III-IV Re, I-II Paralipomeni
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Un libro storico-profetico la cui importanza va al di là della nostra attuale comprensione

A sei mesi dalla pubblicazione del II° volume tratto dall’Antico Testamento (maggio 2020) presentiamo oggi il III° volume contenente i quattro libri che concludono la cronaca interrotta dal I e II Libro dei Re, il cui autore era stato Samuele e la cui figura principale era stata Davide.

Questa porzione di Antico Testamento commentata da padre Sales può rivelarsi istruttiva, addirittura improrogabile se letta secondo il perpetuo senso della Chiesa. Nei fatti del Regno d’Israele possiamo scorgere un parallelismo con la nostra situazione (privata, sociale, ecclesiologica).

La distruzione di Gerusalemme (586 a. C.) narrata in questo terzo volume è simbolo della rovina che porta nelle anime il peccato. Ma durante i tempi di tribolazione la grazia di Dio non manca, e così le mura di Gerusalemme possono essere riedificate (Salmo 51); difatti, nel fare il bene “l’uomo non si rende perseverante, perché da sé è capace di peccare, per cui ha bisogno dell’aiuto della grazia (S. Th., IIa-IIae, 137, 4). Gesù lo aveva promesso: Ecco Io sono con voi fino alla consumazione dei secoli.

L’opera in sé

Questo III° volume, il cui autore è il profeta Geremia, magnificamente annotato dal Sales per ortodossia ed erudizione con introduzioni e commenti “nei quali si raccoglie il meglio che dagli scrittori cattolici fu detto sui Libri Sacri” (Imprimi permittimus, Fr. Lud. Theissling O. P., 20 giugno 1924) esordisce narrando la storia di Salomone (970-931 a. C.), con i benefici ricevuti da Dio (il dono della sapienza), la grandiosa costruzione del Tempio (la virtù della magnificenza), ma anche le colpe commesse dall’erede di Davide (idolatria e sensualità) e i castighi inflittigli dalla giustizia divina (III Re I, 1-XI, 43); la triste menomazione nazionale a cui il governo di Salomone aveva posto le premesse sfocerà nelle vicende dei due regni separati, Giuda da una parte e Israele dall’altra.

Le preoccupazioni politiche, difatti, portarono Salomone ad ingrandire il suo regno e soprattutto il suo harem secondo gli usi di Oriente, e quindi a mostrarsi disordinatamente troppo tollerante verso i culti stranieri, fino a precipitare nell’infedeltà. Con i suoi cattivi esempi Salomone allontanò il popolo da Dio dopo averlo oppresso con tasse eccessive per poter sostenere un impero vasto e ricco, finendo col preparare da sé stesso la rovina della sua casa. Ereditato il potere, il figlio Roboam vede la situazione precipitare rapidamente tra mani inesperte: la nazione si spezza a causa della rivoluzione capeggiata dalla tribù di Ephraim; da quel momento (è l’anno 932 a. C.) la vicenda degli Ebrei si divide in quella del Regno a sud (con capitale Gerusalemme) e del Regno a nord (con capitale prima Bethel e poi Samaria) (III Re XII, I- IV Re XVII, 41) con conseguenze umanamente irreparabili.

Nel senso etimologico – ebbe a scrivere l’Abate Ricciotti – tale divisione fu simile al naufragio di un gigantesco transatlantico: “Se le due parti in cui si divise la nave non si sommersero subito, iniziarono tuttavia quell'andata alla deriva, che poté sembrare in certi momenti una navigazione agevole e prosperosa, ma la cui fine era inevitabilmente segnata: le galleggianti carcasse finirono ambedue, una appresso all’altra, inghiottite dalle onde” (G. Ricciotti, Storia di Israele, in corso di ristampa presso EFFEDIEFFE, primavera 2021).

La tribù di Ephraim era quasi sempre vissuta in antagonismo con quella di Giuda. Forte della sua origine da Giuseppe, e delle benedizioni di Giacobbe, si era grandemente sviluppata in popolazione, in ricchezza e in potenza, e già fin dal tempo dei Giudici aveva tentato di rivendicare a sé la supremazia in Israele. Occupava il centro della Palestina, aveva dato i natali a Giosuè, possedeva il santuario nazionale di Silo, era animata da spirito guerriero — motivi tutti che facevano considerare come un’umiliazione lo stare sottomessi a Giuda.

Questi sentimenti di rivalità erano condivisi più o meno anche dalle altre tribù. Il grido di rivolta era già stato udito ai tempi di re Davide (II Re XX, 1) e se durante lunghi anni era stato soffocato, bastava una scintilla per farlo riscoppiare. La scintilla si accese a Sichem, al centro della Palestina, dove si erano già tenute varie assemblee del popolo, e lì la rivoluzione trionfò. L’eredità di Salomone era compromessa specialmente per il malcontento che serpeggiava fra le tribù per via delle eccessive imposizioni fiscali. Roboam, alla morte del padre, abbandonò il consiglio dei vecchi consiglieri di Salomone e “consultò i giovani” (III Re XII, 8) ricusando di arrendersi alle preghiere del popolo che domandava una diminuzione dei tributi imposti.

Scoppiata la guerra civile e versato il primo sangue (Aduram, sopraintendente di Roboam, viene lapidato) segue lo scisma, che se era cominciato da presupposti temporali (le tasse) sfocia quasi subito in aperta rivolta di carattere anti-jahvistico: Jeroboam, capopopolo e primo re d’Israele (932-911), che era fuggito in Egitto volendo Salomone assassinarlo per i suoi tentativi di sedizione, incoronato re, allo scopo di consolidare il suo trono fa produrre dei vitelli d’oro nella città di Bethel affinché il popolo non salisse più a Gerusalemme; caccia tutti i Leviti e sacrifica di persona al posto dei sacerdoti favorendo il culto degli idoli e gli inevitabili disordini morali che ne conseguono. È l’inizio della rovina, che condurrà alla scomparsa delle 10 tribù di Israele; ma è anche il preludio della disfatta, dopo quattro secoli di longanimità, che colpirà il piccolo regno di Giuda ancora fedele — una rovina che in quanto castigo voluto da Dio si poggiò su cause naturali.

Da questa narrazione emergono i più importanti insegnamenti che possiamo trarre dal Vecchio Testamento: diffidare di sé stessi e temere in ogni tempo l’umana debolezza; ma avere anche fede, conservare la certezza che Dio non abbandona mai l’uomo, che Egli rimane un Padre sommamente bravo ad educare i propri figli: castiga per amore, mai per malizia (errore marcionista); dunque, non è mai da disprezzarsi la divina giustizia, anche se terribile, per un’eccessiva confidenza nella divina misericordia; è anzi la divina giustizia da considerarsi come un migliore strumento di risoluzione di qualsiasi problema sociale; accettarla è il primo compito del cristiano; abusare invece della misericordia in contrapposizione alla giustizia è un peccato contro lo Spirito Santo, in quanto disprezza qualcosa di divino imponendo a Dio l’accettazione dei nostri disordini (S. Theol., II-II, 130, 2).

La figura del profeta Elia (in copertina al volume) è esemplare in questo senso. Il Signore, pieno di sollecitudine, si alza nel più profondo della notte quando umanamente tutto sembra perduto, e manda i suoi servi al lavoro. Non potendo veder scomparire la sua religione, invia i suoi profeti affinché rivendichino i suoi diritti, e ne fa i capi di un movimento religioso di ritorno a un culto più puro e a una vita morale più elevata. Dio non manca mai di avere misericordia di noi inviandoci il meritato castigo che servirà a distoglierci dalla via dell’errore che abbiamo imboccato. Elia perciò è atteso nella seconda venuta, alla fine dei tempi, secondo la sentenza più comune dei teologi (Apoc. XI, 4-12).

Durante la sua prima vita, Elia, grazie al suo coraggio e con i suoi miracoli, più di ogni altro si oppose al male e impersonò la severità dei giudizi di Dio contro la corruzione e l’idolatria che avevano invaso Israele al nord. Elia viene inviato da Dio a riportare sulla retta via i fratelli separati, zelando per essi ma combattendo senza pietà i sacerdoti di Baal e la demoniaca Jezabel — donna fanatica e senza scrupoli, imperiosa e crudele, consumata per l’idolatria e piena di odio contro Jahveh e il suo culto. Come Elia ha combattuto contro Baal e Jezabel, così farà contro l’anticristo finale.

Un altro fatto miracoloso che indica l’intervento di Dio a favore del regno fedele di Davide è stato il segno di stabilità della successione al trono nel regno di Giuda rispetto alla totale instabilità di quella del Regno d’Israele, un regno che venne incessantemente colpito da avvicendamenti di teste coronate. Una sola famiglia, quella di David, occupa il trono di Gerusalemme dal principio della fondazione (932 a.C.) sino alla fine (598 a. C.), mentre nel regno separatista si contano fino a nove cambiamenti di dinastie nello spazio di soli circa 200 anni (932-721 a. C). A partire dal sovrano Jeroboam, i re scismatici si avvicenderanno in un turbine di cortigianerie, complotti, colpi di Stato, tradimenti, assassinii, che condurranno il regno nel baratro, baratro che verrà rappresentato dalla conquista Assira e soprattutto dalla instaurazione del regno di Samaria.

La presa di Samaria per mano Assira (721-722 a. C.) – il regno di Samaria era stato fondato dal re Amri (886-875 a. C.) il quale comprò il monte Samaria per due talenti d’argento per rivaleggiare con Gerusalemme, la cui capitale (Città di Samaria) diventò la capitale del regno d’Israele fino alla deportazione del popolo – fu uno degli eventi più memorabili della storia di Israele e preludio di altri eventi ancora più gravi, ovvero la caduta anche di Gerusalemme e la schiavitù di Babilonia.

Gli Assiri vittoriosi, deportati in massa gli abitanti a Ninive, per governare stabilmente il regno del nord impiegarono la più funzionale delle strategie di dominio: introdussero genti di cultura e fede contrarie a quella del territorio da sottomettere, attraverso la mescolanza di popolazioni diverse le quali vennero immigrate allo scopo di dare origine ad una razza mal definita, che più tardi verrà detta appunto Samaritana; la mescolanza di culti e stili di vita diversi in un così piccolo territorio come prodotto tattico-politico produsse una nuova forma di religione, che necessariamente gli Ebrei, al loro ritorno dalla cattività, due secoli appresso, dovettero ripudiare e sradicare con la più ostile ferocia. 

Gli effetti di questa inesorabile penetrazione del mondo Assiro in quello Israelitico apparvero in tutta la loro tragica gravezza: l’autocefalo Israele presto scomparve, come avviene a tutti i regni autocefali, e “le rovine della sua stanza erano diventate — come avveniva sempre in Oriente — un letamaio, ovvero quello dei Samaritani” (G. RICCIOTTI, Storia di Israele, § 457).

Dio però, almeno fino a quel momento, aveva ancora voluto conservarsi per sé il regno di Giuda, rimasto fedele almeno da un punto di vista concettuale. L’avvertimento era stato posto: nella miserevole fine “samaritana” del fratello al nord anche Giuda poteva intravedere un preannunzio della propria fine qualora avesse continuato nella politica di pronazione all’Assiria.

L’eredità di Davide, “progenie santissima da cui discese Maria” (Dante, Convivio), conobbe validi re-baluardi, quali Ezechia e Giosia, che per la loro pietà alle leggi di Mosè ed al culto di Jahveh preservarono per diversi secoli Gerusalemme dalla disfatta; purtroppo l’empietà di re come Manasse ed Amon, e soprattutto quella di re Achaz, portarono anche in Giuda lo spirito di indisciplina e di rivolta che era stato per primo introdotto da Jeroboam nel regno di Israele. Il popolo della Giudea, progressivamente, andava stancandosi di Dio, e invece di confidare in Lui cominciava sempre più a riporre le sue speranze nei mezzi umani e negli dèi stranieri ai quali pazzamente attribuiva i successi che i pagani, e specialmente gli Assiri, riportavano sui campi di battaglia.

La corruzione che porterà alla conquista di Nabucodonosor, re caldeo babilonese, ebbe radici antiche, avendo attecchito fin da un certo principio (con Salomone), e queste cattive radici cominciarono lentamente, sommessamente a prendere possesso del sottosuolo.

A Roboam (932-916) – che seguì le orme del padre Salomone, e non seppe tenere il regno unito e regnò irritando in sommo grado Dio lasciando che gli “effeminati (ossia uomini molli abituati ai piaceri, ndr) commettessero tutte le abominazioni delle genti” (III Re, XIV, 22) – tennero dietro successori ancora più perversi. Il perfido Achaz (736-721), camminando nella strada dei re separatisti con i quali entrò in alleanza politica, praticò in prima persona l’idolatria come aveva fatto Jeroboam, favorendo in tutti i modi nel popolo i culti più deteriori. Al culto dei vitelli d’oro e ai sacrifici offerti sugli alti luoghi (che prima del Tempio di Salomone servivano esclusivamente a Jahvè), Achaz, per ingraziarsi gli Assiri di cui cercava protezione politica, introdusse l’adorazione pure degli dèi, giungendo a farsi di getto delle immagini di Baal (assoluta scempiaggine). “Achaz – sentenzia il padre Sales – manca di confidenza in Dio, e invece di ricorrere al Signore si appiglia ai mezzi umani, che riusciranno fatali al regno di Giuda, come lo furono per il regno d’Israele”.

Re Ezechia (721-693) fu il forte che arginò temporaneamente la futura tempesta; egli torna a distruggere l’idolatria, e per tale motivo viene da Dio liberato dall’invasore Assiro, il quale già aveva cominciato ad incombere anche al sud a causa del debole Achaz; prendendo le mosse da motivi religiosi, Ezechia lancia tra i superstiti del regno un appello nazionale, richiamandoli moralmente, e in parte anche materialmente, all’antico centro jahvistico dell’intera nazione. Purtroppo a Ezechia seguì un re scempio come Manasse (693-639) che getta la nazione in un abisso di male così profondo che Dio, da quel momento, decide di vendicare il suo onore abbandonando Giuda e Gerusalemme alla loro sorte. Il governo di re Josia (638-608), ristoratore della vera religione e distruttore dell’empietà tanto che «egli è una delle più belle figure del Cristo» (mons. Antonio Martini) non fu sufficiente a colmare l’abisso portato da Manasse.

Se con un re come Giosia la rinnovazione dell’alleanza ottiene una dilazione dei castighi, questi però non possono essere rimandati per sempre. La misericordia senza la giustizia non giova all’uomo e non rende gloria a Dio.

Possiamo trarre la conclusione che gli insegnamenti dell’Antico Testamento sono davvero istruttivi e fanno molto riflettere, proprio perché narrano la storia dell’uomo che purtroppo commette sempre gli stessi errori essendo comune la radice del male che lo affligge a partire dalla prima ribellione; in questo senso la storia può essere definita ciclica, ripetendo in parte sé stessa; perché, come insegna San Tommaso, se “nell’uomo c’è qualcosa di grande che deriva dal dono di Dio, ci sono [pure] dei difetti dovuti all’infermità della sua natura” (S. Theol., II-II, 129, 3). E questi tendono a ripetersi.

Così, quando le difese morali di una nazione si abbassano, quando la conformità con la legge oggettiva dei valori posta antecedentemente da Dio viene meno, quasi sempre, quasi inesorabilmente, segue la devastazione e anche la sconfitta, militarmente e umanamente parlando.

Accerchiata dai nemici (gli Assiri e i Caldei babilonesi) la Giudea viene definitivamente invasa a partire dal 598-597 a. C. Con la destituzione dell’ultimo re Jechonia (o Joakin), che regna tre mesi prima di essere dimesso e incarcerato, si ha l’interruzione dell’eredità di Davide su Gerusalemme che durava ininterrotta da quattro secoli. Il reggente Matthania (o Sedecia), eletto da Nabucodonosor quale suddito dipendente da Babilonia, regna undici anni fino al 586, anno in cui avviene la rovina definitiva della città: il sovrano babilonese distrugge Gerusalemme, distrugge il tempio (ivi compresa l’arca della Alleanza), e deporta il popolo a Babilonia.

Dio, per arrestare il popolo nella via del male permette la conquista della terra promessa, permette la distruzione di Gerusalemme, permette che la sua posterità – dalla quale Isaia aveva vaticinato la nascita del Messia – venga condotta nell’Assiria e poi in Babilonia (IV Re XVII, 6-23 – XXV, 21). Umanamente sembrerebbe una sconfitta definitiva. La famiglia e il trono sul quale il Re Messia avrebbe dovuto assidersi, eccola deportata e il regno cancellato. Dio però riserva per sé tempi migliori e dal “niente” (in termini di un piccolo numero di uomini) rifonderà il suo regno.

La schiavitù di Israele viene narrata da Geremia (anche lui deportato) nel libro IV dei Re fino all’anno 37° della cattività (561-560 a. C.), allorquando il sovrano di Babilonia Evilmerodach rialzò il capo a Joakin che da quarant’anni era posto agli arresti (IV Re, XXV, 27); nell’onore reso al re carcerato il profeta Geremia ha voluto far intravedere l’alba di un giorno migliore per tutto il popolo. Ed in questo punto si concludono i Libri dei Re.

Paralipomeni

Più brevemente la seconda parte del III° volume viene composta dai due Libri dei Paralipomeni. L’autore dei Paralipomeni (παραλειπόμενα, cose omesse), cominciando dal primo uomo, narra per sommi capi la storia d’Israele fino all’esilio, e poi fino al tempo di Esdra e di Nehemia, i quali ritorneranno in patria per essere protagonisti della restaurazione; perciò i Paralipomeni furono certamente scritti dopo il ritorno dei Giudei dalla cattività di Babilonia.

La questione dell’autorità storica dei Paralipomeni è di grande importanza poiché se quanto in essi è narrato corrisponde alla realtà oggettiva delle cose, cadono di conseguenza tutte le false teorie dei razionalisti intorno all’origine “recente” dei libri di Mosè e delle leggi cultuali del Levitico e del Deuteronomio, che i restauratori di Gerusalemme e i ricostruttori del tempio cominciarono a riportare in voga come tradizioni trasmesse da molti secoli addietro (circa 900 anni).

I Giudei, una volta ritornati da Babilonia, si trovavano esposti alle incursioni e alle violenze di molti nemici che nel frattempo si erano insediati nei territori non custoditi, e correvano pericolo di essere assorbiti dai popoli pagani che li circondavano. Essi avevano quindi bisogno di essere animati con l’esempio dei buoni re del passato, per mantenersi fedeli alla pratica della legge e all’osservanza del culto ristabilito e ad avere rinnovata fiducia in Dio, il quale non avrebbe mancato di accorrere in loro aiuto e di benedirli. Posto il fine dei Paralipomeni (raccontare a mo’ di edificazione le gesta dei re fedeli a Dio), si può ritenere come probabile che i due libri (che in verità ne formano uno solo) siano stati scritti da Esdra, «il sacerdote di stirpe e lo scriba, scriba delle parole dei comandamenti di Jahvè» (Esdra, 7, 11) il quale animò la volontà di restaurazione nazionalistico-monarchica dopo la deportazione.

Gli antichi Padri (S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto, lo Ps.-Atanasio, S. Isidoro di Siviglia) ritenevano che i Paralipomeni fossero un supplemento alla storia precedente narrata dal Pentateuco, e contenessero la narrazione delle cose omesse nei quattro libri dei Re. Tale concetto però, come scrive padre Sales, non corrisponde né all’argomento, né al fine dei due libri, e perciò la parola Paralipomeni viene tradotta meglio con cose trasmesse — per indicare che si tratta di una raccolta di documenti trasmessi per vario tempo di generazione in generazione prima di venire consegnati per iscritto, o essere raccolti in un volume appunto dallo scriba Esdra.

La prima parte dell’opera è una lunga serie di genealogie molto rapide. Ma giunto a David l’autore si sofferma, e ne descrive più ampiamente la storia, talvolta ripetendo quasi alla lettera oppure compendiando o amplificando la narrazione dei Re, e tal altra aggiungendovi nuovi fatti tuttora inediti. Lo stesso metodo viene applicato a Salomone, e ai suoi successori nel regno di Giuda fino a Sedecia. Il libro si chiude con l’editto di Ciro, che nel 538 permette agli Ebrei di ritornare nella loro patria. Del regno scismatico d’Israele Esdra non parla mai direttamente se non per i rapporti che ebbe col regno di Giuda.

La storia della salvezza e della alleanza con Dio, da Esdra, viene quindi sempre considerata sotto il rapporto della religione: i re sono giudicati buoni o cattivi, prosperati o puniti a seconda se furono fedeli o infedeli a Dio e alla sua legge. Ciò per mostrare ai correligionari rimpatriati come la prosperità anche temporale della nazione dipendeva dall’osservanza della legge e dalla pratica fedele del culto. Tutta la storia dei Giudici e dei Re ricostruita da Esdra ci mostra Israele vincitore quando è fedele a Dio, ma vinto ed oppresso quando si allontana dalla legge. Lo spirito di Esdra sarà vivo secoli più tardi, nella resistenza del puro jahvismo condotta dai fratelli Maccabei.

Utilità di questo III° volume

Col terminare diremo che al di là del completamento dell’opera in sé riguardante la Bibbia Martini-Sales (completamento che avverrà durante l’estate 2021 con il IV° volume), questo III° volume (Re e Paralipomeni) ha di diritto il suo posto nel canone sia per la sua utilità storica che per quella morale e religiosa.

Da un punto di vista teologico è utile per capire le conseguenze di un allontanamento da Dio; da un punto di vista storico è molto interessante perché in questo scorcio i grandi Imperi dell’antichità, quali il Caldeo-babilonese, l’Assiro, l’Egiziano, intrecciano le loro vicende a quelle di Israele dando alla storia biblica una ulteriore conferma di veridicità. Padre Sales si supera nello spiegare bene tutto, erudito delle cronache del tempo, e in campo dommatico nel produrre un commento che ancora oggi è allo stato dell’arte e che da un punto di vista storico-archeologico solo l’abate Ricciotti, disponendo di nuovi rilievi provenienti dalle scoperte compiute in Medioriente tra gli anni ’20 e ’30, andò a completare (Storia d’Israele — EFFEDIEFFE primavera 2021).

Dal punto di vista del senso morale, invece – stando ai quattro sensi attraverso i quali poter leggere le sacre Scritture: il letterale, l’allegorico, il morale e l’anagogico, – l’apostasia delle dieci tribù era figura e immagine dell’apostasia di tutta la nazione da Gesù Cristo, e il profeta Geremia parlando della prima mirava pure alla seconda.

Se crediamo che la Sacra Scrittura ci è stata data per farci da guida ed essere strumento per interpretare i tempi storici; se la disfatta di Israele possa essere figura della apostasia attesa per gli ultimi tempi, è possibile che nelle vicende narrate nei Libri dei Re si contenga anche il futuro della Chiesa e il nostro futuro – che, cioè, possa attenderci umanamente una disfatta. L’esemplarità dei fatti ivi narrati è perlomeno eclatante.

Ma è bene ricordare che il fine a cui tende Dio, permettendo il male con volontà conseguente, non è il progresso dell’umanità come voleva J. Maritain, bensì un ritorno all’ideale di vita cristiana il quale è invariabile, univoco, valido in ogni epoca secondo la volontà di Dio detta antecedente.

La Giustizia divina è correttiva; nel punire risanerà splendidamente l’intero corpo della nazione inficiando il tentativo nemico; dall’“esilio” torneremo nuovamente a Dio.

Essere piccolo resto, essere testimoni e custodi della purezza del culto come Elia o re Josia non significa salvarsi abbandonando il gregge che si è disperso; significa avere l’incarico di riportare gli altri al vero Dio attraverso la conformità con la legge oggettiva dei valori. Perché “giovare agli altri è meglio che conservare sé stessi nel bene” (S. Th., II-II, art. 3, 3) e “il bene del popolo è superiore al bene di un solo individuo” (Aristotele, Etich. 1, 2).

Il giorno in cui il Re dei re deciderà che è venuta l’ora di pigiare “lo strettoio del vino del furore dell’ira di Dio onnipotente” (Apoc., XIX, 15) potrebbe essere vicina. Ma a giudicare del bene che ancora dobbiamo compiere e della restaurazione che deve riparare al mal tolto (dare a Dio quel che è di Dio facendo penitenza dei peccati) quella fine può essere ancora lontana nel tempo.

A Dio i disegni; a noi di pregare per essere degni di farvi parte.

Edizioni EFFEDIEFFE



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