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Francisco Franco (1a parte)
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L’infanzia

Francisco Franco Y Bahamonde nacque a El Ferrol in Galizia alle 0, 30 del 4 dicembre 1892. Suo padre era un ufficiale pagatore (contadòr) della Marina spagnola e si chiamava Nicolàs Franco e sua madre Pilar Bahamonde y Pardo.

La Galizia (sita all’estremo nord-occidentale della Spagna) ha un dialetto più vicino al portoghese che al castigliano, una certa “malinconia” la distingue dalle altre regioni spagnole, essa si affaccia sull’oceano Atlantico dal quale le vengono il lavoro e il sostentamento.

Nel 1892 El Ferrol era la principale delle città galiziane e contava circa 20 mila abitanti, di cui pochi ricchi e molti poveri. In mezzo si trovava il cosiddetto “terzo stato” fatto da funzionari militari o statali, tra i quali vi erano i Franco arrivati da Madrid in Galizia nel 1737 con Manuel Franco, che era il responsabile delle vele su una nave. I Franco furono tutti uomini di mare. Il nonno di Francisco si chiamava Francisco Franco Vietti ed aveva un po’ di sangue italiano nelle sue vene. Egli raggiunse il grado di generale di brigata e comprò una bella casa in Calle de Maria. Il padre di Francisco si chiamava Nicolàs, era nato nel 1855 ed aveva raggiunto il grado di maggiore, sempre nella Marina spagnola. Era un uomo molto libero nei costumi, a differenza di suo padre e di quello che sarà suo figlio Francisco; il suo matrimonio non lo fece rinsavire. La moglie Pilar era una donna molto seria, religiosa, modesta e assai caritatevole. Tutti i biografi di Franco ne hanno parlato bene, compresi quelli aspramente avversari del Caudillo (come Luis Ramirez, Franco, Milano, Della Volpe, 1966).

Gli storici che hanno scritto su Franco si possono dividere in due categorie: quelli che, più vicini alla realtà, lo descrivono come l’eroe, che ha difeso la fede e la civiltà cristiana spagnola contro l’ateismo dei bolscevichi e che ha tenuto la Spagna fuori dalla Seconda Guerra Mondiale e le ha garantito circa 30 anni di pace e sicurezza (cfr. Brian Crozier, Franco, Eyre & Spottiswoode, Londra, 1967; L. de Galinsoga – F. Salgado, Centinela del Occidente, Editorial AHR, Barcellona, 1956. Nel presente articolo mi baso sostanzialmente su Gianni Rizzoni, Franco, Milano, Mondadori, 1973 integrandolo qua e là). Ci sono poi quelli che, per pregiudizi politici filocomunisti e in odio al Franchismo, lo dipingono come un mostro sanguinario.

La signora Pilar si occupava della casa e la sera dava lezioni ai poveri della scuola operaia. Ella ebbe 5 figli da suo marito: Nicolàs, Francisco, Pilar, Ramòn e Pacita (morta a 5 anni). Alla fine i due coniugi si separarono o meglio il marito abbandonò la moglie per un’altra donna. Pilar “sempre padrona di sé, fortificata da una intensa vita spirituale, fornita di una serenità e di una saldezza che avrebbero potuto essere definite stoiche, se non fossero state cristiane” (Joachìn Arraràs, Franco, Ed. Atlas, Madrid, 1937) restò da sola al timone della casa. Francisco soffrì molto di questa situazione: il rigore morale e la concezione austera della vita e della famiglia che caratterizzò il suo carattere durante tutta la sua vita sarà uno degli effetti di questa difficile situazione familiare.

I 3 figli maschi furono avviati alla carriera militare che, data la natura marittima della Galizia doveva essere naturalmente marinara. Però quando Francisco aveva finito l’Accademia Navale Preparatoria e si preparava a diventare un cadetto di Marina, la Spagna aveva perso la guerra contro gli Usa nel 1898 e con essa le Filippine e Cuba. Il Governo spagnolo chiuse, perciò, le iscrizioni alla Accademia Navale e Francisco dovette entrare nella Accademia di fanteria di Toledo. Quella che, in un primo momento, sembrò una sventura al giovane Francisco, invece, gli aprì le porte alla carriera militare. Infatti nella marina si era promossi solo per anzianità, mentre non era così nella Fanteria e fu così che Francisco poté diventare generale a soli 33 anni, avendo ottenuto soltanto promozioni sul campo di battaglia tranne una.

Comunemente quasi tutti i biografi di Franco fanno rilevare come il suo carattere sia stato influenzato non poco dalle caratteristiche dalla sua Galizia: l’ostinazione, la flemma, la riservatezza, la pazienza, una certa lentezza o ponderatezza, la diffidenza e una certa furbizia. Luis Ramirez, fiero avversario di Franco e del Franchismo, ha scritto nel libro citato: «il galiziano evita l’assoluto, egli si tiene a distanza dal sì come dal no, risponde comunemente: “Chi lo sa?”, “Può darsi”, “Vedremo” e soprattutto “Dice davvero?”. Il carattere galiziano è molto pragmatico, lontano dal dogmatismo e riesce a nascondere le sue intenzioni».

La scuola militare

Il 29 agosto 1907 (a 15 anni) Francisco Franco viene ammesso al primo corso della Scuola di fanteria dell’Alcàzar di Toledo. “Nei tre anni di Accademia si dimostra un cadetto esemplare: studioso, rispettoso e disciplinato. È un solitario e un introverso ed è il primo della classe per il suo impegno” (Gianni Rizzoni, Franco, Milano, Mondadori, 1973, p. 13).

L’Alcàzar di Toledo era una scuola di virtù, di disciplina e di sacrificio: “gli ufficiali si preoccupavano di temprare il carattere dei loro allievi. Essi credevano nella Patria, nella Spagna cattolica e nel dovere di combattere e di morire per essa. Essi insegnavano la morale rigida del sacrificio. Dinanzi agli allievi esaltavano le virtù della disciplina e del sacrificio” (ivi).

Nel febbraio del 1912, dietro sua domanda, Francisco fu inviato in Marocco ove sbarcò il 24 febbraio a Melilla, dove le truppe spagnole stavano combattendo la rivolta di El Mizzian. Franco conobbe la sua prima battaglia il 4 maggio quando la sua compagnia riuscì ad uccidere il ribelle. Due mesi dopo Franco venne promosso tenente: l’unica promozione per anzianità, tutte le altre le otterrà sul campo di combattimento. Dopo altri due mesi ricevette la sua prima decorazione: la Croce rossa di 1a classe al valor militare. Nell’aprile del 1913 venne trasferito nel distretto di Tetuàn, ma i marocchini di El Raisuni avevano contrattaccato e cinto d’assedio la città. Il 1914 e il 1915 trascorsero in una serie continua di aggressioni, attacchi e contrattacchi. Dei 42 ufficiali spagnoli 36 caddero morti in combattimento. Franco, pur essendo sempre in prima linea, non è tra questi. È qui che comincia a nascere il mito di Franco come soldato “invulnerabile” (Gianni Rizzoni, Franco, cit., p. 18). Durante il 1914 ricevette 3 medaglie a valor militare e nell’aprile del 1915 arrivò la promozione sul campo a capitano.

Il 28 giugno del 1916 nei pressi di Biutz venne ferito al ventre da una pallottola, i medici dell’ospedale militare lo dettero per spacciato. I superiori lo promossero maggiore in articulo mortis, ma Franco si rimise, la pallottola non aveva leso nessun organo vitale e venne, quindi, premiato con la Croce di santa Cristina. “A quell’epoca il 99% dei feriti al ventre morivano. Ma la pallottola trapassò in modo talmente provvidenziale il corpo di Franco che non lese alcun organo vitale. I medici erano stupitissimi per quel caso” (L. de Galinsoga – F. Salgado, Centinela del Occidente, Editorial AHR, Barcellona, 1956). “Franco è un uomo che avanzerà nella carriera a velocità doppia degli altri perché vi dedica doppio tempo e doppie energie” (Gianni Rizzoni, Franco, cit., p. 20). Poi fu trasferito ad Oviedo nelle Asturie.

Il Marocco rappresentava in quegli anni per gli spagnoli l’ultima frontiera coloniale, “l’estremo residuo di quell’impero di dimensioni mondiali che nel giro di due secoli era completamente franato. Il tracollo finale era arrivato nella guerra del 1898 contro gli Usa. Era el desastre, una sconfitta che traumatizzò l’intera vita della Spagna” (Gianni Rizzoni, Franco, cit., p. 16).

Franco ha sempre attribuito la colpa del desastre alla massoneria internazionale. Scrivendo da giornalista sotto lo pseudonimo di Juan de la Cosa asserì che il “disastro” del 1898 non fu assolutamente colpa dell’Esercito spagnolo, ma “di oscure potenze massoniche internazionali e dell’impotente regime democratico spagnolo che governava nel 1898. L’Esercito chiedeva di combattere ed era in grado di farlo. Invece il governo abbandonò l’isola di Cuba essendo incapace di riconoscere il valore dei suoi soldati, che era riconosciuto dallo stesso nemico” (J. de la Cosa, España ante el mundo, Ed. Idea, Madrid, 1950).

Il Marocco rimase in parte colonia spagnola, ma la Francia e la Germania, tra il 1905 e il 1912, se ne spartirono la fetta più grossa e più ricca (quella di fronte all’Atlantico) mentre la parte più povera, montagnosa e affacciata sul Mediterraneo rimase alla Spagna.

1917 l’anno delle Rivoluzioni in Russia e in Spagna

“Trascinati dalla grande ondata rivoluzionaria che scuote l’Europa, da Pietroburgo a Torino, da Kiel alla Francia, i minatori della Asturie obbediscono alla parola d’ordine di sciopero generale che investe tutta la Spagna. Franco è incaricato di ristabilire l’ordine, di spezzare questo sciopero illegale. E lo fa da soldato abituato ad obbedire, da membro della casta militare, convinto di incarnare la legittimità e la verità della Spagna. Si manifesta così chiaramente la vocazione dell’Esercito a contenere con le armi l’altra Spagna, come si manifesta il destino storico del maggiore Francisco Franco, quando non ha ancora 25 anni” (Max Gallo, Histoire de l’Espagne franquiste, Ed. Laffont, Parigi, 1969).

Dopo tre anni di Prima Guerra Mondiale, la Spagna mantenutasi neutrale, si trovava nella posizione privilegiata di poter riempire i vuoti sui mercati lasciati dalle nazioni in guerra. Fu così che nel giro di pochi anni conobbe un boom economico e industriale di notevole importanza. Tuttavia i prezzi aumentarono vertiginosamente mentre i salari aumentarono solo del 10% e così scoppiarono delle sommosse in varie località del Paese (cfr. Manuel Tuñon De lara, Storia della Repubblica e della guerra civile spagnola, Roma, Editori Riuniti, 1966). “La notizia della Rivoluzione bolscevica d’ottobre agì come un esplosivo tra i militanti del proletariato spagnolo; molto scoraggiati in quel periodo, dalla sconfitta di agosto e dalla repressione che ne era seguita, si ributtarono nella lotta con rinnovato entusiasmo” (Diaz del Moral, Historia de las agitaciones campesinas andaluzas, Allianza Editorial, Madrid, 1917)

Anche gli ufficiali dell’esercito, che erano malpagati, si risentirono e si unirono in sindacati, stufi della corruzione dei politici e della passività degli alti comandi. Ma questi sindacati militari non si allearono con le forze progressiste (anarco/socialiste) del Paese e stroncarono manu militari lo sciopero degli operai nel 1917, provocando la morte di un centinaio di dimostranti e arrestandone oltre 2 mila. I militari si candidarono, così, al potere, tra l’inerzia dei politicanti e la sovversione dei socialisti, come una “terza via”.

Franco, appena nominato maggiore, prese servizio ad Oviedo il 31 maggio del 1917 e si trovò nel bel mezzo delle agitazioni. Il generale Burguete gli ordinò di domare lo sciopero dei minatori di Oviedo. Franco obbedì immediatamente e affrontò gli scioperanti, ordinando di aprire il fuoco contro chiunque opponesse resistenza e domò la rivolta in soli 2 giorni.

“Franco prese una decisione fondamentale: qualsiasi cosa fosse successa, ogni volta che ne avesse avuto la possibilità, avrebbe combattuto il disordine rivoluzionario in Spagna. La Rivoluzione bolscevica in Russia e la violenza che essa propagò nel mondo fecero nascere in lui un odio definitivo per il comunismo” (Brian Crozier, Franco, Eyre & Spottiswoode, Londra, 1967).

Tornato ad Oviedo conobbe la bella ragazza bruna di nome Carmen Polo y Martinez, se ne innamorò, ma dovette sormontare la ferma opposizione dei genitori di lei. Il padre era un ricco liberale e per di più pacifista. In breve, tutto il contrario di Franco. Il matrimonio venne fissato dai due giovani per il 1920, ma Franco fu richiamato da Oviedo in Marocco e dovette annullare le nozze.

In Marocco (a Ceuta) ad attendere Franco come suo vice, assieme ai volontari che sbarcarono da un vecchio piroscafo, c’era il colonnello Millàn Astray. Il maggiore Franco aveva rimandato le nozze per andare a combattere e dovette inquadrare i primi 550 legionari arruolati nella Legione. “Dopo 7 mesi di duro addestramento, i legionari entrarono in guerra contro il ribelle El Raisuni. La campagna proseguì sino al 1923 e consentì alla Spagna di riconquistare tutti i territori perduti nel frattempo. Franco è sempre in prima fila, per alcuni mesi sostituisce al comando il col. Astray gravemente ferito” (Gianni Rizzoni, Franco, cit., p. 32).

Franco è reputato essere un comandante duro, ma anche giusto “Franco ha un vantaggio sopra gli altri ufficiali. È più duro, più freddo e meno sensibile, ma anche più giusto. Non ci sono in lui sbalzi di umore, giorni migliori o peggiori, né favoritismi” (Luis Ramirez, Franco, Milano, Della Volpe, 1966).

La lotta cominciò a languire e Franco venne richiamato in Spagna, si recò a El Ferrol a trovare la madre e ad Oviedo a rivedere la paziente fidanzata Carmen, che tirò fuori dall’armadio il vestito bianco da sposa, ma non era ancora la volta buona! Il 5 giugno 1923 Franco fu promosso tenente colonnello e inviato in Marocco poiché la lotta era ripresa con un certo ardore. Franco partì immediatamente e Carmen dovette rimettere l’abito bianco nell’armadio, però la sua attesa finì ben presto. Ad ottobre Franco ottenne una licenza e tornò a Oviedo per sposarsi. Poi ritornò in Marocco e mentre si trovava là in Spagna avvenne il golpe del generale Miguel Primo de Rivera (il padre di José Antonio il futuro capo della Falange spagnola) nella notte tra il 12 e il 13 settembre.

Primo de Rivera propendeva per un ritiro graduale della Spagna dal Marocco. L’Esercito era inquieto e specialmente i militari che si trovavano in Marocco, tra cui Franco, che dichiarò al dittatore, nel 1924, la difficoltà dell’Esercito spagnolo in Marocco ad abbandonarlo poiché vi aveva sparso il sangue dei suoi soldati, ma Rivera fu irremovibile e la Spagna iniziò ad indietreggiare per lasciare il Marocco. Quelli furono giorni tristi per le truppe iberiche, ma per Franco e la Legione furono anche carichi di gloria. Il tenente colonnello era sempre in prima linea a proteggere il ripiegamento dell’Esercito. Fu così che venne promosso colonnello il 7 febbraio del 1925. Tuttavia i ribelli si spinsero oltre e attaccarono anche i possedimenti francesi. Il maresciallo Pétain scese in Marocco e progettò un’azione congiunta contro i rivoltosi assieme a Primo de Rivera. L’8 settembre 1925 gli spagnoli, con l’aiuto dei francesi, contrattaccarono fortemente. Franco comandava l’avanguardia e nel 1927 si arrivò alla pacificazione totale e completa del Marocco spagnolo. Frattanto Franco, il 3 febbraio del 1926, era stato nominato generale di brigata e trasferito a Madrid.

Nella capitale Franco divenne il generale favorito del re Alfonso XIII e fu invitato dal sovrano ad accompagnarlo, nell’ottobre del 1927, in Marocco a consegnare la bandiera di combattimento alla Legione. Quattro mesi dopo Primo de Rivera lo nominò Dirigente dell’Accademia Militare Generale di Saragozza, che allora esisteva solo sulla carta, ma che Franco in pochi mesi riuscì a mettere in piedi. Il 5 ottobre del 1928, 285 cadetti sfilarono davanti a Primo de Rivera e a Franco, che tenne il discorso inaugurale.

In quello stesso anno nacque sua figlia Carmencita. La dittatura di Primo de Rivera iniziò a sfaldarsi proprio allora, sotto una forte crisi economica che attanagliava la Spagna intera. Il 28 gennaio del 1930 de Rivera rassegnò le dimissioni nelle mani del sovrano, Franco lungi dall’essere danneggiato salì nelle grazie del re, il quale si recò di persona a rendere visita all’Accademia Militare diretta da Franco, che un mese dopo ricevette anche la visita del generale francese André Maginot, il quale gli portò la Legion d’Onore per la riconquista del Marocco con l’aiuto della Francia.

La forte avversione sempre più dottrinale e meno viscerale di Franco per il comunismo maturò proprio in quegli anni. Molti suoi biografi la fanno risalire al 1928/1929 allorquando il futuro Caudillo si abbonò ad una Rivista internazionale anticomunista (EIA), con sede a Ginevra, che descriveva tutte le tecniche, le dottrine e i misfatti del bolscevismo mondiale.

Nel novembre del 1930 Franco andò a Parigi a visitare l’Accademia Militare di Saint-Cyr e a seguire un corso di strategia riservato agli alti ufficiali stranieri. Quando rientrò in Spagna trovò la monarchia agonizzante. I repubblicani stavano preparando, senza nasconderlo, un Colpo di Stato contro Alfonso XIII. Il 12 dicembre scoppiò la sommossa, che non sortì immediatamente il risultato sperato. Ma alle elezioni dell’aprile del 1931 i repubblicani vinsero nelle grandi città, però persero nelle campagne. Il re non volle reagire per non far scorrere del sangue spagnolo sul suolo patrio. Fu così che espatriò. Il 14 aprile venne proclamata la 2a Repubblica spagnola.

Franco non ne fu contento, ma non insorse. Si vede qui la proverbiale galiziana scaltrezza e freddezza di carattere del futuro Generalissimo, che seppe aspettare il momento opportuno e che non si lasciò trascinare dall’emozione. La medesima scaltrezza nel 1940 lo aiutò a non entrare in guerra a fianco della Germania e dell’Italia, che pur lo avevano soccorso tra il 1936/1939 e senza le quali non avrebbe potuto vincere, come vedremo meglio dopo.

Franco, in occasione della caduta della monarchia, emanò due diversi proclami. Nel primo dichiarò ai suoi cadetti che occorreva “sacrificare ogni pensiero e ogni ideologia al bene della Patria”. Nel secondo si dichiarò pronto a servire il nuovo governo repubblicano appena costituito, ma nel medesimo tempo riconfermò la sua lealtà alla monarchia. Questi fatti lo resero sospetto al governo repubblicano, ma non furono sufficienti per sottometterlo ad azioni disciplinari.

I nemici principali della seconda Repubblica spagnola erano: l’Esercito, la Chiesa e i grandi proprietari terrieri. Franco fu retrocesso da generale di brigata di 1a classe alla 3a classe.

Per quanto riguarda la Chiesa la Costituzione repubblicana approvata nel dicembre del 1931 sancì che la Spagna è una repubblica laica e che la Chiesa deve essere separata dallo Stato e venne introdotto il matrimonio civile e il divorzio. Il Concordato con la S. Sede del 1851 venne abrogato, vennero chiuse le scuole confessionali, l’insegnamento religioso obbligatorio fu abolito e fu decretata l’espulsione dei Gesuiti. Il Primate di Spagna, cardinal Segura, protestò fortemente e dovette riparare all’estero. Pio XI scrisse un’Enciclica apposta per stigmatizzare la situazione che si era venuta a creare in Spagna (Dilectissima nobis, 4 giugno 1933). Iniziarono le prime sommosse antireligiose: conventi e chiese furono devastati e incendiati. I cattolici e i tradizionalisti monarchici erano sul piede di guerra.

Fu così che il generale Sanjurjo organizzò un golpe (pronunciamiento) per rovesciare il governo repubblicano. Molti militari vi aderirono. Franco s’incontrò a Madrid con i cospiratori, ma decise, con la sua abituale prudenza e accortezza, di non uscire allo scoperto perché l’azione non era bene organizzata. Infatti venne schiacciata senza difficoltà. Sanjurjo venne condannato all’ergastolo. Franco fu promosso per essere allontanato dalla Spagna e inviato alle Baleari nel marzo del 1933.

d. Curzio Nitoglia

Fine della Prima Parte

Continua

 
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