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Il Coraggio della Verità: gli Atti degli Apostoli
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Le due Colonne della Chiesa, dipinte da San Luca nel più bel libro di avventura mai scritto

Da quel tesoro di saggezza che è “L’imitazione di Cristo”, traggo queste parole:

“Nella carne e sotto il peso della carne devi spesso patire, poiché non sei capace di stare interamente e continuamente in occupazioni spirituali e nella contemplazione di Dio (…) Devi sopportare con pazienza il tuo esilio e la tua aridità di spirito, fino a che Io non venga a te (…) [allora] ti farò dimenticare le tue fatiche nel godimento della pace interiore e ti aprirò dinanzi il campo delle Scritture, nel quale potrai cominciare a correre con animo sollevato ‘la via dei miei comandamenti’”.


Correre con animo sollevato: sono queste parole ad avermi particolarmente colpito, perché suggeriscono alla nostra mente qualcosa di unico, qualcosa che così raramente, in questa vita fatta di fastidi, sacrificio e fatica, possiamo facilmente sperimentare. È una corsa leggiadra quella qui promessa, fatta di emozione spirituale, più spesso di commozione sincera. Dio ci assicura che le fatiche, connaturate all’uomo, se non possono essere vinte (devi sopportare con pazienza il tuo esilio), possono essere però dimenticate, quasi trasformate in qualcosa d’altro; è una promessa che scaturisce dal godimento di una pace molto particolare (che non è quella dei buddisti), una pace interiore vera, la quale deriva sempre dall’avere solo Lui per amico. Benché donata quasi gratuitamente, tale amicizia va coltivata costantemente e con molta tenacia da parte nostra, senza mai mollare la presa, pena il raffreddamento spirituale che sempre minaccia la natura umana.

Tra alti e bassi (inevitabili all’uomo) possiamo allenarci in questa pratica quotidiana come fosse una preparazione atletica, il cui ossigeno non entrerà attraverso i polmoni, e non verrà prodotto dall’aria che respiriamo, ma sarà soprattutto generato dalla preghiera e dalla meditazione (sulla vita e la Passione di Cristo), le quali a volte saranno molto leggere e proficue, come lo sarebbe il correre su di un terreno pianeggiante, a volte saranno pesanti e stanche, apparentemente inutili ed impraticabili a causa del terreno ripido che ci si para dinanzi; essendo però lo Spirito a sostenere la nostra andatura (le nostre forze sarebbero difatti manchevoli), non dipenderà da noi il nostro avanzamento (se non in minima parte), e l’esito della corsa non saremo mai in grado di conoscerlo fino in fondo. La cosa più saggia è lasciarlo interamente nelle Sue mani.

Nonostante tale celeste Sostegno, rimane il fatto che l’uomo non è capace di stare interamente e continuamente assorto in tali occupazioni spirituali. Dio, Padre premuroso, anche in questa nostra ulteriore limitatezza viene a soccorrerci (non ci abbandona veramente mai), promettendoci, per ristorarci un po’ e sollevarci un poco, qualcosa di più concreto ed adatto alle nostre bocche materiali, qualcosa di più immediato e coinvolgente, direi anche entusiasmante. È il Campo delle Scritture, nel quale Dio ci assicura che potremo correre con maggior facilità e guadagno (e soprattutto con animo sollevato) la ‘via dei suoi comandamenti’, i quali, oltre a donarci quel godimento promesso della pace interiore, se sapremo praticarli ci metteranno da parte per la vita eterna (come avvenne con S. Paolo e S. Barnaba). È un tesoro meraviglioso quello che Dio ci mette a disposizione, e sarebbe stoltezza non farlo fruttare a fondo.

È pur vero però che il campo delle Scritture per i tempi di confusione nei quali ci dibattiamo — non sempre ci permette oggigiorno di correre con animo sollevato, ma più sovente ci si presenta come un terreno minato e irto di ostacoli; anche questo campo difatti non solo non è stato risparmiato dalla contaminazione (anzi, è risultato essere il primo terreno di scontro) ma è andato soggetto ad una profonda “riformulazione” (chiamiamola pure “manomissione”) — manomissione causata da un aggiornamento lessicale e terminologico che non si è limitato a modernizzare la lingua, ma che subdolamente ha via via stravolto i concetti espressi e gli stessi contenuti, che fino a prova contraria sono “parola immutabile di Dio”. Ma allora? Il cattolico — ipotizzo — non sa o non si rende pienamente conto della gravità della questione, la quale, in fin dei conti, è molto più che una semplice manomissione: è un vero e proprio abominio.

Non parliamo poi di eventuali esegesi (ormai molto rare), sempre più incapaci di spiegare il significato dei tesori sotterrati nel campo delle scritture, sempre più lontane da una vera tradizione apostolica — aleggiando ormai, anche nel cattolicesimo, lo spirito protestantico della auto-interpretazione, che più che farci trovare tesori ci fa incappare in fasulle interpretazioni, generate dalla ribellione dell’uomo ai disegni di Dio (i quali non mutano mai, nonostante il passare dei secoli e delle mode).

Richard Wagner
  Gli Atti degli Apostoli
Per mettere un po’ di ordine in questa situazione caotica — ma anche per l’oggettiva bellezza dell’opera che andiamo trattando — due anni fa avevamo dato inizio al rifacimento di una celebre versione della Bibbia, certamente non “manomessa” e che venne tradotta da Antonio Martini (arcivescovo settecentesco) e successivamente commentata da Marco Sales (teologo domenicano di inizio ’900). Con la pubblicazione odierna, riguardante la porzione che ci mancava da realizzare del N. T. (ovvero gli Atti degli Apostoli), finalmente riusciamo a segnare un piccolo (ma per noi grande) traguardo. Questa versione della Bibbia, arrivata provvidenzialmente fino a noi, ha già potuto suscitare l’entusiasmo di molti lettori e, mi si dice, ha potuto aiutare anche tanti bravi sacerdoti nella loro opera missionaria (il che è cosa fondamentale nei fatti, poiché questi sacerdoti potranno farsi a loro volta protagonisti di una piccola ri-evangelizzazione dei fedeli, da troppo tempo abbandonati nella formazione delle loro intelligenze cattoliche).

Essendo la Martini-Sales un incontestabile capolavoro, un terreno veramente sicuro e scevro da trappole (come quelle scavate dalla CEI), eravamo speranzosi (ma al tempo stesso certi) che potesse essere questo il risultato di una sua riedizione dopo la prima ed unica pubblicazione avvenuta nel lontano 1914, quando la Chiesa era ancora, nella pratica e nelle intenzioni, molto simile a quella dei tempi apostolici (aspetto oggi certamente meno evidente).

È stata una bella avventura aver avuto l’opportunità di lavorare su testi di tale importanza, e la loro realizzazione ha rappresentato una palestra di allenamento dall’incredibile capacità formativa su molte questioni riguardanti la storia e la teologia. Non solo: è stata anche una piccola maratona; una corsa, spesso contro il tempo, di un piccolo editore cattolico — fatta di ostacoli e tentazioni, così piena di debolezze e miserie, ma anche di gioia e profonde soddisfazioni ogni qualvolta posso assistere allo spettacolo di aver trovato anche un solo lettore ancora capace di entusiasmarsi ed innamorarsi per questo genere di libri. È San Paolo che descrive la vita come una maratona, con l’anima del corridore che si trova in gioco di fronte al pericolo di smarrire la strada, di dimenticarsi lo scopo per cui sta correndo e soprattutto di non riuscire a conservare il testimone, che è la fede, e la buona coscienza di aver operato per il meglio (ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho conservato la fede). La mia corsa terminerà nell’esatto momento in cui saprò di aver fatto tutto quello che era nelle mie possibilità per completare il disegno formativo che il precedente editore, Fabio de Fina, riteneva necessario e salutare per il cattolico dei nostri tempi; nulla più verrà aggiunto oltre questo segno.

Autorità d’azione e Ardore nella fede

Per iniziare a raccontarvi qualcosa sugli Atti degli Apostoli mi piace riprendere quello che scrisse un sacerdote vissuto prima del Concilio, il salesiano don A. Cojazzi:

Se nel leggere i Vangeli ci sentiamo in volto la brezza accarezzante del lago, nel leggere gli Atti ci sentiamo tutta la persona sferzata da raffiche marine. Là, la divina parola del Cristo Signore penetra nei cuori degli Apostoli con dolcezze musicali; qui, Apostoli e discepoli, portatori della divina semente, invadono tutti i porti del Mediterraneo e spalancano le vele a tutti i venti. Fin dai primi secoli, i due massimi Apostoli, San Pietro e San Paolo, furono messi insieme, nella posizione simbolica che Valerio Severo offre in un’antichissima lucerna, fatta a forma di navicella. A prua, in piedi, erto il petto, braccia aperte alla parola, faccia alzata, San Paolo pare una vedetta che scruti l’orizzonte per indicare pericoli e per segnare direzioni. A poppa, seduto, busto eretto, faccia alzata, la destra al timone e la sinistra alla vela che pende gonfia da una trave crociata, governa e guida San Pietro. Il lettore deve tener rivolto lo sguardo a San Paolo, ritto in piedi, infaticato camminatore; ma deve prestar docile udito a San Pietro, seduto come Maestro e Pastore. Nelle due figure c’è l’ardore che spinge a sempre nuove conquiste quotidiane e l’autorevole gesto che insegna ad evitare gli scogli”.

Se nella descrizione del Veliero (che è la Chiesa) operata da padre Cojazzi viene significata la duplice natura apostolica di Pietro e Paolo, nell’incedere dell’imbarcazione si sprigiona la realtà storica dell’edificio divino, che andò alla conquista del mondo tra mille ostacoli e difficoltà. Quel divino veliero, la cui forza spirituale fu capace di resistere alle raffiche marine di tempi e luoghi via via più difficoltosi ed impervi, è oggi giunto fino a noi attraversando periodi di terribili tempeste miste a bonacce di mare piatto e tranquillo. Una battaglia invisibile quella della Chiesa, combattuta contro i principati e le potestà di questo mondo, affrontata superando ogni genere di insidie (al fine di irrobustirsi).

Tutte queste insidie e tutte queste battaglie — da cui la Chiesa sorse vincitrice come da un fuoco generatore — sono descritte negli Atti Apostolici, un testo che per tale motivo non è una forzatura volerlo paragonare ad un grande libro di avventure, esuberante com’è di coraggio, di eroismo e di aneddoti miracolosi (ma pur sempre veri). È noto il caso dello storico (ed apostata) Ernst Renan, il quale ammise: “Gli Atti sono uno dei più bei libri mai scritti”.

Quale straordinario “campo” allora, fatto di verità ma anche di bellezza, ci si spalanca dinanzi prendendo a leggere gli Atti (forse come con non avviene in nessun altro libro del Nuovo Testamento), essendo quella di san Luca una minuta ricostruzione della vita che condussero gli Apostoli nell’arco di trent’anni, un campo di istruzione ma anche di azione esemplari, che Dio ci mette davanti affinché ne imitiamo il coraggio nelle sfide e l’integrità nel pensiero.

Le vicissitudini che videro protagonisti San Pietro, San Paolo, San Giacomo, Santo Stefano accomunano gli uomini di ogni tempo; gli Apostoli non furono ammantati da prerogative magiche o stregonesche (come credeva Simon mago, una sorta di Harry Potter ante litteram) ma bastò loro riporre ogni speranza in Dio, unica fonte di rettitudine della volontà, per affrontare con animo sereno le più grandi persecuzioni: prigionie, torture, martiri; la tragica perdita di amici, di parenti e fratelli non indebolì mai la loro opera missionaria (anzi, la rafforzò) e nonostante una vita costellata di annunci luttuosi e tremendamente violenti non retrocedettero mai nel testimoniare la Verità, una verità che non era fatta di contenuti speculativi bensì dell’annuncio trasfigurante di Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, una verità che essi, contro ogni prospettiva umana, annunziavano contenti, per essere stati degni di patir contumelia pel nome di Gesù. E ogni dì non cessavano e nel Tempio e per le case di insegnare e di evangelizzare Gesù Cristo.

Finanche la sinagoga dovette riconoscere l’immenso coraggio di queste genti, che tutti disprezzavano per la loro origine (in realtà la Galilea era la regione più bella e ricca di tutto Israele). Gamaliele (che fu il grande maestro di San Paolo, rispettato da tutto il popolo) pronunciò queste profetiche parole davanti alla Corte suprema ebraica, che smaniava di mettere a morte Pietro e Giovanni:

“‘Uomini Israeliti, badate bene a quel che siete per fare riguardo a questi uomini. Imperocché prima di questi giorni si levò su Teoda, a dire di essere lui qualche cosa, a lui si associò un numero di circa quattrocento uomini, e fu ucciso: e tutti quelli che gli credevano, furono dispersi e ridotti a niente. Dopo questo venne fuori Giuda il Galileo nel tempo del censimento e si tirò dietro il popolo, ma egli ancora perì: e furono dispersi tutti quanti i suoi seguaci. E adesso dico a voi, non toccate questi uomini e lasciateli fare: perché se questo pensiero o questa opera, viene dagli uomini, sarà disfatta: se invece è da Dio, non potrete disfarla: che non sembri che facciate guerra anche a Dio’. E approvarono il suo parere. E chiamati gli Apostoli, battuti che li ebbero, intimarono loro di non parlare né punto né poco nel nome di Gesù, e li rilasciarono. Ed essi se ne andavano dal cospetto del consiglio, contenti per essere stati degni di patir contumelia pel nome di Gesù” (capitolo V).

I fatti

Gli Atti degli Apostoli — come certamente saprà il lettore ormai attento alle verità storiche della Scrittura — sono la naturale prosecuzione del Vangelo di San Luca; il grande apostolo, discepolo di San Paolo, medico ed uomo colto del suo tempo (fine grecista e storico erudito), fu autore di ambedue le opere: dove termina la sua prima (il terzo Vangelo) san Luca riprende la narrazione nella seconda (gli Atti) senza alcuna soluzione di continuità.

Negli Atti — ne accenno qui brevemente per coloro che non li avessero mai letti a fondo (e può capitare essendo il libro meno “noto” del Nuovo Testamento) — viene narrata la discesa dello Spirito Santo sul Cenacolo, la quale, oltre a portare sulla terra quel battesimo di fuoco di cui parlò Gesù, fu artefice di una delle più strabilianti trasformazioni sperimentate da un uomo, quella di san Pietro, il quale, se di fronte alla voce inquisitoria di una fantesca aveva negato il Salvatore, dopo la Pentecoste senza alcun timore ne annunzia la risurrezione in tutta Gerusalemme. “Quale trasformazione nel cuore di Pietro!”, esclamerà padre Sales nel suo commento. La Pentecoste fu un evento della più alta importanza nell’economia di tutta la Redenzione, la cui venuta fu anticipata non solo dalle parole del Signore, ma per secoli vaticinata dai profeti. Lo Spirito Santo era difatti ben conosciuto dagli ebrei, ed essi lo chiamavano Shekinà (“la Santa Presenza”), la quale aveva preso dimora visibile presso il popolo dell’Alleanza all’interno del Santo dei Santi. In quel luogo, sotto forma di una nuvola di giorno e un fuoco di notte, lo Spirito parlò a Mosè e ai profeti, e rivelò loro la Legge, il cerimoniale dell’agnello e l’Antico Testamento. Ma a partire dalla distruzione del primo Tempio (erede del Tabernacolo mosaico) questa santa Presenza abbandonò il popolo d’Israele (perlomeno visibilmente) poiché esso era destinato a rifiutare il suo Salvatore.

Se è pur vero che la chiesa ebraica — con il suo Tempio, con il suo Testamento, i suoi riti religiosi che risalivano a Mosè e ai patriarchi, le sue tradizioni e il suo puro culto di Dio in mezzo a tanti riti pagani — era la vera sposa di N.S. Gesù Cristo, e il suo sacerdozio avrebbe dovuto costituire la base della sua Chiesa, ciononostante lo respinse e lo condannò a morte. Il magnifico cerimoniale del Santuario posto sul Moriah, che prefigurava la venuta del Signore, doveva essere completato e compiuto passando direttamente nelle cerimonie della Chiesa apostolica. Il sacerdozio ebraico doveva finire, come i profeti avevano preannunciato. Un nuovo popolo doveva difatti nascere, distante dal Tempio materiale e dalle antiche promesse ormai compiute, sul “capo” del quale, sotto forma di una pioggia di fuoco, il ritorno visibile dello Spirito era stato promesso al fine di ispirare, istruire, fortificare e consolare quel piccolo gruppo di uomini indifesi, rimasti sulla terra a compiere la volontà di un Dio crocifisso, incaricati di costruire l’opera più meravigliosa a cui l’umanità abbia mai dato corso, ovvero l’edificio della Chiesa, che è poi quel Regno dei Cieli che da secoli era stato annunziato.

Dagli Atti veniamo anche a conoscere, attraverso interessanti particolari, come si svolgeva l’esistenza dei primi cristiani, in una Gerusalemme ormai divelta dai piani di Dio e che macerava nell’odio, iniettato dal sinedrio, nei confronti del nome di Cristo. In queste prime fasi, fatte di grandi consolazioni e grandi persecuzioni, su tutti svetta l’indomabile coraggio di San Pietro, uomo veramente nuovo, completamente trasfigurato nello Spirito ed animato da una forza tutta soprannaturale, la quale produce non solo il coraggio ma anche l’intelligenza, e di cui San Luca testimonia l’efficacia riportando fedelmente alcuni discorsi pronunciati in faccia ai nemici di Cristo. Pietro difatti, nel tentativo di dimostrare la vera natura di Colui che i giudei avevano messo a morte, disse ai giudei: “Sappia adunque indubitatamente tutta la casa d’Israele, che Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù, il quale voi avete crocifisso” (nel leggere questo passo viene presto da domandarsi se papa Giovanni Paolo II abbia mai dato una letta agli Atti degli Apostoli…).

È a partire da questi fatti gerosolimitani che san Luca inizia a presentarci la nuova Costruzione di Dio, la quale sugli Apostoli comincia ad operare attraverso le prime opere salvifiche, di conversione (3000 giudei battezzati da San Pietro) e di insegnamento, e le cui fondamenta vengono fin da subito cementate dal sangue del suo protomartire Santo Stefano. Tra i molti aneddoti narrati da san Luca, veniamo a conoscere le successive persecuzioni contro San Pietro e San Giovanni, lo sconvolgente racconto della morte di Anania e di Saffira (sua moglie), fulminati ai piedi di Cefa per aver mentito allo Spirito Santo ed essersi così resi colpevoli non solo di menzogna ma anche di sacrilegio, e soprattutto la descrizione del processo a Santo Stefano — primo martire ma anche primo diacono della Chiesa — un procedimento illegale ed iniquo tenutosi davanti ai capi della nazione deicida, durante il quale avvennero fatti straordinari riportati da San Luca come da fine cronista, e che, come sappiamo, si concluse con una lapidazione (siamo nell’anno 34) a cui fece seguito la prima, immediata persecuzione contro gli Apostoli e i discepoli, provocando la loro dispersione in tutta la Giudea e la Samaria.

Qui, lontano da Gerusalemme — città che nel piano provvidenziale doveva essere via via abbandonata in vista di Roma — conosciamo il celebre aneddoto di Simone Mago, nome dal quale proviene il termine “simonia”, che tentò di comprare con i soldi il potere che Dio concedeva agli Apostoli, e lungi dal convertirsi (anche dopo essere stato perdonato da San Pietro) diventò un tenace oppositore del cristianesimo e il padre di tutte le eresie. Seguono poi diversi miracoli operati da Cefa, tra i quali il narratore Luca riporta la resurrezione di una donna di nome Tabita, che prestava un grande soccorso ai primi fedeli e che San Pietro richiama in vita, imitando così il gesto del suo Maestro, dicendole: “Tabita, levati su”. San Pietro è poi artefice del battesimo del centurione Cornelio e della sua famiglia (un gesto indicatogli da Dio durante un’estasi), aneddoto importantissimo perché inaugura a tutti gli effetti l’apertura della Chiesa verso i Gentili ed il definitivo abbandono della chiusura farisaica in cui ancora molti discepoli confidavano; gli Apostoli capirono difatti che la nazionalità non aveva più alcuna importanza per Dio, bensì ce l’aveva la religione che si pratica, da cui provenne l’obbligo di dover estendere il campo dell’apostolato a tutti gli uomini, non solo agli ebrei.

Non a caso Luca introduce qui la folgorante conversione di Paolo in viaggio verso Damasco, la quale si interseca con il secondo martirio, quello di San Giacomo, il primo dei Dodici a versare il suo sangue per la fede morendo decapitato per mano del crudele Erode Agrippa, che per tale affronto verrà punito con la più obbrobriosa delle morti (le sue interiora, racconta il medico Luca, vennero rose dai vermi). Ha qui inizio la grande avventura dei viaggi di San Paolo (una maestosa lotta che durerà trent’anni esatti, combattuta contro i giudei di tutta la Diaspora), un uomo, Paolo, che sapendo di far violenza ai suoi più teneri affetti, e sprezzando i pericoli che gli si paravano dinnanzi, seppe generare una prospettiva ed una tenacia nell’apostolato a tal punto nuova da stravolgere completamente le fasi della storia umana, andando ad aggiungere alla dottrina di Pietro la forza del tuono che si sprigionava dal terzo Cielo (ne abbiamo già parlato in un precedente articolo).

San Luca, giunto, a questo punto della storia, opera una netta rottura narrativa. Al fine di dimostrare una perfetta identità di vedute tra i due pilastri della fede, se fino ad ora aveva (quasi) ininterrottamente esaltato la vita del primo (San Pietro) comincia adesso un identico trattamento con il secondo (San Paolo), le cui vicende prendono totalmente il sopravvento all’interno del racconto, conducendoci lontano da Gerusalemme e lontano da quelle di Pietro (che da lì a poco raggiungerà Roma per fondarvi la sua Chiesa). Il passaggio del testimone avviene precisamente al capitolo XV, nel quale San Luca ci descrive l’andamento del primo Concilio, tenutosi a Gerusalemme, dove San Paolo giunse per deliberare su questioni della massima importanza (problema dei giudaizzanti) trovandovi presenti Giacomo Minore (vescovo della città), Pietro e Giovanni.

A partire dal capitolo XVI veniamo catapultati nelle pieghe dell’impetuosa esistenza di san Paolo, che in minima parte già conosciamo dalle sue Lettere e di cui non mi soffermerò a riportare alcun aneddoto vista la varietà dei fatti ricostruiti dal suo biografo e presenti negli Atti; basti citarne uno tra i più celebri, e che più mi ha impressionato, ovvero il grandioso discorso presso l’Areopago di Atene, dove Paolo volle predicare (con poco frutto purtroppo) ai superbi filosofi epicurei e stoici, dando un Nome a quel “dio ignoto” che essi credevano di conoscere speculativamente, ma che invece ignoravano completamente.

San Luca, abbandonate le vicende di Pietro, prende a narrare i 25 anni della vita di Paolo asciugandoli in tredici, entusiasmanti capitoli, e facendo terminare le peregrinazioni dell’apostolo durante la prima delle due prigionie romane. San Paolo difatti, per sfuggire all’ira dei giudei dell’Asia Minore, in qualità di cittadino romano (che gli derivava da meriti paterni sconosciuti alle cronache) si era appellato a Cesare davanti al tribunale del procuratore Porcio Festo (uomo giusto e buon applicatore del diritto, a differenza di Pilato). L’appello a Cesare gli dava il diritto assoluto di essere giudicato solo nella città di Roma, e solo per intervento stesso dell’Imperatore (Nerone); sotto custodia carceraria venne quindi condotto via mare attraverso il Mediterraneo (siamo intorno all’anno 61). Durante questo incredibile viaggio, utile a coprire la distanza tra Cesarea (città poco distante da Gerusalemme) e la capitale dell’impero, accaddero aneddoti mirabolanti all’imbarcazione su cui viaggiavano Paolo e Luca insieme a 276 persone, fatti che san Luca ricostruisce fedelmente e con dovizia di particolari, inserendoli in un vero e proprio bollettino nautico di precisione quasi matematica (capitolo XXVII), ed interessantissimo da un punto di vista storico e geografico. Il viaggio terminerà con il celebre naufragio di San Paolo (insieme a tutto il resto della ciurma, miracolosamente illesa) sull’isola di Malta, uno sbarco ancora oggi storicamente accertabile, e conosciuto tradizionalmente dai Maltesi.

Una volta a Roma, nei due anni che l’Apostolo passò sotto “custodia libera”, ovvero nella possibilità di ricevere visite di amici e parenti, San Paolo ebbe sempre per compagno S. Luca (insieme ad altri discepoli). È proprio durante questa dimora romana che Luca ebbe tutto il tempo per poter redigere gran parte del suo prezioso libro, organizzandone e ricostruendo i fatti con struggente precisione, al fine di animare e rafforzare nella fede la giovane chiesa (fondata da San Pietro circa vent’anni prima).

È interessante ricordare un altro aneddoto curioso. Verso il termine dei due anni della prima prigionia di San Paolo (siamo intorno al 63-64) gli Atti si interrompono bruscamente (capitolo XXVIII, 11-31), lasciando l’impressione che essi siano stati sospesi anziché conclusi. Rimane incerta la ragione di questa interruzione. È possibile ipotizzare che S. Luca, dopo aver scritto il suo Vangelo ed avendo portato a compimento la narrazione su una porzione di vita degli Apostoli, secondo un suo disegno particolare intendesse scrivere un terzo libro incentrato sugli ultimi anni dell’esistenza terrena di Pietro e Paolo, o forse — collezionando dal soggiorno romano particolari inediti sulla fondazione della Chiesa per testimonianza dei discepoli convertiti da san Pietro —, dedito a ricostruire aneddoti nuovi e sconosciuti sulla vita del primo Papa, i quali non ci sono mai pervenuti se non tramite incomplete cronache di successivi secoli. Questo libro però o non fu mai scritto per motivi che ignoriamo, oppure andò perduto.

Le finalità

Prima di salutare i lettori, termino con un breve accenno al cuore del testo.

Sales, nell’introduzione alla sua opera, spiega quale fu la principale finalità che si prefisse San Luca nel comporre gli Atti, ovvero dimostrare la certezza della verità cristiana, e soprattutto l’universalità della salute apportata dal Messia, facendo vedere come pienamente realizzata la promessa di Gesù fatta agli Apostoli («Mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e in Samaria e fino agli estremi confini della terra»), e raccontando così (in faccia a tutti gli ebrei) il superamento dell’errato concetto di “Regno d’Israele” solo ristretto alla Palestina, a cui Gesù oppone l’universalità della sua Chiesa e del suo Regno, già predetta peraltro da numerosi profeti (che i giudei da una parte non leggono e dall’altra hanno rigettato assieme alla loro testimonianza).

Gli Apostoli — non essendosi  ancora spogliati del tutto dei loro pregiudizi nazionali, nemmeno dopo la Resurrezione —, prima della Pentecoste erano ancora fermamente convinti (incredibile dictu) che per il pieno adempimento delle Scritture dovesse essere necessario il ristabilimento della sovranità materiale d’Israele su tutti i popoli; solo allora, secondo i concetti rabbinici ancora così fortemente radicati nelle loro menti (non ancora cioè illuminate dallo Spirito Santo), Gesù avrebbe potuto regnare su tutta la creazione.

Signore, ricostituirai tu adesso il regno ad Israele? — domandano gli Apostoli pochi istanti prima dell’Ascensione. Egli però disse loro: ‘Non appartiene a voi sapere i tempi e i momenti, che il Padre ha ritenuti in poter suo’” (capitolo I).

Gli Apostoli non avevano ancora pienamente realizzato che quel Regno era ben lungi dal venire (il che sarà in pienezza solo alla fine dei tempi) e che la Chiesa doveva essere eretta prima attraverso la loro predicazione (con indicibili fatiche), e successivamente attraverso lo spargimento del loro stesso sangue.

Poveri, santi Apostoli. Uomini come noi, ma preordinati da Dio ad una fede gloriosa. Noterete come San Luca non omette questo passaggio, che certamente denuncia una loro incompleta preparazione, al fine di manifestare come solo con la venuta del Paraclito, come aveva già avvertito Cristo durante l’Ultima Cena, verrà infusa in loro la piena scienza dei progetti di Dio ed il coraggio per metterli in pratica. 

Un secondo aspetto (non meno importante del primo, e molto affine ai nostri tempi) è quello della realtà storico-religiosa in cui gli Atti vennero scritti. Nella composizione di San Luca emerge difatti in tutta la sua evidenza l’immensa colpa dei giudei, popolo deicida, sia per quanto riguarda la crocifissione sia per ciò che concerne la successiva persecuzione contro la Chiesa, vero Israele. Di questi strumenti, agiti certamente dal maligno, Dio, per così dire, si è servito, mettendo “a frutto” la loro malizia e la loro colpevole ignoranza per compiere grandiosi disegni di misericordia verso l’intera umanità peccatrice. Nonostante queste enormi colpe, l’annuncio che Pietro e Paolo danno a tale disgraziato popolo non è punto un annuncio di condanna definitiva, ma bensì di speranza e di remissione futura delle loro terribili colpe, di futura e certa conversione, e nuova pace che ritroveranno un giorno (dopo la loro collettiva conversione) con quel Dio che hanno sì crocifisso, ma di cui sono stati dopotutto il popolo primigenio.

Voi siete — dichiara San Pietro durante uno dei suoi discorsi ai giudei (cap. III) — i figliuoli dei profeti e del testamento stabilito da Dio coi padri nostri  allorché disse ad Abramo: ‘E nel tuo seme saran benedette tutte le famiglie della terra’. Per voi dapprima Dio avendo risuscitato il suo Figliuolo, lo ha mandato a benedirvi: affinché si converta ciascuno dalle sue iniquità.

Quale sopraffina carità quella di Pietro! Carità ma nella Verità (da cui i papi oggi dovrebbero tornare a prendere urgentemente esempio).

Per tali motivi — prosegue il Sales analizzando il periodo storico che ci interessa — è probabile che San Luca mirasse ad un altro più secondario, ma tuttavia importante obbiettivo per i tempi in cui scriveva. È noto infatti che nella Chiesa primitiva vi fu una certa divisione tra i fedeli, e mentre gli uni ritenevano (giustamente) inutili alla salute messianica i riti mosaici, fondandosi in modo speciale sull’autorità di S. Paolo, gli altri invece, appoggiandosi all’autorità di San Pietro pretendevano che l’osservanza dei detti riti fosse ancora condizione necessaria per essere perfetti cristiani. Quest’ultimi (molti dei quali in cattiva fede) mossero asprissima guerra a S. Paolo, e gli suscitarono contro violente persecuzioni dovunque egli si recò a predicare il Vangelo, non risparmiando neppure la mera calunnia. V’era quindi a temere che costoro cercassero anche in Roma — da dove Luca compose per l’appunto gli Atti — di screditare S. Paolo e presentarlo come un ribelle alle legittime autorità.

A scongiurare tale pericolo, e per illuminare i Romani sopra un punto di tanta importanza dogmatica, S. Luca destinò proprio ai Romani il suo libro, in cui fece vedere che tra i due Prìncipi degli Apostoli esisteva una perfetta identità di vedute (omette perciò l’incidente d’Antiochia, Galati, II, 11-16), e si studia di esaltare sia l’uno che l’altro delle due colonne, riferendo tutti quei miracoli che avevano parecchi punti di rassomiglianza tra loro. Nello stesso tempo dimostra che S. Paolo fu sempre ossequente all’autorità romana, dalla quale fu trattato coi dovuti riguardi, e se essa dovette talvolta intervenire contro di lui, ciò avvenne perché fu ingannata dai falsi rapporti dei Giudei e dei Giudaizzanti, e tuttavia (l’autorità romana) non mancò mai, in seguito, di riconoscere l’innocenza dell’Apostolo e la malvagità dei suoi calunniatori (la qual cosa terminò per mano del crudele animo di Nerone, che di giudaizzanti se ne intendeva e dai quali si faceva molto consigliare…).

Oggi come oggi vediamo fino a qual punto risulti lacunoso (quando non del tutto manchevole) l’insegnamento da parte della gerarchia ecclesiastica, succeditrice degli Apostoli, e quanto sia difficile trovare qualche buon consacrato disposto ad impartire un sano catechismo ai ragazzi (mi è capitato recentemente di conoscere un frate che ancora basa le sue lezioni di catechismo su quello di San Pio X, e per tale motivo è stato punito dai suoi superiori). In questa situazione disperata, suggerisco che gli Atti degli Apostoli tornino a rappresentare una base irrinunciabile su cui fondare corsi di splendida dottrina, poiché, come la vita del precedente Israele fu profondamente teologale, e vi furono profezie insite in ogni sua azione (patriarcale e sacerdotale), così, a maggior ragione, la vita degli Apostoli fu la piena realizzazione di quelle profezie, e la manifestazione, viva ed attiva, di insegnamenti celesti che si sono convertiti in azione trasformante sulla terra. Altro che pastorale aggiornata!

Non a caso San Pietro parla di “tutte le parole di questa vita”, significando con tale curiosa frase (spiega il Sales) la dottrina e gli insegnamenti di Gesù Cristo, che causano nelle anime la vera vita soprannaturale della grazia.

Preghiamo ed auguriamoci che questa vita soprannaturale Dio voglia continuare ad ispirarla nelle nuove generazioni, anche se i numeri non farebbero ben sperare, e gli operatori della messe sono davvero scarsi. Ciononostante bisogna continuare a confidare nello Spirito Santo, che, come capiremo leggendo gli Atti, ha costruito la nostra salvezza basandola su pochi e martoriati uomini. La loro fede fece tutta la differenza, non i numeri — una fede capace di sfidare il tempo, gli consuetudini ma stando nel solco della tradizione, le autorità (sempre in ciò che è giusto) e la stessa vita. Se questo genere di Fede può garantirla soltanto Cristo, leggendo gli Atti potremo infervorarci al punto di tornare ad avere il coraggio anche solo di domandarla, il che basterebbe visto che Dio non nega mai ai suoi figli ciò che è buono. Se avessimo la fede di farlo, grande anche solo quanto un granello, capiremmo qual differenza intercorre tra un’azione apostolica vera, la quale venne quasi sempre sostenuta da grandi prodigi, e una pastorale ancorata esclusivamente ad un piano terreno ed umanitaristico, che non sembra capace, nonostante le buone intenzioni, di elevare le anime all’aspirazione di una meta celeste.

Concludo questa introduzione al capolavoro di San Luca, cogliendo occasione per promettere ai lettori, come già feci per il Nuovo Testamento (eravamo nel 2015), che a partire dagli inizi del nuovo anno mi assumerò l’impegno di voler cominciare — insieme ad un ristretto numero di altri testi già attentamente “scelti” e in corso di lavorazione — la realizzazione anche del Vecchio Testamento, perlomeno nelle sue parti essenziali e nei libri che più da vicino riguardano la storia profetica dell’Antica Alleanza (e di conseguenza della nostra).

Capiremo solo nel corso dei prossimi mesi (e più facilmente anni) dove ci porterà questa nuova maratona, che passo dopo passo spero di poter correre fino al suo naturale termine insieme a qualche tenace e volenteroso lettore. San Pietro e San Paolo, ne sono sicuro, ci accompagneranno.

Lorenzo de Vita

**********
 

(Atti degli Apostoli, 168 pp., formato grande con bandelle)


12,00 euro
13,60 euro
(sconto riservato ai lettori EFFEDIEFFE fino al 22 dicembre)



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Commenti  

 
# cgdv 2016-11-25 18:54
Una bellissima presentazione che però non è solo questo ma molto di più. Leggendo queste righe è impossibile non rendersi conto di quale sia la missione dell'editore e di come occorra attingervi a piene mani in questi tempi di grande confusione, per di più e con buona probablità indotta ad arte.
Giuliano
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# Franztradizione 2016-12-07 09:30
Perseveri così, Sig. Lorenzo; la prima parte della maratona ha già dato grandi frutti (nel minuscolo nugolo di fedeli che attendono alla S.Messa che frequento, ad esempio, tutti hanno trovato grande beneficio dalla lettura Martini -Sales, e così pure il sacerdote ne ha tratto spunto per l'insegnamento).
Il Signore protegga questa vostra lodevole intrapresa.
AMDG
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