà un insostituibile fondamento storico e teologico con l’idea centrale dell’elezione d’Israele e con il racconto della caduta originale dell’uomo, la promessa della restaurazione (Gen. 3, 15; 12, 2 s.; 49, 10; Num. 24, 17 s.; Deut. 18, 15-18; cf. Rom. 9, 43), a cui Gesù stesso si riferì (Gv. 5, 39.46).

L’autore principale è Dio (S. Tommaso, Quodl. 7, a. 16). Questi volle nel Vecchio Testamento preparare e adombrare il Nuovo: fatti e personaggi del primo esprimono, preannunziano oggetti, verità del secondo: così la manna è ordinata da Dio ad esprimere l’Eucaristia (Gv. 6, 31.49), e l’agnello pasquale è tipo di Gesù Redentore.

Il cattolico che legge il Pentateuco, seguendo le direttive della Chiesa, dei Padri e della Scolastica, può fiduciosamente cercare nelle sue pagine venerande la più antica parola di verità che sia a noi giunta per iscritto, contenente i precedenti storici della rivelazione cristiana, consegnata da Dio al fondatore della teocrazia ebraica, intermediario dell’antico patto stipulato tra Dio e l’umanità, che fu perfezionato e reso eterno all’avvento del Cristianesimo.

Dopo una portentosa “Introduzione Generale”, il padre Sales fa seguire il suo commento alle pagine più affascinanti della storia dell’uomo in cammino verso il suo Redentore: con la vita avventurosa dei Patriarchi e la manifestazione di Dio, che si elesse un popolo tra tutte le genti, lo difese e lo favorì con privilegi straordinari. Notevolissima è anche la “cosmogenesi” presentata dal teologo domenicano, argomento delicato, affascinante, che desta molto interesse tra i lettori.

Ne nasce un’opera monumentale, in un volume formidabile per dottrina, chiarezza, profondità e informazioni.

Il Pentateuco (da πέντε “cinque” e τεῦχος “astuccio” per la conservazione di un rotolo) scritto da Mosè, portato nel Santo dei Santi, e posto vicino all’arca del Signore, è cosa sacra e divina (Deut. XXXI, 24-26).

Ai cattolici di buona volontà – di cui cantano gli angeli della Natività – non rimane che ritagliarsi uno spazio di tempo sufficiente per immergersi nella sua grandiosa lettura.

Puri e disposti a salire alle stelle” (Purg. XXXIII, 145).

Lorenzo de Vita


(Il Pentateuco, 742 pp. formato grande con bandelle)
 
25,20 euro
28,00 euro
(sconto riservato ai lettori EFFEDIEFFE fino al 2 novembre)



1) L’onore del Padre e la gloria del Dio Altissimo, vituperato dal peccato, fu il motivo principale dell’Incarnazione e dell’Eucaristia, le quali non hanno per termine l’onore del Figlio incarnato o la felicità dell’uomo, se non in senso accessorio.

2) Intimo meo intimior, è più intimo in me, che me medesimo (Sant’Agostino). Esattamente così.



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Commenti  

 
# cgdv 2019-10-22 12:48
Uno scritto interessante e completo che introduce in modo avvincente alla lettura del testo mosaico.
Giuliano
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