L’“Arte della guerra cristiana” (del p. Lagrange)
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Frutto degli insegnamenti di padre Reginaldo Garrigou-Lagrange sulla mistica e l’ascetica, l’aureo libro Vita spirituale venne pubblicato postumo nel 1965, dai domenicani e direttamente in italiano (non esistono traduzioni in lingua straniera). Dopo quella prima edizione, non venne più ristampato.

A 55 anni dalla morte del Lagrange (avvenuta il 15 febbraio del 1964), EFFEDIEFFE ripubblica l’opera in una seconda edizione.

In questi tempi di paurosi sbandamenti spirituali, dogmatici e morali, la grande utilità spiccatamente pratica di questo libro potrà essere d’aiuto per molti cattolici, per orientarli al meglio nelle fasi del loro progresso ascetico e dommatico.

Esercizi spirituali

Lagrange – dottissimo teologo, tomista, modello di ortodossia – la sua ultima lezione, come fosse il suo massimo insegnamento, la tenne allorché Dio decise di purificarlo attraverso un lungo processo di spogliamento corporale. A partire dal 1960, all’oratore venne tolta dapprima la parola, poi, al grande tomista autore di 500 tra libri e articoli, l’uso dell’intelligenza; infine il suo corpo venne ridotto, per più di due anni, ad una vita quasi esclusivamente vegetativa e sensitiva (dal 1962 al 1964).

“Un’ultima lezione: quella (…) della Purificazione definitiva” racconta il suo confratello R. Spiazzi nell’introduzione originale al testo.

Quando l’incipiente infermità tolse del tutto al Lagrange il ben dell’intelletto (a causa del morbo di Alzheimer) egli dovette rinunziare a tutti i suoi incarichi.

È così che lasciò ai domenicani, in eredità, il suo manuale di ascetica e mistica, attraverso il quale era solito predicare gli esercizi a confratelli e fedeli e nel quale concentrò tutto il succo delle sue tesi ascetiche, che ebbero un impatto notevolissimo sulla spiritualità del ’900.

Quel suo manuale era tanto “ambito” che un giorno uno dei suoi confrati, in ricreazione, gli chiese: — “Padre Maestro, perché non pubblica i suoi «Esercizi Spirituali» che ci hanno fatto tanto bene? Il P. Garrigou-Lagrange rispose: — Non mi conviene pubblicarli perché prima voglio servirmene ancora io, per la predicazione...

“Aveva ragione — commenta il p. Spiazzi: perché difficilmente si sarebbe potuto fare una sintesi più limpida, breve e succosa della sua dottrina spirituale, riunire e svolgere in poche pagine i temi che gli erano più cari, comunicare alle anime le verità vitali della teologia e della spiritualità cristiana, sulle quali più volentieri sostava nella contemplazione il suo spirito elevato e ardente, spesso come premessa per lui inderogabile della predicazione”.

Lagrange fu il primo a dimostrare che la mistica e la contemplazione infusa appartengono alla via normale della perfezione cristiana come sviluppo della grazia santificante; la doppia via di santificazione dei cristiani sottosviluppati, impostasi nella Chiesa per più di tre secoli a causa crisi protestante e per reazione alla falsa mistica quietistica del Seicento, fu giustamente combattuta e vinta dal Lagrange attraverso numerose dimostrazioni.

La dottrina tradizionale insegnata dai Dottori scolastici (con S. Tommaso d’Aquino in primis) e dai due Dottori mistici per antonomasia (S. Giovanni della Croce e S. Teresa d’Avila) rivisse nuovamente grazie al Lagrange: “nella pratica cristiana quotidiana, tutti i redenti vengono chiamati alla vita ascetica, non solo i santi” diceva egli durante i suoi corsi di teologia spirituale del sabato sera presso l’Angelicum, diventati celebri. All’inizio (1917-1923) questa tesi incontrò fortissima opposizione, ma poi venne universalmente accolta a partire dagli anni ’30.

Un grande merito quello di padre Reginaldo. I domenicani, vista l’importanza che avrebbe potuto avere il suo manuale di predicazione, nel 1965 decisero di pubblicarlo dopo la dipartita del loro celebre confratello.

Oggi siamo felici, ma soprattutto grati, di poterlo presentare nuovamente al pubblico cattolico.

Guerra al vero spirito cristiano

Lagrange, che nella grande crisi del modernismo non si è mai scostato dalle direttive del magistero della Chiesa e dalla fedeltà a san Tommaso, si avvedeva di come il naturalismo, prima sotto il nome di americanesimo e poi di modernismo, si era “sforzato di deprezzare la mortificazione, e in particolare i voti religiosi, presentandoli come un inciampo al libero sviluppo della personalità religiosa”; e riconosceva che si era “cominciato a disconoscere la gravità del peccato dello spirito, dell’incredulità, dell’indocilità verso la Santa Sede, della presunzione, dell’orgoglio”.

«In certi ambienti – scrive Lagrange a pagina 109 del suo manuale – la colpa più grave di tutte era ritenuta l’astensione dalle opere sociali, ed essa, qualunque ne fosse il motivo, è stata sempre tacciata d’egoismo, mentre la vera religione, e particolarmente la vita contemplativa, veniva considerata come il destino di tutti gli impotenti, incapaci di qualsiasi azione esteriore».

Quegli “apostoli di nuovo genere” come lui li chiamava, dopo aver misconosciuto la gravità infinita del peccato, “sono giunti, a poco a poco, a dimenticare l’altezza sublime del fine soprannaturale al quale siamo chiamati. Invece di parlarci del cielo, della visione di Dio, della configurazione al Verbo, hanno incominciato a proporci un vago ideale morale, colorito di religione, che sembra quasi fare astrazione dalla vita futura e sopprime l’opposizione radicale tra paradiso e inferno”.

Lagrange intravedeva la grande lotta, che viste quelle fallaci premesse si sarebbe dovuta presto combattere specialmente nell’interno della Chiesa.

“La guerra – scrive ancora p. Lagrange – che le si muove contro, è odiosa, terribile per le sue conseguenze, affatto diversa da ogni altra guerra, senza più nulla di umano; guerra dello spirito, carica di pesanti responsabilità, profonda, terribile e odiosa come i peccati dello spirito, guerra che si combatte nel più intimo dei cuori fra nostro Signore e il demonio. È tutta qui la storia del mondo” (pagina 258).

Modi di combatterla

L’uomo che non vuole soccombere, la vita alla quale deve giungere è la vita di Cristo risorto, ovvero una vita che è passata attraverso la morte (della volontà) e che implica non un’armonia superficiale, ma quell’armonia profonda tra il corpo e l’anima, tra l’anima e Dio, che era il privilegio dello stato di giustizia originale, e sarà quello dello stato di gloria.

I nostri progenitori furono creati in questo stato di giustizia. L’anima era perfettamente soggetta e unita a Dio; le facoltà sensitive pienamente sottomesse alle potenze superiori; le cose esterne sotto il pieno dominio dell’uomo, senza poter arrecargli il minimo danno. Con il peccato subentrò il triplice disordine, del quale parla la Scrittura (1 Giov. 2, 16). Dopo la caduta, l’uomo, indebolito nel volere il bene, è prono a ripiegarsi sul proprio io senza riguardo né a Dio né al prossimo, ed a sentire, in contrasto con la realtà, l’orgoglio della vita. La volontà non ha più il perfetto dominio sulle facoltà sensitive, e l’appetito sensitivo, indipendentemente dal dettame della ragione, tende ai piaceri sensibili: la concupiscenza della carne, e ai beni materiali: la concupiscenza degli occhi.

Si noterà quanto la “divinizzazione” dell’intelligenza umana, come la prescrive la filosofia ebrea (“l’Uomo è Dio, Pontefice e Re di sé stesso”) sia falsa sotto tutti i rapporti intellettuali e profondamente cattiva e pericolosa sotto tutti i rapporti morali. La radice di ogni Càbala è dunque il colmo dell’orgoglio che, rappresentando un affronto alla Divinità, conduce inevitabilmente alla corruzione del genere umano.

“[Io] accrescerò al settuplo i vostri castighi per i vostri peccati, e spezzerò la superbia della vostra durezza, e farò che il cielo lassù sia per voi come di ferro, e la terra come di rame” (Lev. XXVI).

Se non vogliamo incorrere in questa condanna (che sappiamo essere tuttora valida osservando il mondo a riprova del fatto), dobbiamo praticare tre cose: l’umiltà, l’obbedienza, l’abbassamento.

Se la superbia è la radice di ogni peccato, l’umiltà è la radice della santità.

San Tommaso insegnava che il cristiano deve sempre progredire nella via delle virtù, ovvero nella conformazione a Dio. Ma senza l’umiltà questo progresso è proprio impossibile, perché solamente l’umile si riconosce imperfetto e così [riconoscendosi] desidera sempre far qualche progresso, seppur piccolo. L’umiltà va di pari passo con la maggior grandezza. Gli ultimi saranno primi.

L’umile salmista intagliato nel candido marmo visitato da Dante (Purg. X, 66) era “più re” quando riconosceva la grandezza divina, la quale perciò ancor più lo innalzava. “E più e men che re era in quel caso”.

Quando dunque immoliamo la nostra volontà, come fece Abramo e come fece lo stesso Isacco che si lasciò legare – ma ancor più fece Cristo il quale per obbedienza si lasciò configgere sopra la croce, e accettò volentieri la morte per la salute degli uomini – diveniamo vincitori, perché fare la volontà di Dio ci rende nuovamente signori e padroni, non più in senso massonico, ma cristiano.

Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi sollevi al tempo destinato (1 Pt., 5, 6).

Dio promette una “sollevazione”. Dunque un distaccamento dalla terra è richiesto.

E per raggiungere questo fine tuttavia elevatissimo – spiega Lagrange – non è obbligatorio rinunciare del tutto ai beni creati, perché se ne facciamo un uso conforme alle esigenze della fede e della ragione, essere non può cagion di mal diletto (Purg. XVII, 99); nondimeno la totale rinuncia ad essi rende più facile questa sollevazione. Onde Cristo, che venne nel mondo per ristabilire l’ordine sconvolto dal peccato, esortò i suoi discepoli a rinunciare il più possibile ai beni che passano.

I consigli dati dal Salvatore si riducono a tre principali (la povertà, la continenza perfetta, e l’obbedienza) posti per contrastare il triplice disordine originale (concupiscenza, avarizia, orgoglio).

La povertà raccomandata da Cristo mortifica il desiderio eccessivo dei beni materiali, libera dalla sollecitudine che porta con sé il loro possesso, e aumenta il desiderio dei beni soprannaturali e la fiducia in Dio di poter ottenere tutto il necessario per la nostra esistenza terrena. La continenza perfetta, encomiata da Cristo, implica la rinuncia alle gioie, anche legittime, della vita familiare: spiritualizza in qualche modo il corpo, che mette sempre più a servizio dell’anima, e dà una più larga possibilità di lavorare per il bene spirituale ed anche corporale del prossimo e di amare Dio senza impedimenti. L’obbedienza è la rinunzia al diritto naturale di disporre in certa misura, a proprio arbitrio, della propria attività: mortifica la tendenza a sopravalutare sé stesso; aumenta anche la fede in Dio. In sostanza, abbatte l’orgoglio e ci rende umili.

La perfezione cristiana, però, non consiste nemmeno nell’esercizio perfetto dei consigli evangelici, e può anche esistere senza di essi. Quest’esercizio è tuttavia di grande utilità per raggiungere quella perfezione la quale non si ottiene senza “almeno vivere” secondo lo spirito dei consigli evangelici.

Vi è poi un ultimo e supremo scoglio da superare, quello scoglio di fronte al quale il mondo moderno inorridisce: la sofferenza.

La sofferenza non era voluta da Dio: è il peccato che la introdusse nel mondo; dopo però che Adamo ebbe perduto, per sé e per la sua posterità, il dono della giustizia originale, la sofferenza divenne inevitabile per l’uomo, data la sua struttura organica e psichica, e necessaria per l’espiazione dei suoi peccati. Per mezzo di indicibili sofferenze il Divin Salvatore ci ha riscattati: da quel momento non vi può essere comunione di vita con Cristo, né partecipazione alla sua gloria, senza partecipazione alla Passione del Signore (Luc. 9, 23; 14-27; Rom. 8, 17; Col. 1, 24).

«Per crucem ad lucem».

Lagrange saprà edificare notevolmente il lettore sul tema della sofferenza, sulla sua necessarietà e sulla sua bellezza — ancorché per noi difficile da capire.

Il capitolo sulla “Sofferenza” si dividerà nel modo seguente: La croce, pag. 183, Croci della sensibilità, pag. 185, Croci dello spirito, pag. 189 e Come portare la croce, pag. 195.

Nei capitoli sulla mortificazione invece, sul vero amore per Dio e verso il prossimo, sulla sottomissione ai disegni di Dio, sulla vera natura del peccato e della redenzione, sulla vera orazione e come perseverarvi, riguardo alla docilità allo Spirito santo e alla vera devozione alla Madonna, Padre Reginaldo guiderà i lettori in un percorso di spiritualità teologica densa, permettendo a tutti, anche ai più semplici tra noi, di scoprire con gusto la dottrina ascetica più sicura com’era stata insegnata dai Dottori mistici per eccellenza (S. Gregorio Magno, S. Tommaso d’Aquino, S. Teresa d’Avila e S. Caterina da Siena).

Soprattutto, però, insegnandoci come mettere in pratica veramente quella dottrina, cosa importantissima perché “non basta per salvarsi riconoscere Gesù Cristo come Signore, ma fa d’uopo praticare la sua legge” (p. Marco Sales).

Per questo, e per tante altre ragioni che il lettore troverà nel libro del Lagrange, raccomandiamo a tutti lo studio di queste pagine profonde e semplici, che ci insegnano a soffrire con rassegnazione, a soffrire per combattere il progresso moderno che cerca di sopprimere la croce, come quei «nemici della croce» di cui parla San Paolo (Fil. 3, 18).

Lorenzo de Vita



(Vita spirituale, 308 pp., con bandelle)
 
15,00 euro
17,00 euro
(sconto riservato ai lettori EFFEDIEFFE fino al 31 marzo)

 

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