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Roma Antica, Giudaismo e Cristianesimo
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La Storia antica e moderna spiegata alla luce della grazia

Il nuovo libro EFFEDIEFFE (già acquistabile nel nostro shop) racconta il senso profondo della Storia e di come, nonostante i molteplici tentativi velati o aperti di sovvertirle, le forze del bene rimangano attive e vincenti avendo Dio dalla loro parte.

L’opera di don Nitoglia – alla cui ordinazione EFFEDIEFFE ha partecipato intimamente – rappresenta un grandioso affresco storico-teologico in grado di unire, nella forte espressività tipica del suo autore, la verità Teologica alla verità Storica, riportando queste due materie (Teologia e Storia) in piena luce ed in piena realtà.

“La prima legge della Storia”, scriveva Leone XIII, “è dire ciò che è non falso; quindi, non temere di dire ciò che è vero”.

Questo proposito ci ha sempre spronato nel lavoro; a non temere di dire la verità, anche qualora diventava pericoloso, limitante, ostracizzante il farlo. È un dovere al quale non ci siamo mai sottratti. È un dovere morale anzitutto, ma anche pedagogico. Per questo motivo EFFEDIEFFE nel corso degli ultimi tre decenni si è spesa nel pubblicare opere che riattualizzassero la Storia in senso pienamente cattolico.

Oggi vogliamo suggerire al lettore un nuovo studio delle tre grandi direttrici universali del genere umano: Roma Antica, Giudaismo (mosaico e talmudico) e Cristianesimo, studiandone i reciproci ed intrinseci rapporti. Tale analisi è non solo importante, ma anche determinante per capire il presente.

Roma, attraverso il suo apporto di iustitia, di virtus, di pietas: una vocazione naturale, di piena humanitas, raggiunta all’apice della pace romana sotto Ottaviano e alla quale non rimaneva che l’elevazione soprannaturale di quello che di buono portava in sé.

Il Giudaismo, attraverso la sua fase preparatoria ed imperfetta (Mosaismo): eletto gratuitamente da Dio per difendere, tramandare e impersonare figurativamente la venuta del Redentore.

Questi due elementi storici – rappresentati idealmente dalle due sacre città di Roma e Gerusalemme – furono mammelle alle quali Dio volle allattare e far crescere l’umanità.

Roma, dopo un primo momento di innaturale incompatibilità col Cristianesimo, che fu spinta a martirizzare i Cristiani non dai Pagani ma da ambienti giudaizzanti, pervenne al matrimonio virtuoso sopraelevandosi alla grazia della nuova Cristianità, divenendo quella “Roma onde Cristo è Romano” (Dante). In quel momento fu atta a svolgere il compito affidatole da Dio di “condurre tutti gli uomini in un unico consorzio civile” (Plinio il Vecchio), secondo quell’ecumenismo Romano che sarà incarnato prima da Pietro e da Paolo e poi, definitivamente, dal Sacro Romano Impero. Allo stesso modo il Giudaismo, verace e preparatorio della incipiente età messianica, pervenne allo sposalizio mistico e spirituale col suo Dio: nasce la Chiesa nel Cenacolo di Gerusalemme, investita dai doni dello Spirito Santo, incaricata di convertire il mondo intero… assieme a Roma.

È il grande piano della Teologia della Storia narrato da questo libro, nel quale tutto converge in un unico progetto e in un unico, precisissimo momento. L’evidenza di questo piano cozza violentemente contro le bugie e contro l’ignoranza del mondo moderno, che ha chiuso gli occhi alla verità non soltanto teologica, ma anzitutto storica.

Motivi di un irriducibile antagonismo

Nel nostro tempo, difatti, vi è un aspetto radicalmente più sbagliato degli altri, che M. De Corte chiamò “morte dell’intelligenza”: ovvero quello di aver mentito sopra i fatti che ci riguardano, sopra i fatti storici che hanno fondato la nostra società e la nostra coscienza come popolo. Non solamente si è mentito sulla Storia contemporanea (a causa della propaganda occupazionista), ma ancor più gravemente si è mentito sull’intera storia a partire dall’anno 4 a. C., data della nascita di Gesù.

A partire da questo avvenimento, infatti, la materia storica per lo storico inizia a perdere di consistenza, si fa nebulosa, entra quasi in un ambito di ambivalenza e di opacità. È facile intuirne la ragione: per lo storico, specialmente per quello anticristiano, materialista, comunista o ateo (la maggioranza assoluta), nel momento in cui il grande avvenimento chiamato Cristianesimo entra a fare parte della realtà storica, toccandoci e plasmandoci nell’intimo delle nostre coscienze, il risultato che ne scaturisce è qualcosa di incomprensibile o, alla peggio, di pessimo. Se lo storico è ebreo, poi, il risultato sarà alienante, mostruoso nel pieno senso del termine. Pensiamo a Marx ad esempio.

È ben noto l’aneddoto riportato da mons. Pier Carlo Landucci, il quale raccontava che nel 1960, mentre si trovava in Terra Santa, una guida israeliana si lanciò in sua presenza in una severa ramanzina contro Roma; Landucci pensò che l’uomo si riferisse alle Leggi Razziali del 1938, ma la guida, interrogata in merito, precisò che si riferiva alla distruzione del Tempio avvenuta nel 70 d. C. Non esiste aneddoto più fecondo per capire con che cosa abbiamo a che fare qui.

Si capirà che se questo odio (che ci sta progressivamente dilaniando) succhia la sua linfa da fatti avvenuti più di venti secoli fa, è necessario mettere indietro l’orologio e tornare a studiare quei fatti secondo il loro vero valore, per capirli bene, perché andranno senz’altro scevrati dalle menzogne comuniste e massoniche le quali, se ci va di lusso, rischiano di trascinarci nell’errore del neo-paganesimo, che è un terreno di scontro fallace come ci insegna la memoria. Se questo odio non lo si può combattere e men che meno battere su di un piano terreno, lo si può però capire e studiare sul piano metastorico. Dunque non lo si può ignorare, ed è necessario parlarne.

Di che pasta è fatto quest’odio – lucido, programmatico, avente radici profondissime – lo disse bene Élie Faure, storico dell’arte (ebreo francese, morto nel 1937) con quel tipico tratto di sincerità, di chi commette il fatto e vuole vedersene riconosciuta la paternità: «La storica missione dell’Ebreo è stata chiaramente definita, forse per sempre. Sarà il fattore principale in ogni epoca apocalittica, come lo fu alla fine del mondo antico, e come lo è oggi al termine, di mezzo a quello che stiamo vivendo, del mondo Cristiano. In questi momenti gli Ebrei saranno sempre in prima linea, sia per mandare in rovina il vecchio edificio, sia per marcare il terreno e i materiali per la nuova struttura che lo sostituirà, Presto o tardi [gli ebrei] devono avere il sopravvento sopra e contro tutti gli uomini. Più avanti, se necessario, e fosse anche nel buio e nel silenzio, purché il trionfo, un trionfo insaziabile, alla fine arrivi. Più tardi, che importa? Alla fine dei tempi» (Élie Faure, La Question Juive — libro raccolta degli anni ’20 sul pensiero di numerose personalità ebraiche).

In breve – come abbiamo visto in tutti gli articoli pubblicati in EFFEDIEFFE.com negli ultimi mesi – quest’odio partorisce una volontà distruttiva di cui oggi stiamo intravedendo la fase finale. Le élites hanno in mente di tirare giù il mondo per rifarlo daccapo e ciò significa, come ben sappiamo, senza più Cristianesimo.

È interessante notare che queste élites prima se prima provocano la cancrena attraverso la corruzione loro alleata (che sia morale con la sovversione dei costumi, politica attraverso governi fantoccio o economica con il mondo costantemente sull’orlo di una crisi apocalittica), poi invocano sempre l’amputazione della parte non più adatta all’avanzamento del progetto (divisione dei sessi, nazionalismo, indipendenza economica, una fede forte, ecc.). Agiscono in questo modo quasi ciclicamente. Corrompono, quindi distruggono. In ciò ricordano quel personaggio del film Batman Begins (2008) di nome Ra’s al Ghul, che favorisce la corruzione a Gotam attraverso la mafia e la delinquenza per poi domandare la capitolazione della città attraverso un rogo purificatore. La cosa è più reale di quanto riusciamo ad immaginarci.

«Il senso profondo della storia che rimane costante in ogni epoca – sentite cosa scrisse Rabbi Joshua Jehouda nell’opera LAntisémitisme, Miroir du Monde del 1958 – è quello di una lotta velata o aperta tra le forze che lavorano per il progresso dell’umanità e quelle che si aggrappano ad interessi coagulati, ostinatamente determinate a mantenerli in vita a scapito di ciò che verrà» — intendendo il rabbino, con interessi coagulati, ovviamente il Cristianesimo di marca tradizionale.

Il loro obbiettivo fondamentale, pertanto, rimane sempre quello di mantenere viva la loro comunità, da cui dipenda la salvezza e il futuro progresso del mondo, sia in termini di spirito rivoluzionario (non esiste rivoluzione su cui non abbiano poggiato il loro arcione) sia di dipendenza economica (1).

Attualmente stiamo assistendo ad una fase cruciale della lotta di cui parla il rabbino; una lotta brutale combattuta con sforzi titanici; un sorta di rinnovata Gigantomachia, con annessa scalata alle cime Olimpiche.

Però nel mondo e nella nostra società – lo diciamo per coloro che tendono al troppo disfattismo – c’è ancora tantissimo di Cristianesimo; tantissimo catechon nel pieno senso del termine. Dunque c’è ancora tantissimo da distruggere. Questo sì.

Se da una parte sono all’opera forze sfondatrici delle epoche umane in vista di una progressiva scristianizzazione e liberazione dello spirito nell’inanità del soggettivismo, è anche vero che esistono forze oggettive che hanno funzione di catafratta, di riparatori e protettori degli “interessi coagulati”. Queste forze è necessario invocare, convinti del fatto di voler farne parte. E tutti possiamo farlo.

L’opera di don Nitoglia è utilissima proprio per descrivere le fasi di questa gigantomachia; si prefigge poi il medesimo scopo catafrattore di cui sopra: ovvero raccontare il senso profondo della storia per farlo capire a tutti, per descrivere e far comprendere le forze che vi lavorano, e come vengano costanmente coadiuvate dalla Provvidenza a scopi puramente difensivi.

I valori che popoli e nazioni avrebbero in sé, nonostante vengano artificialmente soffocati, attraverso un'azione assolutamente quotidiana ed incessante, non sono facili da cancellare del tutto. Sotto la cenere la scintilla della coscienza si può sempre riacquistare.

Perché questi valori sono un’avita eredità di un Impero ecumenico cosmico. Sono l’eredità di un popolo thybreo, che è stato chiamato da Dio a corrispondere al suo grande progetto. L’ebreo, novello Nettuno armato di tridente, è ben lontano dall’averli cancellati per sempre.

Roma Pagana, già pre-Cristiana

Per capire le fasi attuali della lotta è necessario tornare laddove tutto ha avuto inizio, togliendo le scorie che abbiamo inconsapevolmente accumulato nel corso degli ultimi 100 anni. L’idea alla base di questo libro è proprio questa: tornare indietro, ripartire per risalire, raccontando la storia secondo uno svolgimento questa volta corretto. Un’operazione di revisionismo storico universale.

Nel farlo, possiamo ipotizzare che Dio lavorasse da tempo alla salvezza dell’uomo, anche a distanza rispetto al popolo eletto. L’intelaiatura necessaria affinché il mondo si convertisse, affinché la buona novella potesse logisticamente spandersi dappertutto, era già in gestazione da tempo, già in pieno mondo pagano. Ben prima di Costantino dunque. Ben prima, addirittura, di Pietro e Paolo.

Ci fu un messianismo tipico dell’età augustea, quell’età che salì alla ribalta della storia da protagonista, da liberatrice di popoli, da garante di una fratellanza superiore: “Un giorno città sorelle e popoli parenti all’Epiro faremo dall’Esperia (...) l’una e l’altra idealmente un’unica Troia” (Eneide, 3, 503).

L’avvento di eroi liberatori, dei grandi benefattori dell’umanità come raccontano il mito di Ercole, la storia di Enea (il bonus rex dal cui elmo e scudo emanano fiamme), la vicenda di Catone che combatte contro la sovversione tentata da Catilina, e soprattutto l’impero di Augusto sulla cui testa appare una stella che leggenda vuole fece la sua comparsa mentre celebrava i ludi in onore di suo zio Cesare, tutto questo periodo è pregno dell’attesa angosciosa di popoli oppressi dal male (guerra, peccato), in attesa dell’arrivo di un salvatore.

La caratteristica principale di Roma Antica, il suo lato socialmente positivo, era già quello di trattenere “la Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9) che verrà scatenata contro la Chiesa di Cristo.

Se è vero che Roma aveva un lato religiosamente negativo, che la spingeva al politeismo e all’idolatria, il quale, dice S. Paolo, era “il culto del diavolo” (I Cor. X, 20), e che questo culto sbagliato dovette essere sanato dal sangue fecondo di S. Pietro e di S. Paolo, nondimeno la credenza nel Pántheon permetteva anche, in sé stessa e nonostante la sua idolatria, una cultura di valori che noi oggi non immaginiamo possibili, che sotto il presidio di Augusto venivano pubblicamente coltivati, mentre a noi sono stati strappati via quasi del tutto.

Da dove derivava questa vocazione trattenitrice? Lo ricorda Virgilio nell’Eneide vergando l’elogio dei compiti dei Romani, come un solenne imperativo di portata divina, irrinunciabile: “Tu regere imperio populos, Romane, memento” (libro VI, v. 851) / (Tu, o Romano, ricordati di governare con la tua autorità i popoli).

Ancor più significativo è il passo seguente (852-53): “Hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos”, ovvero: “Queste cose saranno le tue arti, e d’imporre la civiltà con la pace, perdonare chi si sottomette e sterminare i superbi”.

Roma – come Virgilio la dipinse incarnando lo spirito, o, ancor meglio, la coscienza di un popolo – aveva ricevuto da Dio (un Dio non ancora rivelato, ma già intravisto) questo compito: da una parte pacificare portando ordine (pacisque imponere) dall’altra estendere i suoi costumi, la sua civilizzazione (morem) a tutte le genti. I motivi della superiorità Romana – di quel piccolo nucleo di coloni che in sette secoli si era trasformato in capitale e poi in un impero mediterraneo, quindi mondiale – sono tutti concentrati in questi celebri versi che tanto somigliano al nostro imperativo di cristiani: Andate adunque, istruite tutte le genti (Mt. 28,19). Due compiti similari. Due chiamate coincidenti, a distanza di una generazione l’una dall’altra. Ecco la Teologia della Storia, che si palesa in tutta la sua bellissima evidenza.

Si potrà obbiettare che questi compiti dei Romani, benché sia già intravedibile una chiamata alla futura conversione, fossero compiti di governo, di comando e di potere; che in questa volontà vi fosse anche, e soprattutto, quella tipica hybris che spesso, è vero, era andata parecchio frammischiandosi con gli affari espansionistici dei Cesari (soprattutto in Medioriente direbbero i giudei…).

E invece quella di Roma, in quel preciso periodo storico ad un tiro di calendario dalla nascita del Salvatore, fu la vittoria non già di un potere conquistatore fine a sé stesso, ma della promessa divina per eccellenza: fu la vittoria dell’ordine sull’empietà.

L’imperium sine fine augusteo, infatti, fu diverso da quello di Giulio Cesare e sarà immensamente superiore a quello dei persecutori Caligola, Nerone, Diocleziano, i quali tradirono la loro vocazione al pari ed insieme agli Ebrei deicidi. Per capirlo, la guida di Virgilio torna nuovamente indispensabile.

I tratti stoici del modello di Enea descritti nell’Eneide – i valori di pietas, di giustizia, di clemenza, di obbedienza, di rinuncia, di dominio delle passioni e di fede (la missione di Enea alla quale egli si sottomette è quella di portare gli dèi tutelari del focolare e dell’unità familiare, i Penates, da Troia nel Lazio, loro casa originaria, i quali saranno accanto ad Augusto nella decisiva battaglia di Azio) – ci impongono di dover considerare la nuova configurazione che in quegli anni si volle dare al modello tradizionale Romano: l’uomo non è più e solamente un soggetto politicamente saldo nella fedeltà militaresca alla res publica, ma inizia ad essere, anche e soprattutto, un soggetto devoto alla famiglia (e Roma nei precedenti due secoli aveva conosciuto una corruzione famigliare simile all’odierna nostra), devoto agli dèi tutelari della città, e dev’essere capace di controllare passioni distruttive per sé e per la società, come l’avidità, l’attrattiva per il lusso (altro tarlo che Augusto debellò) e l’eros vissuto illegittimamente.

Il modello scolastico-pedagogico indicato da Enea non lascia dubbi: egli ama la propria moglie tanto da rischiare la vita; domina le sue passioni grazie all’intervento del lume soprannaturale (la madre Venere); di fronte alla scelta di fuggire da Troia con il bottino, si carica sulle spalle il vecchio padre, prende per mano il figlio, gli arredi sacri, i penati, e lascia tutto il resto allo sfolgorio delle fiamme.

La valorizzazione di una tale etica viene indicata – a modello delle classi dalle patrizie ai ceti più umili – da quello che fu il capolavoro dell’epoca classica (l’Eneide), e rientra nel fondamentale processo di integrazione sociale e morale che caratterizzò pienamente l’età augustea (31 a. C. - 14 d. C.), la quale impose a tutti i Romani un nuovo e definitivo orientamento politico-religioso, basato sul labor come compito della vita (un ideale antesignano, seppur ancora imperfetto, del medioevale ora et labora), che doveva essere svolto dal miles o dall’agricoltore (per antonomasia i due modelli etici di Virgilio e di Augusto).

I valori tipici dell’etica romana, quelli della famiglia al tempo eroico della repubblica, iniziavano a tornare vivi nei sentimenti quotidiani; indicavano il sublime, l’ideale più alto, e obbligavano all’imitazione sia il cittadino illetterato che il princeps («primo cittadino») allo stesso modo in cui il Vangelo e l’esempio di Cristo dovrebbero obbligare noi ad una fede sinceramente vissuta.

Le analogie esistenti tra Enea e il bonus rex Augusto, come ammettono tutti i più fini critici, è riscontrabile nella condivisione proprio di questi valori etici, di cui i due personaggi si vogliono fare portatori, uno obbligando l’altro: la pietas (che noi potremmo chiamare caritas, la quale costituisce il sostrato comune ad ogni virtù), la fides, la iustitia, la virtus belligerante, la clementia.

“Enea avevamo per Re, di cui né altri era più giusto per animo generoso, né più grande per gesta di guerra” (En. I, 543). Fuori dalla mischia della battaglia Enea non si lascerà trascinare da sentimenti e passioni, è dominatore anzitutto di sé stesso, così come Cristo non si lascerà trascinare da affetti e pietosismi, da accettazione di persone; nondimeno ardimentosamente rovescerà i banchi dei gabellieri che mercificavano il tempio ma di sé poté dire di essere “mite e umile di cuore”.

Sono tutti aspetti fondamentali di un ethos già alto, anzitutto illuminato di luce stoica come concezione del cosmo e come guida dei comportamenti etici, che, seppur imperfettamente e con inevitabili paradossi interni – come l’impossibilità per Virgilio di spiegare il rapporto tra fato e libertà umana, il più grande limite interno, irrisolto, del paganesimo; l’hybris che il poeta sembra voler denunciare alla fine dell’Eneide, che si chiude in maniera spaventosa e sembra configurare una sconfitta della clemenza e l’arrendersi dell’uomo di fronte all’impossibilità di conciliare un giusto dominio con un prezzo di sangue troppo altro – nondimeno è capace di anticipare la futura luce della grazia (2).

Il fatto poi che questo stoicismo, arricchito di platonismo, avesse in quegli anni scalzato prepotentemente l’epicureismo, nel quale Virgilio si era formato, ciò rappresentava un segno di una progressiva risalita dal buio verso la luce, che, seppur fioca, iniziava a penetrare. La concezione del cosmo, pervaso e governato da uno spiritus che è anche nous, logos (mente o sapienza); una teoria dell’anima immortale, la cui storia passava attraverso Platone (con tutti i suoi limiti), per la quale lo spirito che dimora nella prigione del corpo si contamina con le passioni e perde la sua purezza in questa vita (3); la malattia che anticipa e indica già il peccato, concepito dagli stessi stoici in modo simile a quella che sarà la concezione cristiana.

Sono tutte evidenze di un sostrato in grande fermento.

Ecco che allora – e a chi legge l’Eneide e le Bucoliche deve apparire chiaramente se non si tiene il proverbiale salame razionalista sugli occhi – un’ansia religiosa mai sperimentata prima pervase la concezione del mondo, della vita, dell’esistenza dell’uomo in un periodo nel quale il più grande poeta assieme al divus filius suo mecenate indicarono al mondo un modello che poco dopo il perfetto Enea, vero Logos, porterà a massima espressione sulla terra, nella sua Persona, il 4 a. C., quarantunesimo anno del regno di Augusto.

Storia e metastoria si incrociano, in quei momenti durante i quali il destino del mondo cambia per sempre. Ad un periodo molto imperfetto e preparatorio (Augusto, Virgilio), ne segue uno definitivo (Cristo).

Satana, il furor impius, viene incatenato per 1000 anni

Ottaviano, nipote e figlio adottivo di Gaio Giulio Cesare, nato nel 63 a. C., dopo l’assassinio dello zio ne rivendica l’eredità, venendo a scontrarsi con Marco Antonio, che di Giulio Cesare era stato luogotenente. Avuta la meglio su Antonio nel 31 a. C. (battaglia di Azio), Gaio Ottavio assunse assieme a M. Vipsanio Agrippa il controllo completo dell’impero. Il popolo romano, in seguito, propose ad Ottaviano tre titoli: Quirino (il nome divino di Romolo), Cesare, Augusto, tutti nomi che egli utilizzò in epoche differenziate. Il titolo di imperator, entrato poi nella titolatura ufficiale dei suoi successori, faceva di lui il capo permanente di una organizzazione militare non più soggetta alla gestione oligarchica, divenuta finalmente fondamento della nuova struttura istituzionale, nel raccogliere Augusto, nella sua persona, la somma delle magistrature repubblicane.

La battaglia combattuta nelle acque antistanti Azio (promontorio dell’Acarnania, Grecia occidentale) è la salvezza di Roma e dell’Italia dall’assalto della barbarie orientale guidata da Antonio e Cleopatra, dunque da un ulteriore grave pericolo dopo anni di guerre civili; è uno scontro decisivo tra due mondi, nel quale sono implicate anche le rispettive divinità. Augusto, vincendo, diviene il fondatore della nuova città, il nuovo padre della patria associabile a Romolo e, come questo aveva avviato, quello porta a termine la concezione legata al destino di Roma come impero ecumenico, al quale d’ora in avanti proverranno gli omaggi di tanti popoli diversi, per lingue e costumi, dell’Africa, dell’Oriente e della Gallia. Il solenne imperativo, cioè il compito proprio che il destino-Provvidenza aveva assegnato ai Romani, è dunque condotto alle sue estreme conseguenze: “Tu regere imperio populos, Romane, memento…” (En., IV).

Augusto, quasi sicuramente il Romano Cesare di cui parla Virgilio, “porrà come termini allimpero lOceano, alla sua fama gli astri” e grazie a lui “deposte le guerre, si addolciranno le aspre generazioni, [tornerà] la candida Fede (…) si schiuderanno le funeste porte della Guerra con fitte sbarre di ferro (il famoso tempio di Giano, che si apriva nei periodi di guerra e dunque era quasi sempre attivo); dentro [al tempio], lempio furore accovacciato sopra le armi crudeli e avvinto sul dorso da cento ceppi di bronzo ruggirà pauroso con la bocca sanguinosa” (En. I, 286-296).

La vittoria di Augusto è dunque per Virgilio la vittoria che abbatte il Furor, un mostro che viene incatenato ed imprigionato (centum vinctus aënis). La pace augustea, piuttosto che essere un regno ricolmo di celebrazioni solo di facciata, diviene fondatrice di un impero ecumenico proprio perché agisce e vince sotto il segno della fides, di Romolo e Remo riconciliati in un regno di fratellanza; questa pace viene infatti a purificare Roma dalla macchia orribile del fratricidio; il Furor impius che era divampato tra i romani — molto simile a quella guerra fraterna che scinderà per sempre, a partire dal II secolo a. C., il giudaismo in due correnti, farisei e sadducei, con conseguenze rovinose e che in Virgilio simboleggia non tanto la guerra ma appunto la guerra civile rovinosa — viene domato e incatenato dal consilium che guida ad un tempo la forza ma anche la pietas di Augusto.

Se è vero che la guerra augustea non ammette conciliazione e finisce col dominio completo sul nemico ridotto all’impotenza (4) (ma anche Cristo non è venuto a portare la pace, ma la spada, che divida il bene dal male nettamente, dunque per mezzo di un contrasto irriducibile simile a quello tra Augusto e i suoi nemici), i Romani elaborarono e seguirono definitivamente un’altra concezione, ben riscontrabile nella loro storia, quella cioè secondo cui i nemici vinti andavano trattati con assoluta clemenza, fintanto che non si ribellavano, e assimilati nell’organismo dell’impero.

Ora, è grande — perlomeno nel sottoscritto — la tentazione di associare questo Furor impius, vinto ed incatenato dalla pacificazione portata da Augusto, a quel celebre passo dell’Apocalisse: “ed Egli afferrò il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e satana, e lo legò per mille anni, e lo cacciò nellabisso, e lo chiuse e sigillò sopra di lui, perché non seduca più le nazioni, fino a tanto che siano compiti i mille anni” (Ap. XX, 2-3), passo scritto da S. Giovanni dopo le persecuzioni di Caligola e Nerone. Qui è Gesù Cristo che con la sua incarnazione e morte ha legato il forte armato, ossia Satana, e ha cacciato fuori il principe di questo mondo; là è Augusto che sbaragliando i suoi nemici ha chiuso le porte di Giano e il furore fratricida che rappresentava (durante il suo regno quelle porte verranno serrate per tre volte: 29, 25 e 2 d. C.; è la pax augustea).

Gli esempi in tal senso si potrebbero moltiplicare, ma ci dilungheremmo troppo.

Il lettore lo avrà però capito: tutto rientra in quel piano della storia provvidenziale del quale abbiamo parlato, e del quale tratta il nostro nuovo libro.

È un piano al quale l’uomo partecipa mentre è al culmine della sua storia proprio perché si volle collaboratore del fato-Provvidenza senza opporglisi, e attraverso azioni salvifiche (la pace tra fratelli) e la pratica di valori oggettivamente buoni (l’ethos voluto come modello per l’intera società) si presenta all’appuntamento stabilito da Dio pronto per essere sopraelevato alla grazia spirituale, perlomeno meritandola con un atto di buona volontà.

Ed è il piano di Gesù Cristo, che con la sua incarnazione e morte vince il vero Furor Satana, e mette in catene il vero principe di questo mondo (di cui la guerra civile era una figurazione), garantendo quella sopraelevazione alla vita divina che i Romani immaginavano ancora molto confusamente e vivevano ancora imperfettamente (5) (ma si sa, Dio domanda lo sforzo, altro non gli serve).

La politica di Augusto sul matrimonio, la condanna per la rottura del vincolo coniugale che si offriva attraverso i miti prediletti dell’età augustea (quello di Impermestra che a rischio della vita salva il marito Linceo, quello di Enea che torna nel rogo di Troia per cercare la sua dolce sposa Creusa) sono già modelli di amore coniugale cristiani, seppur ancora molto fragili.

La donna di Virgilio è però già umile e laboriosa, non piange sulla propria sorte, ma incomincia prestissimo la filatura della lana “per poter conservare casto il letto del marito e allevare le sue piccole creature” (Eneide, VIII, 412-13). Un quadro familiare romano, illuminato da valori Romani, nel quale l’orizzonte della vita affettiva viene ampliato ed innalzato a valori superiori, già religiosi. In tutto e per tutto un quadro pre-cristiano, che Roma ancora non si può permettere, ma lo farà.

I giovani in Virgilio vengono tratteggiati in armonia con una sana preoccupazione e orientamento del regime augusteo: vanno formati alla vita militare, educati alla devozione verso la patria e al desiderio di onore; si può avere fiducia nel futuro della patria se ci sono giovani capaci di affrontare per essa il rischio della morte.

La credenza religiosa nonostante il phanteon politeista era degna di attenzione, e in assoluto non impediva la verità, tanto quanto il giudaismo non impediva la piena rivelazione, ma la preparava. Abbiamo già visto il ruolo, votivo-religioso, che obbligò Enea a puntare sul Lazio: difendere i Penati della patria dalla distruzione della Dardania – immagini divine, sacre, che non era permesso maneggiare con le mani non deterse dal sangue sparso in battaglia –, e a costo della vita transitarli in una nuova dimora voluta dal Fato, dimora alla quale sarà concesso un impero senza fine.

Sembra che in quel momento il diritto umano tentò con tutti i suoi limiti di armonizzarsi con il diritto naturale e con la legge di Dio, nelle costumanze sociali ed anche nelle correnti letterarie. E Dio, anche nelle epoce antiche, rimane il primo educatore del focolare domestico (privato o pubblico), della prole, della futura fede.

Ovviamente si era ancora in una situazione insufficiente, espressione di una società che proveniva da tre secoli di profonde incrinature (cfr. nota 5). “Senza di me – d’altronde – non potete far nulla” (Gv., 15, 5). Gesù avrà pensato anche ai Romani nel pronunciare la sua divina parola. “Dafni amò anche noi” (Ecloga V, 52).

Giudei romani, già pre-cristiani

Il razionalismo stoico, nel quale si vorrebbero ingabbiare queste correnti, non è sufficiente a spiegare le evidenti attese soteriologiche verso le quali i Romani furono spinti in quegli anni (certamente anche causa della crisi politica, della follia sanguinaria delle guerre civili delle quali Augusto seppe presentarsi come il risolutore).

Già da un pezzo, infatti, nel mondo ellenistico si parlava di soteria religiosa, e già dal sec. III a. C. il culto del «salvatore» Serapide era partito da Alessandria alla conquista dell’Impero romano, come racconta il Ricciotti in Storia di Israele, § 205, vol. 2 (opera magnifica, sulla quale stiamo lavorando con una nuova edizione).

In ciò il ruolo dei Giudei sparsi nell’ecumene romana era molto forte. Roma pagana, di fatto, si predispose al Cristianesimo anche a contatto con un certo Giudaismo.

L’antico ideale del monastero ricinto da mura e da clausura, preparato in Babilonia da Ezechiele e attuato in Palestina da Neemia e da Esdra, era svanito nella diaspora, nella quale si spalancavano le porte a tutti e la parola d’ordine era compelle intrare (“Va’ per le strade e lungo le siepi: e sforzali a venire, affinché si riempia la mia casa” [Luc., 14, 23]); nella diaspora “sandava a caccia dellincirconciso myste di Venere o adoratore dellimperatore romano” ci dice Ricciotti in Storia di Israele; in sostanza c’era un gran daffare per favorire il proselitismo. S’insisteva sul Dio unico e spirituale.

La differenza era profonda: distacco vero non ce n’era, ma trasformazione sì, tra jahvismo di Gerusalemme e quello della Diaspora. Era effetto di tempi mutati, certo, ma anche annunzio e preparazione di nuovi.

Così, già a partire dal II secolo a. C., nella Roma Pagana molti cominciarono ad avvicinarsi al giudaismo mossi  da motivi diversi (non sempre nobili) e allettati all’esterno dalla propaganda giudaica.

Interessante notare come nell’organigramma liturgico pagano vi fossero già dei sacerdoti, i cosiddetti flamini destinati al servizio di una sola divinità, ai quali non era permesso di toccare farina lievitata —– il più tipico dei divieti giudaici. Plutarco attribuisce la prima creazione della figura di questi sacerdoti a Romolo stesso (Numa, 64); di fatto erano i ministri del culto di Giove, Marte e Quirino. Dovevano essere patrizi e occupavano nelle gerarchie sacerdotali un posto di primo piano, tanto che nell’età arcaica erano inferiori soltanto al rex e anche in seguito sopravanzavano la dignità dello stesso pontefice massimo.

Con l’abolizione della clausura palestinese e con l’effusione del giudaismo su tutto il mondo (età post-Alessandrina), non si avvicinava forse la maturità di tempi preannunciata da diversi profeti, primi tra tutti l’Isaia, della conversione di tutte le genti?

Era arrivato il momento che Israele s’insediasse a maestro di tutto il mondo, insegnando la torāh di Gerusalemme e istradando i pagani per le vie di Jahvè grazie a promettenti fascinazioni religiose, ovvero al messianismo orientale tipico degli ambienti ebraici della diaspora, i quali erano un po’ più flessibili dei claustrali gerosolimitani e già da decenni vivevano a contatto con quella Roma che doveva divenire cristiana.

Sono questi i presupposti che permetteranno a San Paolo di parlare ai giudei convertiti come “luce di quelli che sono nelle tenebre” (Romani, 2, 17-20), ma che ancor prima ispirano Virgilio a scrivere “è giunta lultima età delloracolo cumano; nasce di nuovo il grande ordine dei secoli” (Ecloga IV). Probabilmente qui, benché la cosa sia sonoramente negata dalla élite accademica, è ipotizzabile un influsso ebraico su Virgilio, perlomeno una sua documentata ricerca intorno a siffatte aspirazioni, che conosce e utilizza. Ed è difatti noto che perfino l’imperatore Augusto fu benevolo amico dei Giudei.

Proteggi il bambino nascituro con cui cesserà la generazione del ferro e in tutto il mondo sorgerà quella delloro” (Bucoliche, Ecloga IV) Questo nascituro, dice Virgilio, “reggerà il mondo pacato dalla virtù del padre”, alla sua nascita “la culla spargerà soavi fiori” e “svanirà anche il serpente, l’erba insidiosa di veleno” (è noto che tra gli animali che hanno particolare rilievo nella immaginazione di Virgilio va messo il serpente, creatura venefica che il poeta utilizza per impersonare un pericolo. Virgilio aveva letto la Genesi? Difficile stabilirlo, ma la cosa non è del tutto impossibile dato che passò anni a documentarsi sulle più svariate fonti mentre componeva il suo capolavoro).

Questa età dell’oro, per Virgilio, doveva essere avviata dalla nascita non di un semplice uomo, bensì di un Dio, di un uomo-Dio. “Un Dio, quello è un Dio, Menalca!” (Ecloga V, dove il pastore dun bellissimo gregge, Dafni, viene celebrato da Virgilio come assunto al cielo e poi divinizzato).

Nella nuova età dell’oro inaugurata da questo bambino “imbiondirà a poco a poco la campagna di ondeggianti spighe” (Ecloga V, 28).

Infatuati, aggiungiamo: “Ecco che Io vi dico: Alzate gli occhi vostri, e mirate le campagne che già biancheggiano per la messe” (Giov. IV, 35).

Il Lazio, con al centro Roma, culla dei Latini, è la culla nostra; là vi fu mitologicamente il regno di Saturno, identificato come la prima età dell’oro, e ciò è garanzia che nel Lazio doveva tornare l’età dell’oro, riportata da Augusto e dai Penati di Enea, e di là si diffonderà nel mondo:

“Cesare Augusto, genitura del Divo (Iulo Cesare), che stabilirà il secolo d’oro nuovamente nel Lazio, sul territorio un tempo regnato da Saturno; e sopra i Garamanti (odierno Fezzan) e gl’Indiani estenderà l’impero” (En., VI, 793).

Critica bendata

Tengo ad aggiungere un ultimo punto, che forse è importante per ridare alla Roma precristiana un po’ di quello che le è stato sottratto a causa delle menzogne di sgherri tipo Jules Isaac o Julius Evola (6) .

L’élite tra i critici letterari (in Italia è il caso del celebre latinista Antonio La Penna) non ritiene plausibile assegnare a Virgilio una investitura profetica dal sapore precristiano; nei suoi scritti però Dante e tanti altri intravidero una provvidenzialità, l’azione di un fine tessitore, in grado di annodare i destini di uomini che avevano vissuto in epoche differenti, ma capaci di testimoniare la verità della futura fede ancor prima che si palesasse (7).

Concetto Marchesi, famoso latinista del primo Novecento, definì però queste letture “unattraente e commossa fantasticheria poetica”.

Letture siffatte vengono mediamente considerate come un ingombrante strato di infatuate ragnatele sovrappostesi a partire da rozze allegorie Medioevali. Virgilio viene tutt’al più dipinto come uomo amante del quieto vivere, interessato di “appropriarsi ed esprimere quell’ansia irrequieta di rinnovamento e di pacificazione che corrispondeva al suo ideale di sapiens amante dell’otium contemplativo” (A. La Penna, Bucoliche, Bur, 2018).

Ma se la sua testimonianza non venisse costantemente castrata in questo modo, potrebbe rappresentare una palestra di conversione molto potente, capace di regalare un barlume di intelligenza metastorica in quei rari recessi di scuola superiore dove ancora si leggono le sue opere con uno spirito che dovrebbe sempre restare aperto alla rivelazione. Ciò però non lo si vuole permettere. Anche Dante, lo sappiamo bene, viene castrato in questo modo se non proprio negletto del tutto (estetica poetica a parte, che anche un Benigni può apprezzare).

Per noi cattolici, fiduciosi nella Provvidenza, nel corso soprannaturale degli eventi di cui Dio rimane padrone, è inevitabile pensarla così. Saranno illusioni da medioevo, ma come novelli Ascanio nelle braccia di Enea ci pare che questo sentimento porti il nome di umiltà, di affidamento a un Padre premuroso.

Per questo e a dispetto delle favole di Julius Evola e di Jules Isaac (non favole mitologiche, le quali hanno sempre un sodo fondamento di verità da insegnarci, bensì favole bugiarde e giudaiche) e a dispetto delle analisi limitanti della critica letteraria razionalista, che avviliscono la poesia e la aggiogano al tiro di vedute ristrette, noi crediamo di doverla agganciare al gigante sulle cui spalle il nano si innalzò, e quel gigante fu proprio il Cristianesimo, di cui i Romani attendevano collettivamente la manifestazione.

Impero ecumenico… ma non per tutti

Ci limiteremo ancora ad accennare l’argomento seguente: il rapporto tra la Roma elevata dal Cristianesimo e il suo nemico ovvero la sinagoga. I perché e le cause di questa rottura e le conseguenze che oggi ha provocato nel mondo verranno spiegate bene da don Nitoglia nel suo libro.

Vista già l’estensione di questo articolo vi farò solo brevi accenni.

È quanto asserivamo sopra: il connubio storico tra Roma e Cristo pesa come un macigno sul dorso del Giudaismo. I giudei post-cristiani, sulle loro spalle larghe e millenarie, questo ammanto storico, virtuoso, obbligante hanno deciso di non portarlo. Era un ammanto che pesava perché coinvolgeva la radice di tutti i mali, ovvero l’orgoglio. Un grande “amen” a Dio e a tutto ciò che Dio decide era richiesto a tutte le genti, specialmente al popolo eletto; significava accettare la sofferenza e la morte, e significava rinunciare al proprio amore nazionale e alla sfiducia in sé stessi. I Romani lo fecero. i Cristiani lo fecero. I Giudei non lo fecero.

Bernard Lazare, nella sua famosa opera Antisemitism, fa intendere che «il verace Mosaismo, purificato e ampliato da Isaia, Geremia ed Ezechiele, sviluppato e generalizzato dai giudeo-ellenisti, avrebbe condotto l’intera Israele al Cristianesimo, ma il Farisaismo e il Talmudismo tennero la massa degli Ebrei avvinta a strette osservanze e a strette pratiche rituali… E poiché il Libro (Torāh) non poteva essere proscritto, venne sminuito e posto in subordine rispetto al Talmud; i Dottori dichiararono: ’La legge è acqua, la Mishna è vino’. E la lettura della Bibbia venne considerata meno benefica, meno conducente alla salvezza rispetto alla lettura della Mishna…» (Antisemitism, p. 17).

Solo dopo aver praticato questa soluzione, i rabbini poterono trionfare nella loro visione distorta perché escludente, assolutistica perché già razziale. I loro obbiettivi erano stati raggiunti. Avevano emarginato Israele dalla comunità delle nazioni (da Roma); ne avevano fatto un accigliato recluso, un ribelle contro ogni legge, estraneo ad ogni sentimento di fraternità, chiuso a tutte le idee belle, nobili e generose; ne avevano fatto una nazione piccola e miserabile, inacidita dall’isolamento, brutalizzata da un’educazione ristretta, demoralizzata e corrotta da un orgoglio ingiustificabile.

“Gli empi ebrei (…) si sono amputati da sé stessi dalla vera casa di Davide, la Chiesa” dice Sant’Agobardo nel de insolentia judaeorum.

Nasce la Sinagoga talmudica che contrariamente alla sua iniziale vocazione sarà anti-romana (dunque anti-ecumenica, dunque zelotista), apocalittica (secondo la falsa apocalittica del dominio sul mondo) e, soprattutto, anticristiana, cioè in lotta contro Dio, trasformandosi come in un motore del male, in uno scandalo necessario.

Purtroppo, per il Giudeo che ancora crede e professa la propria religione, la Cristianità rimane la più grande usurpazione teologica e metafisica della storia; è uno scandalo spirituale, una sovversione e una bestemmia. Dunque una o l'altra deve soccombere. Queste due realtà non possono assolutamente convinvere, perché sono essenzialmente e irrevocabilmente inconciliabili nonostante i numerosi tentativi odierni.

Inoltre questo scontro, di fatto, si basa sul terreno più importante, ovvero quello del primato, qual è delle due la religione e l’ordine destinato a condurre l’umanità al suo ultimo fine. Roma Cristiana o il messianismo del Talmud?

La questione giudaica, perciò, non riguarda soltanto la morale religiosa dei popoli, ma è un problema storico, sociale e politico, avente infinite ripercussioni. Penserà Nitoglia ad esporle e trattarle nel suo libro.

  Le conseguenze sono inevitabili data la preponderanza che il Giudaismo ha conquistato soprattutto a partire dalla scristianizzazione del mondo (Umanesimo e Rinascimento) e che con la fondazione dello Stato d’Israele ha toccato il suo culmine. Argomenti di stretta attualità che il libro tratta diffusamente.

Oggi siamo giunti al round finale dello scontro, nel quale i giudei anticristiani, apparentemente vincitori e “prìncipi di questo mondo”, attendono l’ora della riscossa sopra Dio, bramando il dominio definitivo sul mondo secondo le previsioni della loro falsa apocalittica.

Convinti di essere il popolo eletto destinato a possedere il mondo come loro impero, nel quale installare il proprio ideale di vita, il popolo Giudeo sogna un regno terrestre nel quale potrà controllare interamente la vita sociale, economica e politica delle nazioni. Con il comunismo di Stato si è già intravista una anticipazione di quello che dovrà instaurarsi, ora e dappertutto. E l’antesignano di questo nuovo mondo è anche il baratro rappresentato del Black Lives Matter (questo articolo lo spiega bene).

«I giudei nutrono sentimento e amore per l’Umanità presa come un aggregato di individui il più astratto e il più possibile simili tra loro, liberati dalla ’routine’ della tradizione e dalle ’catene’ del passato, per essere consegnati, spogli e sradicati, come materiale umano per le imprese dei grandi architetti del Futuro, che finalmente costruiranno sui princìpi della Ragione e della Giustizia la Città messianica su cui regnerà Israele» (Georges Batault, Israel contre les Nations, 1939).

L’ebreo è istintivamente solidale con quello che tende a disintegrare e a dissolvere quelle società, quelle nazioni e Paesi ancora “tradizionali”.

Per quanto ancora potrà resistere l’edificio classico, greco-latino, cattolico?

Noi abbiamo fiducia nella vittoria finale, anticipata da una giusta condanna: Guai alluomo, per colpa del quale viene lo scandalo / Vae mundo a scandalis! (Matt., XVIII, 7). Quindi, benché per la sua infedeltà Israele adesso è rigettato, un domani si convertirà tornando a Cristo. Dio se li assoggetterà al momento più opportuno alla fine della nostra epoca, che essi ritengono con certezza di potersi accaparrare. La Teologia della Storia si concluderà qui. E anche in questo vi è un mirabile governo delle cose secondo la divina Provvidenza, che sa trarre il bene da un grande male.

Ma l’oggi è ancora nostro. Tocca a noi garantire il suo futuro riformando prima noi stessi, poi l’ambiente intorno a noi.

Ma possiamo affrontare il futuro senza conoscere per certo il nostro passato. L’oggi discende dallo ieri e il domani è il frutto del passato. L’avvenire deve poggiare sulle fondamenta presenti ed anteriori e non può reggersi sul nulla. Ovviamente se il passato viene vilipeso e viene basato su di una ricostruzione falsa e vile, dal passato non potremo attingere nulla di istruttivo, del presente capiremo ben poco, e il futuro sarà traballante o incendiario come le strade Americane e la rocca di Pergamo.

La Roma antica e la Roma perfezionata dal Cristianesimo possono insegnarci ancora molto se ben capite e ben riattualizzate, perché sono il serbatoio al quale abbeverarci di fronte alle secche della modernità soggettivista.

Questo libro vi canta questa Storia: la storia di tre Popoli apparentemente divisi da tre destini diversi, che in verità era uno solo. Roma, Giudaismo e Cristianesimo: una storia lunga 4000 anni diretta verso la conclusione, in un futuro che ancora ci appartiene.


 
(Roma, Giudaismo e Cristianesimo, 646 pp., con bandelle)
 
27,00 euro
30,00 euro
(sconto speciale per i lettori EFFEDIEFFE fino al 18 luglio)

 


 

1) Sono tutte iniziative che mirano alla rovina spirituale e materiale di un popolo. San Tommaso dice che trame siffatte vanno “manifestate o con la testimonianza o con la denunzia” (Summa, II-II, q. 70, a. 1, s. 2). È un obbligo al quale ci sottomettiamo.

2) Enea giunge a dire alla regina Didone: “gli dèi, se la volontà celeste considera la pietà, se un che vale in qualche luogo la giustizia e l’intima coscienza del retto, t’offriranno degna ricompensa” (En., I, 161). San Paolo recupera questo concetto fondamentale della coscienza intima, ovvero obbligante al bene, presente già nei popoli pagani, col spiegare che “quando le genti, le quali non hanno legge, fanno naturalmente le opere della legge, costoro, che non hanno legge, sono legge a sé stessi: I quali mostrano scritto nei loro cuori il tenor della legge, testimone la loro coscienza e i pensieri che a vicenda tra di loro accusano od anche difendono, in quel dì, nel quale Iddio giudicherà i segreti degli uomini per Gesù Cristo secondo il mio Vangelo” (Rm., II, 14-16). Un ulteriore conferma della predisposizione di queste genti pagane alla luce del Vangelo.

3) Da notare che anche S. Ignazio, all’inizio della meditazione, riflettendo sul peccato invita a «vedere con gli occhi dell’immaginazione e considerare l’anima imprigionata in questo corpo mortale, e tutto me stesso, cioè il mio corpo e la mia anima, in questa valle di lacrime, esiliato tra gli animali privi di ragione».

4) Ottaviano Augusto passò alla storia come il “divi filius” perché non solo si accanì contro gli uccisori del padre adottivo, ma giustificò col dovere della vendetta anche il sacrificio di trecento notabili dopo l’espugnazione di Perugia (40 a. C.), probabilmente il più grande massacro da lui compiuto. Zelo per il padre “divino”, Cesare, un sentimento umano e certo imperfetto di quello zelo per la casa del Padre che sarà proprio di Cristo, il divi filius per eccellenza.

5) A voler essere imparziali, quelle elencate erano certamente positività, ma di un processo ben lungi dall’essere completo. Come racconta Jérôme Carcopino in Vita quotidiana a Roma (Laterza, 1987, pag. 114-118), nel 235 a. C. “il senatore Spurio Carvilio Ruga scandalizzava ancora i suoi colleghi ripudiando la moglie, cui non aveva nessun torto da rimproverare, per la semplice ragione che non gli aveva dato figli”. Invece, nelle generazioni immediatamente successive, i romani si diedero a sbarazzarsi sempre più delle loro mogli senza l’ombra di un serio motivo. A tal punto e con tanta facilità che al tempo di Cicerone il divorzio per consenso dei due coniugi o per la volontà d’uno solo era divenuta prassi corrente nelle relazioni familiari. È noto come Cicerone, senza tante false vergogne, arrivato all’età di cinquantasette anni, non esitò, per ristabilire le sue finanze, con la dote della giovane e ricca Publilia, a mandar via dopo trent’anni di vita in comune la madre dei suoi figli, Terenzia, la quale, d’altra parte, pare che abbia sopportato allegramente la disgrazia, giacché si rimaritò due volte ancora, prima con Sallustio poi con Messala Corvino, e morì più che centenaria. Si assiste, almeno nell’alta aristocrazia, a un’epidemia di separazioni coniugali, e, malgrado le leggi di Augusto, il contagio tende a diventare epidemico durante il suo impero. Le donne a loro volta potevano ripudiare i mariti. Inizia a spadroneggiava la Matrona, la quale, ricca di dote, che può anche esserle restituita dopo il divorzio, eguaglia e fa concorrenza all’uomo. La donna aveva imparato ad essere volubile, poco feconda, e si deprava sempre di più. I divorzi si succedono con un ritmo così rapido che il ricorrervi con tanta disinvoltura equivale, come dice Marziale, “a un praticare l’adulterio legale”. La lex de ordinibus maritandis di Augusto mirava soprattutto a frenare la denatalità nelle classi elevate. Ma avvenne che questi programmi, conformi alla sua politica demografica e d’altra parte socialmente inattaccabili, portarono ad una accelerazione nella rovina dello spirito familiare presso i romani, almeno delle classi più elevate. Augusto non aveva certo potuto, forse non aveva neppure voluto (avendo lui stesso divorziato almeno una volta) impedire i divorzi. Si accontentò di regolarizzarne la procedura. Aveva anche vietato la rottura dei fidanzamenti perché si era accorto che era il mezzo di cui gli scapoli incalliti si servivano per rimandare indefinitamente nozze sempre annunziate e mai celebrate, in modo da eludere i suoi ordini nonché le sanzioni minacciate ai recalcitranti. Resta perciò verissimo quello che dice San Paolo: il giogo di una legge, senza la grazia, è insopportabile, anzi, fomenta ancora di più le passioni. Purtroppo è lo spirito umano ad essere corrotto. I begli esempi ideati da Virgilio, evidentemente, erano un alto ideale utile ad indicare la strada da percorrere, ma poco poterono durante quella prima generazione, ormai assuefatta ad una cattiva condotta. Solo con il matrimonio cristiano, con la grazia che vi viene corrisposta, solo dopo Cristo le sorti degli sposalizi inizieranno ad essere pienamente positive, salvo l’incorrispondenza dei coniugi.

6) J. Evola, come tutti sanno, in Rivolta contro il mondo moderno, dà un’interpretazione della storia secondo “un crescente distacco dal sovramondo”, vedendo il cristianesimo come una “sincope della tradizione romana, epperò della stessa tradizione occidentale”, ovvero come un’alterazione in chiave di regresso del mondo antico, di cui il Cristianesimo avrebbe tradito la portata, “agendo in Occidente in senso più antitradizionale che tradizionale”. Le menzogne di Evola, alle quali non sappiamo se egli credesse per davvero o agisse da coscienzioso agente disgregatore, nondimeno hanno rovinato due generazioni di buoni intelletti allontanandoli dal cattolicesimo. J. Isaac, dal canto suo, fu colui che intrigò con tre Papi (ma Pio XII non prestò ascolto) per far dire alla Chiesa che gli ebrei non sono responsabili di alcun deicidio e nel suo Genèse de LAntisémitisme (1957) massonicamente indicò “il 28 ottobre del 312 d. C., battaglia di Ponte Milvio, come data fatalmente capace di cambiare l’aspetto del mondo e la sua espressione religiosa”. Come abbiamo visto, il mondo era già in attesa quattro secoli prima di Costantino. Beccatevi questo, J. & J.!

7) Secol si rinnova: torna giustizia e primo tempo umano, e progenie scende dal ciel nova. Per te poeta fui, per te cristiano!” (Purg. XII, 70-73). Stazio prese a visitare quella gente nova, ad aiutarla nelle cose materiali (era il tempo della persecuzione di Nerone e Poppea), scoprendovi un’umanità rifatta, di quella novità di cui greci e romani erano alla ricerca. I testimoni cristiani erano degli Enea in carne ed ossa, personaggio che il popolo aveva imparato ad amare, impersonandosi con lui, attraverso l’Eneide. Dante tramite Stazio poeta ringrazia Virgilio, riconoscendolo testimone anticipatore dell’età rinnovata. Noi stiamo con la lettura di Dante.



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Commenti  

 
# cgdv 2020-07-06 07:50
Un sontuoso articolo di presentazione e preparazione alla lettura del nuovo libro di don Curzio Nitoglia. Dalle premesse e dalla vastità della trattazione ci troviamo senz'altro di fronte ad un testo indispensabile per capire meglio quello che di distruttivo sta imperversando sulla nostra Civiltà e sulla nostra Storia.
Giuliano
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