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L’Io di Cristo
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S. Girolamo diceva che col parlare impreciso si finisce col cadere nelleresia. Lo ricordava S. Tommaso trattando della SS. Trinità (S. Th., I, q. 31, a. 2) invitando alla cautela ed alla modestia chiunque desideri avvicinarsi all’argomento.

Se il mistero della Trinità è il mistero più impenetrabile tra tutti, esiste un altro mistero altrettanto impenetrabile, mistero per eccellenza, perché salvifico.

Quello dell’Incarnazione: “E il Verbo si fece carne”.

Questo mistero è grande non solamente per la perfetta immaterialità della generazione del Verbo – splendore eterno del Padre che si unisce, in un dato momento, alla natura umana dell’uomo Gesù facendolo Dio di conseguenza –, ma soprattutto per il modo secondo cui l’umanità e la divinità delle due nature di Cristo si uniscono in un solo soggetto, in un solo Io.

Sopra questa pietra d’inciampo si è fracassata la moderna cristologia, retrocedendo di sedici secoli nell’errore.

La fascinazione di un tale argomento può essere occasione di studio e di meditazione. La situazione in cui versa l’insegnamento teologico e “pastorale-ecclesiastico”, in cui tanto si sdilinquisce la gerarchia della Chiesa, lo esigerebbe con assoluta urgenza.

Questo è il motivo – racchiuso senz’altro nel monito di San Girolamo – che ci ha spronato a ripubblicare LIo di Cristo del card. Pietro Parente (in 4a edizione).

L’opera di Parente, difatti, rappresenta un rimedio contro ogni errore antico e moderno attorno alla figura di Nostro Signore, che è stata variamente sfigurata negli ultimi decenni e sulla quale inciamparono già i giudei, cozzarono gli eretici, negarono gli irreligiosi.

Con Parente ci tuffiamo al cuore della Cristologia, richiamando l’opera di Atanasio e di altri Padri, riesaminando la fede del Concilio di Nicea e deducendone che Cristo è uno, secondo l’espressione giovannea, ricordando che nessuno può attentare a questa profonda unità senza grave errore (come fecero Rahner e il padre Galot tra molti altri, e come oggi fanno don Amapani della San Paolo; lo vedremo).

Antipasto: Cristologia odierna

Il così detto «aggiornamento» incide sinistramente nelle scuole – dove la Teologia è ormai ridotta a una problematica frammentaria –, nella predicazione e nella vita stessa della Chiesa.

È in atto una crisi di fede che tocca il domma e perciò disorienta i fedeli specialmente quelli più giovani. Oltre che disorientarli (S. Tommaso direbbe stornarli dall’ordine verso Dio) li allontana dall’aspetto psicologicamente più importante per l’uomo: il Mistero.

Il Modernismo, sul terreno cristologico, seguendo l’itinerario del Protestantesimo e del Razionalismo, e partendo da un atteggiamento “religioso” di fronte al dogma Cristo, ha finito per via di critica storica ed esegetica con lo sradicare il mistero, riducendo Cristo ad un semplice uomo che ebbe una profonda esperienza del divino (vagamente inteso più come termine di un sentimento che come oggetto reale dimostrato con la ragione) e quindi vagamente parlando di una certa Divinità di Cristo. Oggi si preferisce ulteriormente dar risalto alla sua misericordia, del tutto umanizzata.

Le correnti cristologiche attuali, di fatto, falsificano il cattolicesimo ed il suo messaggio. Chi se ne avvede? Non i fedeli (lasciati nell’ignoranza), né i sacerdoti (che non studiano a causa dell’intensa attività pastorale), né tantomeno la gerarchia, che è la causa di tutta questa deriva, perché avrebbe l’obbligo di vigilare sugli uomini a lei inferiori nell’ordine – come le Dominazioni svolgono questo compito nell’organigramma angelico (S. Th., 112, 4) –, ma più non lo fa.

Una volta c’era il Compendio della Dottrina cristiana prescritto da San Pio X, per la necessità di provvedere “alla religiosa istituzione della tenera gioventù”; oggi, al massimo, i giovani possono aspirare all’Evangelario della Misericordia suggerito da Papa Francesco. Tra le due realtà vi passa una certa differenza in termini di insegnamento dei rudimenti della santa fede e quelli delle divine verità...

La Teologia, decennio dopo decennio, è stata completamente deformata da una massiccia corrente antropologica, che pone l’uomo al centro e al vertice di tutta la realtà, arbitro del suo destino.

Questa valorizzazione dell’uomo ha polarizzato prima tutta la filosofia, poi tutta la teologia, quindi tutta la cristologia degli ultimi 60 anni ed oggi, al fine, polarizza tutta la Chiesa. Lo vediamo.

Siamo quindi giunti alla definitiva umanizzazione del divino; di conseguenza, ad una esaltazione e autotrascendenza dell’uomo, chiamata proesistenza o esistenza per il prossimo imposta come obbligatoria per il credente — tutti aspetti fintamente “deisti”, che giungono a soppiantare Dio e negare Gesù come Persona divina, presentando Cristo come un’esaltazione di tutto l’umano, che si riflette su tutti gli uomini.

L’apostasia, di cui parlò San Paolo nella I Lettera ai Corinti, è certamente questa (sebbene stia anche permettere che si compia oppure no).

La qualità eccelsa dellopera di Parente

Dobbiamo tornare alle origini, alle vere fonti dell’insegnamento. Siamo obbligati a farlo, non solo moralmente, anche con un’urgenza vitale.

Il vero insegnamento della Chiesa ha sempre indotto (e con ottime ragioni teologiche) a credere che Gesù è Dio onnipotente, manifestatosi nella carne secondo l’unione della sua Persona con la natura umana.

L’opera di Parente, nel recuperare gli studi tradizionali, fa esattamente questo: spiega e rende ragione del Mistero facendolo rimanere tale. La qual cosa riveste per noi un’importanza centrale.

  Pietro Parente († 1986)
Parente fu grande teologo, “massimo esponente della ‘scuola romana’ nel XX secolo”, che non si lasciò intimidire dalle mode teologiche del post-Concilio, di cui mise in evidenza l’estrema fragilità (lo racconta Padre Battista Mondin († 2015) nella sua Storia della Teologia, Bologna, ESD, 1997, 4° vol., p. 503).

Non solamente. Quella di Parente, ancorché molto dotta, è soprattutto ed anzitutto l’opera di un grande cristiano, che nell’esercizio della filosofia e della teologia più alta si rese pane fresco e via d’ascesi spirituale da cui (mediamente) può muovere tutta la vita morale dell’uomo.

Il mio modesto contributo è e vuol rimanere unamorosa testimonianza a Cristo” – scrisse il Parente nel 1955 nella 2a edizione dell’opera.

Fu questa la dedica ad un lavoro che può essere per noi rivelazione — e che ha rapito il sottoscritto, prima nella lettura, poi nell’“obbligo” della sua riedizione (che è poi la 4a).

Parente si supera specialmente con due capitoli, titolati: “Cristo e l’amore” e “Cristo e il dolore”. Il dolore dell’Uomo-Dio, difatti, più che il suo amore, è l’abisso in cui si può facilmente sbandare senza un giusto ausilio di teologia e psicologia impegnate a far luce sul Mistero.

Il riferimento alla Psicologia è centrale: Parente ha la grande capacità di indagare il domma nel modo più intimo possibile allo studioso: ovvero dal punto di vista psicologico dell’essere divino. Il testo di Parente si addentrerà dunque in quell’abisso psicologico che fu la vita affettiva di Cristo.

In Cristo vi è libertà umana elevata al livello della libertà divina, e l’una e l’altra armonicamente fuse nell’unità psicologica della Persona divina del Verbo.

Egli non è dunque “Figlio di Dio” per ragione di una grandissima santità o perché è stato strumento della Divinità, come si dice dei Santi e dei Profeti. L’uomo, anche il più santo, sarà unito a Dio, ma la sua unione rimarrà sempre accidentale, mentre l’unione dell’Umanità al Verbo è sostanziale, in unitate essendi.

Questa è la verità, che dommaticamente va ri-assicurata nella dottrina tradizionale della Chiesa.

«Per questa via, squisitamente tomistica, noi non pretendiamo – dice il Parente – di risolvere il mistero di Cristo in formole evidenti: pretesa assurda! Ma crediamo di accostarci con maggior sicurezza a quel sacrario misterioso, dove si svolge la vita intima dell’Uomo-Dio, dove l’umano e il divino si toccano e interferiscono senza confondersi e donde erompe quell’Io umanamente umile e divinamente sublime che indagheremo alla luce della Rivelazione e della Teologia».

Attraverso questa via, scortati dai Padri, da S. Tommaso e da Parente, sarà possibile domandarsi non come Cristo sia uno (sul piano ontologico-dinamico), ma come Cristo si senta uno.

E per noi cattolici è questo un argomento tra i più importanti ed anche affascinanti.

Intermezzo

Se il lettore si trovasse interessato a questo tema, ma non desiderasse proseguire oltre la lettura dell’articolo, che è corposo ma per buone ragioni, egli potrà fermarsi qui e scoprire qualcosa ancora sul libro direttamente dalla sua scheda.

Se invece desiderasse guardare più da vicino l’attuale situazione, proseguendo con l’articolo potrà scoprire dove va a finire questo racconto di cattolicesimo tradito.

Un po di storia

L’umanità di Gesù era il tempio vivo in cui abitava personalmente la divinità (la Persona del Verbo). Gesù parla di questo tempio nell’indicare col gesto della sua mano la sua intenzione di poterlo ricostruire in tre giorni. Con qual segno ci mostri tu di poter fare queste cose?, gli intimano i giudei. Disfate questo tempio, e Io in tre giorni lo rimetterò in piedi.

La narrazione di S. Giovanni al cap. II del suo Evangelo è perfetta nello spiegare con semplici parole il Mistero grande dell’Incarnazione: un Uomo vero (che indica sé stesso con il gesto della sua mano); un corpo passibile e che può essere distrutto (contro il docetismo, che diceva che Gesù appare uomo senza esserlo); un Dio-Uomo, padrone della sua vita, che può morire, e può risuscitare a suo piacimento (contro l’eresia di Ario: Per questo mi ama il Padre; perché dò la mia vita, per ripigliarla di nuovo, Giov. cap. X).

Che in Cristo vi fosse un soggetto solo composto di due elementi – l’umano e il divino – era verità concreta posseduta e prospettata dalla Chiesa fin dal principio: il Simbolo niceno-costantinopolitano ne rende testimonianza di fede con le parole: «... E in Gesù Cristo suo Figlio Unigenito, nostro Signore, generato di Spirito Santo da Maria Vergine... crocifisso... sepolto...».

In queste righe è già contenuta tutta la Cristologia posteriore, che verrà sviluppata nei successivi Concili, e vi sono già impliciti i lineamenti nelle testimonianze della Tradizione viva, che si è andata fissando via via sotto la pressione dell’eresia, in formole dogmatiche.

È interessante rilevare che il lavoro degli eretici cominciò ad assalire la umanità, prima che la divinità di Gesù Cristo. Nelle lettere di S. Paolo e di S. Giovanni si parla di falsi cristiani che negano la realtà della carne assunta dal Verbo e ne riducono l’umanità a una semplice apparenza (I Giov. 4, 23). Sono le prime tracce del cosiddetto Docetismo (dal greco Dokeo/Dòkesis ossia apparire, sembrare), che presto confluirà nelle correnti gnostiche (cabbaliste) che negheranno insieme l’umanità e la divinità del Salvatore.

La gnosi, dopotutto, comincia e termina in un sincretismo filosofico-religioso, che accoglie il dualismo persiano dello spirito (aspetto accentuato dai Manichei) in antagonismo con la materia e il trascendentalismo platonico (che concepiva la Divinità inaccessibilmente avulsa dal mondo) con la conseguente necessità di esseri intermedi operanti tra Dio e il mondo, chiamati Eoni o Demiurghi.

Cristo sarebbe stato uno di questi Eoni disceso in un semplice uomo (Gesù), rivestito di carne apparente per liberare lo spirito umano dalla prigione della materia. Come Eone il Redentore non era propriamente Dio, e come essere terrestre non era propriamente uomo.

La teologia moderna – vorrebbe essere una esagerazione, purtroppo non lo è – si avvicina di molto a questa concezione. Lo vedremo.

Nel Credo del IV secolo erano dunque già impresse le “due facce” del Mistero di Cristo: l’unità e la dualità, che però costituivano un problema grande, complesso, che verrà vivisezionato e poi analizzato a partire dal V secolo. Si tenga presente che questo problema con carattere di infinitudine – la unità dell’Uomo-Dio nonostante la dualità delle due nature – fu ancora l’unica preoccupazione di un San Tommaso alla volta del XIII secolo; ma tale preoccupazione era molto più antica, e diede motivo alla grande controversia cristologica del V e VI secolo.

La Chiesa occidentale, custode del mistero divino, nella sua caratteristica concretezza, aveva da tempo abbozzato la soluzione del problema con la formola «una persona in due nature» (analoga all’altra, più trinitaria: «una natura in tre persone»), che si trova esplicitamente già in S. Agostino. Gli occidentali si contentavano di questa formola, senza ulteriori elucubrazioni. Ma gli orientali, i bizantini, non poterono accontentarsi: dopo il Concilio di Nicea (325) vollero scrutare l’intimo rapporto tra l’unità e la dualità di Cristo. È così che, tra lotte spesso anche accesissime, si arrivò ai due Concili cristologici per eccellenza.

Nei Concili Ecumenici di Efeso (431) e di Calcedonia (451), che diedero occasione di definire maggiormente il Mistero dell’unione ipostatica, la Chiesa debellò quattro classi di errori: Nestorianesimo, Pelagianesimo, Eutichianismo, Monofisismo.

Ad Efeso si definì che Cristo, Dio-Uomo, è un solo soggetto (= persona): l’unione ipostatica è sostanziale non accidentale, fisica non morale. Si condannò Celestio (pelagiano) coi suoi seguaci, e, specialmente, i Nestoriani, i quali con Nestorio sostenevano la più velenosa delle eresie, ovvero che in Cristo vi fossero due personalità distinte, umana e divina (eresia che ha ri-contagiato la teologia moderna come vedremo).

A Calcedonia si ribadì un concetto altrettanto fondamentale, contro Eutiche e i monofisisti: le due nature in Cristo sono sì unite (personalmente, ovvero nella Persona del Verbo) ma non sono confuse né mutate o comunque alterate rispetto alle caratteristiche di ognuna.

Nel 5° Concilio Ecumenico (II di Costantinopoli, 553) si confermò la condanna agli errori precedenti, che erano sia cristologici ma altrettanto trinitari — perché andavano a ledere il mistero della generazione eterna del Verbo, che si compie nel cielo (si veda in Giov. cap. VIII il bel dialogo altamente trinitario tra Gesù e Nicodemo).

Nel 6° Concilio Ecumenico (III di Costantinopoli, 681), contro i monotelisti, Papa Agatone stabilì una verità sostanzialmente definitiva: che in Cristo ci sono due volontà, come ci sono due nature, pur essendo una la Persona, quella del Verbo.

Si noti che tutte queste eresie – sia trinitarie che cristologiche – vennero fatte circolare da eretici molto spesso giudei e/o quasi sempre in odore di gnosticismo. La Chiesa, nell’arco di due secoli, le affrontò tutte (e teologicamente la sfida fu difficilissima), e le debellò.

Le definizioni che sgorgarono da quei Concili furono la soluzione sostanziale – eliminando gli estremismi e le antitesi di Nestorio e Eutiche – che servì di base, di alimento e di stimolo a tutta la Teologia posteriore (possiamo dire ultra millenaria), la quale trovò la sua giustificazione essenziale nei dati certi del Magistero apostolico, che son poi l’autentica interpretazione della rivelazione divina.

Ne scaturì per noi cristiani la prima regola della verità, ovvero che Cristo è Dio e Uomo insieme, avente due nature, umana e divina, ma in un’unica Persona, la seconda della SS. Trinità, la quale, avendo in sé la natura divina ha assunto la natura umana nell’uomo Gesù.

Nulla di più perfetto.

La scienza di Gesù

Per dirla in termini maggiormente tomistici e rispettosi dell’opera di Parente, da questa “regola” ne risulta che:

Cristo Gesù è il Verbo, il Figlio Unigenito del Padre, che nel momento dellIncarnazione verginale nel seno di Maria assume, accanto alla sua natura divina, la natura umana in maniera che luna e laltra sussistono in una sola ipostasi o Persona, quella cioè del Verbo.

A questa unità non si oppone la distinzione della Persona divina dalla natura assunta (umana), perché questa natura è pienamente posseduta dal Verbo, che la fa essere e agire, anzi, la penetra permeandola di luce e di energia divina. Distinta non significa dunque separata né estranea.

La natura umana di Cristo è immersa nel divino – spiega Parente –, pur essendone, per l’appunto, distinta. E l’Angelico ci dice che Cristo, in quanto uomo, era governato direttamente dal Verbo di Dio (S. Th., I, 113, 4)

Questa “immersione” dell’umano nel divino, – miracolo ipostatico! –, permise a Gesù di vivere prima da buon figlio di Maria e Giuseppe, poi, nel pieno svolgimento della sua missione, di vivere da buon figlio del Padre; il contrasto (solo apparente!) che vi era tra la sua divinità e la sua vita umile ed ubbidiente non sfuggiva a Maria, che piena di ammirazione tutto considerava in cuor suo (Luca, cap. II).

Il padre Lagrange, altro grande tomista, spiega che Maria, nonostante l’umanità partorita, è Madre di Gesù che è Dio: “ella, se non gli ha certo dato la natura divina, ma solo la natura umana, tuttavia è Madre non precisamente dell’umanità di Gesù, ma del Verbo Incarnato, perché la maternità termina non a una natura, ma alla Persona che possiede questa natura, e in questo caso alla Persona stessa del Verbo” (Vita spirituale, EFFEDIEFFE 2019, pag. 267).

Questo punto è fondamentale per noi, per tutta la cristologia, per tutta la teologia e pure per la pastorale aggiornata (ovvero ignorante del Mistero).

Alla base di Gesù la sua Umanità, alla cima la sua Divinità: l’una e l’altra unite insieme nello stesso Essere, senza confusione e senza ibridismo. Unità fisica e metafisica saldamente poggiata sull’unica Persona, quella del Verbo; unità psicologica espressa nell’unico Io, che domina (come propria) ogni attività delle due nature, in cui la Persona del Verbo sussiste.

Mistero di amore infinito, e di umiliazione infinita commenta il Sales al Vangelo di S. Luca.

Mistero del suo Essere, infinitamente superiore al nostro, con un cuore palpitante per noi.

La vita di Gesù (nato a Betlemme ed abitante in Nazareth) si manifesta nella carne che cresce, nella conoscenza che sale dalle più tenui percezioni dei sensi (Gesù bambino), all’esercitazione dialettica della ragione (Gesù dodicenne), all’uso delle idee infuse per singolare privilegio, per svettare fino all’intuizione dell’essenza divina, partecipazione della scienza che il Verbo, come Dio, ha di sé stesso insieme col Padre e con lo Spirito Santo.

In questa realtà vivente si va – lo vediamo attraverso la chiara lente dei Vangeli – dall’umiltà della carne alle altezze dello spirito, alla trascendenza della Divinità senza iati e senza strappi.

“Vita — spiega il Parente a pagina 330 della sua opera — che si rivela attraverso i palpiti dell’amore, da quello sensibile a quello spirituale, illuminato dalla scienza acquisita e infusa, a quello supremo ispirato dalla visione di Dio, che la volontà umana attrae a Sé come una calamita, in un’adesione immutabile, ma spontanea e cosciente (…)”.

Ovvero: man mano che Gesù cresceva manifestava con opere sempre più mirabili la pienezza della sua grazia e della sua scienza. Il Bambino cresceva e si fortificava pieno di sapienza: e la grazia di Dio era in lui (Luca, II, 40).

Cresceva e si fortificava pieno di sapienza – secondo la corretta traduzione della Vulgata – sono due termini che si riferiscono allo sviluppo fisico del corpo di Gesù, non ad un progresso dell’anima sua. In Gesù il principio di operazione e di azione era sempre la Persona del Verbo (lo ribadiamo nuovamente per i poveri teologi che hanno studiato alla scuola di Rahner); di conseguenza nessun progresso era possibile nella sua anima santissima.

Per riguardo all’anima Gesù era dunque pieno di sapienza “perché possedeva in grado conveniente alla sua dignità e quindi in modo più perfetto degli angeli e dei santi, la scienza beata e la scienza infusa, e possedeva inoltre una scienza esperimentale o acquisita, quella sì proporzionata alla sua età e all’acutezza delle sue facoltà naturali” (commento di Padre Sales al Vangelo di Luca, EFFEDIEFFE 2015).

Ne consegue che l’anima umana di Gesù Cristo era già rivestita della pienezza della grazia santificante, e possedeva conseguentemente in sommo grado tutte le virtù infuse e acquisite, tutti i doni dello Spirito Santo e tutte le grazie gratuite o gratis datae.

  «L’anima di Gesù – spiega il Parente con grande acume – durante la vita terrena si trova in una condizione singolare: essa è viatrice in certo modo in quanto è unita al corpo, ma è già in patria perché gode della visione beatifica. È naturale dunque che abbia un modo di conoscere simile al nostro per via di astrazione dei fantasmi delle cose (ovvero la sua scienza acquisita); ma è anche conveniente che abbia quella scienza infusa, di cui godono i beati in cielo e gli Angeli. (…)

Il progresso reale, intrinseco della sapienza di Gesù, di cui parla S. Luca, s’intende molto bene della scienza acquisita. Né ripugna la coesistenza di tre scienze nella stessa anima, perché sono di diversa natura: la visione beatifica è intuitiva, senza specie; la scienza infusa e quella acquisita sono affini perché si attuano per via di specie intelligibili; ma siccome sono per modo di abiti, Gesù può servirsi alternativamente ora dell’una, ora dell’altra. (…)

Le tre scienze sono come tre differenti luci sotto cui Cristo vede un’infinità di oggetti». (L’Io di Cristo, pag. 306).

In questo modo conosceva Gesù viatore (che era anche comprensore a differenza nostra).

Queste le meraviglie dell’anima sua. Le meraviglie della sua scienza multiforme.

Ed ora mi tocca parlare di coloro che, insensatamente, negano queste meraviglie.

Gli ultimi dei nestoriani

Oggi, che tanto abbondano le eresie – quasi fossimo ritornati alle lotte cristologiche del V secolo, coll’unica differenza che non vi è chi agiti lo scudo del Magistero al fine di debellarle – la pietra d’inciampo risiede ancora nel problema dell’unità nella dualità, che più non viene compresa.

Tutto ruota intorno al riconoscere o meno, comprendere o meno se Cristo, Dio e Uomo, sia un solo Essere sussistente, un solo soggetto teandrico.

Rigettato il Tomismo, vertice imprescindibile dello studio sulle cose riguardanti l’essere e l’agire divino, il teologo moderno ha perso il proverbiale “lume”. Brancolando in un buio gnostico (perché ritornare ai vecchi errori fa sempre ricadere nella gnosi) egli non sa più in che modo agiva e si manifestava quella meravigliosa scienza multiforme di Gesù che abbiamo visto poc’anzi, puntellata con appositi grassetti per guidare il lettore nella sua comprensione.

San Tommaso sarebbe ancora lì, per insegnarlo contro i nestoriani di ogni epoca: “Secondo la natura che ha in comune col Padre, insieme col Padre presiede e domina; ma secondo l’altra natura, che ha comune con noi, soggiace e serve» (S. Th. III, q. 20, a. 1).

Ma il magistero ecclesiastico oggi permette che si insegni qualcosa di diverso (e dunque di profondamente falso).

Siamo alla scuola di Rahner, che insisteva sulla consustanzialità di Cristo con l’uomo secondo la nota teoria di Scoto sul primato assoluto di Cristo, non legato al peccato dell’uomo e alla sua redenzione (la Redenzione più che liberazione dal peccato è dono che Dio fa di sé scriveva il Ranher); siamo all’antropologismo di Giovanni Paolo II e della Gaudium et spes n. 22: “Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito, in un certo modo, ad ogni uomo”; soprattutto, ci troviamo dinanzi ad un terrificante ritorno di un surrogato di nestorianesimo, il quale (Nestorio) asseriva che altra fosse la persona del Verbo di Dio dominante e altra quella dell’uomo che serve, quasi vi fosse in Gesù una seconda ipostasi o persona [= l’Io umano]; “e questa è leresia di Nestorio” spiega san Tommaso nella sua Summa (III, q. 20).

Parente nel libro lo definisce “spettacolo odierno della Teologia”, che dimostra un’evidente volontà di voler far ritorno agli stessi errori cristologici che in epoche passate avevano minacciato l’unità dogmatica della Chiesa.

Le opposte tentazioni di Nestorio (contatto solo morale tra Gesù e il Verbo) e di Eutiche (fusione ibrida della natura umana e della natura divina in Cristo) balzano fuori con evidenza in tutti gli studi dei teologi pre-conciliari e post-conciliari: Rahner, Hulshosch, Schillebeeckx, Schoonenberg, Duquoc, Mühen, Küng, Galot e il Bouyer.

Chi più, chi meno, questi soggetti sono tutti accomunati da un identico errore: rifiuto del Tomismo classico e introduzione di quello trascendentale, che nega la distinzione tra essenza ed essere nelle creature, ossia aperto alle teorie filosofiche del Kantismo (ma che attuffa in verità le sue radici negli errori che già furono dei neoplatonici e di Avicenna dopo di loro, e in epoca moderna dell’immanentista Rosmini col suo concetto dell’essere astratto o dell’idea dell’essere, che accorda il primato della coscienza sulla personalità — vera termite soggettivista per qualsivoglia architettura teologica che possa dirsi ancora sana (ma per questo rimando direttamente alle pagine del libro di Parente, ed in particolare all’introduzione di don Nitoglia e al capitolo “Primi influssi dello psicologismo in Cristologia”, pag. 348).

Da questa regressione filosofico-teologica, inevitabilmente, non poteva che scaturirne la regressione del cattolicesimo ad una ideologia protestante (vero canale di tutte le eresie), regressione che pian piano ha introdotto nel mondo cattolico e nel dogma (il processo è ancora in corso) una molteplicità di visuali eterodosse che hanno frantumato l’organicità della Teologia classica, criticata e in gran parte rigettata per motivi discutibili: ellenismo, deficienza esegetica, anacronismo culturale e linguistico, e, soprattutto, contrasto con la cultura e la mentalità moderne.

Su questo terreno – prima filosofico, poi teologico – si tenta il definitivo svuotamento dei princìpi che fanno del cattolicesimo l’unica e vera religione, «infinitamente superiore a tutte le altre» (come insegnava Pio XII). Ovvero: “evacuazione del contenuto dogmatico plurisecolare del cattolicesimo e la sua sostituzione con una ideologia protestante, elaborata intorno ad un Cristo vago, uomo-Dio, con più delluomo che di Dio” (J. Meinvielle, Dalla Càbala al Progressismo, pag. 423).

Ed essendo Cristo il centro della nostra fede, sua esistenza e unica ragion d’essere, attorno a questa “eclissi totale del divino nell’umanità di Cristo” (mons. Piolanti), attorno alla sottocutanea contraffazione della vera natura dell’Uomo-Dio, ruota, come fa il predatore attorno al predato, il tentativo finale di scardinamento dell’unità cattolica.

Porto al lettore un esempio fresco, a dimostrazione della reale presenza di questo tentativo dei nuovi teologi di annullare i riflessi divini in Cristo.

  
La San Paolo edizioni, espressione nazionale del cattolicesimo vaticanosecondista (il cui vasto gruppo editoriale edita Famiglia Cristiana e i foglietti per la Messa, insieme a numerosi altri periodici), nell’ottobre 2018 ha pubblicato un “Sussidio liturgico-pastorale (Avvento e Natale 2018-2019)” una sorta di manualetto rivolto a fedeli e sacerdoti per la meditazione quotidiana, e sopra il quale il clero minore ci prepara omelie bell’e pronte. Sempre indaffarati nelle opere di accoglienza, questi preti, per studiare non hanno tempo; da qui l’esigenza di sussidi da dove attingere rapidamente qualche idea per salire in pergamo senza doversi prima preparare attraverso lo studio e una adeguata meditazione. La San Paolo stampa questi “supporti liturgici” da qualche anno, per imbeccare i preti che si son ritrovati a doversi rimboccare le maniche ad apparecchiare alle tavole dei migranti.

Si farebbe notare che il buon S. Pietro istituì il diaconato proprio perché “non è ben fatto che abbandoniamo la parola di Dio per servire alle mense...” (Atti. VI, 2). Il primo Papa sapeva che le occupazioni esteriori, mediamente, impediscono la contemplazione della sapienza; lo sapeva dalla Scrittura, dall’Ecclesiastico per l’esattezza, 38, 25: e chi ha poco da fare acquisterà la sapienza.

Ma passiamo oltre.

  Don Amapani
Dal 2017 il curatore di questi manualetti liturgico-pastorali è tale Don Alessandro Amapani, presbitero nella diocesi di Altamura. L’Amapani, sacerdote attualizzato anche nel bell’aspetto, che gira in scarpe da tennis e pantaloni giovanili, è personaggio dal backgroud indubbio: baccellierato in teologia con una tesi su Antropologia e musica nella New Age (laurea di 5 anni); quindi laurea in filosofia con una tesi su Il personalismo di Emmanuel Mounier (Mounier fu colui che diffuse la Nuova Cristianità di Maritain sotto l’insegna del personalismo cristiano — cfr. J. Meinvielle, Dalla Càbala al Progressismo, pag. 402).

Da pupillo della nova schola, l’Amapani, fresco della sua doppia laurea in idee maritainiane, ad inizio carriera si vota all’istruzione della gioventù: dopo l’esperienza istituzionale alla CEI (sino al 2008), come vicedirettore del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile, consegue presso la Pontificia Università Lateranense – un tempo gloriosa “cittadella antimodernista” – la licenza in «Educazione delle prime età». Le giovani menti dei futuri cattolici (quella tenera gioventù di cui parlava S. Pio X) vanno dis-orientate sin da subito.

Per l’occorrenza già autore di diversi libri, tra cui ne spicca uno dal titolo affascinante: Nellumanità della liturgia tutta lumanità di Dio (La Scala, 2013), oggi con l’investitura di pastoralista (non conosco il significato del termine, ma si presta bene al contesto) l’Amapani collabora assiduamente con l’emittente “cattolica” Tv2000 (alle cui spalle c’è la CEI). Nel 2014 arriva la “promozione” presso le Edizioni San Paolo, con cui ha già vergato diverse pubblicazioni.

Il Sussidio liturgico-pastorale (2018-19) è il contenuto più recente curato dall’Amapani ed oggetto che qui ci interessa analizzare perché collima coll’argomento del libro di Parente.

In particolare, in questo Sussidio della San Paolo, ci ha colpito il commento dell’Amapani dedicato alla festività del “battesimo di Gesù” (gennaio 2019). Il don pastoralista scrive quanto segue (grassetto nostro, parti in rosso nostro commento*):

 «L’abbassamento di Gesù porta l’uomo a vivere la dimensione dell’Eternità (fin da subito è evidente l’influsso rahneriano), a stare in compagnia del Figlio di Dio ricevendo l’eredità quali figli del Padre suo. Di fronte a tanta grandezza, l’uomo si ritrova impaurito e titubante.

Ecco allora che compare lo Spirito Santo “in forma corporea come una colomba”, a rassicurarlo, a ricordargli che il tempo dell’ira di Dio è finito, che la fedeltà di Dio è sempre presente per aiutare l’uomo a camminare nella vita e a saper scegliere tra il bene e il male (l’Amapani crea un quadro fumoso sovrapponendo Cristo all’uomo in genere, confondendoli).

Questo Spirito discende “sopra Gesù”, per donare al Figlio delluomo “sapienza, intelligenza, consiglio, fortezza, conoscenza e timore del Signore” (qui, per la fissa di voler a tutti i costi identificare Cristo coll’uomo, viene falsificato il senso di Isaia e di tutte le profezie dell’Antico Testamento, umanizzando Gesù in maniera incompatibile col domma e negando la sua natura divina; ma il peggio deve venire).

Ma in quanto uomo anche Gesù ha bisogno di una “parola” di conferma per poter andare avanti nella sua missione (fa la sua comparsa il nestorianesimo, in quanto l’io umano di Gesù, che in verità non esiste, avrebbe avuto bisogno di una conferma per proseguire la sua missione quale Messia).

Ecco allora la voce dal Cielo a ricordargli il suo essere Figlio di Dio in una relazione di amore eterno continuamente generativo (frase incomprensibile, antitetica, che sembra voler celebrare Teilhard de Chardin, o qualcosa di peggiore).

La Parola di Dio è una parola che dona la luce e infonde la passione necessaria per poter vivere da figli nel Figlio» (si giunge finalmente all’unione definitiva tra Cristo e l’uomo. “Cristo svela pienamente luomo alluomo” scriveva Wojtyla nel 1977).

[*questo Sussidio mi è capitato tra le mani per tramite del mio parroco, che ahimè, troppo ignaro della problematica cristologica, ci si era fiondato sopra attingendovi a piene mani].

Oltre alla voce di Rahner (Gesù porta l’uomo a vivere la dimensione dell’Eternità scrive l’Amapani, fedele al principio di autocomunicazione che confonde l’ordine naturale con quello soprannaturale) e quella di Giovanni Paolo II, particolarmente secondo le sue encicliche antropologiche Gaudium et spes n. 22 e Dominum et vivificantem n. 50, che rimandano ad una concezione evolutiva dell’universo, che tende a Cristo come Omega del disegno di Dio (Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della Redenzione”), in queste righe della San Paolo si nota una evidente regressione, come dicevamo nel corpo dell’articolo, verso un più puro nestorianesimo.

Cristo – se lo scrivere del pugliese don Amapani non ci inganna – viene dipinto come una larva di personalità morale risultante dalla congiunzione di due distinti soggetti, umano e divino, quasi avente in Lui una seconda ipostasi o persona [= l’Io umano per l’appunto] — ontologicamente insostenibile nell’uomo, che non potrebbe avere in sé due persone, due io, perché cozzerebbero tra loro essendo la persona principium quod, ovvero principio di azione (altra è invece la natura, il principium quo, che in Cristo era realmente duplice).

Secondo la dottrina cattolica tradizionale, la natura umana di Cristo non ha una personalità umana o naturale, ma sussiste nella Persona divina e soprannaturale (Logos), quindi la sua natura umana non ha autonomia ontologica (nell’ordine dell’essere) né psicologica (nell’ordine dell’agire).

Invece, come leggiamo nella interpretazione dell’Amapani, Gesù avrebbe avuto bisogno di progressi e di una confermazione o assicurazione (della sua missione). Ma come e perché se è il Verbo che agisce ed opera in Lui?

Ne risulterebbe – tertium non datur – che Cristo non sussisteva e agiva in forza della Personalità stessa del Verbo, col quale non costituiva un solo ed unico essere come vorrebbe la dottrina cattolica. È questo il succo dell’esegesi erronea (eretica, mi spiace dirlo) di don Alessandro, che sospetto non si renda conto che la sua è una replica in salsa rahneriana dell’eresia di Nestorio già condannata sedici secoli orsono.

Secondo il monito di San Girolamo: col parlare impreciso si finisce col cadere nelleresia.

L’Amapani parla imprecisissimo e cade (spero inavvertitamente) nell’eresia nestoriana (e forse in qualcosa di peggiore).


La San Paolo presenta in Vaticano L’Evangeliario della misericordia, di cui l’Amapani (primo a destra nella foto) ha curato le introduzioni

Ci uniamo al Parente, che così supplicava questi teologi innovatori (che ignorano pensando di sapere): “Lasciateci credere a questo Gesù, che chiude in Sé il mistero di Dio e il mistero dell’uomo e del mondo, e porta nel nome il programma di salvezza per tutta l’umanità. Cristo in Sé, Cristo per noi” (pag. 475 de L’Io di Cristo).

Nell’evangelo, è bene ribadirlo per tutti i “Tommaso” protestantizzati di questo secolo, non c’è nulla che autorizzi a pensare in Cristo un Soggetto umano, per sé stante autonomo, e in cui vive un Soggetto divino, quasi ospite invisibile, come invece sembra suggerire don Amapani.

I testi canonici si ribellano ad un tale dualismo, che spezzerebbe l’unità profonda, teandrica, che vibra in ogni pagina del Nuovo e del Vecchio Testamento (perlomeno nella sua versione tradizionale secondo la Vulgata; forse quella della CEI non andrà esente nemmeno da errori di questo tipo).

In Teologia esisteva poi una tesi classica prima della comparsa maleodorante di Rahner – tesi che l’Amapani, evidentemente, non ha potuto studiare –, che assegnava come fine all’Incarnazione del Verbo la redenzione del genere umano dalla schiavitù del peccato, e non l’innalzamento da «figli nel Figlio» (Rahner/Amapani).

Bisognava rialzare l’uomo caduto in modo che si armonizzassero insieme la giustizia e la misericordia: quella esigeva la pena, questa il perdono. A rigore di giustizia nessuna creatura poteva riparare al peccato, che, come offesa di Dio, aveva in sé qualche cosa d’infinito dal punto di vista morale.

Era necessario un soggetto capace di espiare col dolore perché veramente uomo, e capace di espiare e riparare in modo infinito per la sua dignità di vero Dio. Ecco Cristo, il quale si presenta all’umanità per risolvere il problema della salvezza.

Tutto ciò, oggi, viene pressoché ripudiato dalla teologia cristologica, che col Rahner preferisce sostenere che la Redenzione più che liberazione dal peccato è dono che Dio fa di sé, è volontà salvifica manifestata per mezzo dellUomo Gesù («Saggi di Cristologia e di Mariologia», Paoline 1965 — e non per caso le Paoline sono il ramo femminile della Società San Paolo; buon sangue non mente).

L’esempio di un don Amapani, per tramite della società editrice San Paolo, dimostra come l’umanesimo teologico miri ad accentuare l’elemento umano di Cristo, la sua autonomia e la sua coscienza fino all’affermazione di un Io umano in Gesù, di una personalità umana psicologica in Lui, autonoma dalla Persona del Verbo (eresia nestoriana).

Alla “Cristologia dell’alto”, alla teologia dell’unione che mette in bella evidenza la divinità di Cristo e che illustra l’unione ipostatica ricorrendo all’unità ontologica dell’essere divino del Verbo e a una rigida egemonia nell’ordine psicologico, i don Amapani di questo matto mondo — insieme alla San Paolo edizioni per l’Italia — vorrebbero opporre una “cristologia del basso”, che parte dall’esperienza umana del Salvatore, dalla affermazione della sua messianicità, dalla sua funzione di mediazione, dalla realtà umana delle affermazioni in cui, sostanzialmente, appare la non-scienza di Cristo come scrive l’Amapani quando parla dei doni comunicati a Gesù dallo Spirito (sic).

Ma di più, ci troviamo davanti non solo ad una riviviscenza delle eresie dei primi secoli, ma ancor peggio ad una regressione che sta spingendo il cattolicesimo indietro sino al sincretismo filosofico-religioso il quale ricade – come asserivamo prima – nel dualismo dello spirito in antagonismo con la materia e ridiscende in una sorta di trascendentalismo platonico, che concependo la divinità come inaccessibile e avulsa dal mondo necessita di esseri intermedi (Gesù e noi) operanti tra l’una e l’altro.

Col rigettare San Tommaso (specialmente in Cristologia) e col ripudiare l’insegnamento canonico della Chiesa – che insegna il dogma dell’unione della Persona Verbo alla natura umana – non si cade solamente nell’errore teologico, ma si regredisce nettamente verso la gnosi cabalistica.

Lo facciamo notare invitando il lettore a stare ben lontano da questi “pascoli di Asmodeo” che oggi vengono smazzati in tutte le parrocchie.

Ma temo qualcosa d’altro.

Questa regressione serve, evidentemente; serve a diminuire ed alla lunga a sopprimere il culto di adorazione che presso il popolo merita la stessa umanità del Signore, santificata dalla presenza della divinità del Verbo Unigenito.

Spezzando – come fa la San Paolo editrice con i suoi Breviari – la compatta proposizione dell’Io di Gesù, l’esegesi acattolica divide Cristo rendendolo una “dossologia” vivificante in onore di Dio Padre. E il Giudaismo da venti secoli non vorrebbe altro.

I nemici bramano di strapparci i doni di Dio, perché odiano il re (Luca, XIX).

Svuotare Gesù della sua piena divinità coll’assurdo pretesto di volerlo equiparare alla nostra umanità per avvicinarlo maggiormente all’uomo, compie l’opera più empia tra tutte: chiudere la via benedetta, che Cristo ci aveva tracciata dalle sue lacrime e dal suo sangue, attraverso un dolore benedetto.

Guai a voi, dottori della legge, che vi siete usurpata la chiave della scienza, e non siete entrati voi, e avete impedito quelli che vi entravano (Luca, XI).

Per questo motivo mi accingo a voler ripubblicare “L’Io di Cristo” del card. Parente e lo presento ai lettori nella speranza che qualcuno tra loro voglia applicarvisi con amore e, attraverso il suo studio, comprendere il valore infinito di ogni più piccola azione di Cristo.

Solo così potremo continuare a difendere la nostra fede nella carne vivificante di Cristo (nell’Eucaristia), e non ce la strapperanno; solo così potremo credere nella “comunicazione reale degli idiomi” (mentre i novelli nestoriani la compromettono negando l’unità personale di Gesù Cristo come fanno le edizioni San Paolo nei loro sussidi). Solo così potremo professare l’unica adorazione dovuta a Cristo proprio perché è l’Uomo-Dio, conoscendo il profondo significato di questa attribuzione.

Solo così il cattolicesimo sarà salvo.

Le chiese si riedificheranno (Parigi). Alla fine ci verrà riedificato anche il corpo (Sri Lanka). Ma la dottrina perduta sarà perduta per sempre.

L’opera di Parente, come piccola arca contenente la tradizione cattolica, è pensata appositamente allo scopo di preservarla.

Lorenzo de Vita



(L’Io di Cristo, 500 pp., con bandelle)
 
21,00 euro
23,00 euro
(sconto riservato ai lettori EFFEDIEFFE fino al 7 maggio)




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Commenti  

 
# cgdv 2019-04-24 17:57
Nel presentare un nuovo prodotto editoriale, mai così opportuno nel suo contenuto dottrinale e teologico, Lorenzo De Vita ci dà anche una bella lezione di catechismo. I concetti sono né più né meno che quelli che venivano insegnati nelle scuole preconciliari (opportunamente semplificati ma non falsificati) dai sacerdoti o dalle suore. Allora erano gli unici ammessi all'insegnamento di questa materia obbligatoria. Oggi si è voluto che l'ora di religione, non solo fosse facoltativa, ma che fosse il trattare di Storia delle religioni da parte di docenti per lo più non altamente qualificati e preferibilmente sinistroidi. Così il gioco è fatto, unitamente a quello che si legge e si insegna nelle parrocchie come indicato nell'articolo.
Giuliano
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