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Paolo Apostolo, dominatore del tempo
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Dopo Vita di Gesù Cristo ripubblichiamo Paolo Apostolo di Giuseppe Ricciotti essendo un capolavoro in sé e la prosecuzione del primo libro come gli Atti lo sono dei Vangeli. Ricciotti superò sé stesso in queste due grandi biografie scritte a cavallo della guerra, tra il 1941 e il 1946.

EFFEDIEFFE ha adottato l’edizione originale del Paolo Apostolo (Coletti editore 1946) ricostruendo l’opera daccapo e recuperando tutto il materiale fotografico raccolto dal celebre religioso durante i suoi numerosi viaggi in Medioriente.
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La voce di Ricciotti è autorevole perché etnograficamente egli parla quasi esclusivamente di posti che aveva davvero visitato, di dati carpiti in loco e di esperienze vissute personalmente, retrodatandole attraverso l’immaginativa ai tempi apostolici. I viaggi di San Paolo sono dunque descritti molto intensamente e con perfetta cognizione.



Il libro è ricco di cultura, storia e geografia, ed è realizzato con la consueta chiarezza espositiva che contraddistingueva il metodo espositivo del religioso dei lateranensi, comprensibile a tutti.

In più Paolo apostolo ha il grande merito di presentare S. Paolo in senso tradizionale quale “maieutico” della Chiesa, cioè colui che alla Chiesa diede i natali (μαιευτική, «ostetricia») distaccandola dalla sinagoga e dalla legge ormai compiuta per farla diventare l’adunanza dei figli di Dio, eletti e predestinati alla gloria (Rom., VIII, 28).

Per negare il carattere miracoloso della conversione di S. Paolo (Festa oggi 25 gennaio) i giudei sostengono nelle loro Toledòth Jesu (ovvero i racconti del ghetto su Gesù) che San Paolo fosse un agente del sinedrio di nome Eliàhu incaricato di operare il distaccamento della Chiesa cristiana sediziosa dalle leggi di Mosè per separare i nazareni da Israele, così che il resto del popolo non si dannasse dietro alla idolatria. Sarebbero quindi stati i sapienti ebrei a corrompere l’Apostolo dandogli l’incarico di diffondere la religione di Gesù e condurre all’errore i suoi seguaci.

Se così fosse, in questo giorno di festa dovremmo sinceramente ringraziare il sinedrio di Gerusalemme per averci regalato duemila anni di cristianesimo e per averci espulso da una sinagoga che ancora dopo venti secoli vive un’imbarazzante schiavitù come dimostra, da ultimo, la triste storia del filo kosher che circonda Manhattan con cui gli ebrei di New York aggirano la legge del sabato (1).

Affabulazioni dei rabbini a margine, il distaccamento dalla sinagoga si è rivelato provvidenziale per i popoli gentili mentre la fede dell’ebreo, secondo un fondamento incontestabilmente teologico, continua a produrre loglio infecondo (Virgilio, Ecloga quinta) e zizzanie (Mt. 13,24-30) perché è priva della carità, la quale è la “forma della fede” (Summa, II-II, 4, 3); è dunque una fede morta; in più gli ebrei disprezzando Cristo si indirizzano ad un fine opposto a quello della carità (2) operando il male per raggiungere quel dominio universale a cui si sentono promessi e che sarà il regno del messia anticristiano o futuro Re d’Israele, che ancora i giudei attendono sdegnosamente.

Ma alla fine Dio li attirerà a sé (Rm. XI, 25). Se umanamente la loro conversione è impossibile, lo Spirito Santo, alla fine dei tempi, li preverrà con la sua grazia (attraverso il dono dell’intelletto), permettendogli di aderire con predisposizione volontaria alla pienezza della rivelazione. In quel giorno il loro credere sarà finalmente formato e dal termine del loro accecamento proverrà il termine della nostra prova quando Cristo trionferà dei suoi nemici.

Pregare per gli ebrei è dunque un atto necessario.

Ciò posto, dal momento che S. Paolo è il maieutico della Chiesa, la salvezza passa per il suo insegnamento. I giudei potranno salvarsi non senza essersi aperti al suo messaggio ed aver creduto a quegli oggetti di fede che la Sacra Scrittura già contiene ma che al giudeo sono impediti – i dogmi che riguardano la SS.ma Trinità, l’Incarnazione dell’uomo-Dio, la Chiesa e i Sacramenti – e che San Paolo con le sue Epistole rende meno inevidenti per l’intelletto.

Se il fine ultimo delle virtù teologali (fede, speranza, carità) risiede nell’intelletto perché è il bene conosciuto a muovere gli affetti (Summa, II-II, 7, 2) tramite S. Paolo intravediamo un po’ meglio e ci addentriamo un po’ di più in quelle “realtà che non appaiono” (Eb., 11, 1) amando Dio meno imperfettamente (3).

Questo, in aggiunta alla bellezza dell’opera, è l’ulteriore motivo che ci ha esortato a ristampare il Paolo Apostolo di Ricciotti: così che i lettori possano tornare a dotarsene con facilità e apprendervi tanti aspetti della fede cristiana di cui S. Paolo resta il massimo chiarificatore.

Defunctus adhuc loquitur / colui che parla ancora dopo la morte (Ebrei, 11, 4).

Del Ricciotti ripubblicheremo altre opere, secondo le nostre future possibilità. In tal modo vi sarà un recupero parziale della bibliografia del grande religioso dei canonici lateranensi.

Grazie per voler continuare a seguirci.

Lorenzo de Vita



(Paolo Apostolo, 648 pp., 180x255mm con bandelle)
 
25,20 euro
28,00 euro
(sconto speciale per i lettori EFFEDIEFFE fino all’8 febbraio)

 



1
)
“Se l’ebreo ha ragione, la cristianità non è che un’illusione. Se invece ha ragione il cristiano, l’ebreo è, nella migliore delle ipotesi, un anacronismo o tuttalpiù l’immagine di ciò che non ha più ragione di esistere” (F. Fejto, Dieu et son Juif, cit. in “Il problema degli ebrei al Concilio”, 1965).

2) “È la carità che orienta tutta la nostra vita verso Dio” (A. Tanquerey). La fede dei giudei è invece secondo l’intelligenza naturale: conoscono la verità, perché Cristo è già venuto ed ha loro già parlato (Gv. 15), ma la rifiutano colpevolmente (ovvero la loro è un’incredulità di contrarietà). I demoni hanno una fede simile, ma i giudei potranno ancora salvarsi; quindi possiamo intercedere per loro.

3) Ché il bene, in quanto ben, come s’intende, accende amore” (Paradiso, XXVI, 28). Ma le verità di fede non possono mai cessare di essere non evidenti. Da qui il merito di credere.



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