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Inghilterra, vescovi e diocesi pagheranno per i crimini dei sacerdoti
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Per la Corte Suprema di Londra c'è un rapporto datore di lavoro-dipendente tra prelati e sacerdoti. Probabili valanghe di denunce per casi di abuso, magari vecchi di decenni, per ottenere risarcimenti stellari

C’è il pericolo concreto che anche nel Regno Unito si produca la stessa situazione già vissuta dalla Chiesa cattolica negli Stati Uniti per quel che riguarda il problema pedofilia. Brevemente: la formula della “corporation sole”, in vigore negli Stati Uniti (e che la Conferenza episcopale Usa dovrebbe cambiare, su consiglio della Santa Sede, a breve termine) rende il vescovo di una diocesi responsabile per il cattivo comportamento del personale della diocesi. Anche finanziariamente; e questo meccanismo ha fatto sì che tirare fuori casi di pedofilia, anche vecchi di decenni, diventasse un grosso affare, per le presunte vittime, e per alcuni avvocati che in questa operazione si sono specializzati, totalizzando guadagni stellari. 

Grazie anche a una campagna stampa ben orchestrata, che faceva sì che abusi degli anni ’60 venissero presentati come se fossero accaduti ieri; mettendo la Chiesa cattolica in una situazione di difesa e colpevolezza continua, indipendentemente dai suoi errori reali e dalle sue debolezze concrete, e obbligandola a pagare, pagare e pagare.

Lo scenario potrebbe ripetersi altrove? Un tribunale, quello dell’Alta corte di Londra, ha giudicato che la Chiesa cattolica può essere ritenuta legalmente responsabile per i crimini dei sacerdoti che hanno abusato delle persone. E’ stata la prima volta che nella legge britannica si definisce la relazione fra un sacerdote e un vescovo nei termini di dipendente-datore di lavoro, invece di considerare il sacerdote come qualcuno di indipendente dal punto di vista lavorativo.

In parole povere, se questo giudizio dovesse trovare conferma nella legislazione, vorrebbe dire che un vescovo e una diocesi possono essere puniti per i crimini di un prete incardinato nella diocesi stessa. Naturalmente i gruppi di persone vittime di abusi, i cosiddetti”Survivors”, sopravvissuti, sperano che questa sentenza renderà molto più facile – e certamente più lucroso, perché non si tratterà di perseguire singoli individui, magari morti, ma istituzioni vive e vitali – chiedere compensi finanziari per il torto subito. E, come è accaduto negli Usa, questo porterà probabilmente a un emergere di denunce per il passato. Molte delle quali, probabilmente, non reali o comunque non verificabili.

La diocesi sotto attacco è quella di Portsmouth, e la corte ha concesso ai garanti della diocesi una proroga temporale per appellarsi contro la decisione. Il caso è quello di una donna di 47 anni, di cui si conoscono solo le iniziali, J.G.E, che sostiene di essere stata molestata sessualmente più volte da un sacerdote, W.B. quando aveva sette anni in una casa per bambini, “The Firs” a Waterlooville, nel sud dell’Inghilterra, all’inizio degli anni ’70. J.G.E afferma di essere stata molestata nello spogliatoio della chiesa anche il giorno in cui ha fatto la Prima comunione.

Oltre che dalla diocesi di Portsmouth, J.G.E. chiede danni finanziari anche alla provincia inglese delle Sisters of Our Lady of Charity, che gestivano la casa, perché sostiene che le suore erano a conoscenza degli abusi, e non sono intervenute. Al tribunale non è stato richiesto di giudicare la verità delle accuse, ma le è stato chiesto specificamente, come udienza preliminare per la causa, di giudicare se “la relazione fra un prete cattolico e il suo vescovo è analogo a una relazione di impiego”.

Il giudice Alistair MacDuff ha dichiarato che sebbene il prete non avesse nessun contratto formali di impiego c’erano “elementi cruciali” che rendevano un vescovo responsabile in maniera vicaria delle azioni del prete. Ha detto che la Chiesa ha dato a padre B. “le situazioni, il pulpito e l’abito clericale” e che gli sono state date piena autorità e libera autonomia nella comunità “per agire come un rappresentante della Chiesa”. “Che la relazione possa o non possa essere considerata ‘analoga all’impiego’ gli elementi principali della relazione fanno sì che gli accusati siano tenuti responsabili per le azioni a cui hanno dato il via con l’incarico e tutto ciò che era ad esso connesso”.

J.G.E, ha sporto la sua prima denuncia nel 2006, quando funzionari di polizia, che svolgevano indagini su denunce contro padre B. la contattarono per chiedere se fosse stata molestata da lui. Le indagini si conclusero lo stesso anno con la morte del prete, all’età di 75 anni. J.G.E. chiede compensi per il dolore, l’ingiuria l’umiliazione e i sentimenti offesi, dicendo di aver sofferto stress da disordine post traumatico, disordini da personalità borderline, e di aver tentato di suicidarsi come conseguenza delle molestie. La sentenza è stata accolta con soddisfazione dal gruppo di “Survivors”.

Il vescovo di Portsmouth, Crispian Hollis, ha presentato una dichiarazione scritta. “L’accusatrice in questo caso, nota come J.G.E, e che ha 47 anni, sostiene di essere stata abusata sessualmente da un prete della diocesi, padre. B. mentre risiedeva a una casa per bambini della diocesi. La ragione fondamentale per cui ci battiamo contro questa denuncia è che al tempo in cui la denunciante era ospitata nella casa, padre B. aveva la sua sede all’altro capo della diocesi, e non aveva nessun collegamento con al casa dei bambini. Quindi la diocesi non accetta la denuncia contro di lui. La Corte dovrà raggiungere la sua conclusione se e quando l’argomento centrale verrà affrontato, il che è improbabile che accada prima dell’anno prossimo”. Il vescovo sottolinea che la denunciante non può essere identificata, grazie a un ordine del tribunale; “sfortunatamente la stessa considerazione non è stata applicata padre B. che era un sacerdote dall’immagine senza macchia fino a quando queste accuse non sono state elevate contro di lui, poco prima della sua morte, e che non ha avuto la possibilità di difendersi dalle accuse”.

Ma al di là del problema della veridicità delle accuse, e dell’evidente impossibilità di verificare se e come la denunciante sia sincera, c’è il problema della responsabilità della diocesi. E Hollis rileva che “la diocesi accetta il fatto che se un vescovo è mancato per esempio nel prevenire un prete dal commettere un atto illegittimo, sarà colpevole di negligenza. Comunque qui non si tratta di negligenza: si tratta della possibilità che un vescovo sia automaticamente responsabile per le azioni di un prete semplicemente per il fatto che egli, o uno dei suoi predecessori, ha dato un incarico al prete. La diocesi non è a conoscenza di nessun’altra organizzazione che possa essere ritenuta responsabile per le azioni del suo personale in questo modo”.

Il vescovo aggiunge che “la diocesi prende molto sul serio le accuse di abusi sessuali, ed è impegnata nel creare un ambiente sano per tutti. Lavora duro, applicando le politiche  e le procedure nazionali di salvaguardia della Chiesa cattolica, e tramite la sua Commissione, per assicurare il benessere dei bambini e degli individui più vulnerabili nella diocesi”.

E aggiunge, in risposta all’associazione di “Survivors” che i costi associati al caso, così come i danni eventuali, sono coperti dalle assicurazioni, e non dai fondi diocesani o parrocchiali. L’impressione che si riceve da tutto ciò è che ci si trovi di fronte ad un’amministrazione della giustizia almeno squilibrata, se non a senso unico, nei confronti dei cattolici. E forse con un obiettivo che non è quello di fare e garantire giustizia.

Marco Tosatti

Fonte > 
Vatican Insider



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Commenti  

 
# Girolamo 2011-12-13 13:46
La Chiesa Cattolica che si oppone al Concilio Vaticano II dovrebbe stringersi a corte e denunciare all'opinione pubblica allo stesso modo i crimini dell'alta finanza massonica, dei suoi FMI, WTO, BCE, ecc., come responsabili, mediante truffe e falsi contabili della creazione di debiti inesistenti e del disastro economico creato artificialmente che si presenta all'orizzonte, nonchè di ogni tipo di crimine abbietto commesso persino contro bambini.
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