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E Farinacci cercò di salvare Ciano
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Il processo di Verona del gennaio 1944, che terminò con la condanna a morte e la fucilazione di Galeazzo Ciano e di altri quattro gerarchi accusati di aver "tradito" Mussolini nella famosa seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio ’43, avrebbe potuto concludersi in maniera assai diversa. Il tragico scenario dell’esecuzione dei cinque condannati (oltre a Ciano, il quadrumviro della Marcia su Roma Emilio De Bono, gli ex ministri Carlo Pareschi e Luciano Gottardi, e Giovanni Marinelli) poteva essere evitato se, sulla linea della "punizione esemplare" dei "traditori" scelta dal capo del Partito fascista repubblicano, Alessandro Pavolini, avesse prevalso la manovra tentata in extremis dal ras di Cremona Roberto Farinacci. Una manovra addirittura temeraria – com’era d’altronde nello stile del personaggio, ex segretario del Partito fascista con fama di intransigente –, che avrebbe potuto concludersi a sua volta con l’incriminazione del gerarca cremonese per alto tradimento.

Di questa pagina assolutamente inedita nulla si sarebbe appreso, se al proposito non fosse emersa documentazione di grande rilevanza, tra le carte private della figlia superstite di Farinacci, Adriana, scomparsa nel 2008. Adriana Farinacci ricevette confidenze, dai protagonisti sopravvissuti del processo di Verona, negli anni Sessanta, alimentando con essi un carteggio importantissimo tanto nelle implicazioni quanto nei sottintesi. Nel 1962, infatti, Adriana Farinacci intentò una causa contro il produttore cinematografico Dino De Laurentis, allo scopo di ottenere il ritiro dalle sale di proiezione del film Il processo di Verona (per la regia di Carlo Lizzani), a suo giudizio mendace e irriguardoso verso la figura di suo padre. La figlia del ras, infatti, nella sua azione legale, pose in evidenza che Farinacci, diversamente da quanto raccontato nella pellicola, non soltanto non aveva mai preso parte al processo di Verona, ma si era battuto perché esso avesse un epilogo incruento.

La causa Farinacci-De Laurentis ebbe il merito di sollevare il velo sul reale atteggiamento tenuto nell’occasione dal ras padano, anche se poi – complice il successo del film – la vulgata seguitò descriverlo come implacabile accusatore dei "traditori" del Gran Consiglio. La posizione di Roberto Farinacci non era dissimile da quella dello stesso Mussolini, che tuttavia dovette chinare il capo di fronte al diktat di Hitler che reclamava la condanna a morte dei 19 granconsiglieri che votarono a favore dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi. Privatamente, il Duce riteneva che i veri artefici della congiura di palazzo volta a deporlo, non fossero più di quattro o cinque (Grandi, Bottai, Federzoni, Albini, Bastianini), escludendo ogni intento di tradire negli altri componenti che votarono l’ordine del giorno senza rendersi conto delle possibili conseguenze del loro atto. Tra questi ultimi, Farinacci includeva anche Galeazzo Ciano.   

I documenti ci svelano ora che il ras padano si batté come un leone, "colomba" contro gli agguerriti "falchi", per moderare le decisioni del Tribunale speciale chiamato a giudicare i "traditori", nel timore che una «vendetta legalizzata» esacerbasse ancora di più gli animi alimentando la spirale della guerra civile. Il gerarca cremonese si spinse a tal punto nella sua opera di convincimento, da incontrare separatamente (e segretamente) tutti i giudici fuori dell’aula di tribunale.

Forse neppure la figlia del ras, Adriana, conosceva i dettagli dell’azione condotta da suo padre in quelle ore convulse. Molte delucidazioni in proposito le vennero offerte da Paolo Toffanin, un avvocato farinacciano di Padova che difese poi, in un processo simile a quello di Verona, ma con esito assai più mite, il segretario del Partito fascista Carlo Scorza, in carica fino al 25 luglio. Specialità di Toffanin erano state le pratiche di arianizzazione degli ebrei, svolte sotto il patrocinio politico del ras di Cremona, con proventi faraonici per entrambi.

L’8 gennaio 1944, due giorni prima della sentenza, Farinacci si presentò nell’aula in cui si svolgeva il processo, nella tetra cornice di Castelvecchio di Verona, con il fermo proposito di deporre come testimone, svolgendo una delle sue brillanti arringhe di avvocato, a difesa degli imputati. Farinacci aveva già deposto davanti al giudice istruttore Vincenzo Cersosimo, ma aveva riservato gli argomenti più strettamente politici, sul filo del ragionamento dialettico, alla corte.

Durante quella mattinata carica di tensione, il ras fu visto intrattenersi a lungo, nel cortile di Castelvecchio, con Scorza, che era già in odore di condanna a morte. Si temeva moltissimo ciò che Farinacci avrebbe potuto dire, perché, durante la deposizione resa in istruttoria, s’era lasciato andare a giudizi pesantemente critici verso Mussolini. Gli fu quindi impedito di salire sul predellino. Il gerarca, sconfitto ma non domo, decise allora di rilanciare la posta. Esponendosi personalmente al rischio della sua stessa vita, volle incontrare in un ristorante gli otto componenti del collegio giudicante presieduto da Aldo Vecchini, avvocato e console della Milizia. Tra i giudici, vi erano fascisti di provata durezza, come il prefetto Enrico Vezzalini. Mussolini aveva voluto includere nel collegio il proprio aiutante di campo, il console Vito Casalinuovo, e il capo della Polizia repubblicana, il generale Renzo Montagna, che cercò di esercitare un ruolo moderatore. 

La mossa di Farinacci poteva costargli l’incriminazione e forse una condanna a morte per direttissima. La posizione del gerarca, infatti, era delicatissima, in quanto pendeva su di lui un procedimento avanti allo stesso Tribunale speciale. L’ex segretario del partito avrebbe dovuto essere giudicato a sua volta sotto la luce del tradimento, per aver tramato contro Mussolini fin dalla fase preparatoria della riunione del Gran Consiglio, come si poteva leggere nel famoso memoriale del maresciallo Ugo Cavallero. 

L’incontro di Farinacci con i giudici ebbe luogo all’albergo Colomba di Verona. Toffanin ne fu testimone e così ne riferì ad Adriana Farinacci, in una lettera inedita dell’8 dicembre 1962: «L’albergo ha una specie di loggia nella quale io ero sovrastante la sala dove mangiavano tutti i componenti del Tribunale speciale, tranne Vecchini, e ho sentito e non sentito i discorsi che facevano. Ma è certo che papà tentava abilmente di portarli alla indulgenza senza mostrare troppo il fianco, naturalmente». Sicuramente, Roberto Farinacci volle recare sostegno alla linea della moderazione, che puntava ad alleggerire le posizioni degli imputati con l’invocazione delle attenuanti generiche. Quanto a Vecchini, il presidente del Tribunale si rifiutò di ricevere sia Toffanin sia il gerarca di Cremona. «Era impaurito da Pavolini, non da Mussolini», ha scritto Toffanin ad Adriana Farinacci. Pavolini, infatti, perfettamente allineato con i tedeschi, reclamava la «punizione esemplare» per i congiurati: voleva insomma veder scorrere il sangue. Il generale Montagna, in una lettera alla figlia del gerarca dell’8 novembre 1962, ebbe a confidarle: «Per ragioni ovvie, non dovrà essere detto, per nessun motivo, che a quei tempi avvertii suo padre del pericolo che correva». Lo stesso Montagna, quando la corte, alle 10 del 10 gennaio, si riunì in camera di consiglio per deliberare, cercò invano di strappare alla morte almeno cinque dei sei imputati. Quando toccò di decidere sulla sorte di De Bono, il generale scattò per difenderne la figura di combattente. Vezzalini, a quel punto, intervenne urlando: «Qui si sta tradendo il fascismo e la rivoluzione!». I giudici, anche quelli più favorevoli agli imputati, vacillarono.

Alla fine, furono cinque condanne a morte, tutte eseguite, e una sola a trent’anni di reclusione: per Tullio Cianetti, che aveva subito ritrattato il suo voto in Gran Consiglio. Gli altri tredici imputati, latitanti, furono tutti quanti condannati a morte in contumacia.

Le esecuzioni capitali furono eseguite l’indomani, al poligono di Ponte Catena. A causa dell’estremo irrigidimento di Pavolini, Mussolini non ricevette mai le domande di grazia presentate dai condannati. Chiuso in un impenetrabile silenzio, il Duce, divenuto oramai la maschera di una Sfinge, non dissimulò tuttavia a Montagna la sua insoddisfazione per l’esito del processo. Forse rassegnato alla perdita del genero, si rammaricò tuttavia del fatto che al settantottenne De Bono non fosse stata risparmiata l’onta della fucilazione: «Questa è un’infamia e mi sorprende che Vecchini, uomo di legge, se ne sia reso complice», disse al capo della Polizia. «Giustizia è fatta!», dichiarò freddamente Mussolini, in apertura del consiglio dei ministri, a poche ore dalla macabra esecuzione collettiva. Forse, non ci credeva nemmeno lui.

Roberto Festorazzi

Fonte >
  Avvenire.it



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