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L’ABC della filosofia politica tradizionale
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La Chiesa, in quanto rappresentazione storicamente concreta del destino spirituale dell’uomo, trovò il suo parallelo nell’Impero romano quale rappresentazione storicamente concreta della temporalità umana

Cosa deve fare la politica (il governo del popolo) per essere utile strumento all’uomo?

Deve anzitutto riconoscere le peculiarità dell’uomo (sua socievolezza naturale), la sua natura (l’uomo è naturalmente un animale sociale o politico) unitamente ai suoi limiti (peccato originale). Quindi deve collocare l’uomo nel suo giusto ordine. Come la provvidenza di Dio è il giusto ordinamento delle cose verso il loro fine, così la politica (lo Stato) è anch’essa una creatura di Dio per il governo dei popoli ordinati al loro fine ultimo, poiché l’esecuzione della provvidenza è propriamente detta governo.

Il benessere comune e temporale dello Stato — fatte queste premesse — si vede obbligato ad agire subordinatamente a quello spirituale e morale. Lo Stato è un mezzo, una creatura appunto, che deve aiutare le famiglie e gli individui a raggiungere il bene comune che da soli non potrebbero conseguire, mettere ordine alla vita e garantire la pace, che è la tranquillità dell’ordine. La sinistra, di qualsiasi formazione essa sia, è stata (in passato) e sarà sempre (anche in futuro) estranea a questo principio d’ordine, poiché la rivoluzione (dinamismo negativo) è il suo fine ultimo; mentre ogni politica storicamente di destra ha sempre garantito quel principio di stabilità perlomeno necessario allo sviluppo economico e sociale dei popoli (qualcosa di simile sta avvenendo oggi in Italia, nonostante gli ostacoli appaiano insormontabili).

La “Civiltà cristiana”, tra i due estremi, ha sempre indicato una via di mezzo anche migliore. Come colonna della verità aveva di base (fine immediato) il benessere comune temporale e sociale dei cittadini, ma il suo Fine ultimo resta il Sommo Bene; nella sua articolazione temporale accettando la conditio humana (senza fantasie chiliastiche) ma al tempo stesso sublimando l’esistenza naturale con la rappresentazione del suo destino spirituale attraverso la Chiesa (sub specie aeternitatis).

È il viaggio dell’anima cristiana compiuto da Dante: attingendo da Enea la verità del fine temporale e politico (ch’ei fu dell’alma Roma e di suo impero nell’empireo ciel per padre eletto) e conseguendo con s. Paolo la pienezza della finalità spirituale (lo Vas d’elezione [che reca] conforto a quella fede ch’è principio alla via di salvazione).

La politica difatti, la felicità terrena connessa all’Impero, interpreta solamente il fine intermedio; perciò va coltivato, ma non bisogna fermarsi ad esso (S. Th., II-II, q. 58, a. 5).

Di conseguenza, i presupposti generali per fondare una società che permetta all’uomo di conseguire il suo fine ultimo devono partire dalla consapevolezza del doppio elemento personale e individuale di cui è composto l’individuo, e delle inevitabili conseguenze che derivano da questo doppio elemento, che sono da una parte la socialità e la molteplicità delle funzioni sociali (in particolare le funzioni autoritative e subordinate) e, di conseguenza, il valore che l’uomo ha in quanto persona sussistente (valore che infinitamente trascende tutte le funzioni sociali e le associazioni costituite per il loro assolvimento — non potendo l’uomo essere mezzo di queste, ma dovendo ontologicamente formarne il fine). Ma un’altra consapevolezza fondamentale, che i fascismi trascurarono eccessivamente, è costituita dalla certezza dogmatica della radicale inclinazione al male dell’uomo, inclinazione che tende ad inquinare, oltreché le sue azioni individuali, anche quelle istituzionali.

Sulla base di questi presupposti (ovvero una corretta interpretazione dell’uomo e della sua dimensione al tempo stesso temporale/extratemporale) i Sociologi Cattolici, a partire dalla seconda metà dell’800, iniziarono ad elaborare il programma di ricostruzione della società europea — programma che venne approvato e solennemente promosso dalla Chiesa attraverso le due grandi encicliche sociali della modernità: la Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e la Quadragesimo anno di Pio XI (1931). Ciò fu fatto principalmente per porre rimedio alla proletarizzazione dei ceti più umili, proletarizzazione prodotta dalla cosiddetta “rivoluzione industriale” a causa, oltretutto, delle ideologie liberistiche che presiedettero al suo svolgimento.

Attraverso lo sviluppo di questo programma di riforma, i sociologi cattolici si avvidero ben presto che il malessere sociale creato dalla rivoluzione industriale, oltre a effetto di negletta carità, era la conseguenza di flagranti ingiustizie, ma ciò li mise in guardia contro il male della proletarizzazione, dal socialismo ritenuta fatale ma al tempo stesso benefica, perché rappresenta un necessario preludio alla palingenesi rivoluzionaria di tutta la società.

Se, come dicevamo poc’anzi, la pace, che è la tranquillità dell’ordine, è il bene comune a cui ogni Governo deve tendere, nella concezione marxista l’umanità (il proletariato) per arricchirsi — cioè per passare dal vuoto alla plenitudine, alla ricchezza — deve prima alienarsi, deve prima perdersi (nel capitalismo). Il fattore di arricchimento viene pertanto costituito dalla negazione o dalla contraddizione: l’uomo non può arricchirsi con il progresso tecnico se prima non nega sé stesso (nel lavoro alienato). Alla perdita succederebbe la riappropriazione; alla escissione la riconciliazione; alla negazione la negazione della negazione (comunismo ad alto progresso tecnico).

Perché la negazione sopprime e conserva, perché la negazione è il motore del medesimo movimento evolutivo degli esseri (è il processo di entäusserung, di kenosis, di annichilazione, che rappresenta l’essenza del sistema hegeliano).

Lo smarrimento [dell’uomo] nel capitalismo e il successivo recupero e salvazione nel comunismo, secondo il processo hegeliano di kenosis, corrisponde, in versione profana ed economico-sociale, al mistero cristiano dell’Incarnazione: come il Verbo si umilia ed ottiene la vittoria sul peccato, così il proletariato — quale nuovo redentore umiliato — salva l’umanità acquisendo gli attributi di messianità che nel cristianesimo corrispondono a Cristo.

La divinità appartiene all’uomo” dirà Feuerbach in Essenza del Cristianesimo (1841).

È l’homo homini Deus che anticipa il superuomo materialistico di Marx, il quale passando per le tappe della schiavitù, del servilismo e del proletariato raggiunge la plenitudine divina.

Ma qualsiasi sistema che razionalizza i misteri cristiani, puntando anzitutto a negare un Dio trascendente, si chiama gnosi in senso deteriore. E da questa costruzione gnostica i sociologi cattolici si guardarono soprattutto per un grande influsso positivo, che a cavallo tra i due secoli esercitò il rifiorire degli studi neoscolastici e di storiografia medioevale, che munì i maggiori esponenti del cattolicesimo sociale italiano, fedeli alla dottrina sociale della Chiesa (ad es. l’economista Giuseppe Toniolo, † 1918) di uno strumento per diagnosticare in modo completamente indipendente dai socialisti le cause profonde del malessere.

Riprendendo e riattuando i princìpi della politica tradizionale, i sociologi cattolici (noti anche come gli “apostoli” della Rerum Novarum) individuano un punto di incontro e di sintesi per contribuire a ridare voce e ruolo ad un cattolicesimo sociale che rischiava di essere superato, sul terreno pratico dal movimento socialista, e osteggiato ed emarginato sul piano delle istituzioni da un liberalismo conservatore. L’intento era di far uscire il cattolicesimo dall’isolamento e così ricollocarlo in una posizione utile al Paese, richiamando più volte la necessità di un risveglio, parlando esplicitamente di un “ridestamento” dei cattolici, invocando — come farà ancora Pio XII nel Discorso al V Congresso nazionale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (1953) — una politica cattolica universale, che vuole espandere il Regno di Cristo al di fuori del campanile e portarlo a permeare tutta la realtà in Cristo mantenendo fermi i princìpi di San Tommaso.

Questa sintesi verteva su due fondamenti: 1) un ordine sociale stabile va perseguito ed osservato, e un bene comune, già cristallizzato riguardo al suo contenuto, determinato nella sua concretezza, dev’essere mantenuto nella sua solidità. Ma se nella concezione cristiana il fine dello Stato è la promozione del bene comune, il quale inchiude sempre elementi essenziali, 2) contiene anche elementi correlativi allo spazio e al tempo e quindi ininterrottamente variabili.

Si giunse così alla comprensione più profonda del principio sul proseguimento del bene comune (bonum commune est servandum, ossia il bene comune è conservativo). Il concetto del “servare” non significa esclusivamente conservare ciò che già è stabilito e fermo (benché questo elemento conservativo non debba mai mancare), ma include nella sua essenza anche il lato dinamico, cioè una perpetua, concreta tendenza di perfezionamento, di ringiovanimento dell’ordine sociale in perfetta armonia ed adeguamento continuo alle esigenze nuove, sorte dallo sviluppo e progresso dell’organismo vivente della società. La Chiesa non vive ancorata e fissa ad un passato che non esiste più.

Questa faccia dinamica del diritto e della giustizia costituisce un carattere essenziale dell’organismo sociale al pari con il suo lato statico (un dinamismo e progresso positivo, dunque opposto al dinamismo hegeliano/marxista, tipicamente gnostico).

Così facendo la Cristianità, a cavallo tra le due Guerre, senza aggiogarsi alla cultura moderna (come fa oggi) ma conservando la sua vitalità e il suo dinamismo propulsore, superava in anticipo il futuro democratismo di stampo maritainiano — che sarà un’equidistanza di mediocrità tra errori opposti (cristianità laica e secolarizzata) — e indicava il giusto mezzo in altezza o profondità (“in medio et in culmine”) che sorpassava entrambi gli errori (comunismo e liberismo).

Le condizioni per il risanamento della società massonizzata e giudaizzata erano state dettate, ed erano vincenti: l’ordine naturale della civilizzazione veniva nuovamente garantito se il mondo, contaminato dal peccato, tornava a sottomettersi alla legge di Cristo (a Fatima la Madonna disse sostanzialmente questo).

Ma l’uomo, viziato e ribelle, preferì imboccare la ‘via larga’, che si sa dove va a finire (Mt. VII, 13).

Contenuti del nuovo libro EFFEDIEFFE

La rapida panoramica qui sopra dovrebbe indicare l’urgenza (l’utilità) di tornare a studiare le basi della politica tradizionale.

Riannodandole nel loro giusto ordinamento — dunque a partire dalle migliori fonti o radici filosofico-politiche dell’Occidente cristiano (S. Agostino, S. Gregorio I, S. Bernardo), dai grandi Canonisti (Gregorio VII, Innocenzo III, Bonifacio VIII), dei Dottori scolastici (S. Tommaso, S. Bellarmino, Suarez, Mariana) e del Magistero ecclesiastico (da S. Gelasio I a Pio XII)] — Curzio Nitoglia nel nuovo libro mette tra le mani del lettore un abbecedario, un’agile guida che lo introduce alla filosofia politica tradizionale.

Partendo dall’analisi degli errori della modernità e della post-modernità — che oggi hanno corrotto e ridotto la filosofia morale politica, che è la virtù di prudenza applicata alla Società civile e al bene comune, in partitica o parlamentarismo, che è il vizio della “clepto-crazia” degli “onorevoli” a detrimento del bene comune — Nitoglia passa ad illustrare le caratteristiche della vera politìa, che è il governo del popolo inteso come la maggior parte dei cittadini (“i più/la moltitudine”), ossia la sanior pars civitatis.

Ogni buon regime deve essere misto, e radicato nel principio della sanior pars civitatis, del popolo-canale, che trasmette compiti e funzioni di governo ad uomini atti, preparati ed onesti (i migliori); mentre al vertice, la suprema unità di governo appartiene ad un uomo, prudente e maturo (il monarca).

San Tommaso, perfezionando l’insegnamento di Aristotele (che a sua volta innalzò il sistema greco), sottolinea che la monarchia è più nobile dell’aristocrazia e che questa lo è più della democrazia. Tuttavia San Tommaso mette in guardia dai pericoli della monarchia, non in quanto pericolosa in sé bensì a causa della malizia dell’uomo (peccato originale che tende ad inquinare persona ed istituzioni).

Ecco perché la democrazia è una degenerazione della vera politìa (principio del popolo-canale), poiché non mira all’interesse comune, ma della massa, ed è quindi vera e propria tirannide della massa che negando la verticalità e la subordinazione del potere al Sommo Bene rende ingovernabile la polis.

Per capire a fondo questi passaggi, nel nuovo libro EFFEDIEFFE sono fondamentali i capitoletti intorno alla corretta nozione di persona, alla giusta interpretazione riguardo la dignità della natura umana, ed in generale la porzione dell’opera dedicata al binomio Persona e Società.

Proseguendo dipoi a trattare l’“origine del potere”, quale sia la “migliore forma di Governo” e quali siano i diritti del popolo a cui tocca di vivere sotto la tirannia (“resistenza al tiranno”), Nitoglia fissa la sua opera ricordando che il principio di subordinazione dello Stato alla Chiesa è dottrina comunemente insegnata dai Padri ecclesiastici, dal Magistero ordinario costante e tradizionale (“quod ubique, semper et ab omnibus”) e quindi infallibile.

Ciò è imprescindibile (Fatima lo insegna), perché Cristo è Re della società civile. Dio è infatti il primo fondamento di ogni legge morale in quanto ne è la causa efficiente, esemplare e finale. Come Creatore e Governatore supremo di tutto l’universo Egli ha concepito sin dall’eternità ed espresso nella creazione le leggi secondo le quali debbono svolgersi le azioni umane, esprimendo queste leggi sia nell’ordine obiettivo delle cose e nella loro natura, sia con dettati positivi (legge eterna, naturale, divino-positiva); cosicché ogni legge proviene da Dio direttamente oppure indirettamente, per mezzo di un’autorità, che da Dio fa derivare la potestà del suo comandare. L’uomo osservando questa legge morale tende al suo ultimo fine, perché la perfezione morale che ne risulta lo rende simile alla perfezione del suo divino esemplare e soprattutto perché essa lo conduce all’acquisto di Dio come soggetto di conoscenza e di amore soprannaturale (nel Paradiso).

Chi nega l’esistenza di Dio, la sua sovranità, il suo ordine e la sua Legge sottrae alla legge morale l’unico suo fondamento, che non può esser sostituito con criteri di utilità, di benessere o di imperativi categorici né con un fatto compiuto per imposizione esterna da parte di altri uomini: Non c’è potestà se non da Dio (Rom. 13, 1).

Quando si nega questo principio di finalità ecco la ‘politica moderna’, ossia il naturalismo politico. Ecco il caos. Il disordine invade l’individuo, le famiglie, la Società e lo Stato, che non avranno più pace e non potranno realizzare il bene comune, ma solo il disordine, la rivolta e l’amarezza.

La politica moderna — l’attuale mondo sconquassato dalla secolarizzazione (dalla gnosi) — va combattuta con i giusti mezzi, che sono la metafisica e la filosofia politica tradizionale, senza i quali la società civile risulta snaturata e conduce inevitabilmente al disastro generale.

Come non si cura una ferita profonda con una blanda fasciatura, così il fondamento del consorzio umano non può essere prima negato e poi sanato da altri criteri e da altre soluzioni storico-politiche, le quali, applicando un medicamento sbagliato (sinistra) o troppo superficiale (destra), fanno peggiorare la ferita e conducono al disastro (nel quale oggi ci troviamo). Dai frutti si conosce sempre l’albero.

A noi — all’attuale e si spera futuro corso politico — resta la parte più ardua: mettere in pratica l’ABC della filosofia politica tradizionale dopo averla studiata ed approfondita.

Ma non sarà un lavoro senza frutto. Se nell’immediato non è probabile la ricostituzione di una societas vera (ovvero christiana), tuttavia occorre sempre tener vivo il principio o l’ideale della filosofia politica perenne, insegnata dall’agile libro dell’amico Nitoglia.


Lorenzo de Vita




(Sintesi di Filosofia della Politica, 96 pp. formato piccolo)
 
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Commenti  

 
# cgdv 2018-10-27 10:07
Come al solito una bella e stimolante presentazione di un testo, che con questi presupposti, servirà senz'altro a ricondurci sulla via maestra (o quantomeno a riconfermarci di esserlo).
Giuliano
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