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Lev Trotskij — La vita e le opere (3)
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Dalla sconfitta alla destituzione

La malattia e la morte di Lenin favoriscono Stalin

Lenin, a causa della sua malattia, a partire dall’autunno del 1922 non poté assistere a nessuna riunione del Politburo. Quindi Stalin ne approfittò per poter plasmare l’Ufficio politico a suo piacimento. Trotskij vi si trovò completamente isolato con la sola amicizia di un Lenin oramai dimezzato e di Bucharin, che poi lo abbandonò. Stalin si alleò con Kamenev e Zinoviev e i tre assieme fecero tutto il possibile per impedire che Trotskij succedesse a Lenin come questi avrebbe voluto.

«Lenin morì il 21 gennaio del 1924. Però praticamente uscì di scena un anno prima, a causa della sua malattia, e, nel 1923 il Partito era oramai “fuori tutela”. Altre personalità si fecero avanti: Zinoviev, Kamenev e Stalin, ma al principio dell’anno, un uomo si distinse tra tutti gli altri: Trotskij. Non vi fu occasione in cui non fosse alla ribalta; scrisse sui giornali articoli di grande vigore su qualsiasi argomento, che spiccarono rispetto alle piatte dissertazioni degli altri uomini politici. La “Pravda” ha sempre spazio per lui» (Sorlin, Lénine-Trotski-Staline 1921-1927, Parigi, Armand Colin, 1972).

Stalin, tuttavia, pur scendendo in campo scelse la linea del silenzio e non fu quasi mai nominato da nessuna parte. La nomina a Segretario generale, nell’aprile del 1922, passò sotto silenzio e quasi inosservata sulla stampa. La “Pravda” del 4 aprile gli dedicò solo uno scarno trafiletto anonimo. Ma questo silenzio non fu casuale; Stalin scelse volontariamente il ruolo dell’eminenza grigia (cfr. Sorlin, cit.).

L’ingenuità e il silenzio di Trotskij

Trotskij chiese che la critica fatta da Lenin del Rabkrin (Ispettorato degli Operai e dei Contadini) diretto da Stalin venisse pubblicata, ma il Politburò oppose un netto rifiuto. Inoltre lo Schema di riorganizzazione del Comitato centrale redatto da Lenin e presentato da Trotskij fu bocciato, prendendo a pretesto alcune lievi divergenze tra lo Schema originale di Lenin e l’esposizione tracciata da Trotskij. Anzi, gonfiando il caso, si accusò Trotskij di aver travisato il pensiero di Lenin.

Il punto decisivo divenne la questione della Georgia. Lenin pur essendo ammalato, esortò Trotskij ad attaccare duramente Stalin, leggendo le note dettate da lui stesso non davanti al Politburo, ma davanti al Comitato centrale, che era più numeroso per poi renderle pubbliche durante il XII Congresso del Partito. Sembrava che per Stalin fosse arrivata la fine. Se Trotskij avesse letto le note di Lenin al Congresso lo avrebbe stritolato. Nonostante il suo isolamento nel Politburo Trotskij manteneva integra la sua fama in tutta la Russia agli occhi della quale appariva il degno successore di Lenin.

Sennonché Kamenev andò, falsamente, a trattare la resa con Trotskij, spacciandosi per vinto. Ingenuamente Trotskij fece il magnanimo. Non volle stravincere e umiliare i suoi avversari. In lui forse rimase sempre una certa traccia del vecchio romanticismo e sentimentalismo. Può darsi “orgoglio e senso di superiorità gli impediscono di impegnarsi sino in fondo contro un rivale che non giudica alla sua altezza? Buon gusto gli impedisce di assicurarsi la successione a Lenin, quando Lenin è ancora in vita?” (Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 117).

Trotskij si accontentò delle scuse che Stalin proferì tramite Kamenev, non denunciò Stalin, non ne chiese la deposizione dalla carica di Segretario generale, come invece gli aveva suggerito Lenin. Si lasciò invischiare da Stalin in un compromesso contro il quale Lenin lo aveva messo in guardia.

Lenin, proprio in quel frangente, subì il secondo grave attacco che gli tolse ogni capacità di agire. Kamenev, Zinoviev e Stalin (chiamati allora “la troika”) rialzarono la testa, ripresero forza. Quel che stupisce di più è che Trotskij non cambiò atteggiamento. Continuò a sperare nella guarigione di Lenin senza contrattaccare. Il 21 gennaio 1924 Lenin morì, ma lasciò un’ultima “bomba” da far scoppiare, dopo la sua morte, contro Stalin: il suo Testamento, in cui dette giudizi precisi e chiari su tutti i principali dirigenti bolscevichi. Scrisse chiaramente che Stalin non era adatto alla carica di Segretario generale.

Stalin assesta il colpo di grazia a Trotskij

Quando la lettera esplosiva fu letta al Comitato centrale, Zinoviev perorò la causa di Stalin, dicendo che essa era frutto di un malinteso, che Lenin era malato e male informato (lasciando sottintendere da Trotskij) e quindi si era fatto un’idea falsa di chissà quale colpa di Stalin. Il Comitato centrale decise di tener segreta la lettera e di non leggerla al Congresso del Partito, come invece aveva disposto Lenin. Troskij inspiegabilmente tacque.

Dopo la morte di Lenin anche l’idillio tra la stampa e Trotskij si guastò. Il 23 febbraio 1924, VI anniversario della creazione dell’Armata Rossa da parte di Trotskij, sulla “Pravda” non apparve nessuna notizia celebrativa di Lev, anzi il giornale affermò che solo Lenin fosse stato il capo e l’organizzatore dell’Armata Rossa.

Trotskij dal lato suo giudicava Stalin un “uomo mediocre, quasi nullo”. Questo giudizio di Trotskij influenzò molte persone, data la sua grande capacità di scrivere bene e chiaramente, ma lo storico americano R. C. Tucker osservò: “Stalin fu ben più di questo, fu un politico abilissimo che si identificò con la burocrazia a ragion veduta, perché aveva capito che quello era il mezzo per giungere al potere” (The Soviet Political Mind, Norton & C., 1971). Invece Trotskij non aveva nessun alleato nell’ambiente dei burocrati del Partito e ciò gli fu fatale.

I 2 punti del trotskismo criticati da Stalin

La critica di Stalin al trotskismo si fondò principalmente su due punti: 1°) la Rivoluzione permanente e universale, alla quale Stalin opponeva la Rivoluzione in un solo Paese: la Russia; 2°) la svalutazione dei contadini o kulaki, che poi anche Stalin perseguitò con ferocia, data la loro scarsa propensione mentale verso le idee bolsceviche e il loro attaccamento alla proprietà privata terriera (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956).

1) La Rivoluzione permanente

La teoria della Rivoluzione permanente, esecrata come “eresia” del bolscevismo, fu la tematica principale sulla quale batté Stalin per eliminare Trotskij, anche se nessun comunista aveva messo in dubbio, sino ad allora, il principio secondo cui il successo completo della Rivoluzione in Russia dipendesse pure dall’aiuto che le potesse venire dallo scoppiar delle rivoluzioni in altre Nazioni e soprattutto in quelle europee maggiormente avanzate economicamente e industrialmente. Lenin l’aveva spiegato sin dal 1917 e vi contava molto, ma le speranze di altre rivoluzioni simili a quella russa erano cadute, soprattutto negli anni Venti/Trenta (che segnarono l’avvento del fascismo in Italia, del nazionalsocialismo in Germania e di altri Regimi autoritari in Spagna, Portogallo, Austria…), e perciò si sentiva fortemente il desiderio di una revisione della dottrina della Rivoluzione universale e permanente a favore di un’altra, la quale facesse sentire alla Russia che doveva contare solo su se stessa per poter restare al potere. Stalin, polemizzando con Trotskij, realizzò questa revisione della dottrina leninista e non solo trotskista e ne fece il suo cavallo di battaglia, senza – naturalmente – prendersela con Lenin (cfr. Leonard Schapiro, Storia del Partito Comunista Sovietico, Schwarz Editore, 1962).

Pertanto la nuova dottrina stalinista divenne quella ufficiale del comunismo sovietico e quella sostenuta in passato da Lenin e ancora successivamente da Trotskij venne classificata come “eretica” e attribuita al solo trotskismo senza nominare il leninismo.

Certamente Trotskij non si sbagliava nel prevedere che l’edificazione del comunismo in un solo Paese e l’allineamento di tutti i Partiti Comunisti del mondo a quello russo avrebbe comportato 1°) una dittatura di ferro per imporre alla Russia (arretrata e isolata) i sacrifici sovrumani per l’industrializzazione forzata; 2°) il conformismo ideologico dei “Paesi satelliti” al modello sovietico e 3°) il dispotismo.

Altrettanto certo è che la teoria trotskista della Rivoluzione permanente era diventata avventurosa (date le circostanze storico/politiche, in cui il socialismo si era venuto a trovare dopo gli anni Venti specialmente in Europa) ed avrebbe rotto quell’equilibrio mondiale, che si era formato tra l’Urss con gli Usa e la GB (liberal/capitaliste) da una parte e l’Europa (in gran parte nazionalista e filofascista) dall’altra parte. Avrebbero tollerato queste altre Potenze l’espansione massiccia del comunismo sovietico sul loro territorio? Oppure avrebbero dovuto intervenire alla radice, cercando di estirpare il virus bolscevico sin dentro l’Unione Sovietica, attaccandola? Per preservare l’equilibrio mondiale e la permanenza del comunismo in Russia il prezzo da pagare, realisticamente, era quello di non spargere, sùbito e per principio, il comunismo al di fuori dell’Urss in modo tale da non infastidire le Potenze atlantiche ed europee.

2) La questione contadina

Sin dal 1905 Trotskij aveva sostenuto che i contadini erano per loro natura borghesi e attaccati alla proprietà privata. Quindi avrebbero dovuto essere guidati dal proletariato e industrializzati, affinché perdessero la loro vecchia mentalità rurale. Anche Lenin era del medesimo avviso, ma nonostante ciò vi era stata tra loro una certa divergenza quanto al modo di applicare tale teoria. Stalin riportò alla luce questa vecchia polemica e se ne servì per screditare Trotskij.

Nel giro di poco tempo Trotskij politicamente era un cadavere. Quel che colpisce di più è il fatto che restò inerte di fronte all’attacco stalinista. Alcuni storici lo spiegano asserendo che l’intrigo era estraneo alla personalità di Trotskij, mentre era congeniale a Stalin. Tuttavia allora in Urss l’intrigo divenne questione di vita o di morte e conseguentemente la morte (governativo/politica e poi anche fisica) toccò a Trotskij.

I funerali di Lenin

Alla vigilia della morte di Lenin Trotskij si ostinava a credere nella sua guarigione, mentre Stalin già si muoveva per rovinare Trotskij e questi “in preda ad una misteriosa malattia debilitante, partì per il Caucaso” (“Encountrer”, maggio 1972). Per strada venne informato della morte di Lenin proprio da Stalin, che gli dette un’indicazione falsa sull’ora del funerale, dicendogli che avrebbe potuto continuare tranquillamente il suo viaggio perché non avrebbe fatto in tempo a ritornare. Il bello fu che Trotskij credette a Stalin senza preoccuparsi di verificare la veridicità dell’informazione. “Funerali o no, è evidente quanto fosse vitale per lui in quel momento, tornare indietro, farsi vedere di persona nella capitale. E invece Lev indugiò in Caucaso sino alla primavera, abulico e febbricitante” (“Encountrer”, maggio 1972).

Riassumendo si può dire che la causa prima di tutte le difficoltà di Trotskij in quel frangente fu che non aveva un club o una lobby che lo difendesse. Prima del 1917 era famoso per la sua incapacità di formare una stretta cerchia di persone potenti intorno a sé; dopo, continuò a restare isolato allo stesso modo… era assolutamente incapace di comunicare e legare con i suoi pari, negato al rapporto faccia a faccia tra eguali. Questa incapacità nei rapporti personali costituiva il rovescio di una brillante medaglia: il suo virtuosismo pubblico, il dono di avvincere magneticamente le masse anonime con il talento oratorio e con la penna. Come portavoce delle idee, Trotskij, poteva sommergere le moltitudini con la sua voce possente; parlando direttamente e faccia a faccia agli individui dava soltanto l’impressione di un forte ego opprimente, di vanità, di superbia... quando uno sciocco parlava con Trotskij, inevitabilmente si rendeva conto di essere stato giudicato come tale. Ma se quello sciocco andava invece da Lenin, se ne tornava soddisfatto, pensando che Lenin lo stimava e che era una persona alla mano, felice di poter sottometterglisi” (“Encountrer”, maggio 1972).

La democrazia all’interno del Partito

Pur avendo commesso questo sbaglio imperdonabile, Trotskij non rinunciò a combattere. Ma fu una battaglia condotta per conto suo (con accanto pochissimi amici fidati e politicamente non influenti), senza alleati di peso e burocrati importanti e la imperniò sulla questione della “democrazia all’interno del Partito”.

Secondo lui il bolscevico non era un disciplinato obbediente passivamente, ma un uomo capace di formarsi una sua opinione personale e di difendere il proprio punto di vista. Il Partito doveva ammettere al suo interno delle correnti di pensiero, purché compatibili col suo programma. Quindi bisognava combattere i burocrati mummificati (leggi Stalin), che avevano soffocato il Partito con un “centralismo” esagerato.

Con la formula “democrazia interna al Partito” Trotskij attaccava la “troika” (Stalin, Kamenev e Zinoviev). Secondo lui tra tutti i pericoli il più grave era quello di un “Regime interno al Partito”. Sennonché la sua boria e arroganza erano proverbiali anche tra i pochi amici che gli erano rimasti e che gli stavano ancora accanto. Questa difesa ad oltranza della “democrazia interna”, ora che era caduto in disgrazia, sapeva di demagogia. Il suo sistema di lavoro autoritario era notorio quando era ancora vivo Lenin e qualcuno afferma che egli stesse instaurando il culto della sua personalità tra i suoi partigiani (cfr. Roy Medvedev, Lo stalinismo, Milano, Mondadori, 1972). Tuttavia resta il fatto che egli seppe cogliere al centro del cuore i sintomi del male che avvolse il Partito Comunista Sovietico specialmente sotto Stalin, il che non vuol dire che fossero assenti sotto Lenin.

Tuttavia, come ha notato Deutscher, in Trotskij si notano degli atteggiamenti contraddittori tra loro, che però trovano una loro spiegazione logica a seconda del periodo in cui sono stati vissuti. Per esempio, nella prima metà del 1922 egli parlava come uomo d’ordine, centralista, “disciplinarista” e autoritario, quando denunciò davanti al Partito uno dei primi Movimenti di dissenso dalla “disciplina di Partito” che si chiamava “Opposizione operaia”; nella seconda metà del ’22 entrò in conflitto con i “disciplinaristi” del Partito. Infatti le sue teorie di quel periodo erano sostanzialmente vicine a quelle del Movimento “Opposizione operaia”, che lui stesso aveva denunciato poco tempo prima. Deutscher vi vede più che una contraddizione o un parteggiare egoistico per la posizione più favorevole a quel che succedeva a lui (in auge o in disgrazia), un contrasto intimo dello spirito di Trotskij, combattuto tra autorità e libertà, un Trotskij statista per l’autorità e un Trotskij rivoluzionario per la libertà. Un Trotskij bolscevico e un Trotskij quasi anarchico; non tanto per sua convenienza, ma soprattutto per quella della Rivoluzione. Infatti, secondo Deutscher, quando la giovane Repubblica sovietica rischiava di perire, Trotskij era per l’autorità ferrea. Invece quando la Repubblica sovietica aveva sorpassato il pericolo di morte, prevalse in Trotskij il principio libertario (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956). Infine, può darsi anche che fosse una questione di carattere, che in Trotskij come in ogni altro uomo ha spesso le sue sfaccettature e contraddizioni.

Stalin e il Politburo ribattevano, accusando Trotskij di deviazionismo individualistico, che il Partito monolitico era il fondamento del leninismo e del bolscevismo. Forse Trotskij era rimasto in cuor suo un menscevico? Il suo individualismo esasperato lo dimostrava pienamente. Perciò, concludevano, Trotskij era responsabile di “deviazionismo piccolo borghese dal leninismo”.

Con questa etichetta infamante Trotskij fu “scomunicato” il 16 gennaio 1924 nel corso della XIII Conferenza convocata per l’occasione. La condanna fu ratificata a maggio durante il XIII Congresso del Partito russo e a giugno durante il V Congresso internazionale.

Trotskij, isolato dagli uomini, continuò a battersi rivolgendosi alla storia, alle idee, approfittando della pubblicazione delle proprie opere che era già in corso, inserì una Prefazione al III volume, raccogliente gli scritti del 1917. La Prefazione è rimasta celebre e s’intitolava Le lezioni d’Ottobre in cui difendeva il suo operato e attaccava quello della “troika” (Stalin, Kamenev e Zinoviev).

L’opera venne messa al bando e ritirata dalle librerie. Vi furono delle controaccuse massicce. In breve: la Rivoluzione d’Ottobre assieme a Lenin l’aveva fatta Stalin e non Trotskij. Inoltre il dibattito uscì dai confini della controversia ideologica per passare a quello dell’indignazione popolare contro la persona di Trotskij additato come un traditore della Rivoluzione, che avrebbe voluto distruggere il Partito, sostituendo il leninismo con il trotskismo, il quale non è altro che una variante del menscevismo.

Nella sua opera Le lezioni d’Ottobre Trotskij cercò di trovare un perché al fallimento dell’espandersi della rivoluzione comunista anche in Europa.  Dopo aver osservato che soprattutto in Germania la situazione era matura perché scoppiasse una rivoluzione socialista, Trotskij concluse che, se il focolaio rivoluzionario si era spento era stata colpa in gran parte dell’atteggiamento esitante dei capi dell’Internazionale comunista, qualificandoli come conservatori più che come rivoluzionari, capaci solo di attendere eternamente, opponendosi all’azione per irresolutezza.

Ma la campagna contro Trotskij continuò e fu un fuoco incrociato, diretto da Stalin, di tutti i burocrati del Partito contro Trotskij. Tutti i vecchi documenti giacenti negli archivi vennero riesumati e vennero rispolverate le polemiche tra Trotskij e Lenin del tempo passato (anche se poi erano state superate dai due compagni di Partito). Pubblicate al di fuori del loro contesto, le frasi più taglienti divennero esplosive. Per esempio, Lenin chiamò “porco” Trotskij, mentre quest’ultimo confidava i propri dubi su Lenin al menscevico Cheidze. Tutte queste citazioni estrapolate, messe assieme dettero l’impressione che Trotskij fosse veramente un menscevico in aperto contrasto con Lenin.  Nella polemica finirono anche i personaggi della “troika” (Kamenev, Zinoviev e Stalin), ma Stalin, che astutamente aveva sempre giocato il ruolo del personaggio occulto o dell’eminenza grigia, venne appena sfiorato dalle citazioni riprese e la polemica finì a tutto suo vantaggio.

La polemica iniziata da Trotskij col suo libro Le lezioni d’Ottobre si rivoltò contro di lui come un boomerang. Egli venne destituito dalla carica di Commissario per la guerra il 17 gennaio del 1925 e assegnato al Comitato delle concessioni per il commercio estero. Durante tutto il 1925 sino all’estate del 1926 la lotta tra Stalin e Trotskij sembrò essersi arrestata. Invece si riaccese ancor più violenta quando Zinoviev e Kamenev, essendosi separati da Stalin, andarono all’opposizione e cercarono Trotskij per allearsi con lui e riprendere la lotta questa volta in tre contro Stalin (cfr. P. Naville, Trotskij vivant, Parigi, Juliard, 1962).

Dalla destituzione (1925) all’esilio in Turchia (1929)

La polemica boomerang

La polemica di Trotskij contro Stalin gli si rivolse contro e nel 1925 venne destituito dalla carica di Commissario per la guerra. Durante tutto il 1925 sino all’estate del 1926 la lotta tra i due sembrò essersi arrestata. Invece si riaccese ancor più violenta quando Trotskij (formando una seconda “troika”) si alleò con Zinoviev e Kamenev, che si erano separati da Stalin, e riprese la lotta contro quest’ultimo (cfr. Pierre Naville, Trotskij vivant, Parigi, Juliard, 1962).

Trotskij in pubblico e in privato

Pierre Naville, un trotskista francese, era a Mosca quando Lev fu espulso dal Partito e lo incontrò di persona proprio in quel frangente; nella sua opera sulla vita di Trotskij (cfr. Pierre Naville, Trotskij vivant, Parigi, Juliard, 1962), racconta che questi non aveva cambiato di un solo iota le sue prospettive e la sua determinazione. Davanti a lui fronteggiò molto bene la spiacevole situazione, ma Deutscher narra anche che Trotskij “pur se offriva ai suoi seguaci un ottimo esempio di forza d’animo e di autocontrollo, tra le mura domestiche abbandonava ogni maschera e appariva accasciato e depresso. Era tormentato da un’insonnia implacabile, si imbottiva di medicine che non gli facevano alcun effetto, le febbri crittogene[1] di cui soffriva gli toglievano ogni energia. Tutta la famiglia partecipava al dramma oramai in atto. Però quando spuntava il sole e venivano gli amici tutti i componenti della famiglia atteggiavano il viso alla calma” (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956, vol. II).

Le sue due famiglie sono coinvolte

La sua tragedia coinvolse anche la sua prima famiglia, ossia quella della prima moglie (Aleksandra Solokovskaya) e delle loro due figlie (Nina e Zina). Aleksandra, benché invecchiata e abbandonata da Lev, era rimasta una fervente rivoluzionaria, per di più trotskista e a Leningrado si era impegnata nell’opposizione contro Stalin. Le due figlie vivevano a Mosca ed erano sposate con due trotskisti, entrambe con due figli. Esse furono le prime a pagare. I mariti persero lavoro e ogni mezzo di sussistenza e, a causa delle loro idee trotskiste, furono espulsi dal Partito e deportati in Siberia. Le loro mogli, cadute in miseria si ammalarono di consunzione. Nina morì per prima e Zita si suicidò (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, cit.).

La seconda moglie (Natalia Sedova), per amore di suo marito più che per passione politica, partecipò interamente alla battaglia di Lev. Il loro figlio maggiore (Liova), oramai ventunenne, era nato e cresciuto nel culto del padre, nutrendosi di politica sin dall’infanzia. La caduta di Lev fu per lui un colpo terribile. Il voltafaccia del Partito nel quale militava, che dopo aver osannato suo padre lo coprì delle accuse più infamanti, fu per lui una esperienza sconvolgente. Egli continuò a combattere a fianco di suo padre sino a diventarne il braccio destro quando dovettero andare in esilio, ma morì a 32 anni, sembra per mano di alcuni sicari di Stalin durante un’operazione di appendicite. L’altro figlio, (Sergei) di due anni minore, manifestò da sempre una profonda avversione per la politica e una certa freddezza verso suo padre; innamoratosi di una ragazza che lavorava in un circo equestre si unì alla compagnia del circo, facendo l’acrobata. Dopo 2 anni lasciò il circo e la compagna per tornare a Mosca, studiando matematica. L’indifferenza per la politica e la freddezza verso il padre scomparvero con il nascere del dramma paterno, pian piano si riavvicinò al padre e lo ricolmò di affetto. Tuttavia, malgrado questi nuovi sentimenti, non si dedicò alla politica e divenne uno scienziato. Ma la vendetta di Stalin raggiunse anche lui, negli anni Trenta, facendolo scomparire in un Gulag (cfr. Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 131).

L’ “Opposizione unificata”

Trotskij, Kamenev e Zinoviev (la nuova “troika”) formarono un gruppo nominato “Opposizione unificata”, reclutarono anche numerosi adepti, tennero dei comizi, delle riunioni, cercarono di metter su il popolo, specialmente i contadini e gli operai. Dopo Lenin erano i tre leader più brillanti, le folle nel passato li avevano acclamati e portati in trionfo. Cercarono di risuscitare nel pubblico gli antichi entusiasmi, se vi fossero riusciti avrebbero potuto ribaltare la situazione a loro favore, ma le masse non erano più quelle del 1917, il popolo rimase inerte e apatico: dopo 10 anni di fallimenti, di assassinii e di miseria la gente non credeva più al mito della Rivoluzione comunista. Le squadre degli agitatori stalinisti riuscirono, con una certa facilità, a disperdere o neutralizzare i comizi della “Opposizione unificata”. Così dopo 18 mesi di lotta fu la nuova “troika” a soccombere.

Il perché della sconfitta

Trotskij stesso si domandò come avesse potuto perdere il potere e rispose che ciò avvenne “per la diminuzione dell’influenza di alcune idee nei circoli direttivi della rivoluzione, oppure per esaurimento della tensione rivoluzionaria nelle masse, o per le due cose assieme” (L. Trotskij, la mia vita, cit.).

Il Corriere della Sera (25 agosto 1949) scrisse invece che “Trotskij perse perché commise degli errori irrimediabili, che si ricollegano tutti ad uno sbaglio originale di prospettiva; egli aveva disprezzato l’antagonista [Stalin], ne aveva sottovalutate le capacità d’intelligenza, di metodo. Lo trascurò, ritenne che con un articolo o con un discorso lo avrebbe polverizzato; quando parlò e scrisse, Stalin era ormai inattaccabile. Sarebbe stato necessario ricorrere alla forza, far intervenire i reggimenti dell’Armata Rossa, che agli ordini del suo Commissario [Trotskij, ndr] avevano sconfitto i generali bianchi Kolciak e Denikin. Quando Trotskij vi pensò si accorse che era troppo tardi”.

Andrea Caffi nel 1918 su “La voce dei popoli” n. 5 (in Scritti politici, Firenze, La Nuova Italia, 1970) spiegò che “il partito strettamente trotskista non fu mai numeroso, ma il vivacissimo pubblicista [Trotskij, ndr] era sempre letto ed ascoltato con interesse. Il suo influsso, però, è stato sempre momentaneo e quasi improvviso (al contrario di quello di Lenin). È un oratore, esalta la massa e si esalta a contatto della massa, del pericolo imminente, della formula più o meno retorica. Trotskij ha sempre creduto al miracolo del proletariato eroico. Smentito dalla realtà dei fatti, non potendo trovare un accomodamento tra le condizioni esistenti ed i fini grandiosi ai quali egli chiamava ‘Sua Maestà il proletariato’, Trotskij avrà dovuto accettare le situazioni più assurde, i ripieghi più umilianti inesorabilmente offertigli dalla brutalità degli eventi”.

Infine il suo amico e partigiano della “Opposizione unita”, Adolf Joffe, prima di suicidarsi il 16 novembre del 1927 scrisse una lettera a Trotskij, in cui gli diceva che la via della “Rivoluzione permanente” da lui intrapresa era quella giusta, ma che gli era mancata “l’inflessibilità di Lenin” e proseguiva: “Lei ha ragione, ma la garanzia della vittoria sta nella massima inflessibilità, nella più severa dittatura” e in questo Stalin fu molto più bravo di Trotskij (cfr. Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 135).

Le espulsioni (1926-1928)

Nell’ottobre del 1926 Trotskij, Kamenev e Zinoviev furono espulsi dal Politburo, nell’ottobre del 1927 Trotskij venne espulso anche dal Comitato centrale, un mese dopo anche dal Partito e dovette lasciare l’alloggio al Cremlino (dove prima vivevano gli Zar e dopo il ’17 i capi del Partito Comunista). Zinoviev e Kamenev capitolarono davanti a Stalin (poi, di capitolazione in capitolazione, arrivarono alle famose “autocritiche” nei processi di Mosca, nel 1936, e quindi alla condanna a morte). Trotskij, invece, continuò la sua lotta, isolato ma non domato. Infine il 12 gennaio 1928 la polizia politica (allora “Ghepeù”, oggi “Kgb”) deportò Lev ad Alma Ata nel Turkestan (ai confini con la Cina) per la sua attività “controrivoluzionaria”.

Deportato in Turkestan

Trotskij fu deportato ad Alma Ata, una cittadina del Turkestan torrida d’estate e gelida d’inverno, ma si adattò abbastanza bene. Pescava e andava a caccia e si guadagnava il pane traducendo Marx in russo per l’editore Rajazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca, che aveva iniziato la pubblicazione dell’Opera omnia del filosofo tedesco. Tuttavia non era perso di vista da una marea di spie, che gli ronzavano attorno col compito di riferire al Partito, ossia a Stalin.

Frattanto a Mosca Stalin, pressato da una grave crisi economica che aveva portato la città alla fame, cambiò politica e si avvicino alle tesi trotskista: basta con i contadini ricchi, i kulaki affamatori del popolo e del proletariato, occorre correre verso l’industrializzazione e la collettivizzazione della proprietà agricola! Inoltre Stalin ebbe la furbizia di far credere che si trattasse anche di un inizio di riconciliazione con Trotskij, forse aveva bisogno, in quel frangente critico, di tutto l’appoggio della sinistra, che si era divisa. Però Trotskij, un po’ troppo idealista, non accettò la “mano tesa”, non era tipo da compromessi anche ragionevoli, non si accontentava di pareggiare o di vincere, ma voleva stravincere. Quindi cominciò subito ad arringare i simpatizzanti, i possibili e futuri anti-stalinisti: finalmente Stalin ha capito di aver sbagliato e mi ha dato ragione, ma resta insoluto il problema della “democrazia interna” al Partito! Si illuse di poterla ottenere da Stalin in difficoltà. Egli poteva favorire Stalin nella sua apertura al trotskismo, però non doveva concedergli un’alleanza senza condizioni. Ma Stalin, pur attraversando un periodo difficile, era troppo potente per sottostare alle richieste eccessive di Trotskij, allora escogitò un diversivo: attrasse a sé i membri della “Opposizione unita”, spaccandola e isolando Trotskij (“divide et impera”). Tuttavia se Trotskij stava in difficoltà il trotskismo era ancora vivo e Trotskij lo capì e lo scrisse a chiare lettere: “Chi viene sepolto quando è ancora vivo, vivrà a lungo” (L. Trotskij, Lettere ai compagni russi contro la capitolazione, Istanbul, 27 luglio 1929). Tutto ciò infastidì ulteriormente Stalin e per Trotskij la situazione peggiorò.

Esiliato in Turchia

Siccome l’influenza della personalità di Trotskij, nonostante tutto, era ancora troppo grande e ingombrante e gli ostacolava il piano, Stalin lo espulse dalla Russia e lo inviò in Turchia. Nel febbraio del 1929 una nave lo trasportò, assieme alla sua seconda moglie, Natalia Sedova, dal porto di Odessa all’isola di Prinkipo, nel mar di Marmara.

Tuttavia è pur sempre vero che cacciato Trotskij (anche dalla Russia) Stalin ne applicò le teorie, anche se alla sua maniera violenta e rozza. Tutto ciò rappresentò una “vittoria” (solo teorica) di Trotskij. L’industrializzazione della Russia fu attuata sì, ma ad un ritmo talmente veloce da condannare le masse operaie e soprattutto contadine a molti dolori, fame, stenti e morte. Ci si domanda se senza la disciplina monolitica stalinista sarebbe stato possibile realizzare l’industrializzazione della Russia. Forse no. Tuttavia anche Trotskij, che in un primo momento criticò il ritmo forzato ed eccessivo dell’industrializzazione stalinista, poi riconobbe alcuni aspetti “positivi e progressisti” della “seconda rivoluzione stalinista”, la quale, secondo lui, fu una realizzazione del programma trotskista. “La grande trasformazione dell’Unione Sovietica nel periodo successivo al 1930 fu la vittoria di Trotskij nella disfatta” (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956, vol. II).

d. Curzio Nitoglia

Fine terza puntata

Continua



[1] Febbre da fieno.

 
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