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Il Cuore di Gesù — salvezza per il mondo
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Riscoprendo il vero cattolicesimo

La devozione al Sacro Cuore di Gesù è una conseguenza spontanea e obbligatoria del dogma centrale del Cristianesimo: Incarnazione e Redenzione. È la devozione per eccellenza. L’“essenza del Cristianesimo” si trova qui.

«La rivelazione del Sacro Cuore è, certamente, la rivelazione più importante che abbia irradiato la Chiesa, dopo quelle dell’Incarnazione e dell’Eucaristia» (L. E. Bougaud, Storia della B. Margherita M. Alacoque, 1875).

Pio XI, il papa più autenticamente vicino ai misteri del S. Cuore, scrisse che la sua devozione è «totius religionis summa», la sintesi più perfetta del dogma e della morale cristiana —– definizione che inquadra esattamente la vasta funzione riservata dalla Provvidenza a questa devozione: donare luce e calore a tutto il dogma e a tutta la morale del cristianesimo.

I due amori, quello di Dio e quello delluomo, sincontrano e si fondono nel Cuore di Gesù” sancisce finalmente il card. Parente.

Nel suo LIo di Cristo il grande teologo verga in maniera insuperabile il mistero dell’Incarnazione con queste parole: “Dio che si umanizza, amando luomo che si divinizza amando Dio in Cristo(1).

Il Dio-uomo concentra e sprigiona il Tutto di Sé – la divinità – nel centro assoluto che è il suo Cuore di carne, unendo il cuore che sente alla mente che vede.

In questo Cuore di carne vi è dunque l’epilogo spontaneo di tutta l’opera di Dio in rapporto all’umanità. Nel Cuore di Gesù vi è tutto il mistero di Dio e tutto il mistero dell’uomo.

L’uomo non è dio, ma attraverso Dio che si umanizza, e ci ama, l’uomo si divinizza rispondendo al suo amore.

S. Paolo, difatti, ci invita a scrutare tutta la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di questo mistero, per comprendere l’Amore e attraverso questo amore giungere ad impossessarci della pienezza di Dio (Efes. 3, 18-19).

“Impossessarci della pienezza di Dio”. Parole che fanno tremare.

Quando i Giansenisti vollero istituire una festa della “inaccessibilità divina”, il S. Cuore venne per dire al mondo l’esatto opposto: che Dio voleva istituire un festa dell’Accessibilità divina; una nuova fonte di salvezza, per tutti coloro che avrebbero abbracciato questa nuova rivelazione di amore e avrebbero creduto alle sue promesse.

Per questo motivo tutti i Papi preconciliari ritennero che il Sacro Cuore fosse imprescindibile per il futuro dell’umanità. «La Chiesa e la società non hanno più altra speranza che il CUORE di GESÙ; è Lui che guarirà tutti i nostri mali. Predicate dappertutto questa devozione, essa dev’essere la salvezza del mondo» (Pio XI, 1928).

S. Margherita Maria Alacoque († 1690) è la discepola per eccellenza della devozione al S. Cuore. Pio IX, Leone XIII e Pio XI ne furono invece i dottori e i maggiori propagatori: tutti e tre questi Papi consacrarono il genere umano al S. Cuore, rinnovando la consacrazione più e più volte a partire dal 1875. Pio XII fu invece l’apostolo dell’Azione Riparatrice, tutta incentrata sull’amore espiatorio che sgorga dal Cuore del Redentore. Il 1° giugno 1946 papa Pacelli faceva pressante appello a tutti cattolici per una crociata universale di espiazione.

Erano altri tempi.

Oggi pare che Roma abbia invece dimenticato l’urgenza di questa missione riparatrice. Nel momento in cui il mondo avrebbe maggiormente bisogno di atti incessanti di riparazione – per le offese fatte a Dio e al Cuore di Gesù – nessuno parla più di questa grande possibilità, enorme fonte di salvezza.

Guerre o rumori di guerre, crisi economiche e carestie flagellavano l’Europa e il mondo. Per la Chiesa non vi erano che due soluzioni: la pratica espiatoria e soddisfattoria. I pontefici vi dedicarono intere encicliche. Pio XI volle consigliare l’espiazione dei peccati commessi dall’uomo con due documenti ufficiali — più attuali che mai: la Miserentissimus Redemptor del 1928 (magna carta della devozione al S. Cuore) e la Caritate Christi compulsi del 1932 (enciclica incentrata sulla riparazione).

Papa Pio XII – il più degno dei successori – riuscì a toccare nuovi vertici di ascetica e di pietà attraverso la Mediator Dei del 1947 (enciclica «sulla Sacra Liturgia»), nella quale chiamò tutta la Chiesa a divenire il necessario complemento di Cristo. “Tutti i fedeli del mondo sono all’altare ostia con l’Ostia” al fine di operare con Gesù la riparazione dei peccati di tutto il mondo (2).

Parole per noi spaventosamente lontane e ormai quasi incomprensibili.

Perché oggi urgono altre priorità. Il Catechismo maggiore di papa Francesco ha i suoi nuovi peccati ecologici. La trasgressione, qui, non sta più nell’inosservanza ai comandamenti (fedeltà, rispetto e servizio a Dio), concetti evidentemente bypassati, ma risiede in atti e abitudini di “inquinamento e distruzione dell’armonia ambientale” che mettono a rischio “i princìpi di interdipendenza e le reti di solidarietà tra le creature”, poste al di sopra di tutto dal Papa. Anche di Dio, pare.

Scriveva S. Tommaso: Dio è “il primo principio e ultimo fine al quale si devono riferire tutte le cose” (Summa, I-II, 102, 3); padrone assoluto della creazione può farne ciò che vuole, financo distruggerla. Oggi invece la cristianità sembra rispettare più la creazione di Colui che l’ha creata. Della riparazione dei peccati contro la Sua gloria nessuno parla più; la riparazione deve essere ambientale.

Il katechon, davvero, sembra non far più paura a nessuno. Le agenzie di corruzione devastano la morale dei popoli [da mores > costumi] oggi più che mai, senza che nessuno glielo impedisca. La situazione in cui si trova la Chiesa, dimentica della sua principale missione, ne è la causa diretta.

Va da sé. Le crociate di riparazione di Pio XI servivano per contrastare l’attività incessante del mangiatore di uomini. Ma sono concetti superati. Strumenti di un’altra epoca. Inutili ed offensivi per la dignità dei popoli. Cose del passato. Il dialogo tra le genti e le religioni del mondo basti a portare la pace sulla terra. Pacem in terris! (ultima enciclica di Giovanni XXIII per l’appunto).

Purtroppo il maligno ragiona diversamente; se non poniamo la nostra fiducia nelle sole risorse indicate da Dio (riparazione, espiazione dei peccati) il diavolo vince anche se temporaneamente.

La via regia preparata e rivelata da Dio per ricondurre gli uomini dall’abisso della perdizione alla felicità eterna è una sola: la devozione al S. Cuore, arma assoluta, sorgente primaria di ogni riparazione. Se vogliamo tornare a battagliare contro il “maligno e i suoi satelliti” (diceva la santa di Paray) – adesso vittoriosi – non esiste soluzione alternativa; perlomeno una migliore.

Il Riparatore per eccellenza, vero, lavora instancabilmente nel mediare per la nostra salvezza. Le Messe che ogni giorno vengono celebrate (negli anni ’50 si calcolavano in 350.000 i sacerdoti che in tutti i punti del globo offrivano l’Eucaristia, circa 4 elevazioni al secondo) bastano a glorificare Dio infinitamente e sono assolutamente sufficienti a riparare tutte le offese scagliate contro di Lui. L’umanità potrebbe sparire ad ogni istante sotto il cumulo dei suoi stessi delitti se non ci fosse quella Vittima perennemente immolata sui nostri altari; se non fosse presentata continuamente a Dio una soddisfazione di perfetto gradimento.

Ma vi è un problema, oggi più che trascurato: la personale e vicaria corrispondenza da parte nostra.

«Perché poi l’oblazione, con la quale in questo Sacrificio i fedeli offrono la Vittima divina al Padre Celeste, abbia il suo pieno effetto — vien scritto nella Mediator Dei — ci vuole ancora un’altra cosa: è necessario, cioè, che essi immolino sé stessi come vittima».

Sono parole di Pio XII. L’acqua che si mescola col vino, nel momento dell’offertorio, significa l’Incarnazione di Cristo ma significa anche la nostra incorporazione a Cristo, che diventa poi totale nell’eucaristia.

Dunque la nostra partecipazione alle sofferenze del Salvatore (nonostante proposte alternative di raccolta differenziata e cura del verde) rimane l’unica missione da portare a compimento. L’unico fine altamente religioso che andrebbe insegnato dappertutto. Riparare i peccati; cooperare con Cristo così come avviene fra il tralcio e la vite, “partecipando alla sua attività sacerdotale e sacrificale (3).

Per questo motivo – augurandoci possa essere di conforto nell’attuale clima teologico (l’unico clima veramente in stato di emergenza) – col S. Natale 2019 abbiamo pensato di ripubblicare un libro a nostro avviso fondamentale e perfettamente incentrato sulla pia pratica della riparazione.

  
Il titolo dell’opera è Il Cuore di Gesù. Venne pubblicata nell’anno 1950 e realizzata con il beneplacito della Roma dell’epoca (che pensava un po’ meno all’ecologismo e un po’ più a Dio). L’autore fu il padre Enrico Agostini s.c.j. dei sacerdoti del S. Cuore, bravo religioso nato nel 1910 a Sopramonte (Tn) e morto nel 2007 dopo una lunga attività missionaria.

Un testo totalmente sconosciuto. Con la morte di Pio XII lo studio di p. Agostini, che è oggettivamente un grande capolavoro, rimase orfano di padre; non venne più richiesto perché era figlio di quell’idea voluta da papa Pacelli per la Chiesa Cattolica — che fosse fortemente incentrata attorno al proposito della riparazione e in grado di praticare virtù eroiche come mezzo di salvezza per il genere umano.

Dal 1959 non era più il caso di tollerare certi “arcaismi”, ormai troppo vecchi e sfruttati. Incombeva il Concilio, con la sua ebbrezza della novità e della positività a tutti i costi; che avrebbe sentito come missione di portare un messaggio di speranza al mondo in “disaccordo con coloro che prevedono sempre disastri” (Giovanni XXIII, 11 ottobre 1962, apertura del Concilio).

Provvidenzialmente la munifica libreria di Fabio de Fina conteneva tra i suoi scaffali questo testo scomparso. È classicamente il merito che contraddistinse sempre Fabio — uomo inconsapevolmente semper fidelis: l’aver acquistato quest’opera sul S. Cuore, magari da qualche bancarella, conservandola intatta per decenni senza avere avuto il tempo per leggerla. Grazie Fabio.

Oggi il lettore può tornare a conoscere la storia del S. Cuore, la sua teologia profonda, le pratiche per renderla presente nella nostra vita e le promesse fatte da Gesù ai devoti del suo SS. Cuore attraverso uno studio serio e teologicamente impeccabile.

Ma soprattutto il lavoro del bravo sacerdote trentino è utile perché riparte dalle istruzioni di Pio XII intorno al sacrificio eucaristico e ne recupera il vero significato. Quel che ci manca di più.

Ovvero l’invito pressante, il dovere assoluto che ha il cattolico di accostarsi alla SS. Eucaristia partecipandovi come vi partecipa Cristo.

Il sacerdozio di tutti i cristiani, regale sacerdotium nel senso inteso da San Pietro (1 Pt 2, 9), è una realtà della quale dovremo rispondere un giorno. Questo sacerdozio ci investe attraverso il battesimo, che è un’incardinazione nello stato di cultori di Dio, dandoci il potere e l’autorità di offrire Cristo misticamente, e di offrire noi stessi assieme a Cristo (4).

«Si noti che questa nostra solidarietà con Cristo all’altare si attua, di per sé, indipendentemente da qualsiasi nostra disposizione, per il solo fatto della nostra incorporazione a Lui, attraverso il carattere battesimale. Ancor prima (quindi di per sé anche senza) di vivere di Cristo, il membro è a Lui assimilato, diviene “ontologice” sacerdote-vittima con Lui, riparatore» (P. Agostini, Il Cuore di Gesù, pag. 267, EFFEDIEFFE 2019).

Ogni cristiano è dunque un riparatore assieme a Gesù, che si è degnato di soffrire non solo per noi, ma in noi, e misticamente di rendere ognuno di noi un prolungamento della sua Umanità santissima.

All’immolazione del Salvatore bisogna quindi aggiungervi la nostra, nel senso inteso da Pio XII. Crux Christi sine tua non sufficit. Ma oggi chi lo ricorda più (5)?

Fa sorridere pensarci. Si volle il Vaticano II proprio per “rendere l’eredità cattolica più evidente, più comprensibile e più utile agli uomini dei giorni nostri” — parole dell’allora card. Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano. Il carattere della nuova Chiesa avrebbe dovuto corrispondere al “temperamento delluomo moderno”, che “a causa della velocità della vita e delle diffuse tensioni nervose” necessitava di qualcosa di più rapidamente assimilabile.

Una liturgia “più semplice” e un approccio “più diretto” era il mezzo più adatto per raggiungere lo scopo — altissimo, va detto. La Messa nella lingua volgare si domandò per questo. Si puntò ad un rito basato sull’essenza del Sacrificio, in modo che il popolo potesse “partecipare più immediatamente” con il sacerdote.

Ma si commisero innumerevoli errori (di cui un giorno parleremo). Soprattutto, senza il rispetto delle istruzioni inserite nella Mediator Dei (6) che servivano a capire quali esagerazioni e travisamenti non concordavano coi genuini precetti della Chiesa e in qual senso i fedeli devono concorrere nell’offerta del Sacrificio, si conseguirono risultati disastrosi, giungendo fino a separare il membro dal Capo, l’uomo da Cristo come avviene nel protestantesimo.

Il cattolico, proprio come il protestante, ha finito per avere un’idea incompleta, insufficiente dell’Eucaristia — e non parliamo della presenza reale, quella impossibile da negare, bensì trascurando ciò che vi è di ancora più essenziale: la partecipazione a quelle sofferenze.

«Completo nella mia carne quel che manca delle sofferenze di Cristo, a pro del corpo di Lui, che è la Chiesa» (Col. I, 24).

Partecipare a quelle sofferenze (7) — che sono sempre sofferenze amorose — è l’opposto della religione antropocentrica. È la missione stessa del Corpo di cui siamo parte. “Tutti i fedeli del mondo sono all’altare ostia con l’Ostia” (Pio XII).

Il punto sta nel tornare a questi insegnamenti senza manifeste esagerazioni ma osando un po’ di più di più a contatto con quel Cuore.

L’opera di padre Agostini viene in nostro aiuto. Dacché le sue guide sono Pio XI e Pio XII, ed è benissimo fondata sulla teologia di S. Tommaso e di S. Paolo, quest’opera è in grado di indicarci il percorso per una restaurazione spirituale davvero praticabile, riportandoci con audacia al centro della vita cristiana, con grandi sferzate invitandoci a quella provvida corrispondenza nella partecipazione di vita coll’unico Santo. Il lettore vi apprenderà verità che non sapeva di dover sapere.

Per il periodo natalizio non può esserci testo maggiormente adatto a celebrare e far conoscere la profondità dell’amore del Cuore di Cristo, che ci domanda solamente una cosa: di essere amato come Lui ci ama.

Lorenzo de Vita
  


(Il Cuore di Gesù, 542 pp., con bandelle)
 
24,00 euro




1) Capitolo: Cristo e lamore, pag. 321, edizione EFFEDIEFFE 2019.

2) La Madonna a La Salette parlò di un rifiorire della carità, di una Chiesa che per breve tempo sarebbe tornata “povera” e “cristiana”; era la Chiesa di Pio XI e Pio XII, i due papi che vollero consacrare il mondo al S. Cuore.

3) P. Agostini dedica a questo fondamentale argomento la parte centrale del suo libro: La cooperazione dell’uomo nella riparazione teocentrica e Nostra inserzione a Cristo (pag. 250 ss.). Proprio questa trattazione ha incontrato l’elogio di Pio XII pubblicato ad inizio volume. Rimando il lettore a quelle pagine impossibili da riassumere. Le troverà stupefacenti.

4) Il lettore consulterà con profitto la voce “Sacerdozio dei fedeli” nel Dizionario di Teologia Dommatica, pag. 459, EFFEDIEFFE 2018.

5) Mons. António de Castro Mayer, nel 1962, a Concilio appena iniziato, si disse preoccupato che le “sfumature del testo latino” utili alla comprensione della Messa sarebbero andate perdute a causa dell’introduzione della lingua in volgare. La realtà doveva essere ben diversa e ben peggiore: la finale cancellazione di intere orazioni dal Canone della Messa che servivano a domandare la grazia di unire profondamente il fedele a Cristo così come Dio si era degnato di unirsi alla nostra natura umana. La riforma Liturgica – sentita in tutto il mondo e forse necessaria – non sbagliò tanto per l’introduzione di determinati cambiamenti (che non inficiano la validità del celebrazione) quanto per aver sforbiciato preghiere fondamentali per l’elevazione mistica del sacro rito.

6) La costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia del 1963, promulgata da papa Paolo VI, doveva essere l’attuazione ed il completamento della Mediator Dei di Pio XII, ma se ne allontanò di parecchio.

7) Ciò è possibile anche attraverso la nuova Messa; lo preciso per evitare ambiguità in tal senso. Chi vi partecipa con spirito di riparazione la frequenterà con ottimo frutto partecipando al Cristo totale (Christus totus) di cui parla S. Agostino.




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