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Attualità e Potenza della Sintesi Tomista
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Il nuovo libro di Curzio Nitoglia, La sintesi del Tomismo, muove da un preciso presupposto: il Tomismo è uno strumento di perenne verità, rimasto sempre vivo in ogni epoca e pronto a rispondere alle obiezioni ed agli inciampi degli uomini che si trovarono a vivere situazioni difficili, sia religiosamente che socialmente.

Se consideriamo la nostra epoca come la più difficile di sempre – socialmente e religiosamente caduta in uno stato di disgrazia senza precedenti – nessuno più dell’uomo contemporaneo dovrebbe percepire come urgente la necessità di abbeverarsi ai grandi temi affrontati da San Tommaso d’Aquino.

Sintesi del Tomismo è pensato proprio a tale scopo, e muove verso un approccio pratico, sapientemente mirato affinché si possa tornare a sfruttare il ‘metodo scolastico’ non solamente nelle accademie, ma anche e soprattutto nelle nostre case, nella vita di tutti i giorni.

La profonda conoscenza che Nitoglia ha della materia gli ha consentito la messa in pratica del più vero tomismo affinché risultasse alla portata di tutti. Sintesi del Tomismo è pertanto l’opera maggiormente rappresentativa di questo valente sacerdote, una vera summa del pensiero antimoderno, un libro che presenta un baluardo in sé, sia da un punto di vista filosofico che morale.

Breve analisi dei contenuti

È qui che l’opera di don Curzio sprigiona il massimo splendore: da un punto di vista antisovversivo.

Ponendo nell’arena del combattimento l’essenza tomista e opponendola alla radice di ogni degenerazione del pensiero, risalendo all’origine dei mali contemporanei, don Nitoglia dimostra che oltre San Tommaso c’è solo la Rivelazione soprannaturale e contro di lui il nulla del nichilismo filosofico ove tutto sprofonda e si dissolve. Non esistono vie di mezzo; non esistono ponti di comunicazione e compromessi filosofico-culturali o storico-politici. Ogni tentativo in tal senso non ha nulla di buono né di possibile, ma è errore camuffato di novità per meglio mimetizzarsi.

La filosofia di Antonio Rosmini, per restare all’epoca nostra, è certamente tra le più insidiose proprio perché ben mascherata. Rosmini attraverso un cosiddetto “tomismo trascendentale” tentò di coniugare S. Tommaso col kantismo, per imbastardirlo mediante lo spurio connubio con la modernità, che è la natura del modernismo condannato da S. Pio X in quanto cerca di sposare il dogma cattolico con la filosofia soggettivista, la quale relativizza il significato delle formule dogmatiche e le erode dal di dentro desiderando non uno scontro con la modernità, ma un incontro tra cristianesimo e mondo moderno. Grave se consideriamo che le opere di questo sacerdote, nonostante la storica condanna di Leone XIII (1887), vengono ancora ristampate da editrici che operano in ambiente tradizionalista (per così dire).

Ma quello di Rosmini (come fu per Scoto, Suarez, fino a risalire al cattolicesimo-liberale di Fogazzaro, discepolo di Rosmini) è solamente l’ennesimo approdo concesso alla corrente dissolutrice. La fonte del disordine, l’origine di ogni esistenzialismo disperato della filosofia nichilistica post-moderna – che è l’esatto ribaltamento della dottrina ascetica e poi mistica –, ha radici più profonde, anche se il comun denominatore rimane sempre invariato in ogni epoca (l’opposizione al tomismo originale o suo dirottamento camuffato).

È nel cosiddetto “Nominalismo” – corrente filosofica del XIII secolo che è utile conoscere perché ha peculiari ripercussioni nell’odierna Teologia – che si deve andare a ricercare l’origine di ogni disordine contemporaneo. Il Nominalismo è difatti erede della sofistica greca antica, già combattuta da Socrate, Platone e Aristotele. Fatto transitare nel periodo della Scolastica dalla corrente neoplatonica agostiniana, il Nominalismo agiva, in base al sentimento e alla fede (fideismo), contro le tendenze razionalistiche della scuola tomista. Successivamente venne ripreso dall’empirismo o sensismo inglese, secondo cui la conoscenza umana non è razionale, ma solamente sensibile. Il Nominalismo è pertanto all’origine dell’individualismo sensista filosofico, del liberalismo politico e del liberismo economico e quindi del libertarismo morale in generale.

In filosofia, riducendo gran parte della metafisica della logica, il Nominalismo deprime la capacità della ragione umana (infatti secondo il nominalismo si può conoscere solo il fatto e il singolare nella sua singolarità sensibile) preparando le vie allo scetticismo posteriore del XV secolo che diventerà eterodosso in Lutero; quindi esso è l’apoteosi dell’individualismo e la negazione della metafisica in sé, della speculazione intellettuale, della sana ragione e del senso comune. In Teologia, negando la distinzione reale tra natura e persona, il Nominalismo compromette la dottrina trinitaria e cristologica; negando gli abiti sconvolge la dottrina della grazia stendendo la mano al Protestantesimo che seguirà dopo solo due secoli.

Guglielmo Occam (1300-1349) fu il re del Nominalismo. Egli voltò le spalle alla scolastica medievale, a san Tommaso in sostanza, aprendo la via alla filosofia moderna e soggettivista, rifiutando la metafisica in nome della logica e concedendo, con 300 anni di anticipo su Cartesio, un primato al pensiero sulla realtà. In questo fomite sempre vivo, risulta annidarsi la “morale della situazione”, che rappresenta lo stadio terminale del neomodernismo, e pertanto l’argomento risulta di assoluta attualità.

Ed è ancora più attuale se consideriamo che lo sbocco più ovvio di questa anti-filosofia fu il Conciliarismo ecclesiale, il quale recita che non solo nel caso di eresia, ma anche quando nell’esercizio del suo potere esorbita, il Papa può essere chiamato all’ordine, e siccome può errare, e perfino cadere in eresia, dovrà in tal caso essere corretto e anche deposto, “giacché Pietro e i suoi successori hanno tante volte errato”. Questo errore, alla base di ogni protestantesimo politico-religioso (Lutero, Calvino, Zwingli ed anche tra i più recenti critici delle strutture ecclesiastiche come Hans Küng) sembra oggi riemergere in un purismo dottrinale e liturgico che se certamente si giustifica a causa delle evidenti responsabilità degli ultimi Pontefici, nondimeno sta assumendo una deriva disintegratrice sempre più preoccupante.

Alla base di tutto vi è sempre un soggettivismo individualista: come non vi sono nature ed essenze, ma solo individui per il Nominalismo, così non vi è una Chiesa gerarchica e giuridicamente strutturata, di cui si può fare a meno, perché bastano i singoli fedeli a difendere e custodire la fede. La Chiesa di Occam, la chiesa del futuro, ha la sua unica realtà negli individui credenti che la compongono.

Queste teorie ebbero il loro ulteriore sviluppo in Pietro d’Ailly (1350-1420), brillante dottore, fatto poi anche cardinale, e cancelliere dell’Università di Parigi. Occamista convinto in parecchi punti dottrinali, fin dal 1380 si fece portavoce dei dubbi che, in mezzo a tanti trambusti, avevano turbato gli spiriti migliori.

Per d’Ailly solo la Chiesa universale è infallibile, nel senso che se anche tutto il clero cadesse nell’errore, vi sarà sempre qualche anima semplice e qualche pio laico che saprà custodire il deposito della Rivelazione.

Tutto questo lavorio preparatorio, fatto di avanzate progressive, favorì lo sviluppo delle eresie del 15° secolo (Wyclif e Hus) e quelle susseguenti (luteranesimo, calvinismo, anglicanesimo) per rifugiarsi, dopo il Concilio di Trento, presso quei cattolici francesi che, in nome delle libertà galliche, osteggiarono per secoli il libero esercizio dell’autorità pontificia ergendosi ufficialmente a sistema nel secolo XVII, sotto Luigi XIV.

L’errore entrò vivo ancora nel Concilio Vaticano I, nel quale però ricevette il colpo di grazia per poi riemergere, elettrizzato da ancora maggior esuberanza, con il Modernismo (attraverso la teoria del senso e dell’esperienza religiosa).

Ora, come è facile intuire – da qualsiasi punto di vista lo si guardi (filosofico, teologico, morale, economico) – si può sostenere che il Nominalismo stia alla base di tutti i mali contemporanei. È pertanto argomento che il lettore deve e imparerà bene a capire, insieme a tantissimo altro materiale, nella Sintesi del Tomismo di Nitoglia, il cui succo [del vero tomismo] è stato sapientemente estratto e messo a disposizione come strumento di disinganno e di risveglio.

Ma per poter operare una vera riforma, sana ed equilibrata, non individualista e ribelle, bisogna prepararsi di più, studiare e pregare maggiormente; solo dopo un tale tirocinio, delle menti e degli spiriti (“Luce intellettual piena d’amore” dice Dante) si potrà passare dalla conoscenza alla sua attuabilità correttamente (e questo è un problema, nel tradizionalismo moderno, di grande urgenza).

Dalla teoria alla pratica

Come don Nitoglia spiegherà con grande acume, ogni rivoluzione è preparata ed anticipata da un’eresia ma questa è preceduta sempre da una falsa filosofia. Alla base di tutto il disordine attuale vi è dunque un primo disordine di stampo filosofico.

L’autentica filosofia non si riduce affatto ad un esercizio di pensiero, pur indispensabile, ma è esercizio di buona volontà disposta ad accogliere e riconoscere la verità dell’ente, dell’atto di essere e soprattutto dell’Essere perfettissimo. “Il vero filosofo è colui che conosce alla luce della Causa prima, giudica rettamente e ordina ogni cosa al proprio fine e soprattutto la sua vita, vivendo virtuosamente”.

“Mi sembra – scrive don Curzio – che questi possano essere considerati i rudimenti essenziali della metafisica e dell’etica tomistica, che ci aiutano a conoscere il vero per vivere bene e cogliere il nostro Fine. Che Dio ci conceda di poter conoscere sempre meglio tali princìpi per metterli in pratica e giungere a vederlo faccia a faccia”.

Il Tomismo, se è quello vero, lo è speculativamente ma soprattutto praticamente, poiché “vale più la pratica che la grammatica”, e deve aiutarci ad essere veri uomini naturalmente e soprannaturalmente. Già Cicerone, col suo buonsenso di giurista romano, diceva che la filosofia è Dux vitae, ossia deve condurre il nostro intelletto verso il vero e la volontà al bene. Al di fuori di ciò, non remanet philosophia.

Onde bisogna passare al rimedio concreto: la vittoria sul soggettivismo mediante il recupero di ideali e di valori supremamente “attivi” ed “efficaci” (perché sorretti dalla grazia).

Non è un’operazione facile perché implica una vera e propria conversione, sia spirituale che intellettuale, oggi sempre più difficile (perché non voluta). Nondimeno, come spiega bene mons. Landucci, dobbiamo insistervi sempre, perché “il vero oggetto dell’infallibile esaudimento è l’unico vero bene della vita: la santificazione (…) Per questa non c’è alcuna riserva. L’infallibilità dell’esaudimento è certa” (Ascetica Cristiana, pag. 140).

Pertanto, anche nel momento della peggior disfatta delle idee e della morale, proprio perché il ritorno alla metafisica classica, perfezionata dalla scolastica tomistica, non è un ritorno acritico a certe idee e costumi del passato (i castelli, le corazze, le spade, le balestre, le candele, i cavalli e i cavalieri), ma l’assimilazione e la fruizione di alcuni messaggi e princìpi della saggezza antica o perenne, questi princìpi sono gli unici capaci di riformare la nostra società dal di dentro e in profondità.

S. Pio X diceva che “il male dell’epoca moderna è un male dell’intelligenza”. Questo perché al principio del nostro secolo si accese in mezzo a noi la crisi del Modernismo, che adottò il motivo luterano della fede-sentimento facendo del dogma un’espressione provvisoria del senso religioso, che erompe dalla subcoscienza.

Quindi se vogliamo guarire da questo male che ha agito “dal di dentro e in profondità” dobbiamo prima restaurare l’intelligenza nostra ed altrui e solo dopo, ma necessariamente, anche la vita pratica. La fede, che si alimenta della verità, è difatti composta tre caratteri essenziali: prima razionalità (assenso dell’intelletto alla verità ricevuta dal di fuori), poi libertà (volontà) la quale viene sorretta dalla soprannaturalità (grazia) per poter superare la passioni contrarie al vero bene (soggettivismo).

Nella vita dissipata che siamo obbligati a vivere attraverso costanti pressioni, dobbiamo trovare il tempo e la forza per tornare a credere inegralmente, con tutte le facoltà che Dio ci ha donato, senza detrimento di alcuna tra esse. Questo vuol dire essere veri tomisti; e dobbiamo farlo tutti, anche i meno “saggi”, perché il Tomismo è una via di equilibrio e di forza proposta a chiunque, dai più semplici ai più dotti.

«Occorre superare il “Tomismo dei professori” (rinchiusi nelle ‘scuole’) — scrive don Curzio —, per ridargli tutto il suo potenziale metafisico-teologico, ascetico-mistico, e specialmente socio-politico-economico, che deriva dalla natura dell’essere. Vi è difatti una convincente analogia tra cattolicesimo liberale, che vuole la religione rinchiusa nelle sagrestie, come puro fatto individuale senza nessun influsso sulla Società civile, ed il monco tomismo puramente culturale, il quale resta rinchiuso nelle aule dei seminari e non esce alla conquista della Società. La Chiesa ha informato “con la filosofia del Vangelo” (Leone XIII, Immortale Dei, 1885) la res publica christiana e vuole continuare a farlo in maniera sempre più profonda a partire dalla dottrina, che ha in San Tommaso il Dottore Comune o Ufficiale del Cattolicesimo».

In sostanza, l’“antidoto filosofico” preparato da don Curzio in Sintesi del Tomismo risulta indispensabile per affinare la nostra preparazione allo scopo di imparare ad usare a porre in campo il miglior strumento che Dio ci ha messo a disposizione per riformarci come Uomini.

* * *

Oggi, quando gli errori della modernità (XV-XIX secolo) sono giunti al parossismo nichilistico della post-modernità (XX secolo) si può e si deve tornare a San Tommaso come fecero gli uomini del Cinquecento, che nel momento di maggior bisogno e sbandamento grazie all’Aquinate poterono operare la vera controriforma e restaurare prima gli individui, poi la società e quindi la Chiesa.

Questo è l’unico modo per procedere. Non esistono scorciatoie frenetiche, non esiste altra via poiché tutte le alternative non parteciperebbero analogicamente ai piani voluti da Dio.

Il nostro compito è dunque quello di tornare a seminare il buon frutto. Forse non ne vedremo i risultati in questa vita, se non un principio di efflorescenza, ma esso, irrigato dalla incessante assistenza divina che non manca mai, svilupperà un giorno il fiore che le è proprio.

È questa l’attualità perenne e la potenza irrefrenabile della Sintesi Tomistica; l’appello, forse ultimo, che dobbiamo attenderci dal vero Tomismo, e che Nitoglia ed EFFEDIEFFE vorrebbero indicare ai lettori. L’unica via che permetterà all’uomo, a noi, di ripartire (se Dio lo concederà).

Lorenzo de Vita


(La sintesi del Tomismo, 400 pp. formato grande con bandelle)
 
19,00 euro
22,00 euro
(sconto natalizio per i lettori EFFEDIEFFE fino al 21 dicembre)



  EFFEDIEFFE.com  


 
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Commenti  

 
# cgdv 2017-12-01 19:07
Senz'altro una efficace e bella presentazione di questo straordinario libro.
Giuliano
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